Semolina Pilchard, commediante

 

 

 

 

 

 

QUESTO ROMANZO E' STATO PUBBLICATO NEL 1998 DA BARONI EDITORE IN VIAREGGIO. 

BUON ANNIVERSARIO, PILCHARD

 

 

 

Luca Cittadini

 

 

 

Semolina Pilchard, commediante

 

 

romanzo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alzato, uscito dal letto,

Un pettine passato tra i capelli,

Riuscito a scendere là sotto, trangugiato un caffè,

alzando gli occhi m’accorgo d'essere in ritardo.

trovato il cappotto e aggiustato il cappello

Fatto il tram in un battito di ciglia

Salito là sopra e fumata una sigaretta,

un tizio blaterava e io caddi in un sogno.

Paul Mc Cartnet, A dat in the life

 

Semolina Pilchard, Climbing up the Eiffel tower

John Lennon, I am the walrus

 

Non so se ti ho mai parlato di tarcisio. 

Egli viaggiava.

Potrei dire che lui viaggiava come io cammino.

Insomma parecchio.

Semolina Pilchard.

 

 

 

 

Prologo

 

 

E' doloroso guardare lavorare un pigro.

Vederlo muoversi sempre, senza una tregua, con disperata lentezza, come quegli individui colpiti da una strana malattia ereditaria che colpisce solo i maschi, per la quale dopo una certa età non si può più dormire, e si continua a vivere sognando il sonno senza poterlo nè vincere nè esaudire, sempre lucidi solo su di un punto: che la morte verrà, lentamente, verso i cinquant'anni, com'era avvenuta per il proprio padre, e per il nonno, et caetera. Le malattie ereditarie sono solo un’allegoria dello spirito, che trova in esse il modo di rappresentare una sua verità: all'eredità paterna non si fugge. 

Gli occhi di questi uomini sono segnati da una rassegnata e segreta tristezza, e così erano quelli di suo padre. Attraversava il giardino sotto il sole e li socchiudeva nel tentativo di sottrarsi al suo dominio, muovendo lento un corpo asciutto, alto, più alto di quanto Pilchard sarebbe mai stato. 

Si alzava al mattino e sbuffava, profondamente, a dichiarare l'addolorata solitudine e i guai della coscienza, alle sei, alle cinque, l'aveva visto alzarsi alle tre, quando lui non pensava ancora a dormire. Si nascondeva, tratteneva il fiato, spiava quell'uomo che si era piegato. A chi? A cosa? Domande legittime, ma bisognerebbe rispondere: a quella entità metafisica che è il Dovere. 

Che soluzione meravigliosa a tutti i problemi degli esseri in cerca di giustificazioni per i propri guai, che splendido argomento di contraddizione per coloro che si affannano a cercare la Felicità. Riguardo a costoro il Dovere si comporta come Alessandro davanti al nodo di Gordio, e si asside nell'anima senza bisogno di giustificarsi: un tenebroso assioma. 

Non so dire chi fosse stato il padre di Pilchard prima di divenire un esempio per tutti. Ma, probabilmente, qualcun altro. Poi, un bel giorno, mentre tentava di venire a capo del modo irragionevole in cui volano le rondini, l'ombra di un demone era scesa su di lui, operando la conversione. Da allora, senza mai più davvero parlare, si era fatto scegliere da un lavoro e aveva preso a eseguirne gli ordini celesti. 

Si era trovato a ereditare un'impresa commerciale, nei confronti della quale si era comportato come un dipendente, oltremodo onesto. Se ne era lamentato, ma solo fisicamente: si ammalava, e il silenzio calava su quella casa, più plumbeo di quello che permetteva a Pilchard di studiarlo, durante la cena. Poi, quella lentezza, i gesti disperati di qualcuno che non si ferma mai. 

Pilchard tentò di sottrarsi alla sua potestà. Rispettava le sue regole, ma solo quando sapeva di essere sotto l'occhio severo della sua osservazione silenziosa. L’ipocrisia entrò presto a far parte del suo comportamento, o forse si dovrebbe dire lo spirito della commedia. Ma viene il momento in cui la verità appare, e non è più possibile nè nascondersi a se stessi, nè continuare l'inganno: il figlio aveva dunque ereditato la tara di suo padre. Si chiama acedia, o acaedia, accidia, malinconia, melanconìa, melancolia per chi ha fatto studi classici, ma il primo dei tratti con cui si manifesta, dopo la pubertà, è la pigrizia. Un senso di vacuo pervade tutto il corpo, e l'anima, nulla ha più senso, se non il sonno.

A Pilchard accadde verso i quindici anni, di addormentarsi all'alba e proseguire in un sonno malsano fino alle più insolite ore del pomeriggio: le due, le tre, le quattro. Usciva dal sonno pregando di ingannare il malore che lo prendeva quando, svegliandosi, non sapeva come dirigersi nel tempo, come uscire dagli incubi, da quel regno del pressappoco e della morte che fa più simile quei risvegli al riaversi da uno svenimento. 

Beati coloro che non hanno mai sofferto di quell'atroce malattìa che è la pigrizia, perchè non conoscono nè gli anatemi lanciati loro dai Padri della Chiesa, nè le domande con le quali il pigro si chiede al risveglio perchè mai dovrebbe alzarsi, nè quel torvo anelare a un senso del fare che costringe questi individui a sperare di piegarsi un giorno a una cruda maledizione religiosa: partorirai nel dolore, ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte! E non chiedere altro, è inutile.

Questa è la storia di un individuo che ha fatto della sua vita il tentativo di mettere ordine nella propria anima, poi di giustificarsi. Ma nell'anima il tempo si ribella a ogni ordine. E ribellandosi, subisce i ricatti della memoria: perchè le cose sono andate così? Perchè ora mi trovo in questo stato? Gli episodi della propria esistenza tentano di assumere significato universale agli occhi di chi li esplora, ma sono solo l'implacabile cielo sotto il quale egli tenta le sue mosse per evaderlo, o per averne il perdono, o per calmarsi. 

Quando Pilchard riottosamente si svegliava, tentava di intendere dal tipo di luce che trapelava dalle persiane, dal suo angolo d'incidenza, dalla sua intensità, che ore fossero e, riguardo al clima, che giorno fosse mai quello. trovava suo padre che salito di sopra per una tazza di caffè camminava nel corridoio a passi lenti, sforzandosi di renderli pesanti. Era una casa grande, quadrata, l'aveva voluta così, le funzioni  della vita quotidiana avevano il loro luogo: quel lungo corridoio attraversava le stanze da letto che vi si affacciavano e finiva in un grande salone. Da una porta di questo si andava in cucina. Al piano di sotto, gli Uffici.

-Il mondo è di chi si alza presto al mattino! Chi si alza tardi non combina nulla nella vita! Disprezzava gli incapaci, asseriva la nobiltà della forza, e la forza? Stava nella virtù, una virtù senza premio: 

-Il premio è la virtù. Lo diceva spesso; come si dice oggi è lunedi, o martedi, o un altro giorno feriale. A Pilchard pareva che una mano entrasse dentro le sue viscere, gli afferrasse lo stomaco e lo strizzasse. 

Suo padre spariva di domenica. Andava a camminare per le montagne dietro casa. Camminava lento, non si fermava mai. 

Quando verso i sedici anni Pilchard fece un debole sforzo per giustificarsi, gli parve che l'ombra negli occhi di suo padre fosse il coperchio messo sulla pentola del demonio. Si provò a dirglielo, ma non così. 

-Parli perchè hai la bocca, disse, senza alzare nemmeno la testa dal guanciale.

Ne ricevette uno schiaffo nemmeno violento sulla guancia, l'unico che avesse mai ardito di tirargli. Ma ciò che indignò suo padre, fu che Pilchard si fosse rifiutato di alzare il braccio per proteggersi, cosa che gli sarebbe stata facile, data l'entità dello schiaffo. La sua indolenza non aveva per limite nemmeno il grottesco.

-Fermorestandochè tu sei mio figlio! E come tale devi comportarti! 

Altro Pilchard di quel giorno non ricordò mai niente. Prese quelle parole come il macigno sul quale è scritta la legge. E se ne andò, cercando un posto, uno stagno, un dirupo, il mare, una grande città in cui fosse possibile liberarsi di quel peso. Per molti anni non sarebbe tornato.

 

 

 

 

 

1

 

 

Capitolo primo, nel quale Pilchard esperisce gioie e bellezze della vita di città, trova casa e anche quella del formaggio, come recita l’antica espressione tanto efficace quanto oscura.

tempo di lettura: quello che ci mette il caffè a salire in una moka (efti).

 

 

Semolina Pilchard non era il suo vero nome. Ma quello che gli diedero in città, perchè ogni volta che voleva dire di un certo senso di piacere, gusto sanguigno della vita che lo prendeva in quel periodo spesso, cantava una certa canzone, nella quale un certo Semolina Pilchard stava scalando la torre Eiffel, mentre un pinguino elementare cantava Hare Krishna, poi la canzone diceva così: 

-avreste dovuto vederli mentre prendevano a calci Edgar Allen Poe. 

Quanto a lui, Semolina Pilchard doveva essere qualcosa di simile all'idea di stare aggrappato al traliccio più alto del mondo, senza potere andare avanti o indietro, poichè quando si entra in una frase che definisce uno stato, è poi impossibile uscirne, come insegna Aristotele, e quando si sta appesi alla paura, è poi impossibile muoversi, come dice l’esperienza. E stando a quel modo, guardare in alto, o in basso, ma comunque bloccato, e da lì, calmandosi e dimenticandosi, provare una specie di ebbrezza, confondersi col cielo e con la terra. 

Che fosse così si poteva capirlo dal modo in cui Semolina cantava quella canzone. La cantava certe volte, quando a tutti era chiaro che non c'erano freni alla sua libertà e senso del pudore. Questo gli mancava del tutto.

Egli rimase Semolina per un pò, finchè si accorsero che nascondeva un'identità poco chiara, recitando bugie sul proprio conto. Allora lo chiamarono Pilchard, sembrava un nome più austero. tale rimase.

Aveva trovato una casa. Scale fetenti finivano in un corridoio buio, rimanevano i segni di un incendio, devastando i piani di sotto era arrivato anche a quelle pareti, risparmiando gli interni del sottotetto al disastro. L'aveva trovata grazie all'aiuto di uno studente di medicina egiziano, che se ne stava andando. 

-Incendio dolosso...dolosso..., gli aveva detto sottovoce, alzando entrambe le sopracciglia che gli si univano sopra il naso camuso.

Erano due stanze, una cucina, e un'altra. Leggeva, dormiva, riceveva gli amici, faceva l'amore quando capitava. Non c'era acqua calda, non c'era un bagno. Divideva un cesso in fondo al corridoio con due vecchie slave, l'una rosa dall'astio e l'altra dalla tisi, ma allegra. L'altra si rodeva dell'allegria di questa che tuttavia aveva la tisi, e girava seminuda e spettinata per quei corridoi. 

-Ah innamorata mia, stanotte ti avrò! le diceva Pilchard uscendo a notte fonda. 

-Ma dove vai a quest'ora, Pilchard, che tu sia maledetto! gridava la vecchia. Nessun altro abitava quel palazzo.

Era libero, era felice. Le chiacchiere gli riuscivano aristocratiche e divertenti, basse e sublimi, come quelle di chi crede e non crede alla propria grandezza. Così rimediava il pranzo, la cena, divertimenti per la notte. E per l'alba: giunta quell'ora di trapasso in cui finalmente è inutile la luce di una lampada Pilchard si avvicinava alla finestra e recitava frasi tristi alla donna che la notte stava per spingere tra le sue braccia. 

-tutta la notte non è stata altro che un inganno, le diceva, impostando la voce come fosse finalmente quella naturale; dunque egli era triste, solo, venuto dal nulla. C'è una prosecuzione di parole nel silenzio di due che improvvisamente si baciano. Pilchard imparava a conoscere quel silenzio e ad amarlo. Non era lo stesso ribaciare la stessa donna. 

Così, ne ebbe molte, spinto dal bisogno di ripetere quel silenzio, di sentire i propri pensieri chiusi dentro dai baci. C'era un premio per le parole, l'avventatezza, l'infingardaggine, la sfrontatezza, la mancanza di pudore, la recita della propria tristezza. Pilchard adesso lo sapeva.

Salivano le scale di quella casa dove la malinconìa aveva impregnato i muri, la vista sui laboratori abbandonati e sulla quercia. Il tavolino rotondo, il tappeto persiano, così consunto, le lampade impolverate, e la poltrona, troppo grande per quelle due stanze, e il letto, e i posacenere verso i quali aveva un amore che lo portava a rubarli, girando tra i rigattieri. Quella malinconìa così esibita era il preludio alla grandezza: egli sarebbe Stato, grazie al loro conforto, guida, consiglio, aiuto finanziario. Ma chi? Non lo sapevano, non importava, non era necessario. E tantomeno lui se ne importava. 

Ma un giorno venne una donna vestita di verde di rosa. 

-Sembra la casa di uno studente povero, russo. Un poeta. Pilchard le parlò allora degli orti malconci giù nel cortile fino a farle intravedere l'incanto gelato della steppa, più comodo guardarla da una stanza quasi calda. 

-Oh Pilchard, tu non puoi riempire il mio cuore di sentimenti e poi sparire come sei venuto, che freddo!

-E' l'inverno mia cara, vieni qui, tra le mie braccia. Gli uscì un accento slavo. Lei rise e disse mi diverto.

Pilchard si innamorò. 

-Mi diverto con te. E' come vivere in un film, ridisse lei, riallacciandosi la gonna per andarsene. Non rispose, era giovane. Quando al rumore delle clerc dei negozi dopo gli ultimi baci frettolosi se ne andava, Pilchard riprendeva a leggere. Spegnendo le lampade accendeva un neon che illuminava a forza le pagine, e quando decideva verso le undici del mattino di andare a dormire guardava giù dalla finestra e si sentiva come fosse stato solo, tutta la notte.

Ma un pomeriggio di dicembre lei si distese sul suo letto. Pioveva o nevicava, e cominciò a parlare dell'amore dosando menzogna e verità. Pilchard pensò che fosse tutto vero. 

Lei si guardò dal dichiararlo, disse una frase e si interruppe, andò alla finestra e guardò fuori, gli alberi nel cortile. L'avrebbe amato, come quell'albero nel cortile, perchè sapeva che sarebbe stato lì per sempre. 

-Ho bisogno di te. Non posso farne a meno. Sapere che c'è un punto fermo. Che mi pensa. Menzogne talmente delicate che Pilchard smise di resisterle. Pensava a lei, tutto il giorno. Mentre lei, tutto il giorno, sentendosi pensata scendeva libera da un letto per cedere alle lusinghe di un altro. Amava la colpa, avere qualcuno a cui chiedere perdono.

Cominciò a dargli appuntamenti. Diceva che veniva e non veniva. Pilchard l'aspettava, per ore. Molto più di quanto fosse legittimo: fino al giorno dopo. Era successo qualcosa, un impegno improvviso, poi sarebbe arrivata. Far l’amore non le sarebbe mai piaciuto se non sapendo che lo stava tradendo, che la stava pensando, aspettava, avrebbe dovuto essere là, godeva di questo, le arti amatorie di quei compagni occasionali erano cosa che non la riguardava.

E quando Pilchard dormiva perchè aveva smesso finalmente di aspettarla...

-Non sai far altro che dormire, accusava: vuoi perchè aveva passato una notte insonne con un altro, vuoi perchè cercava una ragione per non tornare più. Era vestita di verde. Berciava. 

Pilchard prese ad avere confidenti. Ne aveva anche troppi, qualcuno si stufò. Anche Pilchard cercò di stufarsi. Lei comparì ogni volta. Vestita di rosa. 

Gli disse che l'avrebbe amato per sempre, disse in un modo che fu difficile pensare che volesse ingannarlo, ma poi disse che su di lei purtroppo agiva il retaggio di un antico costume per il quale si sottraggono le fanciulle ai poeti per regalarle ai mercanti.

Disse proprio così, guardava nel cortile, e la quercia non fu più quella, perchè lei le aveva dato un'anima e a Pilchard la maledizione di non poterla più guardare senza pensare a lei. Fu molto vicino alla follìa e comunque era molto ridicolo. Le scrisse decine di lettere di addio che lesse ai confidenti, che si stufarono. 

Allora un giorno esausto Pilchard andò al cinema con un amico. Nell'intervallo bevve abbondante, il film era di genere amoroso. Pilchard uscendo disse all'amico domani le chiedo di sposarmi. 

-Mi sembra giusto, disse l'amico. A Pilchard non piacque il modo in cui lo disse, ma il mattino dopo scese al bar alle sette e telefonò dicendo devo parlarti è urgente. La donna questa volta venne. Aveva una gonna verde e una camicia rosa. Pilchard fece per parlare e lei disse

-Se pensi di potermi chiedere qualsiasi cosa ti sbagli. E poi per così poco non è il caso di svegliare tutti a quell'ora del mattino. tutti chi fece Pilchard. 

-Mio marito ad esempio. Mi sono sposata nel frattempo, cretino! Così finalmente con un colpo basso era finita quella storia che Pilchard non avrebbe dimenticato facilmente nella vita. 

Il suo problema non era forse lei ma l'amore e i ricordi, e tutti quei pensieri e le lettere e i dialoghi coi confidenti spazientiti e i bruciori di stomaco dell'innamoramento e quell'assenza che a Pilchard lo faceva ammattire e imbestialire ma gli era passata la pigrizia e l'eccesso di sonno. 

-Prova a dimenticare, disse un amico che studiava da psicanalista.

-Però, disse timidamente Pilchard, resta un problema. Ma non riuscì ad andare oltre.

-Ma non lo vedi che non sei mai stato così bene?

Pilchard si inchinò volentieri alla sua nuova autorità. Pascolò qualche mese i campi degli amori infelici, fece qualche lettura in argomento. Poi piano piano riprese la sua vita di sempre.

Delle due slave era rimasta solo quella stizzosa. Era andato al funerale dell'altra. Da morta l'aveva misurata. Poi era andato a ordinare la cassa. Gli parve che la morte a quel modo fosse una parola senza senso. O forse la morte era una cosa così. 

Non aveva potuto sorreggere la cassa perché era solo, con la slava più vecchia: non c’era nessun altro. Adesso anche lei era sola, la stizzosa, l'aveva preso al braccio, reggendo un ombrello l'avevano seguita camminando dietro il carro per un pò. A un semaforo aveva accelerato.

-Deve essere tardi, disse la vecchia. 

-Già, tardi, fece Pilchard, che interpretava il versante laconico dell’anima con spirito di sintesi. Erano tornati a casa a piedi. La vecchia stizzosa ora aveva due stanze. 

Quanto a lui, così continuò, finchè si accorse che era stanco. Si chiuse in casa, si distese su un letto, si votò all'insonnia e non uscì per qualche mese. 

Quando ne uscì, aveva e non aveva voglia di ridere. Era novembre, pioveva a dirotto. Nessuno in giro, solo pozzanghere, luci giallognole di lampioni, si ritrovò a camminare sotto la casa del suo amore che si era nel frattempo sposato, ripetendosi quel che avrebbe voluto dire a lei, (ma non è tutto assurdo? dimmi, mi ami ancora, non è vero? E anch'io ti amo, oh se ti amo...) frenate stridule degli autobus, quella città viveva agonie grandi; si ritrovò al museo d'arte moderna a guardare come la luce morta delle città piovose fosse stata già vista, in lui nulla era cambiato, da una cabina chiamò una vecchia amica a cui avrebbe voluto confidarsi. Era già fradicio. Le chiese rifugio. 

Conosceva le confidenze di Pilchard. Lo invitò al massimo per un tè, così si espresse, e a casa sua trovò tarcisio. 

 

 

 

 

 

2

 

 

Capitolo  secondo, nel quale Pilchard fa esperienza di quanto sia l’amicizia il luogo strano, nel quale c’è chi ama e chi è amato, e chi amato si concede e chi amando riama, ma mentre il primo tenta diuturne seduzioni, l’altro soffre di non amare tanto. Ah umanità, in quale abisso hai sepolto ciò che un giorno bizzarro chiamasti par condicio? Meglio non lamentarsi, Pilchard, chissà quali sono l’altrui pene...

tempo di lettura: na tazzulella e cafè + siga. Anche leggere farà venire il cancro? 

 

Pilchard aveva meno intelletto che istinto. Forse fu dal modo in cui tarcisio stava seduto. Si votò a lui come un fedele servitore. 

Non aveva più la donna sua, ma lo seguiva come un paladino. Beveva, fumava, leggeva, si tormentava. tutto come lui, ma più di lui. Gli parve di una gran tempra, resisteva fino al mattino, senza smettere mai quel suo lavoro: sminuire, tutto, il lavoro, la famiglia, l'amore, suo padre, l'ordine costituito, se stesso, anche lui. Pilchard lo amò per quel modo di crocefiggersi ridendo.

Poi, quando finalmente si trovarono soli, fumarono, parlarono, e a Pilchard si schiuse un mondo di bellezze. Rilke, la psicanalisi, l’oriente. tarcisio fumava, pensava, leggeva, giocava al calcio da terzino, faceva gol di testa, aveva sempre un disco nuovo, non si sbagliava, girava il ghetto vecchio di trieste, si innamorava.

Quando tarcisio rimase senza casa a Pilchard non parve vero: spese i soldi che gli restavano in tubi Innocenti, ci costruì un soppalco. E si traferirono a vivere là sopra. 

-Qui si vede solo il bianco dei muri, fumigato dalle sigarette, è il colore dell'anima...

-Sì, è così...

Pilchard si rifiutò per molto tempo di cogliere tra loro due la differenza. Si intestardì che fossero l’uno la copia dell'altro. Forse voleva sposarlo. tarcisio lasciò fare, senza malizia. 

Condivisero il piacere, il dolore, il riso, il pianto, il vino, il letto, alcune donne. Più tardi condivisero i pensieri dell'uno e quelli dell'altro, i buoni consigli ma più che altro i cattivi, i tradimenti, dell'uno e dell'altro, i soldi, l'invidia che subirono, le lettere che si scrissero, alcuni progetti di viaggi mai fatti. 

Quando tarcisio si tagliò i capelli a zero, impose di tagliarseli anche a lui. Si ubriacarono fino a notte alta, si trascinarono un carro di sbandati con cui divisero il letto senza saperne il nome, andarono al cinema di mattino e ci restarono fino a sera. 

C'era nebbia, camminavano e parlavano degli incubi fatti la notte. Pilchard aveva gridato nel buio e aveva preso tarcisio per il collo. tarcisio si era messo a urlare perchè Pilchard lo stringeva, insomma urlavano: Pilchard si era svegliato, e aveva creduto che tarcisio stesse cadendo dal soppalco. Strinse più forte. Anche tarcisio si era svegliato, e aveva detto Ma sogno o sono desto! Ma allora è vero, siete tutti d’accordo, volete ammazzarmi! 

-Scusa, stavo sognando...disse Pilchard.

-Anch’io! Gridò tarcisio.

Pilchard gli chiese cosa avesse sognato quella notte. tarcisio disse

-Mi stavano processando. E tu?

-C'era mio padre alla porta. Ci ragionarono sopra tutto il giorno girellando, di qui, di là, da questo, da quello. La città era quasi scomparsa per nebbia e anche quell'incubo. 

Pilchard amava quest'angelo custode che non lo abbandonava al suo umore principale, non gli impediva di bere, lo lasciava parlare. Ma tarcisio amava distinguere ciò che a Pilchard piaceva annegare nel piacere. C'era una differenza. Si ritrovarono a parlare dei padri e si illusero di averla sepolta. 

-La verità caro Pilchard, disse tarcisio, è che sei un grande attore. L’equivoco fu pensare, senza sapere di offenderlo, d’essere il suo regista. 

Egli introdusse Pilchard dove non era mai stato. Gli diede la fama di una grande attrazione. Pilchard esercitò la ritrosìa, davanti all'impresa di dover essere non quel che l'estro del momento gli diceva, ma quel che voleva tarcisio. Ma poi si risolse, e spiccò il volo. Chi era? Nessuno, e tutto quello che voleva tarcisio. 

-ti presento un attore, ma cosa dico, uno scrittore, un regista! Riuscì a fargli recitare la parte di un architetto.

-Uno studio avviatissimo, a soli venticinque anni! Bisbigliò alla padrona di casa che poi non lo lasciò un minuto. Ogni sera così. Altri bar, altre case, altre persone. Pilchard godeva e soffriva, Pilchard lasciava fare. Poi a casa, stremato, disse Basta, basta, non lo posso più fare. tarcisio rise, rise fino a mettergli il grugno gaudente sulla faccia, e a Pilchard prese un gran disgusto, come quando suo padre gli ricordava di essere un lazzerone. La stessa mano che gli entrava nelle viscere, gli strizzava lo stomaco. 

Ma tarcisio non ne voleva sapere, proseguì in quell'idea, portarsi appresso il suo attore. 

-Ma non lo vedi che sei fatto per rovesciare la situazione seria umiliandola alla superiorità dell'ironìa? 

Questa frase a Pilchard rimase impressa nella mente, ma non la capì.

Era estate, tarcisio stava facendo una borsa per partire. 

-Dove vai? fece Pilchard. 

-In ferie

-Fuori città?

-A Genova. O in Messico. Alla peggio Marsiglia. C’è una storia che devo sapere. Comunque, devo pensarci. 

Da quel viaggio tarcisio scrisse, rasserenandolo sui suoi diritti di prelazione e di primogenitura nelle eredità dell'amicizia. Era una lettera di buonumore tipicamente indiano, durante una seduta di funghi allucinogeni s’era tuffato in acqua e aveva fatto l’amore con le stelle. Il resto del tempo lo passava facendo marmellate. Allegava fotografìa rapato a zero di nuovo, indossava un sari, reggeva un cilum a mò di oggetto sacro e l’espressione di chi dice ma che ci faccio qui.

-Ma riderà con me o di me? chiese Pilchard ricevendo a fine agosto. Forse tarcisio era eccessivo nel ridere proprio di tutto.

Quando tornò disse 

-C’è un bar nuovo, qualcosa di speciale.

-Dove? balbettò Pilchard 

-Zona industriale, disse tarcisio. Era appena tornato, ma sapeva in quale bar andare. Un'amica tedesca di nome Stintje lo seguiva ovunque, sia pure perplessa. L'aveva conosciuta in treno venendo dal Messico o da Genova, Pilchard non l'aveva capito. tarcisio era occupato a guardarla. Sì distrasse, e Pilchard perse il freno. 

Il posto lo raggiunsero dopo lunga deriva tra i bar lungo la strada.

-Ma dove andiamo? disse la Stintje.

-Luogo di derivanti, disse tarcisio. Per arrivare bisogna derivare!

-Ma sarà bello? disse la Stintje, per inciso astemia, che manteneva intatta la sua perplessità.

-C'è una che canta, disse tarcisio. 

-Che genere? balbettò Pilchard

-Il tuo, vedrai che andrai forte.

Era una vecchia cantante, un'ode al fallimento della speranza, le vecchie canzoni le ribadiva con il languore eccessivo degli occhi, il trasporto della mano e la voce incrinata dove il verso era celebre ma già dimenticato. 

-Hanno la chioma bruna...ed una vampa dentro al cuor...

-Interpretazione d’antan, disse tarcisio, sicuro che Pilchard l’avrebbe seguita, l’ironia.

-Altan, direi piuttosto

-Danton...questo è puro postmodern, caro Pilchard, altro che Sottsass!

-Post mortem, chiuse Pilchard, laconico.

-Volta pagina psicolabile! cerimoniò tarcisio. E Pilchard la voltò alla grande. Quella sera più ignobile, portò il tavolo al volgare entusiasmo con cui si ride di un'umanità che è ciò che è senza essersene accorta. 

Un malinconico incapace barcollava con il bicchiere sghembo sotto la pedana, senza riuscire a togliere gli occhi di dosso alla cantante, dal cui vestito troppo stretto uscivano anni di diete bizzarre. Quella balera era l'ospizio di vecchie celebrità, cantanti, attori, copie, sconfitti, illusi da un film avevano cercato di esistere, stando a cavallo di un'onda che li avrebbe portati dritti a Sanremo, e poi Las Vegas e le tournè venezuelane col patròn e gli italiani in festa. Invece s’erano condotti lì, all'Ultima Spiaggia, dove si recita, nel caso, un disastroso modo di invecchiare. Brillantina, lavande, deodoranti, sughi di pomodoro e capperi, pesce fritto, frattaglie.

Il malinconico incapace barcollando si avvicinò alla sua cantante. Era in pausa, sorseggiava un bicchiere, lo appoggiava alle labbra, lo sfregava col dito, lo strusciava. Il malinconico incapace le chiese di ballare. Pilchard era già sopratono. La sdegnosa commossa da Besame Mucho lasciò il bicchiere, scansò quel ballerino pretendente e si lasciò trasportare nel suo ballo solitario, facendo svolazzare l'abito nero coi plissè. 

E fu di scena il fallimento della seduzione, il malinconico incapace le farfugliò qualcosa nell’orecchio appiccicandole una mano intorno al fianco. Un gesto collaudato, altre volte, chissà, altre fortune...lei si divincolò portando via la sua vergogna, di chi sente che un tale relitto sta davvero sperando di sedurla. 

Offesa e dolore regnarono allora. Pilchard guardò più intensamente quei corpi sfatti che recitavano un copione eterno. 

Voleva bere, bere! brindare a loro e scusarsi di se stesso. 

Bevve finchè non ricordò più nulla, i pensieri gli si spezzarono in due, non riusciva a cucirli.

-Di dove sono partito? dov'ero? Sì, dico, dove sono? chiedeva aiuto a tarcisio, che lo aiutò, e Pilchard disse 

-Lo so, sono un cialtrone. Sto bene qui, del resto è qui che mi hai portato.

-Ma no...sei solo ermetico, tarcisio suggerì.

-Ermetico palese, disse Pilchard, palesemente ubriaco. E da quel giorno divenne un movimento poetico, tarcisio ce lo iscrisse.

-teresa! telefonò. Facciamo un salto. ti porto un amico...un poeta...Nuovo? Nuovissimo! Un ermetico palese! Il messaggio? Come il messaggio! E’ proprio il messaggio che è chiaro: il resto non si capisce niente ma è una bomba! 

Pilchard disteso in macchina s’era accasciato sulle cosce della Stintje. Era troppo ubriaco, e ubriaco così di cose gliene disse, parlò di questa farsa di essere tutti il tentativo bizzarro di un'esistenza. La Stintje era nervosa, non sopportava quel Pilchard. 

-Senti, le disse tarcisio nell'orecchio, è appena uscito dalla clinica...porta pazienza! Il suo problema, non so se ne hai sentito parlare...quando vede qualcuno che gesticola, gesticola anche lui...adesso sta bene, ma tre anni fa...bisognava vederlo.  tre anni, sì, poi l'hanno liberato. Se lo metti di fianco a uno che lavora, lavora, se lo metti vicino a uno che beve....

Le cose avrebbero anche potuto essere così un giorno o l'altro, operaio o bevitore a seconda delle compagnie. Così disse Pilchard riportato a casa sottobraccio 

-Ma no ma no, hai una vita degnissima, gli disse tarcisio. 

-Cosa ha detto teresa, fece Pilchard sull’uscio

-teresa dice per domani. Sai com’è lei, ci tiene. Domani è un grande giorno, Pilchard! Dormi tra due guanciali!

Non mi piace quel Pilchard, disse la Stintje. 

-Si sbatte, difese tarcisio. Ma forse non poteva esistere altro che là, nei vapori dell'alcool cattivo, la sua forma era quella, e non poteva avere sostanza. Così disse tarcisio vergognandosi di quel discorso alto sulla porta di casa della Stintje. Salì. 

Stintje disse che in Germania quando qualcuno sta male c'è qualcuno che l'aiuta, perchè il servizio sanitario è molto organizzato. Per esempio sua madre era stata in psichiatrìa per otto mesi perchè da quando si era sposata non faceva altro che fare la moglie e la madre. Poi l'avevano promossa infermiera e ciò era bello, anche perchè ora non fa la moglie o la madre ma l'infermiera che è un lavoro in proprio assai nobile. tarcisio annuì pensando: 

-Bello, ma sarà vero? E poi non pensò più tra le braccia di Stintje quella notte.

 

 

 

 

 

3

 

 

Capitolo terzo, nel quale si dice che in fondo tutto scorre, tutto va, tutto finisce. 

tempo di lettura: l’attesa media di un autobus in una qualsiasi città che va di fretta.

 

 

La sera dopo tarcisio lesse sul giornale che a casa di teresa c'era una festa in tema poetico. 

-Non posso crederci, disse tarcisio

-Non posso venirci, fece Pilchard. 

-Eppure saresti un buon lettore assai duttile, a lavorarci, gli suggerì tarcisio. Leggerai Majakovskti con la tua gnagnera un pò Carmelo un pò Brando ubriaco. 

-tseee...Marlon Brandt...

-Vai... Marlon Brandt! tarcisio volle imporre un vecchio smoking a un riluttante Pilchard.

La festa era di lusso, abiti lunghi, anche le donne, da bere quanto si voleva con camerieri a volontà. 

-Egli sa adeguare con naturalezza la sua voce all'armonìa profonda che spira tra i versi, come essi stessi racchiudessero proprio quella voce. Signori... Mario Brendi, così corresse un tarcisio palesemente ermetico, presentandolo attore-poeta. 

Pilchard si rifiutò di leggere quando glielo chiesero, salì sul palco per scusarsi e disse, dopo un silenzio che creò suspense, ma stava cercando le energìe per terminare, senza intralci di lingua: 

-chiunque sarebbe meglio di me, sono ubriaco

S'era fatto silenzio. 

-Vai! Vai! che attacco! diede di gomito tarcisio. Ma Pilchard aveva finito. L'idea di esistere a quel modo là sopra l'aveva inorridito. 

Il giorno seguente l'amica di tarcisio era alla porta di Pilchard. Forse voleva aiutare. Pilchard era confuso ma non seppe resistere. E poi s’addormentò, stizzendo Stintje che corse da tarcisio a confessare.

Dopo quell'episodio tarcisio e Pilchard si rividero anche spesso. Non era per quella tedesca di nome Stintje che qualcosa si era rotto. tarcisio era acido con lui, cattivo senza scopo, ne aveva studiato le debolezze e feriva dove sapeva di poter ferire. 

-Pilchard? Ambiguo. Debole nelle distinzioni.

E lentamente si distaccò da lui. 

Ma aveva le sue gatte da pelare e conosciuto bruttissimi pensieri e colpi violenti per un uomo solo, e da vicino la commedia della morte. Più di un vizio era venuto a prestare il suo soccorso di commediante. Ora tarcisio sapeva solo difendersi, voleva essere solo. 

Passò del tempo. Pilchard lo perdonò nella sostanza, provò a dimenticare il suo indirizzo, e poi, giustificandolo, lo ricordò. 

-La memoria è un campo d’alberi da frutta, mica ogni anno dà le stesse pere. Dipende dalla pioggia, da come si è zappato....

-Botanico? gli chiese un ingegnere.

-No, giardiniere, gli disse Pilchard, ricordando la lezione di tarcisio. Ma il gioco era finito, Pilchard se n’era andato perchè senza di lui a guardarlo complice della commedia c’era solo il gusto amaro di chi s’accorge d‘essere senza spalla, cioè nessuno. Aveva smesso di essere il suo attore.

Ma forse tarcisio non smise mai di amarlo, e fu per questo che aveva tentato di demolirlo. Pilchard sapeva essere lieve, ma era cupo nel fondo. tarcisio lo sapeva.

Lo rincontrava sul tram, ogni tanto. Gli riappariva quel ragazzo alto, riccio, con denti strani che uscivano da labbra sottili, quando rideva. I fumi rossi attorno al sole della sera dipingevano tra i vetri sul suo viso ancor più l'eccitazione, e una barba rada gli faceva ombre nel viso. Aveva occhi scuri, incavati nel vizio di pensare, un colorito roseo da bambino. 

-Ma sì, istruiva tarcisio, di questo mondo paterno ridere sembra la medicina. tarcisio diceva che si cambiava dentro, ridendo. 

-Ma mio padre non ride, non cambia, diceva Pilchard, questo è il guaio. Non rideva suo padre dei suoi sberleffi, proprio no, anzi, si confondeva, e confondendosi biasimava e più ancora scolpiva le sue frasi e ammonimenti e poi il disprezzo. 

-Mi disprezza capito? Mio padre mi disprezza! Non lo vedeva da diversi anni. 

tarcisio annuiva, non diceva nient'altro, finchè il sospetto con cui aveva cominciato a guardarlo si cristallizzò in una meditabonda distanza con la quale sottaceva graziosamente il biasimo. In sintesi, lo giubilò.

Era lui a rimanere sul tram quando Pilchard scendeva, e poi spariva andando verso periferie dove ogni tanto anche Pilchard andava, fingendo di non cercarlo, senza incontrarlo, senza sapere dove mai si fosse trasferito ad abitare, nè sapeva cosa facesse, ma da ciò che raccontava capì che più che altro camminava. Dunque non seppe mai perchè l'amico l'avesse fatta finita con lui. tarcisio non gliene aveva mai parlato. Pilchard credeva che l'amicizia si potesse estinguere solo per motivi interni all'amicizia e si sorprese quando sentì dire

-tarcisio? e chi lo vede più. Quello è nei guai, sembra. Così, per evitarli, anche Pilchard decise di rompere con l'amico fraterno di quegli anni di libero apprendistato. Lo fece per imitarlo: tarcisio non lo seppe mai.

L’ultima volta parlò del mendicante.

Ai suoi occhi non c’era da compatire. Badava al concreto, la sua tecnica, seguirlo, imparare a chiedere e rubare. Il mendicante non era nobile, ai suoi occhi, era soltanto un tipo pratico. Pilchard non aveva mai smesso di ammirarlo.

Poi lo intravide sparire a bordo di quel tram che navigava tra le fate morgane dell'estate, fin dove la polvere sostituisce l'asfalto, i magazzini i negozi, e i campi separavano le fabbriche, i caseggiati, i centri commerciali dove a qualcuno riesce di non essere nè schiacciato dall’anonimato al punto di uccidere per avere un minuto di celebrità, nè marchiato da un nome dal quale sia necessario evadere, sparendo 

Pilchard credette che non l'avrebbe visto mai più, ma sentì spesso la sua presenza, che altri avrebbe chiamato la sua mancanza, o assenza, ma non Pilchard. Perchè qualcosa di lui era sopravvissuto, sopravviveva, era lì, con lui, una specie di monito a essere migliore, a spingersi più in là, a rinunciare all'idea di dover essere qualcuno, e per riuscirci finire con l'essere nulla, o un povero trombone. E così come l'aveva lasciato solo a divincolarsi nell'esistenza però non lo mollava.

 

 

 

 

 

4

 

 

Capitolo quarto, in cui si narra di come le notizie ferali, pur non giungendo all’orecchio, giungono all’anima e conducono nel lutto. Quando questo s’inarca fino a reggere il peso della colpa, essa conduce alla deriva, giù, sempre più in basso. Vai, Pilchard, che chi non sa cos’è l’inferno non riconosce poi le stelle. Ma le stelle: esisteranno le stelle?

tempo di lettura: un paio di giri di zapping, senza polemica. Che la tele ce l’ho anch’io, figuriamoci.

 

 

Quando suo padre morì, Pilchard non era in condizione di saperlo. Si stava ubriacando, come ogni giorno in un bar dietro la ferrovia dove a bere con lui erano rimasti solo gli ubriachi. Erano i soli a non guardare nel suo bicchiere. Gli altri non c’erano più. troppa gente che aveva fatto finta di non pensare per sé ci aveva pensato. troppa ambizione. Pilchard li criticava.

Quanto a lui, era uno che poteva ben stare da un’altra parte, invece stava lì. La pensava così anche il gestore. Lo chiamavano il barone, qualche volta il filosofo, Pilchard non capì perché ridessero. Quel bar lo prendeva sul serio, non c'era da fare contro questa discesa. 

Ogni tanto accendevano un televisore. Ogni tanto vedeva qualcuno che conosceva. 

-Sepolcri imbiancati, diceva. Ma erano sempre stati così, dall'inizio; solo Pilchard non se n'era mai accorto. A lui quella sembrava la recita meschina di gente che ha rinunciato. 

-A rinunciare io non ci penso. A cosa non volesse rinunciare erano in pochi a capirlo e sempre meno ad occuparsene. Lui stava al bar e gli altri stavano alla televisione a fare recite meschine. Ecco com’era. Discuteva di loro coi taxisti del posteggio di fronte. Diceva:

-Quello là lo conosco. Al bar lo guardavano. C'era chi gli credeva e chi credeva che fosse pazzo. 

Per far capire che non era pazzo Pilchard disse:

-Ora che tutti gli ubriachi di genio sono morti i sopravvissuti fanno come faceva mio padre. La gente si chiedeva chissà chi fosse stato suo padre per dire così. Era un bar di tristezza e solitudine. 

-L'esistenza disturba, diceva Pilchard ricordandosi tarcisio. Meglio ascoltare la musica generale. Quand'era ubriaco, ascoltava la musica generale. Stava seduto a un tavolo all'aperto. Le macchine, il traffico, le piante, pezzi di cielo, la gente entrava; Pilchard li salutava. Gastonferdinando, Gnagna, Caccola, Mortisia, Spritz. Pilchard andò ad aggiungersi alla galleria di quei miti senza storia.

tarcisio gli mancava. Invece di provare a essere Pilchard, provava a essere tarcisio. Era bravo tarcisio. tornava dal Messico o da Genova, e diceva che i capelli glieli aveva fatti un turco.

-La turchia è terra di barbieri, diceva. Quante cose sapeva. Lui non sapeva niente, fingeva di sapere. Che stupido, diceva. 

Quando gli girava così, Pilchard faceva discorsi. Non lo seguivano. 

-Cosa vuoi, qui siamo gente pratica. Studenti ne vengono pochi, e quando vengono smettono di studiare, come quel Marco. 

-Marco chi? 

-Marco. 

Marco era un ex militante rivoluzionario, giovane, grasso, aveva la barba, era uscito di galera. Stava seduto. 

-Mio padre era un rivoluzionario e io sono un rivoluzionario, disse. Non ci sono proprio ragioni perché sia diversamente. Mio padre è nato in questo quartiere ed è morto in questo quartiere. Veniamo al sodo, vogliamo uscire da questo quartiere. 

Gli piaceva ascoltarlo. Stava seduto lì, spalle al muro, le gambe in mezzo al marciapiedi, ogni sera da quando era uscito. Andare a quel bar era la prima cosa che aveva fatto uscendo; non se ne andava, non beveva. Voleva spostare il quartiere al centro della città. Di abbandonarlo non se ne parlava. Pilchard si avvicinò. 

-Bisogna cercare di stare in piedi dove ci si trova a camminare, disse, tanto per presentarsi. 

-Questo lo dicono quelli che vogliono che noi restiamo qua. Marco aveva i suoi argomenti e sapeva parlare con asprezza. Pilchard rispose, con altri argomenti. 

-tu sei più occidentale, io orientale, tagliò Pilchard. Era difficile dire chi avesse ragione, lo sapevano. Fecero tardi. Si salutarono con l'intenzione di pensarci. 

Pilchard tornò verso casa pensando di avere tenuto una stupida conferenza. Camminava, fermandosi ogni tanto a bere in certi baracchini aperti fino alle prime ore del mattino. Si trovava di fianco quei tipi mal definiti. Cosa facevano per vivere? Erano loschi i loro affari? Finalmente era un esule, immerso nella sua vita di esiliato. 

Così si trascinava, a benedire che la sua anima non fosse padrona del mondo. Con la solennità di un ubriaco disse: 

-Per l'anima non c'è premio. Si fermò. Lo diceva suo padre. Ancora non sapeva che fosse morto.

Il giorno del suo funerale lo passò disteso sul letto, a guardare certe macchie di umido che il sole colorava di una tinta violacea; facevano arabeschi di colore sul muro e Pilchard amava quel muro e guardarlo. Quando fu sera uscì.

Al funerale, si bisbigliò qualche discorso.

-Un uomo doppio, si può dirlo, adesso che è morto. 

-Doppio...doppio!

-Oh! gliene ha fatte a suo figlio di prediche, ma quanto a lui, superbia e turpitudini!

-E il figlio?

-E' cresciuto storto, malinconico e pigro. Poi è partito, dopo tutte quelle lezioni. Di lui non si è saputo più niente. Suo padre non l'ha mai cercato. Così disse il prete dietro la sua bara, giustificando il figlio il padre seppellendo. 

In quegli anni, il padre di Pilchard si era divorato di rimorsi. Lo avevano inseguito sul letto di morte, gli avevano donato un’agonia di passione. Davanti a quello spettacolo il prete venuto per l'estrema unzione pretese di rimanere solo col morente, e chiese a dio di perdonarlo per non sapere impartire esorcismi. Esercitò la pietà: davanti a questa il vecchio era parso finalmente chetarsi, ed era spirato.

Pilchard camminava. Si fermò a guardare un'edicola dal retro, donne nude con reggicalze bianchi, grosse lingue all’infuori e gli occhi chiusi. 

-Cercavi Osvaldo?

-Osvaldo? Che Osvaldo?

-Ah scusa, credevo che cercavi Osvaldo. 

Il giorno dopo era dietro l'edicola. Vennero in sette o otto, contavano mazzette, poi divisero. Divideva uno grosso coi baffi, a Pilchard venne in mente il barbiere turco di Genova incontrato da tarcisio in India, o in Messico, chi ricordava più. Quello deve essere Osvaldo. Seguì Osvaldo, aveva un bar. Un ragazzo pallido coi capelli lunghi chiese una coca con ghiaccio. Osvaldo lo fece entrare nel retro. Il ragazzo uscì, andò via veloce. 

-Una coca con ghiaccio. Fece anche Pilchard. 

-Che cosa vuoi tu? 

-Coca con ghiaccio, e una fetta di limone. Osvaldo si avvicinò al bancone fino a guardarlo bene in faccia, poi gli disse: 

-Adesso se non te ne vai di corsa ti spacco quella faccia da sbirro. Faccia da sbirro? Non gli sembrava. tirò via. Andò verso i giardini, chiedendosi ancora di quella faccia da sbirro e di Osvaldo. Arrivato ai giardini, ragazzi nel buio parlavano. Fuori da un bar ragazzi aspettavano in silenzio, li contò: sette, pallidi e stanchi. Pilchard si avvicinò agli altri, parlavano nel buio. Uno dal mezzo lo vide arrivare e gli disse cosa ti ha detto Osvaldo. 

-Niente di particolare, disse Pilchard, ma credo che abbia finito la coca con ghiaccio, lavora senza licenza? Ridevano

-La licenza, sì... Gli guardarono le scarpe. 

-Quelle sono scarpe da sbirro. Comunque a me non frega niente, sono schedato. Scarpe da sbirro? Faccia da sbirro? Avete quella cosa? Sì, ne voglio un pò, non tanta, un pò; fai tu. Pilchard provò quella cosa ma dal naso. Morirai di naso, gli disse. ti verrà una nasa da Pinocchio e morirai di naso. Devi fare così. Si strinse la cinta al braccio in una cinquecento color crema. No così no, così domani. Domani, domani, chi se ne frega di domani. Stasera; non domani. Avviò la macchina e quello gli disse che lui era Domenico, e se questa cosa la provi non la scordi. Si smette e si ricomincia. No io smetto, disse Pilchard. tseee! fece Domenico. 

Domenico scese dalla macchina per telefonare. 

-Maria...ascolta Maria...cazzo Maria ascolta...no che non ci sono andato Maria...Maria...Oh Cristo...ti amo Maria...non è che adesso sono fatto e allora ti amo perché sono fatto. Non sono fatto...ti amo, Maria! Maria...domani ci vado...a lavorare Maria...ci vado...lo giuro Maria... Domenico aveva detto settecento volte Maria. 

-telefonavo a mia moglie, disse Domenico. Si chiama Maria. 

-Un bel nome Maria, disse Pilchard. Pensò che fosse simpatico, ma stava male. 

-O la reggi o non la reggi, inutile parlare se poi non la reggi. Io adesso giro tutta la notte. Pilchard gli chiese di portarlo a casa. 

-Non andarci da Osvaldo, vai da Poldi e Pezzoli la prossima volta. 

-Poldi e Pezzoli? 

-Li trovi al bar di fronte a Osvaldo. Cazzo! avrannno quattordici anni. Se mio figlio a quattordici anni...cazzo! lo ammazzo. Non ci credi? Lo ammazzo.

-E Poldi e Pezzoli, come li riconosco? 

-Giocano a carte, minchia! Giocano sempre a carte, quei due. Avranno quindici anni. Ciao Pilchard, dacci dentro. 

C'era gente che ci dava dentro più di lui. Pilchard ci diede dentro. Andò da Poldi e Pezzoli. Gli dissero seguici. Dove si va? Zitto. Giravano a destra e sinistra e si guardavano intorno. Lo portarono su per scale, corridoi, altre scale. Una scala così piena di donne che guardano nelle scale non l'aveva mai vista. Abiti qui? Mia madre è al lavoro, zitto. Dacci la cento

-La cento no, la cinquanta. Al massimo trenta

-tanto ne hai bisogno anche domani no? 

-No che non ne ho bisogno. 

-Ne hai bisogno, ne hai bisogno... 

-Sì, ne ho bisogno. tieni la cento. Ecco qua per servirla. Per servirla? Non è poco? E' tanto, è tanto, ecco qua. Anzi, lo sgobbo. 

-Cosa fai? Ma quella è mia ti ho dato la cento. Quella adesso è cinquanta anzi trenta. 

-Non volevi la trenta? Zitto. Minchia Poldi...non fare quella faccia! Poldi...non rompere l'ago, se rompi l'ago lo sai cosa ti succede? succede che muori, se rompi l'ago. Mi danno dieci anni. Dieci anni Poldi, tu non sai cos'è la galera...minchia Poldi, tu sei assatanato. Dovevi vedere cos'è la galera...la spada la tieni sotto il cuscino, la pulisci, la lavi...è la tua spada capito? ci si fa in cinque in galera, con quella che ti sei fatto stasera...Poldi...Poldi...Cristo Poldi.

Pilchard guardò a lungo quelle facce che sbiancavano, qualcosa li abbandonava. Stavano al bar, di pomeriggio. Li trovava che giocavano a carte. Polli come lui ce ne doveva essere in giro, con le scarpe da sbirro. Ora sapeva dove cercare e trovare. Sarebbe tornato. Pilchard li lasciò lì. Non era un bello spettacolo. Poteva dire di averlo visto. Potevano essere morti. Scivolare verso il basso era bello. 

Fingere, prendere il tram, fare la spesa, cercare di dominarsi i nervi, quello sforzo è la cosa più importante che un uomo possa fare. Si chiuse in mutismo e solitudine, pensò a santagostino. Si chiese come dio avrebbe preso in considerazione quel dolore nella sua insondabile giustizia, smetteva da una parte e ricominciava dall'altra. Beveva. 

Fece riflessioni sul desiderio, sul piacere, sulla castità e sulla purezza. Soprattutto sul piacere che sta nel desiderio. Ne trasse motivi per digiunare, ma non gli riuscì di razzolare ciò che predicava. Sembrerà idiota, ma funziona così: l'incontinenza come premio per essere riuscito a contenersi.

Quando scendeva la sera un richiamo lo portava verso la periferia. Certe strade, quartieri tutti uguali, casamenti che aveva visto un tempo sfilare dai tram credendo che non potesse abitarci nessuno. A sera quei lampioni, le pozzanghere, a primavera quella luce che si rapprende nel cielo come una gelatina azzurra, una medusa che avvolge la città, una placenta gigante che traballa nella volta facendo ondeggiare tutta la luce. 

La notte la si sconta di mattina, il pomeriggio è un afasico attendere di rinnovarsi il permesso. 

Il giorno che cominciarono a cercarlo per dirgli di suo padre era sfatto e sfinito. Si trascinò barcollando e cadendo più volte per un calvario di scale, su, fino all'abbaino che non pensava di lasciare. Le sue letture erano peggiorate, il suo corpo un immondezzaio che nessuno ripulisce da anni. 

 

 

 

 

 

5

 

 

Capitolo quinto, nel quale, come a volte succede, il buon dio regala ai mentecatti uno stipendio. Egli lo guadagnò, frugando tra i ricordi di scuola. Omnia munda mundi, ed omnia scholae, scholae. Poi venne una donna. E dopo la donna, come si addice a chi abbia riletto il Libro come Pilchard in modo fantasioso, venne un uomo.

tempo di lettura: un mistero del rosario, per chi ne sappia qualcosa.

 

 

La slava si affacciò alla porta udendolo salire e prima che Pilchard la potesse vedere, la richiuse. Pilchard riuscì a entrare, vergognandosi che le sue imprese si fossero ridotte al successo di saper tornare a casa da solo. Si distese sul letto, dove i dolori del suo corpo lasciarono il passo ad altri assai più tristi: tutto era rimorso e rancore, tutto era meritato, non c'era più tempo. 

Si addormentò, e si concesse al suo sogno: gli dei buffoni tornavano per giudicarlo. Gli parve di doversi concedere a un tale supplizio. Non trovava giusto né assolversi, né tentare di evadere. Un esercito in bianco e nero avanzava al passo dell'oca passando sotto a un'immensa panchina con le ruote. Pendevano due enormi piedi, sopra i quali gli sarebbe stato difficile salire. 

Pilchard si nascondeva di lato a una delle ruote e chiedeva a un ometto piccolo che sbirciava appoggiato a un raggio: chi sono?

-Gli dei buffoni! bisbigliava l'ometto. Pilchard alzava gli occhi fino a quell'uomo enorme seduto in panchina. Era un uomo di bronzo. Vedendolo rideva. 

-Mio padre! gridava. Pilchard si risvegliò, e restò su quel letto. 

Quando la slava si accorse che dalla casa di Pilchard non veniva rumore, chiamò un medico. Il medico venne, sui sessant'anni, una barba curata, era piccolo, magro. Lo curò come si cura un giovane disperato, con affetto e rigore. 

tornò spesso a trovarlo, e quando Pilchard pensò di poter fare a meno di lui, glielo disse e lo ringraziò. 

Pilchard riprese a uscire. La città gli apparve incupita, cominciò il nuovo affanno di tentare di rendersi ragione del perché vivesse lì. 

Passò una notte girellando tra i capannelli dei giocatori di tre carte. Quando sentì che gli dicevano sbirro, si allontanò. Perché gli dicevano sbirro? Né al bar, né Osvaldo, né Poldi nè Pezzoli, forse nemmeno Domenico gli aveva creduto. Nemmeno i giocatori di tre carte, che gli chiedevano solo d’essere un giocatore. 

Quelli lavorati dalle strade hanno buon fiuto. Pilchard fingeva, se n'erano accorti. Aveva finto la vita e adesso fingeva la morte. Avrebbe anche potuto morire, ma fingeva. Chi lo prendeva sul serio? Pilchard. Attraversò i tunnel bui sotto i binari che portano treni via dalla stazione. Era il solo ad amarli. Si ritrovò davanti al bar di Marco. Era mattina, il bar stava aprendo, Marco era lì.

-Hai attraversato ancora quel tunnel... tu passi sotto quel maledetto tunnel e poi esci con quella faccia. Cosa ci trovi poi sotto quel tunnel? sa dio. ti interessa un lavoro? Pilchard sentì uno schiaffo che gli raggiunse le interiora. 

-Cercano un insegnante di religione nella scuola dove faccio il bidello. 

-Religione? Io? Religione?

-E' una scuolaccia. Prenderebbero me, se non fossi già bidello.

-Non ho dormito 

-Pilchard, smettila di pensare, lavati e seguimi.

Pilchard si trovò a insegnare religione a quei ragazzi della periferia che non distinguono un ebreo da un nazista. Nessuno, in quella scuola, era in grado di riconoscere un insegnante di religione da uno scavezzacollo. 

Non che facesse nulla di serio per non mentire sul proprio conto, ma l'idea di farlo con quei ragazzi gli dava un certo disgusto. Cominciò ad andare avanti e indietro per le aule. 

Dal giorno che divenne un insegnante di religione fu un insegnante di religione. Lo fu a suo modo, ma nessuno se ne accorse. 

Raccontò favole piene di orrori e di bellezze. Le lotte dei santi coi demoni, l'ispirazione dei pittori che pittavano con libero amore le loro madonne, il sacrificio di Michelangelo che si distrugge per fare la Cappella Sistina, i tormenti di Agostino, che non si era rifiutato alla conoscenza diretta del peccato, la nobiltà di Paolo, che sapeva di dover morire eppure scrive ai romani la lettera che lo condanna, la magia di Nicodemo, che nasconde nel proprio cuore la sua fede in Cristo, e nel proprio nome quello del demonio. Le visioni della teologia medievale, che spinse gli uomini a figurarsi il paradiso e l'inferno, e a provare pietà per le anime purganti, 

-Così vicine a noi, nostalgiche del mondo e di dio, al medesimo tempo. Ricordati di me, che son la Pia. 

Di questo traffico di parole quei ragazzi pallidi e silenziosi non intendevano molto, ma ci sentivano una certa forza. Stavano ad ascoltarlo fingendo di capire, affascinati da quei racconti del fuoco e delle nuvole.

Per alcuni mesi continuò così, finché non venne convocata una riunione nella quale si sarebbe dovuto dire chi era promosso e chi bocciato. Pilchard aveva detto troppe bugie, sulla sua anima e sul suo stato giuridico. Voleva evadere. Si infuriò prima per come parlavano di loro, non sono mica vitelli, poi perché nessuno l'ascoltava. Volevano andarsene tutti, all’estero o in montagna, giù al paese, al mare.

-Non ho finito dio boia! gridò. 

-Ma lei, che insegna religione! Va bene tutto, ma bestemmiare insomma!

-Va bene nulla e non è una bestemmia! Gridò. E' un'invocazione! Che dio tragga da questo suo attributo l'ispirazione a scendere e fare giustizia di questo squallido negozio! 

Intervenne il preside e disse: 

-Non ci aveva mica detto lei di essere luterano quando si offerse per ricoprire questo incarico. Ma comunque, vada: la scuola è aperta al contributo di tutte le religioni. Resta il fatto che per oggi le consiglio di raccogliersi, e di pregare. La discussione riprese, e si cercò di fare come nulla fosse successo. Rimase però la sensazione in tutti che quando Pilchard avrebbe preso la parola, ci si doveva preparare a fare come non stesse parlando.

Più tardi Pilchard rimase a far due chiacchiere con quello che si indignava per via delle bestemmie. Parlarono d'altro. Pilchard non era disposto a scusarsi, ma voleva dirgli che rispettava il suo lavoro. Poi gli disse 

-Non voglio offendere i cattolici. Dio è una parola ma ci sono persone a cui basta. Aveva rispetto, per le parole. 

-E quando ti sei convertito al protestantesimo? Insegnava matematica. 

-Verso i quattordici anni. Avevo ancora una fede, ma non volevo più chiamarla a quel modo. Non avevo mai smesso di cercare dappertutto. Ma la verità è che noi non ne sappiamo nulla. E quel che ne veniamo qualche volta a sapere, non può che farci terrore! L'insegnante di matematica lo fissò, e non aggiunse altro. Pilchard apparteneva a un altro mondo; nel suo vigeva lo sforzo di sottoporre tutto al calcolo. Faceva caldo, buona scusa per congedarsi. 

-Ci rivediamo a settembre.

-Già, a settembre. Fece Pilchard con l'aria di chi non sa se a settembre sarà vivo. La sua immaginazione era forte, ed era riuscita a figurarsela un'esistenza nella quale le preghiere, che aveva letto ai suoi studenti come buoni esempi letterari di monologo, non erano le difficili interrogazioni rivolte a se stessi, ma a qualcuno che questo brusio delle anime lo intende, e qualche volta forse si spinge a una risposta. Camminava per il cortile della scuola e faceva un gran caldo, ma Pilchard pensava al matematico. 

Uscì dal cortile dopo vari giri in tondo che innervosirono il custode, ultimo di tutti da quell'edificio fatiscente. Nei muri sgretolati vedeva l'anima dei muri e nei muschi che si attaccano una lotta tra il cielo e la terra. C'era pieno di nuvole e di vento, qualche giallo e dappertutto grigiori. 

Andò a casa, il suo lavoro era finito. Si distese sul letto e dormì pensando a com’erano tristi le vacanze, sono come la vita, si va si va si va finché si resta soli. Il giorno dopo dipinse. Un deserto con una lacca rosso scura, quando fu asciutta striò sopra la lacca dei grigi e dei gialli, lievemente dipinse quel cielo pieno di nuvole e davanti alle nuvole, a pochi metri da terra e a pochi metri dal cielo, un enorme orecchio in quella povertà. Quando ebbe finito lo portò al bar, dove nessuno sapeva che Pilchard potesse dipingere. 

-E cosa vorrebbe dire quell'orecchio? chiese il barista appoggiando i gomiti al banco per meglio guardare. 

-Direi che dire non vuol dire niente. Semmai vorrebbe ascoltare. Un venditore di liquori scoppiò a ridere e disse: 

-Allora d'accordo, va bene, ma cosa significa?

-Non saprei. Forse la situazione di dio questa sera.

Una ragazza che sedeva lì per caso disse: 

-te lo compro.

-Comprarmelo no, ma se vuoi te lo regalo, ma prima devo farti il pacco, e prima del pacco si deve asciugare, e ci vorrà qualche giorno. Non capisco proprio come a qualcuno possa venire l'idea di comprare un quadro. Si regalano, i quadri!

-Io credo che bisognerebbe pagarle le persone felici. Soprattutto quando la loro felicità è solo troppa malinconia. Mi piace l’arte povera, sia detto per spiegare.

-Bada a come parli! le disse Pilchard. Era un avvertimento sincero.

Camminavano. Stavano andando a casa sua. Lui le diceva i nomi della gente che abitava dentro i portoni, era convinto che questo si sarebbe aspettato, i nomi della gente. 

-Perché sai tutti i nomi della gente, Piltard? gli chiese. 

-Perché non esco mai da questo quartiere. E' il più sordido e centrale della città. Sordido e centrale. Così doveva essere il suo quartiere e la sua casa. 

-E perché non esci mai?

-La periferia mi fa paura. Ho sempre paura che se ci vado ci sia qualcuno che se la gode senza di me, là al centro.

Chiese a cosa pensasse. 

-Alla democrazia. Rispose. Era l'unica cosa vera che le disse, compresi i nomi della gente che si era inventato. Ne fu delusa, gli chiese perché. Pilchard non le rispose. 

La casa di Pilchard era sempre la stessa, lei chiese di dove venissero quei mobili che trovava strani ed eleganti, così fuori posto com'erano dovevano essere arte povera. Dentro un pianoforte sfondato c'erano pentole e libri, aveva appeso una rete matrimoniale al muro e ci appendeva vestiti con grucce di plastica di terza mano. Davanti alla finestra una panchina del parco, ma alla parete di fronte c'era un divano del secondo ottocento, tronfio, languido e sfondato ma divino. 

-Sia quel che sia, gli disse, dato che l’artista collettivo qualche volta è anche inconscio, possiamo dire che questa al di là delle intenzioni è arte povera. Anzi, io mi spingerei volentieri a dire che l’arte povera può dirsi veramente tale solo se l’artista non sa di esserlo, il resto sono imitazioni, si dovrebbe parlare in questo caso di citazioni, e se pensiamo al movimento citazionista per eccellenza, beh gli artisti che fanno arte povera costituiscono una corrente del post-modern. Non è forse così, sei d’accordo vero Chilcard? Per quanto significativa, restano una corrente, ormai del tutto lottizzata del resto. Si pensi a titorelli...dove sarebbe adesso titorelli senza Davicobonino?  Sai, mi chiamo Marta. E gli allungò la mano con un tal sorriso che Pilchard dimenticò quel suo discorso.

-Beh adesso che ci siamo presentati me lo potresti dire, Chillpard, se la tua, insomma la tua creatività, sì dico la tua vita visto che fai della tua vita un luogo d’arte, uno spazio mentale, un cronotopo dove nulla è lasciato al caso, anche se il caso sembra, ma sembra poi? governare la tua esistenza quotidiana, E’ arte povera? possiamo definirla così? O non sarebbe meglio dirla arte quotidiana? non sarebbe meglio, più appropriato intendo? anche per distinguerla dal design, voglio dire. Sai Millchard... i nomi sono importanti...io ad esempio credo che esista un dio del quotidiano...

Pilchard a quelle parole di nuovo provò un grande fastidio, una voglia che se ne andasse e lo lasciasse solo, così sarebbe potuto tornarsene all'osteria. 

-Mi servo in una discarica poco lontana da qui. C'è roba bella. Mi piacciono le cose che sono state di qualcuno e non sono più di nessuno. Antwat...mi chiamo Pilchard. Le cinse i fianchi e la baciò. Lei disse 

-Pilchard, sei sfondato e ti devi curare. Si addormentò chiedendole se sarebbe stato possibile rivederla, pur non perdonandole di avergli chiesto se quella fosse arte povera, e quell'aria di sapere tutto di tutto, e di avergli chiesto di comprare quel quadro.

-Pagarmi per avere fatto qualcosa. Figuriamoci. Però gli era piaciuta da impazzire.

Il mattino dopo era venerdì. Un uomo severo, di una certa età, elegante, tradendo l’imbarazzo di trovarsi a cercarlo proprio lì, bussò alla porta della vecchia slava sopravvissuta chiedendo se Pilchard abitasse quel palazzo. 

La donna non l'aveva mai sentito chiamare al modo in cui l'uomo l'aveva chiamato, ma disse che un giovane di quell'età abitava là di fronte, poteva essere lui. L'uomo bussò a quella porta, e dopo avergli dato il tempo di svegliarsi, ribussò. Pilchard andò a lavarsi la faccia nel lavandino della stanza da letto, cercò di pettinarsi e poi rispose. Aprì, e si trovò di fronte il notaio di suo padre.

 

 

 

 

 

6

 

 

Capitolo sesto, nel quale accade che una casa abbandonata stia ritta a conservare vecchie memorie, mentre gli alberi crescono, i padri incupiscono, le cose si mescolano, i figli raschiano nel fondo del barile.

tempo di lettura: due toast con la nutella, una tazza di latte con l’ovomaltina.

 

 

 

La ditta di suo padre era stata chiusa e liquidata molti anni prima, poco dopo che Pilchard se n'era andato. Alla lettura del testamento un uomo magro e sorpreso, che si trovava ad amministrare i fondi di un orfanotrofio dove venivano insegnate abilità manuali e altre nobiltà che Pilchard conosceva a stento di nome, ascoltò che i proventi finanziari di quella liquidazione erano stati devoluti dal vecchio a quell'ente morale senza fini di lucro. Quando Pilchard l'aveva saputo non se n'era sorpreso.

-tuttavia, aveva detto il notaio con comica deferenza davanti all'erede solo parzialmente diseredato che gli stava muto di fronte in attesa che la lingua gli si storcigliasse in quella tarda mattina di febbraio

-tuttavia Vostro padre ha voluto essere benigno con Voi, e Vi ha lasciato la casa, e tutti i mobili, e i quadri, e alcuni gioielli già di proprietà di Vostra madre. Pilchard che sua madre non l’aveva mai conosciuta non sospettava che qualcuno al mondo gli potesse rivolgere parole costellate di Voi. Si mise a ridere, gli uscì un riso idiota e se ne vergognò. E della casa si vergognò. E in poco tempo, guardando quel signore imbarazzato che non aveva accettato la sedia e maneggiando le sue carte controllava che posandole sul tavolo non si macchiassero e gesticolava spiegando cavilli che a Pilchard facevano suonare la testa, gli accadde di vergognarsi di tutto e di insultarsi perché provava vergogna. Ma cosa poteva difendere? 

Il mondo che il notaio era venuto a ricordargli era riuscito a sopravvivere anche senza di lui. Anzi Pilchard seppe che in seguito avrebbe avuto a che fare solo con suo figlio, dunque c'erano figli che seguivano le orme dei padri, e il figlio del notaio faceva il notaio. Guardò per terra, sotto il secchiaio alcune bottiglie vuote e una damigiana da ventitré litri che si proponeva di imbottigliare da un giorno all'altro e che tentò col piede di occultare dietro una tenda di plastica che non si era mai peritato di cambiare: anni di sughi e rigovernature assai periodiche di piatti avevano lasciati segni dei quali, Pilchard pensò, ci si accorge solo in circostanze come queste. La casa, il vestito, la persona, Pilchard maledì che quest'uomo venisse a fargli da specchio e si fregò un occhio. 

-Certo che non capisco come uno come Voi abbia potuto ridursi a questo modo. Sono due mesi che Vi cerco. E lo aveva detto a un modo che Pilchard gli ripropose la sedia, che doveva essere stanco. Poi sentì un giramento di testa, nel corso del quale balenarono risate di gente conosciuta, ridevano, avanzavano verso di lui, in mezzo a loro rideva tarcisio, venivano alla stazione e venivano a salutarlo, lui stava insieme al notaio e faceva finta di non vederli, e mentre dicevano 

-Pilchard si è saputo che te ne vai a ereditare... Pilchard si girava arrossendo e il notaio diceva: 

-So, so, che Vi chiamano a questo modo bizzarro. Poi capì la cosa grave davvero: adesso possedeva la casa dalla quale era scappato.

Così, dunque, era oltre quell'orlo di colline che era vissuto con suo padre.

Si era vestito in modo che giudicava di una sobria eleganza, equivocando, e aveva preso un treno. 

Non erano più di trenta chilometri quelli che era riuscito a mettere tra sé e la casa del padre, ma non ci era mai tornato. Due suore sedevano davanti a lui, e una signora venuta in città a visitare un parente, e uno studente, e una ragazza elegante. Esibivano l'espressione di quelli che hanno visto cose che non avrebbero saputo raccontare senza un certo scandalizzato disprezzo, e una cadenza dialettale di cui Pilchard si era dimenticato. Dunque lì si parlava ancora a quel modo, aprendo nel tentativo della lingua nazionale sforzatamente le vocali che nel dialetto rimanevano occluse dalla diffidenza, e là dove non riusciva l'apertura regnava onnivora la dieresi, sopra vocali, consonanti, parole intere da secoli inghiottite. 

Così anche lui aveva parlato, da quell'accento aveva tentato di dimettersi e ora gli ricadeva addosso senza più ferirlo, smuovendolo a una torpida, inconfessabile, stupida nostalgia. Di fianco a lui sedeva il notaio, che leggiucchiava una gazzetta mentre Pilchard voleva fumare, ma sentiva la sua mano destra dentro a una manetta che lo legava a quella sinistra del notaio. 

Questa è la via questa è la casa questo è il giardino, si recitò come un ebete finalmente solo a bordo di un taxi. 

-Mi lasci pure qui, disse, quando fu all'ingresso della via. Come un tempo, quando tornando a casa si vergognava d'averlo preso e faceva gli ultimi cento metri a piedi, per far finta d'essere venuto con quelli, confabulando tra sé sulla propria pigrizia: spesso gli aveva fatto preferire il vuoto delle tasche allo stento di aspettare un autobus. Lì lo salutò il notaio.

E la casa gli apparve. Esitò davanti al cancello come davanti a uno scherzo. Era vigile e sobrio, ma suonò due volte il campanello e attese a lungo prima di cercare nelle tasche le chiavi che il notaio gli aveva consegnato. 

Non c'era proprio nessuno. Suo padre era proprio morto. 

Il portachiavi era il suo, una U chiusa da una vite di ottone. Per quanto non fosse l'unico modo di leggere in quel segno, vi lesse una postuma volontà di vendetta: suo padre dunque l'aveva conservato, e ciò che era stato un atto d'amore si modificava ora nel segno di un rancore cui non c'era rimedio: io ti ho ricordato, tu no. Così si annunciava l'anima di suo padre sulla soglia di casa. Pilchard decise di rimanere in giardino. E cominciò così l'inevitabile doccia di ricordi.

Le betulle. Erano le tre del piovigginoso pomeriggio di febbraio, e le piante erano cresciute nobilmente, in dieci anni. Erano queste a dargli il metro del tempo, e vicino a loro provò a sentirsi cresciuto, si toccò la faccia come toccasse la corteccia di un pino secolare o una magnolia. Era cresciuta magnificamente, la magnolia. Più avanti siepi di ligustri, acanti, abeti nani, pioppi. Un eucalipto, si voltò, l'acero rosso; era bello dal nome al rumore delle foglie, e mentre un tempo si sarebbe rotto, adesso poteva salirci, con un libro, come aveva progettato di fare e non l'aveva mai fatto. Poi vide le betulle. 

Il giorno che erano state piantate. Vago sorriso di suo padre nel vederle finalmente reggersi al vento, facevano uno strano rumore con la brezza, un giorno un ramo che guardava crescere gli avrebbe permesso di entrare nottetempo nella sua stanza. Era stato tagliato. 

Ma erano grandi e malinconiche, leggere come un ragazzo gracile convintosi a dover crescere forte a malincuore. Aveva creduto di essere simile a loro, ma si erano intestardite nel crescere forti, provò vergogna. Sull'erba del prato aveva visto il sangue di combattimenti di cani. Orfani di una madre fuggita a morire in un altro quartiere, dove i poveri non avevano pietà per gli animali, abituati a vedere un pò di morte al giorno. La cagna non era mai tornata, i cuccioli si azzannavano in giardino, feroci di gelosia. 

I magazzini. Poi la vigna, piantata quando già se n'era andato dove sorgevano un tempo i magazzini. Aveva visto solo le macerie, li avevano distrutti poco prima, questione di tasse, per quel poco che capiva, e quelle macerie aveva trovato belle ed era incorso nell'errore di dirlo. 

-Che stupido! Belle quelle macerie. Domando io, che stupido... ma stava facendo la valigia. Ci mise anche quello. Che stupido. Dietro alla casa le colline. Bruciavano spesso. 

Dal terrazzo con un caffè all'imbrunire, guardando anche il cielo. Bruciavano spesso, coloravano il cielo. E l'ambiziosa cameriera, sotterrando sua esplosione interna nel vedere le luci lontane delle fiamme: "Cosa fai guardi il cielo? Che stupido". Che stupido. Anche la cameriera. 

Si era poi montata la testa, quella, andando a servizio da nuovi borghesi più ricchi. Un giorno era tornata visitando, e aveva detto qualcosa in francese insieme ai complimenti per la casa, boudoir o petit chambre des enfant o salle a manger o qualcos’altro, non ricordava, si era guardata attorno col rancore di chi aveva speso degli anni in un posto non all'altezza, i migliori si sarebbe detto dal disprezzo che ostentava, o forse il posto era un pò più triste delle sue ambizioni: sognava un matrimonio borghese, aveva poi sposato uno con un negozio di bombole di gas.

Aveva una bellissima sorella, costei, con una grande chioma nera, e profondi occhi turchesi. Camminava Pilchard, ci pensava Pilchard. Aveva provato la sua forza, tentando di stringerla in un campo. Si era divincolata, lui l'amava. Anche lei, ma lui aveva dodici anni, lei diciotto. Aveva saputo che era morta in un grande tormento e dolore di tutti, quella ragazza così bella rovinata dall'alcool, stretta in un matrimonio con un marito forse non cattivo, ma non la capiva. Era sulla soglia di casa, e non si ricordava il suo nome. 

Il salice. Era un bel nome, questo lo ricordava. Ma non Felicita, che fu il nome che gli venne in mente mentre scendeva nuovamente i viali, prese a sinistra, un salice piangente, una pozza, un ruscello. Si era seduto spesso sotto il salice, da bambino, guardando l'acqua, dalla quale si era sentito attratto, e poi l'aveva scelta, per un'estate, sentendosi libero. 

Era stato molto tempo a guardare i marinai salire e scendere da vecchie barche con le vele di cotone, credendo di imparare guardando. Poi ne aveva affittata una, lasciando soldi e documenti al proprietario di tutte le barche, dicendogli sì, so fare, adesso ho imparato. Aveva messo il piede nella vecchia barca con una sola vela macchiata di ruggine, e si era spinto in quel verde, cupo e salmastro, e seppe di non poterne ricevere alcun male. 

Come si chiamavano? Le scotte, la barra del timone, aveva guardato le vele e avanti, si era sporto, aveva lasciato che l'onda gli bagnasse i capelli, si era spinto al largo dove i rumori non hanno nulla di umano e dicono della profondità: l'abisso, o l'anima, poi si era rotto in un grido che aveva cercato di forzare all’armonia. Si era spinto dove le onde salivano, più alte, e i pensieri salivano, più alti, e come fosse dalle onde che salivano  allora pensò: all'ordine naturale che a volte riusciamo solo a dire come caos. Era stato su quella parola, caos, che un'onda più grande di altre era entrata nella barca già inclinata, rovesciandola. Era entrato nell'acqua come tornasse di dov'era venuto e gli era mancato il respiro. Aveva raggiunto la barca rovesciata, c'era salito sopra come un naufrago e non gli era venuto in mente né di provare a raddrizzarla né di chiedere aiuto. Si era lasciato portare, come dovesse andare da nessuna parte. Era livido di freddo, tremante fino alle ossa, ma era dove voleva. Sì, a Pilchard piaceva la deriva.

Pilchard seduto sotto il salice con vergogna si confessò questo episodio non brillante. Quando l'avevano ripescato davanti ai marinai si era dovuto giustificare:

-Un'onda, disse, e poi: uno scioglimento delle profonde tristezze al gran delirio incomprensibile marino. Per questo non riuscivo a rientrare, l'onda...

-La deriva non fa per te, gli dissero, dandogli il documento, il portafogli, il conto da pagare.

L'atrio d'ingresso. Girò la chiave nella toppa e risentì il rumore che ascoltava tremando quando rincasava nel cuore della notte. Un rumore secco, si poteva smussarlo usando l’attenzione che non era mancata alle sue mani da ladro. Si trovò in un atrio male illuminato, da sempre. Sotto le scale dei giochi solitari: un triciclo di latta rossa, una palla che aveva lasciato molti cerchi sul muro. 

-Hic sunt leones, disse. Qualcosa aveva studiato. Le scale di marmo su cui sedersi, su cui sedeva, su cui rifiutò di risedersi. 

Le scale. Fredde, squadrate, mai belle scene, su quelle scale. 

Le saliva, di ritorno da un viaggio, la faccia di suo padre, tre scalini più su, naturalmente. Viaggi poi non ne aveva fatti più, visto l'andazzo, con un amico che si stava ammalando, una cisti al cervello, si gonfiava e premeva. Aveva febbri altissime, attacchi, diventava furioso, era forte, lo picchiava.

Ma lui l'amava dal giorno che aveva ballato appoggiato alla spalla di una donna giovane e timorata che avrebbe voluto amare, lei si guardava intorno imbarazzata e continuarono a ballare così, lentamente, lei lievemente preoccupata e lui sembrava un bimbo mentre altri ritmi, trionfavano, e attorno a loro succedeva di tutto, continuò così anche quando Pilchard mise sul piatto twist and Shout e quando la festa fu finita, se n'erano andati tutti, solo lui, la ragazza, un Pilchard giovanissimo cambiava i dischi con un vestito doppiopetto a righe marron poggiato alla parete e un'altra babt blue, che amava, e uscendo aveva chiesto senza attendere la sua risposta:

-sei tu il cambiadischi? Il giorno dopo egli l'amico aveva ucciso un cane con un pugno. 

Aveva riso guardandolo morire e si era messo a recitare una poesia in francese, alzandosi, guardando il cielo e accendendo con mani legnose una nazionale esportazione senza filtro, tra le dita ossute, callose, sporche di nicotina, aveva indosso un'impermeabile blu, da tranviere. Poi andò a bussare agli usci chiedendo una vanga perché gli era morto il cane. Così diceva.

Pilchard lo amava perché era tetro e cattivo, nella sua testa stava sempre piovendo, rideva, aveva uno strano modo di fare, difficile da capire perché non voleva dire niente. 

Durante il celebrato viaggio non aveva mai parlato. Aveva però scritto, una sola cartolina, a sua madre: 

-Pilchard mi tratta con grande gentilezza. Ma io godo nel maltrattarlo. 

Solo quando l’aveva saputo, mesi dopo, si era sentito liberato. Perché Pilchard era gentile con lui? Pilchard si domandò fermo sulle scale.

 

 

 

 

 

7

 

 

Capitolo sette dove la casa diventa, alla Bachtin, gelosa custodia dell’immobilità del cronotopo. Ma cronotopo de che? forse de la memoria, o del disordine che reca. Ah come sarebbe meglio che l’anima imparando rimanesse pura! cioè vuota, insomma!

tempo di lettura: Pasteur-Conciliazione, se ben ricordo.

 

 

Mario viveva con due vecchi zii causa emigrazione in Isvizzera dei genitori che diceva sempre di avere non creduto, e raccontava di mangiare il pesce a mezzanotte, guardando la tivù, anche programmi proibiti, oooh, avevano fatto tutti, e Pilchard aveva detto Fate schifo, e Mario è cattivo perché così lo meritate, perché è meglio di voi e uno meglio con voi a guardarvi diventa cattivo. 

Frequentava i ladri e i preti, a quel tempo. Ma non sapeva farsi il segno della croce e il catechismo. Bocciato, niente comunione. Pilchard ha messo il dito nella piaga aveva detto la maestra, quanti anni fa? Gli piacevano le piaghe e anche metterci il dito, e poi godeva a fare vergognare i bimbi buoni. Raramente qualcuno era stato d'accordo con lui.

 

Seconda rampa. Salì e girò verso la seconda rampa, era stata proprio lì, la scena sulle scale. Cos'era successo? Non ce l'aveva fatta più, era tornato. Una notte l'amico suo aveva preso a calci un proletario inglese che ce l'aveva con lui perché veniva e rubava lavoro, così dopo spiegazioni e analisi marxiste ci fu una partita di calcio inglesi contro tutti, anche un arabo e un cecoslovacco venuti alle mani per ragioni di alleanze arabe con l'urss, era notte e avevano giocato senza luci, la palla sgusciava dal buio, te la trovavi di fronte all'improvviso, partita nevrotica, pensò, all’inizio del secondo tempo all'amico gli era ripreso lo stesso disturbo, era stato dopo un colpo di testa, aveva ripreso a calci quell'inglese che stavolta l'aveva scazzottato con gusto, gli erano risalite le febbri al pensiero che ci fosse qualcuno capace di dargliele, Pilchard cercava di spiegare, fermo! gridava! ma quello non voleva sentire ragioni, picchiava anche Pilchard. Li avevano espulsi. tutti e tre. 

Avevano contato sterline e giorni e avevano preso la stanza numero due in un bed and breakfast giù nel Kent. Sarà stato per la febbre o la malinconia di non essere il più forte ma quella notte l’amico l'aveva preso per il collo urlandogli di sbattere fuori quel proletario pezzente di un inglese e Pilchard aveva detto Basta, torno. 

Era tornato a casa senza pensarci, a suo padre, ma quello era tre scalini più sopra: 

-Perché sei tornato? Non si lascia un impegno a metà, si rispettano gli accordi presi. 

 

Il bagno. Pilchard era in cima alle scale, attraversò il lungo corridoio attratto da sgocciolamenti, era il bagno, la vasca era incrostata, ruggine, Pilchard tentò di chiudere un rubinetto. Riconobbe lo specchio, dove da ultimo si era riflesso un quindicenne e si riconobbe: aveva segni sul viso, rughe, tensioni nelle mascelle, dalle mandibole al naso, occhi non limpidi. 

Perché venisse a quello specchio quasi ogni sera Pilchard non se l'era mai spiegato, ma sapeva allora astrarsi a un punto tale dall'esistenza, che dopo cena, qualsiasi fosse stato il corso degli eventi, si ritirava in bagno per piangere. Le angherie di suo padre lo lasciavano ormai freddo come vivesse lontanissimo da quella casa, lì ospite in esilio. Allora, mentre ancora piangeva, guardava meticoloso nello specchio, a valutare con freddezza il proprio viso piangente. Mentre il pianto sorgeva ancora puro, un’altra parte di lui studiava freddamente un viso, che trovava bello come non fosse suo, ma della dea piangente che ogni sera veniva a contemplare, come a quell'ora quei due si dessero appuntamento nello specchio. 

Poi la vinceva lo studioso, che con freddo distacco giudicava quel pianto senza motivi, e non sapendolo interpretare che come pura vanità, lo interrompeva bruscamente, si lavava il viso, e deluso da quello spettacolo si richiudeva nella propria stanza e apriva un libro di esercizi di matematica che cercava cocciutamente di decifrare.

 

La stanza da letto. Pilchard sospinto da movimenti di nuotatore si diresse verso la sua stanza, fare esercizi di matematica ancora. Vuota, cacciato. Non c'era più niente, nessuno, la sua stanza, lui, dov'erano finiti il suo tavolo e il suo letto, e il disordine sparso dappertutto? Solo il letto del padre, e alcuni libri sul comodino e un posacenere che aveva rubato, girando tra i rigattieri. Pilchard girò furiosamente cercando il suo tavolo e il suo letto: niente, neanche una stanza era stata lasciata in pace da quando se n'era andato. Erano così ordinate allora, legate a funzioni, adesso ovunque qualche suo libro o gioco o posacenere.... 

Suo padre, ricordò, non fumava.

 

La cantina. Pilchard apre con la chiave appesa come allora alla destra della porta la cantina, scende per scale strette e attraversa botti e bottiglie e in fondo trova il suo tavolo, e il suo letto. Si sedette sugli umidi scalini, accese una sigaretta e provò a capire cosa suo padre avesse fatto. 

Aveva cambiato la disposizione delle stanze. Quante volte? Pilchard non lo sapeva, non avrebbe potuto mai dirlo. Una cosa era certa: si era messo a vivere nella sua stanza.

-Meglio qui la mia stanza. Gliel'avevo riservata, a quello! con una buona vista, ma giacché se ne è andato, giacché non ha voluto...

O forse ancor meno: 

-Qui batte il sole di pomeriggio e io sto diventando vecchio. Meglio una stanza esposta a sud, per un vecchio.

Ma non aveva funzionato: i libri. Li aveva spostati, ma poi si era incuriosito, aveva letto qui e lì. Li aveva seminati. Cominciarono a dargli fastidio. Aveva tentato di raccoglierli, un'altra stanza, quella degli ospiti. I libri di suo figlio nella stanza degli ospiti, non era una buona idea. Come stesse aspettandolo.... E allora si era confuso. 

Aveva cominciato a fare e disfare, aveva seguito l'istinto. Nel suo caso quel misto di colpa, di odio, d’affetto, di rancore. La casa aveva perso il suo ordine, le maledette funzioni  non erano più da nessuna parte. Eppure tutto conservava l’apparenza dell’idea ragionevole con la quale un vecchio modifica le cose per il proprio comodo, ma era una parodia. 

 

Lo sciocchezzaio. Un tavolo, un letto. Perché non li aveva regalati, distrutti, venduti, fatti legna da ardere? trascinati dov’era stato difficile portarceli, quasi impossibile andarseli a riprendere. Là per sempre. E aveva risparmiato le più minute sciocchezze, i temperamatite, le cartoline, un osso di pollo che Pilchard aveva portato al collo per tre mesi, le figurine dei calciatori. Strani effetti personali lasciati lì, anche la copertina de Lo Sport Illustrato, dove un ciclista lussemburghese aveva vinto la corsa a tappe del 1961, e poi non l'aveva più saputa rivincere, nonostante speranze e incitamenti di Pilchard. Onnipresente sciocchezzaio davanti al quale chissà stazionava. Non buttava via nulla, erano cose di suo figlio. Ma Pilchard se n'era andato. E suo padre era morto. Questo era.

 

Il guardaroba. Risalì le scale della cantina e le altre e girò per corridoi e andò dove un tempo si trascinava all'alba e dormiva fino a mezzogiorno, là in fondo, era una stanza piccola, indisturbato dormire, fottere il senso di morte e la pigrizia. E aperse la porta e gli venne in mente il nome della sorella bella della cameriera ambiziosa che stava lì dentro a stirare covando il suo sogno di vittoria.

-Serenìta! Questo era il nome! tutta la sua forza risentì dicendolo, e di quel giorno che aveva avvertito nella sua arrogante bellezza qualcosa di funesto. 

-Voglio sposarti. Le aveva detto. 

-Sei matto tu! sei troppo piccolo. E poi perché?

-Perché voglio salvarti. Si era alzata sollevandosi la gonna lentamente, con le due mani, mentre gli occhi avevano preso a brillarle; ma Pilchard le aveva guardato le gambe, e altro ancora più su che Serenìta gli aveva offerto conducendo la propria eccitazione all’isteria: correva giù per il prato, scivolando sull'erba, saltando, ridendo, finché Pilchard non l'aveva più sentita né vista. Era tornata solo per morire pur non essendosi mai mossa molto di là, solo un paio di paesi più a valle. Dove pioveva sempre e anche adesso pioveva.

Gli ultimi tempi li aveva passati attaccata a una bottiglia cercando di vincere un carattere difficile. Le era dispiaciuto, per il marito e per i figli. In una notte orrenda i ruscelli ingrossarono coprendo le sue grida, chiamava e chiamava, Pilchard sentì gli schiaffi del rimorso per non averla salvata e la vide buttarsi nella roggia. Serenita era stata l’amante di suo padre.

 

Una stanza fredda, vuota. Pilchard si addormentò.

Erano le cinque del mattino quando svegliandosi si guardò meglio intorno. Non era altro che una stanza vuota, e che funzione il vecchio le avesse attribuito non seppe dire. Per lui andava bene così, perché Pilchard non era nulla, ci era riuscito e dunque quella era proprio la sua stanza. In quella casa devastata dal tentativo di rimettere ordine dopo la sua partenza lo rivide aggirarsi pieno di furia e dolore, e lo perdonò per avere visitato i suoi incubi:

-Un lavoro! per dio, un lavoro qualsiasi. E una casa, dove piantare radici. Una moglie, dei figli. E se non sai cosa fare, sposta dei mobili! 

Lo perdonò per quegli ordini, andarsene a letto, alzarsi, perché il giorno ha le sue regole, la notte si dorme, di giorno si lavora, lavorare e dormire. Amava la felce, l'edera, i rododendri, i rumori del bosco, gli uccelli. Ce l'aveva portato, più di una volta. Pilchard non ci aveva capito nulla, di quell'idea di educarlo a far parte alla natura. E come le cose di natura rompersi a una regola. Così forse voleva dire suo padre con quelle passeggiate sfinenti nella natura a osservare. Poi si era chiuso in un'angoscia senza parole. E nessuno capì. 

"Un poveraccio", disse, e la casa che aveva abitato gli parve il teatro di un uomo che la paura se l'era mangiato. 

Scese le scale senza più fermarsi e chiuse alle sue spalle il portone. No, non aveva fatto male ad andarsene, vedere come stanno le cose se si dorme di giorno e di notte si va cercando divertimento e bellezze.

Andò dal figlio del notaio, che trovò ragionevole nell'assecondarlo nei suoi strani voleri. 

-Della casa non voglio saperne, ne faccia quel che vuole, la venda o ci vada a far festa. Ci sono però dei mobili e quadri e gioielli che si possono vendere. 

Che facesse un'asta, con i proventi Pilchard si sarebbe comprato una casa in città. 

Poi partì. tornò dov’era andato, quella era la sua città, e si mise a camminare dove la folla cammina, non fa altro che camminare, voleva vedere di che tinta il lutto dipingesse i palazzi, e i visi anonimi se si scolorano. 

 

E lo vide, avanzare nella folla come non si fosse mai mosso di lì, e la vita di cui Pilchard non aveva saputo più nulla l'avesse spesa là in mezzo, vagando, il cane randagio o la coscienza.

Era tarcisio, lo vide avanzare, il viso scavato dove un tempo riposavano le guance, una barba più ispida nascondeva malamente i segni dei nervi scoperti, non sapeva Pilchard se si trattasse dell'alcool, o dei pensieri o di altro, ma era forse lo stesso.

-Ci sono pensieri giovani e possenti che poi si corrompono. E’ sapere che il mondo non li sopporta che fa male, finché diventano corvi. Gli gridò tarcisio. Sul suo viso si disegnava un'espressione beffarda e incontenibile. Avanzava solo, ben visibile in un bagno di folla che lo scansa, camminava come non potesse fermarsi, trascinato dall'onda che lo evitava ma non poteva fare a meno di lui, un carro di carnevale. Schiacciato contro un muro Pilchard gli gridò: 

-Mio padre è morto!

Ma tarcisio era scoppiato in una risata incomprensibile.

 

 

 

 

 

8

 

 

Capitolo ottavo, nel quale Pilchard dà un colpo alla botte e uno al cerchio della propria sciagurata esistenza, mantenendo il lavoro e cambiando la casa, e girellando per la città sogna identità non sue e riconosce infine nell’estrema periferìa la propria. E si provò a camminare. Anche lui. Lì.

tempo di lettura: na misurata de febbre cor  termometro de quelli a mercurio.

 

 

Pilchard si sentiva sereno come non lo era mai stato. 

Riprese il suo posto di insegnante di religione. Si ripromise di essere più serio e severo, e più indulgente verso coloro che concepivano l'insegnamento in un modo che lo disturbava. Forse avevano ragione loro, le persone le si può misurare, basta avere dei giusti strumenti, si prendono dei numeri e ci si scrivono di fianco parole, alla fine dell'anno formano delle frasi, quasi tutte incomprensibili e astratte, ma volendo si possono dalle frasi far ritornare i numeri, così che ognuno può sapere in fin dei conti quanto vale. Provò a dire che secondo lui si abbondava troppo in avverbi e aggettivi, poi lasciò correre. 

Dopo l'estate tutti avevano idee nuove, verso novembre tutti correvano a casa con il male di testa. Era curioso ritrovarsi tra gente che lo salutava chiedendogli come fossero andate le ferie, e si era dimenticata di quando si era così inopportunamente inalberato a metà giugno. Avevano fatto ferie eccezionali a Riccione in Calabria e in Inghilterra, solo Pilchard non era stato da nessuna parte. Ma era morto suo padre. Qualcuno gli fece le condoglianze e sentì un misto d'imbarazzo e di orgoglio. 

Alle undici Pilchard aveva finito coi doveri e coi saluti, prese la strada della palestra per vedere cosa ne fosse di Marco in qualità lì di bidello. Voleva vederlo, era passato al bar senza trovarlo. 

Marco era lì, stava seduto sul materasso del salto in alto e guardava il soffitto, uno studente aveva scritto una frase ingiuriosa sull'insegnante di dattilografia che l'aveva mal misurato. Marco avrebbe dovuto salire là sopra e cancellare quella frase, ma non riusciva a capire come quello studente fosse salito. Pilchard notò che Marco era dimagrito, e forse avrebbe potuto arrampicarsi sulla pertica, ma poi raggiungere la scritta quello era un altro affare, erano almeno due metri, e poi scrivere è forse più facile che cancellare. 

-Come diavolo ha fatto? disse Marco; sembrava più calmo e meditabondo di quanto Pilchard l'avesse mai visto. Anche Pilchard allora si sedette, e cominciarono a guardare la frase sul soffitto. Era scritta con una bombola blu, e sul grigio del cemento era impossibile non vederla. Fecero dei ragionamenti su come cancellarla, ne fecero degli altri sul coraggio che doveva avere quel tale, poi provarono a dire chi poteva essere stato. 

-Per me è stato Candiano.

-No, troppo pigro.

-Allora è stato Donghi.

-No, troppo pauroso.

-E Giannangeli? Forse era stato Giannangeli. Riamasero a guardare la scritta pensando a Giannangeli. Giannangeli bocciato in dattilografia entrava di notte scalando il muro fino su alla finestra, si calava con la corda che stava di fianco alla pertica, poi la saliva e si metteva a cavalcioni sul ferro che sosteneva pertiche e corde, appoggiava una mano al soffitto e diligente scriveva

Mazzucchelli troia

 

-Possibile che sia stato Giannangeli? Ma non è troppo piccolo? Quanto ha in educazione fisica? Così rimasero un bel pò a misurare Giannangeli, suonò la campana e venne mezzogiorno. Poi Marco disse così: 

-La sai una cosa? E' un pò di tempo che mi sembra che quello che dico finisca contro a un muro. E' strano. Ma la gente al bar sembra meno sorpresa di me di quello che mi è successo. Sono stato quattro anni in galera, e la gente mi tratta come fosse una cosa normale che doveva prima o poi capitarmi. La vita è così. Un giorno finisci in galera e tutte le cose che dici sono cose che portano dritti in galera. Poi esci, e la gente ti ascolta come uno che è stato in galera. Insomma è come se fossi di un altro mondo, e piano piano mi viene in mente che le parole finiscano sempre contro un muro. Quel Giannangeli dev'essere un bel tipo. E' andato a scrivere dove non si può cancellare. Ho dei brutti presentimenti, non so.

-Bisogna stare in piedi dove ci si trova a camminare! disse Pilchard. Rimasero in silenzio, e quella frase cominciò a risuonare nella palestra, finchè a Marco sembrò che Giannangeli rientrasse da quella finestra, e anzichè calarsi dalla corda spiccasse un salto e cominciasse a volare, volare e volare, e mentre volava gridava anche lui quella frase. 

-Bisogna stare in piedi dove ci si trova a camminare, gridava Giannangeli, furioso di galleggiare nell'aria. 

-Bene, è ora che vada, fece Pilchard senza sapere dove. 

-Ciao, fece Marco, senza togliere gli occhi dal soffitto dove contemplava. A Pilchard sembrò che Marco non fosse più quello. Era strano, aveva una voce più bassa e sembrava nascosto dentro ai pensieri. Pilchard andò a casa e il tempo passò.

A ottobre finalmente il figlio del notaio gli inviò un telegramma. Pilchard telefonò. L'asta si era fatta, e quasi tutto era stato venduto. Alcuni pezzi erano andati molto bene, e così Pilchard, che beninteso restava proprietario della casa e sarebbe stato meglio se ne occupasse, ora disponeva di una ragguardevole somma. Aprì un conto in una banca qualsiasi e il figlio del notaio provvide a fargli avere tutto quello che gli spettava. Pilchard comprò un giornale con annunci di case in vendita, ritagliò quelli che gli parevano interessanti e li incollò in un grosso quaderno rosso con le sguardie rigide. Cominciò a girare per la città con quella somma in testa e quel quaderno in mano, pensando di fingersi uno che valeva quel tanto. Ma quel tanto valeva.

Cancellava gli annunci delle case già viste, prendeva appunti. Nella maggior parte delle case che vedeva c'era un arabo che dormiva, circondato di sacchetti di cellophan dentro ai quali c'erano gli averi dell'arabo. 

-E lui? chiedeva. 

-Lui è un amico ospite, se compri se ne andrà. 

-Si ssi, faceva l'arabo sotto le coperte. Ma c'era da fidarsi? 

-Sa com'è, ma in una soffitta l'altro giorno ce n'era uno che quando sono rimasto solo con lui mi ha detto col cavolo che me ne vado, e a me sembrava sincero. 

-No no non si preoccupi, lui vero che te ne vai? 

-Si ssi, faceva l'arabo sotto le coperte. Pilchard diceva che doveva pensarci. La mattina era a scuola, di pomeriggio girava per la città, guardava dentro i cortili, provava a vedersi in quel quartiere e quell'altro, la somma di cui disponeva lo mandava sempre in periferìa, prendeva dei tram, ne prendeva degli altri. Scopriva molte cose sulla grande metropoli, cortili nei quali la gente si industriava in fiorenti attività artigianali lamentandosi delle tasse, tutto sembrava in vendita, magazzini e le case più strane, bastava avere i soldi. Mentre aspettava i venditori di case guardava il regolamento del condominio. Erano vietati i cani le biciclette e i bambini, dove c'era l'ascensore l'uso dell'ascensore agli estranei, bambini soli e fattorini. I bambini soli giocavano a skateboard nelle strade. Per lo più erano magri e sporchi e avevano qualcosa di cupo; stavano sul marciapiede e ogni tanto qualcuno si alzava accennando a un passo di skateboard; quasi nessuno era bravo, non c'era spazio per imparare, se qualcuno fosse stato bravo sarebbe rimasto travolto da un'auto volteggiando nella strada. Facevano dialoghi sui campioni di skateboard e sulle attrezzature moderne, ma all'atto pratico erano scarsi. 

C'erano altri cortili, meravigliosi cortili dove si aprivano parchi protetti dalla penombra e da portinai con l'hobbt della televisione dello sport e della musica lirica. Un giorno ne conobbe uno che era maestro di musica, e giovani d'ambo i sessi venivano da lui in portineria a praticare ogni sera il bel canto. Pilchard volle restare a sentire, si sedette su una panca di marmo e guardò la fontana ricoperta di muschio, passeggiò sotto le arcate e accarezzò i marmi malati di smog, quelle statue malate gli piacevano, e le voci delle cantanti che venivano dall'androne aperto sul cortile gli sembravano piene di talento. 

-Nonono non così! Non ci riuscirai mai, mai e mai, gridava il portinaio maestro del bel canto. Pilchard decise di andarsene. Del resto quei cortili erano troppo lussuosi per lui, entrava con la scusa di una casa in vendita, gli piaceva entrare in quelle case dove non abitava nessuno e rimanere un pò lì, a vedersi abitante di questa o quella casa di lusso. Era bello fare domande e criticare. I venditori di quelle case avevano tempo ed erano gentili, fingevano di non avere problemi e anche Pilchard fingeva. 

-Un giorno prenderò un tram senza sapere dove porta, poi ne prenderò un altro, e un altro, farò un viaggio, così disse felice e malinconico di perdersi. Ne parlò con un venditore di case che gli disse che da quando seguiva un corso di bioenergetica le cose gli andavano molto meglio, anche in fatto di case. 

-Perchè non prova anche lei? disse a Pilchard, che pensò che piuttosto avrebbe venduto cartoline a Calcutta. 

-No, guardi, io penso che bisogna essere quello che si è.

-Ce l'ho io una casa per lei, disse allora il venditore di case. Lo fece montare in macchina e lo portò con lunghi giri fino a un cancello arrugginito. Spinsero il cancello, una donna guardò dalla finestra, quella casa era dentro un cortile circondata da nuovi palazzi, ma nel retro c'era un giardino, era una villetta a due piani, assai piccola, al piano terra c'erano cartacce e rifiuti di vandali che avevano rotto dei vetri, salirono. Il pavimento era di legno e tremava sotto i passi, dalle finestre delle due stanze sotto il tetto si vedeva la ferrovia, poco distante un raccordo dell'autostrada e una fabbrica. Il bagno gocciolava e l'acqua aveva disegnato strisce di ruggine. Era un rudere, ma il prezzo era ammodo. 

-Ci devo pensare, disse Pilchard al venditore bioenergetico, che gli disse che fosse stato in lui non si sarebbe fatta scappare quella ghiotta occasione. 

-Voglio tornarmene a piedi, vedere il quartiere e i servizi. Camminava in quella città come non ci fosse mai stato, da quelle parti non conosceva nessuno, era come emigrare, forse avrebbe potuto parlare col giornalaio il droghiere e il fruttivendolo di sport e di vacanze, nessuno si sarebbe accorto del nuovo inquilino e tutta quella città di gente che cammina sarebbe rimasta indifferente a lui che ora avrebbe avuto una casa, e doveva pur starci, e mentre in tutte le case si faceva baldoria la sua era un posto che non esiste. 

Era l'ora in cui si chiudono i negozi, da una finestra del primo piano vennero le note di un dies irae, Pilchard guardando quei fruttivendoli e salumieri e lattai e cartolai che uscivano drammatici e stanchi a chiudere i loro negozi e spazzavano i marciapiedi pensò che stessero andando al funerale della città, tutti insieme come ogni sera, e dopo quel rito la città era deserta, il quartiere senza colori, solo quella pioggia, quell'umido, quella nebbia, il desiderio impreciso di cantare la propria tristezza prendeva quasi tutti. 

Il giorno dopo Pilchard andò alla cabina del telefono e disse al venditore bioenergetico che avrebbe comprato la casa. Il venditore gli fece molti complimenti. Pochi giorni dopo Pilchard firmò un atto di acquisto, alcuni assegni che aveva imparato a compilare, salutò compito e cortese il notaio, il venditore della casa che gli raccontò di come fosse stata bella la sua giovinezza là dentro, il venditore di case che gli ricordò il corso di bioenergetica vedendolo un pò giù, e poi andò alla sua casa di sempre, dove vide la slava e le disse che presto se ne sarebbe andato, perchè aveva una casa. 

Anche la vecchia gli fece i complimenti e Pilchard si chiese se quella vecchia avesse mai abitato da un'altra parte, o se fosse sempre stata lì in camicia da notte ad accontentarsi della solitudine e tempo che passa. Scese al bar. Risalì. Chi era stata la slava? Aveva mai lavorato? Era stata fidanzata? Era mai stata a fare una gita in barca sul lago? Aveva un desiderio o un progetto? A lui sembrava che se ne fosse sempre stata chiusa lì dentro, usciva solo un paio di volte la settimana con un sacchetto di plastica vuoto a fare la spesa. Non comprava mai molto, formaggio tenero e insalata, una volta aveva avuto una forte influenza. Pilchard l'aveva saputo. Quella notte a casa sua si era cantato e ballato, e il giorno dopo lei era uscita con il labbro inferiore cadente lasciando vedere denti e gengive e aveva biascicato lamenti e invettive, lui aveva notato il suo accento di slava e poi aveva chiesto se si fosse curata. 

-Si, formaggio tenero e insalata, è la cosa più giusta. Aveva risposto. 

-Già, aveva detto Pilchard, la cosa migliore. Chissà quando era venuta nella grande metropoli, ma anche lui era venuto, e tutti erano venuti, anche gli arabi che stavano sotto le coperte e dicevano si ssi me ne vado erano venuti. 

 

 

 

 

 

9

 

 

Banale è dunque l’esistenza, e mentre l’affitto ci parla di precarietà dalle quali è possibile evadere, la proprietà somiglia piuttosto a ciò che siamo, il muro dove chiudersi, la frase in cui esistere: coniugata al presente, dove la vita è questa. 

 

Dunque era sabato, il cielo era azzurro e Pilchard prese un paio di tram. Era aprile, un'altra volta, un esile buonumore lo conquistò senza motivo. Il buonumore è una cosa che tira lo stomaco un pò più su o un pò più giù, così la pensava il venditore bioenergetico, che gli aveva mostrato come si muove lo stomaco al salire e scendere del buonumore sotto la giacca. 

Pilchard comprò una scopa e degli stracci e dei prodotti per pulire e dello stucco per vetri e della carta vetrata e pitture, pennelli e acqua ragia e si diresse alla sua casa apprezzando di possedere un mazzo di chiavi, infilò nella spina il filo della radio e cominciò a lavorare. Domenica sera gli parve tutto pulito. Altro da fare non gli sembrava ci fosse. Guardava i muri e gli piacevano quelle storie di muri. Non li avrebbe imbiancati.

Il giorno dopo andò a scuola, dove si venne a parlare dell'alluvione a Firenze in quegli anni ormai lontani, di Cimabue e del suo Cristo e di quegli studenti che vennero a pulire e restaurare quella bella città e quel bel Cristo. Un ragazzo chiese perché quel Cristo morto sulla croce fosse bello e Pilchard disse che era bello perché tutto il dolore era nel corpo, anche il dolore di Cimabue non solo quello di Cristo. E che i pittori hanno sempre questo problema, di far vedere la sofferenza dell'anima nel corpo, perché l'anima non si vede, il corpo è la sua allegorìa. Ma in fondo è un problema di tutti. 

-Di tutti quelli che vogliono dire quello che hanno visto e sentito con parole comprensibili agli uomini. Questo costa fatica e anche molte rinunce, spesso bisogna affidarsi ai luoghi comuni per farsi capire, come Cimabue aveva fatto mettendo il suo Cristo un pò sghembo sulla croce, col bacino fuori dai legni, cosa usata a quel tempo. Allora uno chiese perché Cimabue avesse fatto meglio degli altri, e Pilchard rispose che lui era meglio riuscito a pittare l'abbandono della morte, cioè la mutezza del corpo abbandonato dall'anima. 

-E il dolore? fece un altro. Non se ne va anche il dolore con l'anima dal corpo? Pilchard ci pensò, era una bella domanda. Forse il dolore resta rappreso nel corpo, e fa rughe sul viso che non se ne vanno con l'anima, essendo il dolore proprietà del mondo. Questo rispose a quello studente. Poi un altro non contento chiese perché quando si muore tutti ricordano solo cose buone del morto. Pilchard non sapeva rispondere, ma disse che forse è giusto così, perché il male è nell'anima e se l'anima se ne va, si porta anche il male, così di noi rimane un'idea bella almeno da morti, e forse è a questo che serve la morte. Era questa la teologia, aggiunse, 

-Ed è bene che chi come voi impara ad aggiustare televisori ne parli. Allora uno disse mi scusi, ma non ho ben capito come sta quel Cristo di Cimabue sulla croce. Allora, poiché in quella scuola non c'erano libri e diapositive, Pilchard si mise contro la lavagna in posa da Cristo di Cimabue, con le braccia inchiodate che sostengono il peso del corpo abbandonato dalla vita e la faccia rivolta sul petto e il bacino all'infuori, cosa che a Pilchard costava molta fatica, e poiché pensava a quel Cristo e si sentiva imperfetto, rimase molto a quel modo cercando di spingere il bacino più in fuori e più in fuori, finché lo studente che guardava e guardava disse grazie, adesso ho capito. 

Pilchard venne a casa ripensando a quel mestiere anche bello dove tutto quel che succede è nella testa e non c'è mai un risultato, un semilavorato o finito con prezzi all'ingrosso e al dettaglio. Si veniva pagati sulla fiducia. Forse era per ovviare a questo fatto che c'erano corsi per misurare studenti tenuti da gente fiduciosa nel metodo, Pilchard durante quei corsi pensava alle sue chiacchiere, il suo metodo era poco scientifico ma chiacchierare con gli studenti di Cimabue era bello. Il preside diceva che fare così era sempre meno giusto, avendo la scienza educativa approntato sistemi scientifici, e perché tutti si adeguassero aveva scritto un opuscolo distribuito nei corsi, abbastanza contrario alle idee che aveva Pilchard. 

-Che cosa ne pensi? gli chiese l'insegnante di matematica. 

-troppi avverbi e aggettivi, disse Pilchard dando uno sguardo. L'insegnante di matematica lo guardò come si guarda uno di un altro mondo, il suo cercava di sottoporlo tutto al calcolo e glielo disse. Il preside aveva scritto quell'opuscolo in forma di proposta, e nessuno, dico nessuno, gli aveva risposto! Pilchard pensò che da quel posto avrebbe fatto meglio ad andarsene presto.

Piano piano e giorno dopo giorno aveva la sua vita diversa da persona normale senza divertimento. Non c'era quasi nulla di cui rimproverarlo, salvo ogni tanto quelle bevute da solo durante le quali diceva che è troppo veloce il tempo che passa, che di lui non restava mai niente di concreto e palpabile, che ormai era tardi per quasi tutto. Quella sera gli venne in mente di andare a trovare la slava. Non era un'idea allegra, ma bisognava provare interesse per le persone per strane e singolari che fossero, e c'era poco da giudicarle, qui è tutto un arrabattarsi e tanto vale non avere pregiudizi. Pilchard aveva sempre preferito quell'altra, quella sdentata tisica e allegra che girava seminuda per i corridoi del sesto piano ma adesso era morta.

La slava era sorpresa di vederlo, gli disse che lo trovava molto bene. 

-Sì, sto bene, disse Pilchard, anche lei trovo bene. 

-Grazie, grazie tante, fece la slava, che prese a ricordarsi di quelle sere in cui Pilchard se ne arrivava con diverse bottiglie seguito da amici. Era strano, la slava si ricordava di quasi tutti e faceva ampie descrizioni di questo e di quello, per far capire a Pilchard di chi stesse parlando gli diceva memorabili frasi che questo e quell'altro avevano detto durante la notte. 

Così la vecchia sentiva tutto, e tutto ricordava, quelli erano stati tempi memorabili di feste e dialoghi, e ne aveva un grande rimpianto, adesso era sola e non poteva più ascoltare sia pur di nascosto.

-Insomma lei faceva festa con noi...e pensare che io credevo che mi odiasse per quelle nottate...

-Sì...disse la slava rispondendo a domanda, mi sembrava di partecipare...le faccio un caffè?

-Un tè sarebbe meglio...bisogna star calmi e tranquilli...E insomma come va? 

-Eh signor Pilchard, i tempi cambiano. Lei sapesse, hanno venduto la casa.

-E le sue stanze?

-Le hanno comprate insieme alle sue, vogliono fare un unico appartamento per la figlia della panettiera che si sposa. Quella secca, con gli occhiali, no, non la portinaia, quella è grassa, come fa a non ricordare? 

-E lei, dove andrà?

-Da nessuna parte. Mi hanno detto che posso restare. Aspettano che muoia, calcolano che non mi manchi granché. 

C'era  gente che trovava meglio far capire a qualcuno che era tempo di morire piuttosto che affrontare una causa di sfratto. 

-E lei piuttosto, nella sua casetta?

-Sto bene, disse Pilchard. Ora è tempo che vada

-E quella ragazza? disse la slava ammiccando. Quei trambusti di corpi e lamenti ricordava la slava. Anche lei dunque era stata giovane, e su quel tasto non biasimava. 

-Sono un pò solo, disse Pilchard, con l'aria di volersene andare. 

-Ma lo sa chi è venuto a cercarla? quasi dimenticavo. Quella ragazza scura, convinta, che parlava tanto, molto bellina. Ma sì, signor Pilchard, quella che voleva comprare il suo quadro. 

Pilchard le disse che non ricordava. Salutò la vecchia con molti auguri e inviti a resistere con la nuova proprietà e scese le scale, che erano pulite e non sapevano più di bruciato. Dunque la panettiera aveva comprato quelle stanze al sesto piano. Adesso capiva. Quando veniva una guardia civica a vedere se c'erano covi o refurtiva era stata lei a mandarli. E quelle minacce di far venire la polizia trovate nella casella delle lettere, e i vigili quando c'era una festa. E adesso che ci pensava aveva lasciato una stufa nelle stanze, avrebbe fatto meglio ad andarsela a prendere e sbugiardare quella vecchia con la figlia da maritare che non si rubano le stufe degli altri e non si augura la morte a nessuno, e la slava sarebbe vissuta altri vent'anni, e sua figlia avrebbe fatto a tempo a invecchiare. 

Era al bar. Arabi seduti ai tavolini con aria assonnata vestiti di grigio e marron, nel juke-box altre musiche, i titoli erano scritti in quella lingua così bella a vederla e aspirata a parlarla, il gestore lo guardò e disse

-Hai visto, mi sono adeguato, bevono poco ma pagano, fumano più che altro, quello sì fumano molto. ti ha cercato una brunetta, era qui ieri.

-Quella del quadro?

-Quella del quadro, sì.

-E cosa voleva?

-Non ho chiesto, non chiedo.

-ti lascio l’indirizzo se torna. Prese un foglio di bloc-notes e un pezzo di matita e scrisse il suo nuovo indirizzo. Il gestore lo prese e disse

-Minchia, centrale... e lo mise sotto la chiave del bagno. Non preoccuparti che se torna glielo darò. E' difficile, perché le ho detto che sono mesi che non ti vedo. Ma magari torna. 

Pilchard tornò verso la sua casa tanto periferica da sollevare il gestore del bar fino ai cieli dell’ironìa, chiedendosi se avesse fatto bene o male a lasciare il suo indirizzo. Adesso aveva una casa e un lavoro anche se pagato sulla fiducia. Abitava in un altro quartiere, più periferico. E aveva i suoi guai e i suoi affari. tutto era diverso. Non aveva tanta voglia di ridere e raccontare storie. Doveva lavare le piastrelle del bagno. E trovare dei mobili, un armadio, non aveva mai avuto un armadio. 

Il mattino seguente si svegliò al suono di una voce di donna che cantava romanze. Doveva essere una studentessa di bel canto ma poco regolare negli studi ed esercizi. Seguiva solo l'estro di cantare, la voglia e l'ispirazione, ma non aveva metodo, e senza metodo, senza studio, era poi ben difficile rivendicare di saper davvero cantare, lo capiscono tutti, anche il portinaio maestro di bel canto lo diceva. Insomma si era svegliato, nel bene e nel male.

Bella voce comunque, pensava Pilchard disteso sul letto. Ascoltarla era bello, peccato non cantasse più spesso ma forse era giusto così. Però gli piaceva, la studentessa di bel canto, gli ricordava di quando era tutto facile e difficile, pensava che sarebbe stato bello chiederle di fare una gita al mare e una volta al mare fare due passi sulla spiaggia. Ma poi Pilchard non riusciva a capire cosa le avrebbe detto e lei se ne sarebbe tornata a casa perplessa. 

Lei stava tutto il giorno chiusa nella sua stanza con le persiane socchiuse. Aveva una voce limpida e senza incrinature. Pilchard pensò che si impegnava pochissimo, che cantava benissimo, che fosse bellissima. Da un pò di tempo una specie di silenzio era sceso nella sua testa. Era un tempo di dubbi.

Era presto. Andò al bar di buon passo, ordinò un caffè doppio e si sentì un pò stordito, si girò verso i vetri che danno alla piazza e vide un bambino troppo piccolo per giocare a flipper che giocava a flipper. Era l'ultima palla e il bambino che arrivava a malapena a vedere nel vetro si dannava con colpi della spalla e del braccio per buttare la palla più in alto, dove rimaneva per qualche secondo sbattuta a destra e sinistra, Pilchard non riusciva a seguirla, ma poi tornava giù, e di nuovo il bambino si dannava con colpi di braccio, di anca, di spalla. A Pilchard crescevano l'ansia e l'angoscia perché da un momento all'altro tutto sarebbe finito. 

-La morte è il pensiero di un altro, si disse, pagando.

 

 

 

 

 

10

 

 

E nella banalità, il lavoro, dove la banalità acquista le sembienze della lotta per la vita. Guai se qualcuno finge di non lavorare ma lavora: crollerà l’edificio sul quale si regge l’ordine terrestre, e le lingue si eserciteranno a eseguire vacui discorsi sul nulla fingendo di venire alla sostanza. Per esecrare, giustificare, sottilizzare ormai privi dello splendore barocco di una corte secentesca che muoia nel trucco dell’eternità (sic). Ma non se ne viene a capo.  E' il decimo, della durata di undici, dodici minuti.

 

 

Pilchard si avviò di buon passo e quando giunse alla scuola c'era una gran confusione di parole. Il bidello alla palestra signor Marco era stato trovato dal guardiano a dormire in palestra e all'invito ad alzarsi aveva risposto 

-Sto facendo la guardia. 

-La guardia non la si fa dormendo aveva detto il guardiano. 

-Se viene un'altra volta Giannangeli vi mette a posto lui tutti aveva detto Marco. Il guardiano aveva informato il signor preside e il signor preside era venuto e aveva detto signor Marco si alzi. Marco allora aveva detto fottiti tu che di scuola ne sai come un asino. Così Marco era stato licenziato ma non se ne andava dicendo che andare non poteva perchè doveva fare la guardia a quel muro nel caso fosse tornato Giannangeli. Così a scuola c'era questa situazione: quel bidello licenziato che non se ne andava. Non chiedeva stipendio

-Questo è fuori discussione aveva detto il signor preside del resto, ma pretendeva di rimanere sul sacco del salto in alto a guardare quel muro. 

Nella sala insegnanti c'era un'assemblea sindacale. Il professore di lettere che sapendo l’italiano faceva il sindacalista fece un bell'intervento. Parlò contro chi vuole cancellare le scritte sui muri soprattutto se c'è del pericolo, parlò a favore delle scritte perchè ci fanno comprendere meglio angosce e speranze dei nostri ragazzi, parlò contro il preside che aveva licenziato senza consultare l'assemblea sindacale, parlò a favore dell'assemblea sindacale e poi si inalberò

-perchè è ora di finirla che sia sempre io ad andare al sindacato, informarmi e tornare e venir criticato, per poi dover sentire certi discorsi quando viene un sindacalista a dirci come la pensa il sindacato, non ce l'ho con te sindacalista qualsiasi che non hai colpa e non hai ancora parlato. Così concluse rivolto al sindacalista professionista qualsiasi. 

Allora l'insegnante di diritto con una barbetta grigia e occhiali molto spessi per nascondere uno strano rossore del viso disse rivolto all'insegnante di italiano 

-La ringrazio onorevole, ma qui qui siamo tutti diventati dei muti da un pezzo, non ci si parla da un pezzo e ci voleva il signor Marco, e anch'io vado avanti con questo magro stipendio, e se calcoliamo l'inflazione ma poi mi domando come la calcolano l'inflazione? alla fine dell'aumento non ci resta più nulla, anzi meno di prima, ci vorrebbe un altro lavoretto se no uno ditemelo voi come arrotonda, ed è ora che il sindacato si accorga che siamo usciti dal sindacato. 

Il sindacalista prendeva appunti e annuiva, e fu per questo continuo annuire prendendo appunti che all'insegnante di biologìa venne il nervoso e disse all’insegnante di stenografìa che faceva la maglia ma non vorrà mica dar ragione a tutti quello lì. Poi saltò su e disse 

-Eh no! adesso parlo io, e disse che c'era chi aveva ragione ma c'era chi aveva più ragione, e in quel caso c'era chi aveva ragioni da vendere per esempio il bidello Marco sempre così gentile, non dimentichiamoci che siamo qui per lui, concluse, mentre si alzava un brusìo con insinuazioni a proposito dell'insegnante di biologìa vista in palestra spesso con Marco a chiacchierare, lei capì e disse 

-Eh no! qui non mi si insinua! Allora il sindacalista disse 

-Vi prego vi prego, signori, compagni!

-Signori o compagni? disse l'insegnante di inglese molto nervoso che aveva sempre il malditesta. Perchè qui di compagni non ne vedo, io sono precario e dei precari se ne fottono tutti! tutti! Ma dai adesso stiamo parlando d'altro, disse un altro insegnante di italiano.

-Vedi? Vedi? Se ne fottono tutti! e prese la sua borsa e se ne andò sbattendo la porta. Poi tornò, aprofittando del silenzio creatosi e disse ancora questo, che lui visto che finalmente l'assemblea sindacale si era riunita pensava si sarebbe parlato dei precari, anche Marco il bidello era precario, e invece niente, si era sbagliato, ma voleva finalmente sapere dal sindacalista se secondo il sindacato eravamo signori o compagni, prima di andarsene! 

-Signori e compagni, signori compagni... fece il sindacalista, e qui scoppiò un boato di fischi e la gente cominciò a sfollare. 

-Capisco le vostre difficoltà a comunicare e il vostro bisogno di democrazia, di un autentico dibattitto e di una reale rappresentanza, fece allora il sindacalista sbirciando gli appunti. Ma qui il problema vero è un altro, e non è nemmeno quello se un lavoratore possa o non possa essere licenziato, perchè è da molto tempo che il sindacato dice che possa. Qui è quello di stabilire se un licenziato debba o non debba andarsene dal posto di lavoro, perchè è di questo che si tratta. Siamo davanti a una questione giuridica in parte nuova anche per la nostra storia. Noi abbiamo imparato a rispettare la realtà, e le vere istanze dei lavoratori. troppo spesso ci siamo abbandonati a trattative nelle quali i lavoratori lottavano per cause che non sentivano le loro. E allora oggi, per attenerci ai fatti, abbiamo da una parte un preside che avendo licenziato vuole liberarsi del signor Marco, e il signor Marco che pur accettando la sua condizione di licenziato, non se ne vuole andare. In questo momento, il problema è: può un licenziato rimanere sul suolo pubblico senza essere considerato lavoratore? oppure un occupante? E' chiaro a tutti che il signor Marco non sta affatto conducendo una lotta. Non ha nulla da rivendicare, vuole solo rimanere a fare la guardia alla sua scritta. Si può impedire a un cittadino licenziato di continuare a fare il lavoro di prima senza lavorare? E senza rivendicare un salario per giunta? Noi diciamo che no! Non glielo si può impedire!

Si levò stentato un applauso di sollievo degli iscritti al sindacato che temevano per un discorso inopportuno in quel momento, ma i più critici se n'erano andati. Si decise così di stendere la mozione e la stesero l'insegnante di matematica in quanto preciso e l'insegnante di dattilografìa in quanto ordinata. 

Qualcuno disse che in fondo era per l'insegnante di dattilografìa offesa dalla scritta che bolliva questa patata, ma era una lavoratrice anche lei e per di più iscritta e si potè andare avanti. 

Pilchard era uscito a fumare e incontrò il preside che gli chiese cosa avessero deciso. Furono raggiunti dalla delegazione sindacale con la mozione di appoggio al signor Marco. 

-E’ inutile, non c'è nulla da fare. Non potete capire, disse Pilchard rivolto al preside con la cartella penzoloni dietro le ginocchia, Marco lo conosco e non se ne andrà. E' una questione di parole che finiscono contro il muro e non vedo come dovrebbero finire di finirci. Ma lo conosco e garantisco per lui che non farà alcun male. 

-Ah beh, se l'insegnante di religione garantisce, in tal caso... disse il preside leggendo la mozione. 

-Non è questione dell'insegnante di religione ma di riconoscimento del ruolo del sindacato, fece il sindacalista. 

Pilchard li lasciò, sarebbe stata una faccenda lunga. Andò verso la palestra per vedere Marco. Marco era là, circondato di studenti.

-No, non è così...diceva Marco a uno studente che aveva esposto una teoria su come fare a misurare l'altezza che separava le pertiche dalla scritta conoscendo l'altezza del muro e volendo conoscere quella della pertica con un metodo ingegnoso ma bizzarro. 

-Insomma ragazzi...Quando talete misurò le piramidi, non dovette aspettare che il sole fosse allo zenith, per saperlo. Lo zenith non c'entra. Il suo metodo era molto più empirico e più semplice. Aveva preso un bastone, l'aveva poggiato per terra. Aveva fatto due bei segni sulla sabbia che rappresentavano la misura del bastone. Poi ripiantò il bastone proprio su quello tra i due segni dalla parte del sole. Quando il sole fece un'ombra sulla sabbia lunga come il bastone, allora segnò il punto in cui finiva l'ombra della piramide. Questa era alta come era lunga la sua ombra. Così misurò l'ombra, e seppe quanto fosse alta la piramide. 

-E il sole? fece lo studente non del tutto convinto. 

-Il sole era a quarantacinque gradi con la tangente all'arco terrestre che passa per la perpendicolare della piramide. Il suo era un triangolo rettangolo isoscele. Ecco cosa voleva talete! Voleva costringere il sole a disegnare per lui un immenso triangolo isoscele, e ci riuscì!

Così disse Marco agli studenti rimanendo seduto sul sacco del salto in alto. Gli studenti se ne andarono chiedendosi come facesse a sapere tutte quelle cose e a spiegarle così bene, qualcuno disse che preferiva andare a lezione dal bidello in palestra che in classe. Un altro disse che bastava dire una bella frase e si poteva costringere il sole a fare quello che si vuole, a lui questo sembrava la cosa più bella di quella lezione. L’ultimo disse che il bidello Marco aveva imparato quelle cose in galera da un matematico arabo venditore di hashish mentre guardavano l'ombra delle grate e pensavano. 

Marco vide Pilchard e gli parlò come se non lo vedesse da molti anni e fosse diventato mezzo cieco o mezzo sordo: 

-Oooh, tu sei Pilchard...vieni...vieni qui... stavamo chiacchierando... 

-Senti Marco la situazione è che puoi restare.

-Ma no...noooo...la situazione non è questa...non è che io possa o non possa restare...la situazione è che io sono qui. 

E' come la storia della galera. Quattro anni fa io ero sui giornali con la fotografia che diceva che ero in galera. Ora io sono in galera, lo sono anche se sembra che non lo sia ma lo sono. Ho provato a lavorare ma è stato lo stesso. Anche adesso che non lavoro è lo stesso. Non cambia nulla. Sono un disoccupato che lavora, che problema c'è. Solo che non vogliono capire che adesso bisogna che faccia la guardia al soffitto, nel caso arrivasse Giannangeli. Ma se arrivasse, ci pensi?

-Sarebbe un bel guaio. 

-Vedo che cominci a capire, da un pò di tempo ti vedo sulle tue. 

-Hanno fatto l’assemblea sindacale.

-Hanno fatto l'assemblea sindacale? Sono tutti dei matti...E' come fossero sempre da un'altra parte e invece sono qui. E parlano come non fossero loro a parlare. E non si sa mai perchè fanno le cose; ma forse hanno ragione, non c'è motivo per fare le cose che fanno. Si sopravvive senza neanche saperlo. Pilchard non sapeva cosa dirgli e lo salutò. Sembrava davvero che i discorsi di Marco finissero contro un muro. A volte qualcuno comincia a parlare e l'unica cosa che si capisce è che vuole soltanto parlare.

Pilchard lasciò Marco con la sua idea e tirò verso casa. Ma cos'era questa vita che quelli con cui aveva voglia di parlare a un certo punto davano di matto? 

A casa trovò un biglietto appiccicato alla porta che diceva -Finalmente ti ho trovato sono mesi che ti cerco. ti aspetto stasera al tuo bar, Marta. A Pilchard vennero in mente le parole della slava. Quella brunetta determinata, molto bellina...

Che strano tipo però questa Marta, pensò, sarà cambiata anche lei, ma come? e si sedette su una vaso di fiori in cortile. 

 

 

 

 

 

11

 

 

E’ l'undicesimo, dove l’asfalto è il colore, e risuona a tal punto di tutto quel che pulsa, che si finisce per amare l’asfalto, i vecchi muri cadenti dove ci siamo sporcati il cappotto baciando, dove abbiamo conosciuto la tenerezza della vita prima della rivoluzione, le occhiaie dei bambini cresciuti lì in mezzo, e abbiamo poi cercato di dimenticarcene. Perchè solo la povertà estrema conosce il privilegio di conservarne la monumentale memoria. Noi si deve dimenticarci, per poter esercitare con successo l’arte somma, quella di sopravvivere. Come dice Reinhard Messner, esploratore de se medesimo in altrui cosa.  E' l'undicesimo, dove i dieci comandamenti non contano più.

tempo di lettura: tre fermate di tram: n’avventura.

 

 

Da quel vaso saltò fuori con un balzo un bambino che urlò per spaventarlo. Pilchard vide quel bambino magro, portava delle braghette di cotone rosse, aveva i capelli di un biondo slavato tagliati da mani non troppo esperte di forbici. Ed era pallido con occhi d’azzurro ceruleo, cerchiati da occhiaie. 

Dopo lo spavento e dopo il balzo il bambino stette lì a guardare Pilchard e Pilchard guardava il bambino, poi gli chiese come ti chiami. Il bambino rispose che aveva una palla e si poteva giocare. 

-Sì, ma come ti chiami disse ancora Pilchard. Il bambino fece un balzo e fu dietro il vaso di fiori. Poi un altro balzo con urlo e fu di ritorno con la palla e le sue gambe magre. Era una palla non grande e regolamentare ma si potevan tirare dei calci con comodo. Pilchard si alzò e tirò la palla al bambino, il bambino alzò la gamba fuoritempo e colpì: la palla si innalzò a campanile. Pilchard allora avanzò di tre passi e quando la palla fu sopra la sua testa la colpì con eleganza schiacciandola a terra sul lato sinistro del bambino e fece gol. 

-Gol! gridò il bambino felice come se il gol l'avesse fatto lui. Allora Pilchard ridiede la palla al bambino per invitarlo al pareggio e il bambino si ripetè, tirando troppo alto con quella gamba magra in controtempo la palla che si stagliò contro il cielo di quella grande città. Pilchard lasciò che gli sfiorasse la testa, indietreggiò con la gamba sinistra, lasciò che toccasse la terra e in controbalzo colpì forte, la palla uscì rasoterra dal suo piede e andò a tre metri stavolta alla destra del bambino, che si buttò per terra ma un'altra volta era gol. 

-Gol! questo ancora più bello! gridò il bambino con ammirazione e senso estetico come se non contasse averlo subito ma visto. Pilchard allora gli chiese ma la porta dov'è? 

-Mi chiamo Allis, rispose il bambino. 

-Ho capito ma la porta dov'è? Allis strizzò gli occhi cerchiati con il pallone sottobraccio e disse  

-No, solo tu sei il bravo calciatore. Allis soffriva, lo si vedeva a occhio nudo. Aveva un dolore da qualche parte della testa, questo spiegava la magrezza e le occhiaie. 

-Vieni, ti insegno a calciare la palla, disse Pilchard. E gli fece vedere in una specie di rallentatore che bisognava la palla lasciarla venire più giù, verso il basso, e preparare la gamba, e poi quando la palla era a terra e il corpo era piegato un pò in avanti bisognava tirare, in modo che la palla se ne andava forte e diritta ma bassa dove con occhio si poteva mirare e così fare gol. Allis prese questo insegnamento come una dimostrazione di bravura artistica più che come lezione. Così disse ancora 

-tu sei l'unico bravo calciatore, poi prese la palla, la fece rimbalzare a terra e calciò ancora al suo modo bizzarro molto in alto e la palla finì oltre il muro del cortile. Allora Pilchard disse, E adesso, come si fa? 

-Mio padre non c'è, lavora di notte, poi va al bar. Non c'è mai in casa, quando c'è dorme, e io devo uscire perchè faccio sempre rumore. 

Una donna francese disse affacciata alla finestra da tempo a guardare: 

-Guardi che sente male. Pilchard guardò in faccia il bambino, stringeva gli occhi per un dolore che andava al cervello e un tentativo di capire le cose ma non le capiva. Imbarazzato corse verso una grande porta a vetri colorati, dietro la quale sparì come andasse a ripiegare verso luoghi a lui leciti. Poi tornò con la testa fuori da una fessura del gigantesco portone e disse rivolto a Pilchard: 

-Ancora?

-Si Allis, ancora, fece Pilchard guidato dall’istinto, e si sedette sul vaso di fiori a pensare, era sudato, quel bambino aveva messo l'anima in gioco in quel gioco senza porte vere, ammirando i suoi gol e ad ogni domanda soffriva cercando nella memoria una risposta. Pilchard allora si disse che a Marta stasera avrebbe raccontato la storia di Allis. Fece una prova dicendo 

-Ha degli occhi azzurrissimi, ma cerchiati; è pallido e mostra indifeso chi è, salta e si danna, ma è solo; cerca di farsi capire e di capire, ma gli si vede un grande dolore alla testa di bambino che sta diventando sordo. Io non ho saputo insegnargli molto, nemmeno bene come si tira la palla col piede. Mi ha detto che sono io il vero bravo calciatore, anzi l'unico. Non ricordo nemmeno se sono il vero o l'unico. E poi mi ha chiesto se ancora. Sì, ancora. Ma forse non accadrà. 

Così finì Pilchard e fu contento di avere una storia che giudicò romantica da raccontare a Marta nel bar quella sera. 

Erano passati molti mesi e Marta avrebbe giudicato i suoi cambiamenti. Andò al bar sperando che Marta non venisse.

Rimase a guardare il juke box che girava con titoli che non poteva leggere, ogni tanto un arabo si alzava a mettere dei soldi nel juke box e poi cantava. Ecco, la nostalgìa, pensò Pilchard, in questa città si raccoglie la nostalgìa di tutte le città del mondo e si riversa sul juke box e sul banco del Caffè Moka Efti e negli occhi dell'arabo. Allora chiese all'arabo se volesse una birra. Birra no, caffè sì, disse l'arabo, e Pilchard ordinò una birra e un caffè. Ho sei figli, disse l'arabo, sei figli e due mogli da mantenere. 

-Avevo soldi, casa bella, mogli belle, bellissime. Ma troppo rumore, troppo rumore sei figli. Dormivo in garage e in macchina per quel rumore. Allora ho detto: basta, vado in Europa. Mando soldi, sto in pace, parlo sei lingue. Pilchard pagò e fece per andarsene. 

-E la brunetta? fece il gestore dietro il banco. 

-Se viene dille che è stronza, fece Pilchard tra le risate. 

-Stronza, stronza, facevano gli arabi tenendosi la pancia per quella parola ai loro occhi ridicola. Uscito disse Adesso sai cosa faccio? vado a trovare la slava. Quel vecchio edificio fatiscente non era lontano di lì, quella città era grande ma la sua idea era dovunque, avrebbe potuto stare lì fermo, in quel quartiere, tra il bar e la casa, e se la sarebbe sentita addosso comunque, la città, una malattia, un'abitudine.

Salì le scale, bussò, ed era come lo aspettasse, elegante come non l'aveva mai vista, con un abito blu, una cintura bianca e una spilla di perle sul vestito, ben pettinata col rossetto e la cipria. 

-Sa cosa le dico? le fece Pilchard senza nemmeno sedersi. Quando mi spoglio per andare a dormire penso a me stesso come a uno stupido. Mi sento un pò solo, ma mi rimane il sospetto che forse c’è un’anima che vuole gustare di un’altra anima, ascoltare il suo quotidiano andarsene di qui e di là attraversando i giorni che passano avendo piacere dei suoi spostamenti.

-Oh Signor Pilchard! disse la slava. Finalmente! Lei si sta innamorando di nuovo! Pilchard la guardò sorpreso per quell'idea così acuta, in quella la slava si schiarì bene la voce e cominciò:

-Signor Pilchard, lei ha un'orribile faccia stasera. Cosa è successo? Oh, non dica nulla, lo so. Ha trovato un biglietto che l'ha fatta sperare, ha atteso a lungo qui sotto, nel suo solito bar. La sua giovane amica non è venuta e lei se ne è avuto a male. Ma lei è cambiato, da quando non vive più qui. Ascolti bene quel che ho da dirle: Un tempo lei avrebbe saputo accettare questo dico bidone come l'invito a un gioco più alto. E invece adesso, cosa mi fa? lo respinge come chi va di fretta. Ora, capisco, come sia stato duro per lei dimenticare quell' anima dolce vestita di verde e di rosa. Ma è la sua volontà di evadere da ciò che ha vissuto nel passato e le manca, a rovinare il sapore che ora costei le offre fuggendola. Lei adesso vorrebbe farmi credere che siccome è cresciuto è anche spinto da una pura brama materiale...ma lo sa che potrebbe dannarla? 

Così diceva camminando nelle due stanze e attraversando la porta che le divideva, entrando e uscendo, uscendo e entrando. 

-Già, non è forse assurdo e paradossale, ora mi dico, che proprio chi si è allevato nella dolorosa, beata cognizione che l'amore sceglie, per rigogliare, la terra preziosa di quelle anime che sanno cogliere ogni ombra e ogni luce di ciò che si direbbe piuttosto che il possesso la mancanza, che l'appagamento il desiderio, che la materia lo spirito, dico non è forse assurdo e paradossale che siano proprio costoro, a pretendere che ciò che non ha potuto battere le sue ali dico che per pochi giorni di giovinezza, in stanze appartate e lontane dal mondo, a pretendere dico che un giorno questo sogno si avveri, secondo il dettato di quel purissimo, non dimenticato piacere? E pretenda di sbrigarsela in fretta, senza passare dico dalle stanze intermedie? Si è mai chiesto dico Pilchard perchè in ogni casa che si rispetti non si entra in camera da letto dalla porta principale? Dica, Pilchard, non è forse così? 

-Abbia pazienza signora ma io...disse Pilchard, che poi pensò: abbia pazienza? Ma cosa mi sta succedendo?

-Pilchard... ci pensi, prima di pretendere da questa Marta una presenza prematura che la stancherebbe, prima di rinunciare a fughe e rincorse, al giocoso balletto che ora pensa di non saper più danzare, ci pensi nel profondo del cuore e dico le scriva, le scriva le cose che sarebbe stato capace un giorno di dirle. 

-Ma signora non è così che stanno le cose! disse Pilchard cercando di riaversi da un certo giramento di testa a quel lungo discorso: Lei mi ha lasciato un biglietto, arrabbiata per avermi cercato, e mi ha dato un appuntamento e a questo appuntamento lei non è venuta!

-Lo vede, lo vede che è così? Quella Marta fa bene a provocarla, nel suo animo sensibile e forse ancora un pò confuso sente che lei non è pronto ad amarla. Lei Pilchard crede oggi di poter trattare una donna nel più insensibile dei modi solo perchè un giorno ormai lontano ha sofferto. 

Io non mi sbaglio, la conosco troppo bene. L'ho conosciuta come meglio non si potrebbe ascoltando i suoi struggimenti dietro questa porta. Ah signor Pilchard, quando lei amava quella ragazza vestita di verde e di rosa... 

Sono stata il suo angelo custode per anni, e da quando se ne è andato ho cominciato a pensare. Mi mancano sa tutte le sue storie in queste stanze di fronte? non esistono più.

-Le storie? chiese Pilchard.

-Le stanze! rise alto la slava.

-Ma lei, lei, non ha fatto esperienza? chiese Pilchard che di questo era sempre stato curioso. 

-Esperienze? Chissà. Sono vecchia, non le ricordo, non saprei neanche dirle com'era la casa in cui sono nata. E poi, venuta qui, tutto è stato come fosse accaduto in un giorno. 

-E la nuova proprietaria del suo appartamento? 

-Cosa vuole, disse la slava indossando l'enfasi della vecchiaia, ogni tanto viene persino a trovarmi. Mi chiede come sto. Dice che non le devo l'affitto. Crede di farmi un favore. Ma se non si paga l'affitto della casa che si abita, sembra di essere già morti. Un’ombra senza futuro. Eppure mi restano questi pensieri, girano ancora nell'aria, se è questo che voleva sapere. Venga, venga ancora a trovarmi.

-Chissà da dove vengono tutte quelle parole? pensava Pilchard camminando verso casa stordito. 

 

 

 

 

 

12

 

 

Capitolo dodicesimo, tra latrati di cortile s’alza un inno che a Pilchard sembrando levato alla città intera muove voglia di lungamara confessione sotto forma di lettera alla Marta. Approverebbe la slava? Non parole d’amore, non infingimenti, non seduzioni, non intrighi mai più: onesto fino alla bischeraggine, Pilchard si propone un bilancio come a dire eccomi: chi mi ama mi affetti, di me non si butta via niente, come  il maiale. Ma si sa quanto, ricostruendo, non si faccia che mentire. Meglio sarebbe il silenzio della propria faccia, a parlare. Ricordi, bambina, quando insieme prendevamo il metrò e tu dicevi guardando come io guardava: dio mio, cos’è una faccia! Ora ti mancano anche gli occhi. Ma ahimè questi, son lamenti privati.

tempo di lettura: tre pezzi dei Soul Coffin: Dreams of Wichita, Screenplater, un altro a scelta.

 

 

Quando arrivò a casa, da un piano alto di uno dei palazzi che si affacciava nel cortile arrivavano urla e corse di gente che si minaccia di ammazzarsi. Erano le voci di un bambino che scappa di una donna che urla 

-Bastardo! bastardo! Cane! ti ammazzo! ti ammazzo! e in sottofondo quella di un uomo che a malapena si riusciva a decifrarla. Sarà la donna grassa con il marito piccolo e magro, pensò Pilchard, aveva visto il bambino giocare a skate-board per la strada, tornare a casa suonando tellow Submarine su di un piffero, dare ai gatti da mangiare ossi spolpati di costata, poi venivano i cani randagi e per il cortile si scatenava una giagantesca zuffa con ululati e miagolii, lui deluso saliva le scale e si prendeva gli urli del padre della madre e della pingue sorella che si era svegliata, ma male, ancora una volta. 

Pilchard sentì sbattere una porta e vide accendersi la luce delle scale. Un'ombra scendeva di corsa le rampe, si aprì il portone, erano le due  della notte e quell'uomo del quinto piano con la moglie grassa uscì e si fermò sul portone col naso per aria. Pur così piccolo aveva un vestito troppo stretto marrone, una cravatta marrone e delle scarpe marrone, e una borsa a tracolla di cuoio marrone, gli occhiali spessi gli facevano occhi enormi da pesce impomatato, marrone. 

Era rigido sulla soglia e stava fermo, guardava in alto e bofonchiava, non sapeva dove andare cacciato dagli urli. Annusava l'aria, come i topi o più ancora le talpe, anche loro il naso lo mandano di qua di là. Di qua di là.

Pilchard lo salutò dicendo buonasera, con il suo accento di provincia che non gli andava più di nascondere. L'ometto si sorprese di essere guardato fermo sotto il portone senza sapere dove andare e scappò via, piccolo com'era bofonchiando un saluto. A lui venne da ridere e anche la voglia di stare lì, seduto nel cortile a vedere cos'altro sarebbe successo. 

Stava lì nella notte da una buona mezz’ora quando decise di andare a dormire: non succedeva niente di niente. Salì e si distese sul letto. Allora la studentessa pigra di bel canto si mise a cantare. Pilchard guardò la sveglia, erano le tre meno cinque. Forse quella ragazza cantava ogni notte, si svegliava da uno svenimento e si metteva a cantare. 

Quel sibilo, il fruscio della sua voce che si innalza dalla finestra al cielo commosse Pilchard al punto che disse 

-Che sera! che notte! prese una sigaretta e andò alla finestra ad ascoltare. Era dalle persiane socchiuse del terzo piano che veniva la voce della ragazza che cantava seguendo solo estro e passione. Era secondo lui esile ma molto ben fatta, aveva gli occhi di una statua, ma lo sguardo di un quadro raffaelita o addirittura pre, raffaelita, lui l’aveva visto nel famoso viaggio in Inghilterra. 

Quando pensava al suo famoso viaggio in Inghilterra gli veniva in mente tarcisio che di viaggi ne aveva fatti parecchi, uno anche a genova in messico o forse era andato a marsiglia ma la storia di Marsiglia o di Genova non gliel’aveva mai raccontata e lui comunque non aveva capito.

-Chissà se ci è mai andato a Marsiglia quel tarcisio. A Marsiglia ci fanno il sapone, questo è il fatto. Provò un certo imbarazzo e vergogna al pensiero che avrebbe voluto conoscere la studentessa di bel canto, ma se l'avesse conosciuta non avrebbe saputo cosa dirle. In quel momento la luce si spense, e quel canto finì. 

Quando Pilchard si svegliò da sonni brevi e sogni idioti prese un foglio di carta e una penna e tornatosene a letto decise di scrivere a Marta. Scrisse così:

-Cara Marta, quando sono venuto a vivere in questa città io avevo da anni perso anche se non lo sapevo un quaderno con la copertina di plastica verde, sai quei primi quaderni con la copertina di plastica porosa, se gli passavi sopra una penna o un'unghia facevano rizzare i capelli sulla testa come quando a un pettine si riserva lo stesso trattamento, anche i chiodi sui vetri e digrignare i denti fanno lo stesso effetto, per darti l'idea. 

In quel periodo leggevo molti libri francesi, a causa di quelle letture e di una crisi religiosa ho scritto tutto quel quaderno che doveva essere filosofico ma più che altro romanzesco, perchè all'inizio credevo in dio e alla fine non credevo più. Era verde scuro come certe olive grandi un pò appuntite molto buone e un pò aspre che si coltivano nel sud dell'Italia, il quaderno. 

Non saprei ricordare quello che c'era scritto, ma le frasi si aggrovigliavano a più non posso al modo dei matti e non saprei dire se ci fosse un punto qui o là. 

Per diversi anni ho pensato che il quaderno fosse da qualche parte, era impossibile che me ne fossi separato in modo accidentale per esempio buttandolo con le carte stracce non credo. E tu credi, dico per interloquire?

Un giorno che mio padre era morto da due mesi andai a vedere la casa dove io ero cresciuto e lui era morto. Io lì avevo scritto il quaderno, cercandolo trovai quaderni di matematica e chimica: quella casa aveva la proprietà che niente andava perduto, tutto la faceva somigliare a un vecchio archivio. Insomma l'avevo perso. 

Posso dire che molte volte, sia prima che dopo quel giorno, ho desiderato ritrovarlo. Pensavo allora che a buttarlo fosse stato mio padre. Lui poteva capire un figlio debole in matematica e chimica ma non un figlio teologo senza dio, o perso nel corso di ragionamenti. 

Ci ho messo tempo a perdonare mio padre per il quaderno e per tutto. Ma tant’è, quando si perde una persona si comincia a ritrovarla nei pensieri, ma un quaderno è un quaderno.

Comunque, cercavo solo di dirti che è morto mio padre. 

Vorrei anche raccontarti di come allora spesso mi capitava che essendo entrato in un negozio per comprare qualcosa, quando il padrone mi chiedeva cosa volessi io non riuscivo a chiedere, se qualche volta ci riuscivo lo facevo in un modo che sembrava chiedere l'elemosina e come tale veniva trattato. Io pensava che mi scrutassero. 

Continuò così, sentivo sempre di venire scrutato. Forse era perchè dormivo fino a tardi e avevo quell'aria che mi durava addosso fino a sera, ma il modo che avevano di guardarmi il macellaio il barista la tabaccaia e la fioraia mi fiaccava parecchio. 

C'era però qualcosa di meraviglioso in questo affanno che mi toglieva la parola, io riuscivo a quel modo a separarmi dal mondo e vivere nell'isolamento mistico camminando nelle luci della città, ed era in quella dispersione ovunque di me stesso che sentivo camminando dove tutti camminano che la città intera mi rientrava con l'udito e la vista, se c'erano profumi anche dal naso. Hai visto tellow Submarine? Quella scena del film quando cantano Eleanor Rigbt corrisponde a quello che voglio dirti in modo molto elegante. ti ricordi la lacrima dell’aviatore che scende sotto gli occhiali? Plexiglass, suppongo. Anche se loro cantavano e io invece stavo zitto, questa forse la differenza con i Beatles. 

Cantavo anch’io qualche volta, ma più tardi, cioè quando sono venuto a vivere in questa grande città dove ho conosciuto anche una ragazza che in un certo senso ti somiglia anche se non voglio offenderti con questo, e poi tarcisio. Stavo dicendo che allora cantavo, solitamente una canzone dove un certo Semolina Pilchard sta scalando la torre Eiffel. Bel nome Eiffel non è vero? Io mi chiamo Semolina Pilchard ma avrei potuto chiamarmi Eiffel, sono conscio di questo. 

Dunque è in questa città che ho scoperto di essere libero, ma a me ha sempre dato affanno la libertà come un vuoto: ceno quasi sempre solo pensando a grandi tavolate. Vergognarsi per questo? Dunque questo sarebbe un invito a cena anche se ammetto di esserci arrivato in modo tortuoso.

Se l'ho fatto è per fornirti indicazioni dettagliate nel caso tu volessi giudicare se vale o non vale la pena di vedermi. Forse sbaglio a dire la pena ma in fondo è un modo di dire a me sembra. Qualche volta sono un pò giù lo ammetto anche se sembra incredibile dati i molti frizzi che ho mostrato in passato dando mostra isterica di me nelle feste. Ma è così. 

Adesso ti ho detto tutto. Vorrei dirti anche che ti amo, ma è poi vero se non ti vedo mai? 

tuo Pilchard.

 

 

 

 

 

13

 

 

Capitolo  tredici, dove le cose corrono verso il loro destino, perchè chi ha la rovina nel sangue, sta dalla parte della rovina. Pilchard l’amava, e come non era tra quelli che salgono sul carro del vincitore, scendeva pure da quello degli sconfitti per parlare a nome dei derivanti. Ma la deriva, se ha l’odore del fango, ha il passo delle nuvole, l’indole della preghiera. Noi siamo riedizioni comiche di ciò che è scorso: Pilchard provò a farsi Savonarola, e il rogo stesso fu fuoco di paglia.

tempo di lettura: la consultazione dei listini di Borsa nelle abitudini di un risparmiatore medio, più alcuni pensieri, non tutti migliori di questi, sul da farsi.

 

 

 

Si era fatto tardi. Pilchard sapeva che se avesse riletto quella lettera non l'avrebbe mai spedita. Andò di corsa senza lavarsi o pettinarsi dal tabaccaio per la busta i francobolli e un caffè doppio. Si sentì un giramento di testa da caffè e la spedì espresso in quella mattina in cui tutto era di fretta. Corse verso la scuola, ci arrivò trafelato e corse verso la sua aula. Ma non c'era nessuno. Si ricordò di essersi dimenticato che quel mattino non c'era lezione ma riunione con tutte le autorità e molti esperti in materia da tenersi all'aperto per permettere di seguirla a tutti gli studenti dal titolo

Strutture democratiche, prevenzione e recupero delle tossicodipendenze

Stava parlando un onorevole e aveva parlato un dottore, aveva introdotto il preside che sedeva nel mezzo tra un generale dei carabinieri muto e un gestore di una casa di recupero per tossicodipendenti grasso, che avrebbe parlato dopo in quanto star del dibattito. tutti erano molto contrari a certe smodate libertà e molto favorevoli a certe misure di obbligo. Pilchard era contrario all’obbligo e favorevole alle smodate libertà, ma anche molto perplesso per via dei ragionamenti fatti a Marta sulla libertà che è come un vuoto, l'avevano confuso e confuso restava in questo momento. 

Nelle prime file sedevano i favorevoli e nelle ultime i contrari tra cui gli insegnanti di biologia e di diritto. 

-E Marco? chiese Pilchard all'insegnante di biologia, che ricordandosi le insinuazioni su di lei vista a parlare col bidello in palestra rispose che adesso non era il momento. Pioveva, e come ogni volta che pioveva Pilchard veniva preso da una struggente tristezza che lo faceva star bene, ma se le circostanze disturbavano questo suo acuminato stato di ebbrezza in virtù del quale da tempi remoti si chiamava Semolina Pilchard, gli saltava la mosca al naso e perdeva ogni freno. Così disse come non è il momento! Quello se ne sta da una settimana a fare la guardia a un muro e tu non è il momento è quello che sai dire?

-Il preside ha detto che per lui è come non esistesse, disse l'insegnante di diritto guardando in avanti non si sa se per calmarlo o provocarlo con la sua esibizione di nonchalance col risultato comunque di eccitarlo. 

Pilchard prese un giornale in prestito a un bidello volendo far vedere che a lui non interessava quello che diceva il gestore di case di recupero per tossicodipendenti. Scorse le pagine della cronaca e vide che anche oggi qualcuno era morto per quella brutta faccenda. Ogni volta che c'era un trafiletto di quel genere Pilchard guardava se per caso non conoscesse il morto. Poteva essere Poldi poteva essere Pezzoli, forse anche Domenico poteva essere il morto. 

Quando quel signore ebbe finito il suo intervento così ben autorizzato dall'esperienza a Pilchard la rabbia gli era già montata alla testa da un pezzo. Alzò la mano con una faccia che spaventò l'insegnante di biologia sua vicina che disse soltanto oh mio dio. 

-Mi sembra, disse allora il preside appoggiandosi alla spalla del generale dei carabinieri per meglio vedere tra le file giù in fondo, che ci sia là l'insegnante di religione che vuol dire qualcosa. Prego, venga, venga, si accomodi, aggiunse il preside con un sorriso paterno e accomodante, rivolgendosi poi al gestore di case di recupero come dicesse qui siamo tutti una grande famiglia non deve temere vedrà non si preoccupi.

Pilchard avanzò a lungo tra quelle file di sedie e fu costretto a salire su un trespolo e forse per questo sentì come fosse nel mezzo di una campagna elettorale d'altri tempi con comizi dal trespolo. La sua figura non alta e piuttosto smagrita era stretta da una giacchetta nera, tirata sopra una camicia bianca lisa ma pulita. Questo lo rendeva credibile come insegnante di religione. Del resto vestiva quasi sempre così e così andava a dormire, salvo giacca e le scarpe. 

Campeggiò a quel modo in silenzio contro il cielo, agitando le autorità ancor prima che parlasse. Cominciò finalmente, mentre il brusio calava in un torvo silenzio:

-Sgnori: grazie alle nostre libertà è oggi più alto il numero di coloro che credendosi nel giusto propagandano con segreta arroganza l'aurea mediocrità di chi ha bisogno di far circolare sciocchezze a più alta velocità per poter tappezzare le coscienze con le proprie protesi. 

A questo si è ridotto il diritto di parola: molti che un tempo avrebbero saputo stare zitti ora parlano. E quando parlano hanno sempre presente ciò che chiamano il senso di umanità, espressione con la quale si dà alla demenza il diritto di cittadinanza nelle nostre moderne conversazioni. Sarebbe infatti assai meglio parlassero solo coloro che quando parlano sono guidati da un senso di mineralità, ma lasciamo perdere. 

Cosa dunque è successo grazie a costoro? Il dileggio si è travestito da bontà, la tortura morale da dovere di cronaca, mentre i fatti vengono distorti e coerciti alla legge di quella specie di diarrea che è il bisogno di dare pubblicità ai propri sentimenti. 

Così trionfa l'ipocrisia, mentre uno stuolo di sciacalli aspetta che qualche disgraziato muoia in un cesso della stazione per raccontare un'altra storia patetica. E così, poiché l'ipocrisia è uno specchio deformante che trasforma la propria faccia da aguzzino in quella del paladino della migliore delle società possibili vale a dire la nostra, costoro sbrodolano i loro compitini dove il dramma della vittima non ha mai un assassino, se non in se stesso. 

E questo l'hanno imparato da quelli che, santi o demoni fossero, hanno confessato i pesi che hanno saputo leggere con fatica nell'intimo del loro cuore. Si potrebbe annotare che non avevano costoro il fine di finire crocifissi, ma almeno di salvare se non il corpo o l'anima almeno la poesia. Ma anche qui, si voli. 

Così, appresa a un corso accelerato la professione di pennivendoli, come la vittima designata muore essi si precipitano a scrivere come si trattasse di salvare una vita umana, e la loro penna farfuglia parole di accorata comprensione del dramma, mentre la mente è già vaga di sedere sullo scranno del caporedattore. Ma che brutto carnevale! Che brutto carnevale quest'anno! 

Il canovaccio l'hanno imparato divorando sui banchi di scuola le biografie dei poeti, nei confronti dei quali non hanno mai versato una lacrima perché, venendo al sodo, il loro destino è mille miglia distante da quello di quelli, e non è facile piangere per qualcuno cui capita qualcosa che a loro non potrà capitare. 

Aggiungeranno un finale sui cattivi maestri, dal quale prima o poi la zampa del narciso salterà fuori a tirare la volata al futuro caporedattore recitando la favola bella di come hanno fatto proprio loro a farsi da se stessi senz'altra guida che la propria coscienza. E la parentela di un azionista del giornale, ma anche questa lasciamola perdere. 

Nel finale si rammaricheranno che quest'epoca sia avara di poesia, solo perché la poesia non è in loro, e quando la incontrano, secondo la tradizione alla quale si iscrivono, non la riconoscono, e scambiano un viso dimentico delle proprie apparenze che si sta emaciando per trovare una nuova bellezza per quello di un ubriacone, riuscendo spesso a convincere quel poeta a ubriacarsi. 

Questo genere di bollettini di guerra viene pubblicato la domenica, poco dopo il resoconto della settimana in borsa, con la puntualità con cui il condor cala sul cadavere non appena ne usma l'odore, e nel farlo approfitta per mostrare al mondo la maestà delle sue belle ali. Noterete di striscio come il sapore degli aggettivi cambi a seconda di come sia andata la borsa. E i toni mutano: dal vago disprezzo quando le azioni sono calate, al caloroso pietismo quando si sa che il lettore si sente ben pasciuto dal sapore del proprio dividendo e può concedersi un digestivo un pò amaro. Sentite. 

E qui Pilchard trasse dalla tasca della giacchetta troppo stretta il foglio gualcito del giornale sottratto al bidello che lo stava cercando perchè dietro c'era il listino della Borsa, ci aveva investito sette milioni in azioni della Standa e ancora non sapeva che erano crollate, ma già da qualche sera l'indice Dow Jones lo tormentava al punto che aveva perso il filo della sua telenovela. Pilchard stiracchiò il foglio in un imbarazzato generale silenzio al quale fece eccezione la voce eccitata del bidello che diceva ma quello è il mio giornale maremma! veniva di lì. Scoppiò una risata dal fondo e qui Pilchard si sentì pronto a dare lettura.

-Un altro morto per overdose trovato in un cesso della stazione ieri notte. Il poveretto aveva cercato negli ultimi anni di uscire dal tunnel del vizio. Scriveva persino poesie. Gli amici sostengono che fosse un ragazzo sensibile, negli ultimi tempi lavorava come volontario al canile comunale, passando lunghe ore coi cani randagi che lo aiutavano a dimenticare il suo dramma. Ma poi il mostro che lo possedeva ha vinto la sua battaglia. Alla stazione, l'ultimo fatale incontro: l'amico di un tempo, che era riuscito ad abbandonare ma poi, chissà, forse il suo stesso senso di colpa per quell'inevitabile, necessario tradimento, lo spinge a dividere con lui l'ultima dose. Una storia come tante...ma il problema è sociale...chi più recupera più merita.....e così via, così via... 

Io mi chiedo signori, anche davanti al generale dei carabinieri qui presente...se non sia possibile, dico non sia possibile parlare di queste cose in un altro modo meno ripugnante!...

Pilchard continuava a parlare, nessuno sapeva come fermarlo mentre a lui saliva la vergogna, la sentiva salire e finì con il manifestarsi in un progressivo e imbarazzante rossore. 

Pilchard l’addebitava al fatto che gli sembrava di dire ovvietà condivise perciò inutili. Prima o poi qualcuno si sarebbe alzato dicendo ma queste cose le sappiamo collega, forse l’insegnante di diritto esperto in materia e l’avrebbe chiamato onorevole. Se l’aspettava e aspettando arrossiva. 

Il generale e il preside e il gestore di case per tossicodipendenti e l'onorevole lo stavano guardando dall'inizio con un crescente sospetto di follia, ma ciò confermava la sua convinzione che quelle fossero stupide ovvietà. E più gli sembravano stupide, più andava avanti nel tentativo di rimediare. Così se la prese con tutti, anche con il gestore delle case di recupero per tossicodipendenti e con il preside e col generale dei carabinieri in persona e l'onorevole soprattutto. 

tutti al contrario temevano per lui che si stava rovinando con le sue mani, era singolare che ognuno di loro in cuor suo anche il generale stesse dalla sua parte, e tutti parevano dirgli 

-fermati fermati Pilchard, non rovinarti con le tue mani da bravo, perché infatti l'autorità davanti alla quale le sue parole erano sconvenienti era più in alto e più in alto di loro, loro non ci potevano far nulla e da ultimo il generale levò gli occhi al cielo alludendo; e anche il gestore li levò e anche il preside li levò per imitare e finalmente Pilchard se ne accorse e disse 

-Lo so, piove, e ci sono anche gli altri, mi dispiace di avervi annoiato con queste ovvietà. In fondo siamo tutti uguali, propagandisti di tranquillanti e banalità. 

Finalmente scese dal pulpito, tornò a sedersi di dov'era venuto, e un gran silenzio accompagnò il rumore dei suoi tacchi; di più il destro faceva rumore: una leggera malformazione del piede consumava sempre quel tacco fino ai chiodi, e Pilchard camminava parecchio. 

I vicini non parteciparono al brusìo impietriti dall'imbarazzo per quella scomoda vicinanza, il preside che presiedeva guardò il gestore perché non aveva coraggio di guardare il generale, abbozzò un sorriso, prese l'asta del microfono in mano, lo avvicinò alla bocca e disse 

-Ringraziamo l'insegnante di religione per il suo estroso intervento, tuttavia utile a un buon inquadramento generale della complessità delle tematiche che stiamo affrontando...

Ma tutto era finito, non c'era verso di dare interesse al discorso. 

Un minuto dopo venne aperta un'inchiesta sull'insegnante di religione Semolina Pilchard. L'insegnante di biologia disse allora 

-Ma perché rovinarlo? Se nessuno si è scandalizzato in nome di chi, di che cosa è stata aperta un'inchiesta?

-Ma non stavamo parlando d'altro? le disse Pilchard con sarcastico accenno al signor Marco. Proprio Marco aveva lasciato un attimo la palestra per andare ai servizi e si trovò davanti a quel drappello che inseguiva Pilchard che se ne stava andando. -Ho sentito che hai parlato all'assemblea, sei matto tu, l'ho sempre pensato che sei matto disse Marco. 

-Stai di nuovo ingrassando, gli disse Pilchard che poi vide l'insegnante di diritto che chiamava tutti onorevole e galvanizzato dall’incontro parlamentare riprese a gridare: 

-Diamo loro ragione, diamogliela ogni giorno così come ogni giorno già gliela diamo, compriamo i loro giornali e guardiamo la televisione, è l'unico modo per farli morire di gotta sotto una valanga di applausi, un'indigestione di amor proprio esercitato per conto delle pompe funebri! gridò Pilchard superandoli e andandosene come qualcuno che sia spintonato. Non lo seguì nessuno.

-Ma perché le pompe funebri? chiese Marco all'insegnante di biologia essendosi fermato a guardare. 

-Su su non è il momento, disse l'insegnante di biologia. Quando fu davanti al custode della scuola che stava leggendo La gazzetta della Sport che annunciava il percorso del giro D'Italia e aspettava pronto che qualcuno chiamasse al telefono, Pilchard si affacciò al suo spioncino e gli disse così: 

-Io per natura guardo piuttosto in basso che in alto. E in basso vedo molta gente che soffre nonostante quello che si dice in giro adesso. Quegli operai ad esempio, vicino a dove abito c'è una fabbrica. Sa cosa le dico? Che a tutte le ore del giorno e della notte c'è qualcuno che lavora là dentro, c'è rumore e la gente si lamenta, e a tutte le ore della notte e del giorno quelli escono come fossero un fiume o una valvola di scolmo di una diga e se ne vanno. Lei chiederà: dove vanno? Se ne vanno nella nebbia, e chi lo sa dove vanno. Poi tornano come un fiume o una valvola di scolmo e riprendono a lavorare, lavorano di notte e dormono di giorno, e mandano i figli a giocare in cortile perché li disturbano ma in cortile è proibito giocare. Allora sa cosa fanno? Vanno sul marciapiede come per giocare a skate-board ma non c'è spazio, e se fossero bravi davvero rimarrebbero uccisi da quei camion a rimorchio che entrano nella fabbrica. Io mi domando come faranno a diventare campioni di skate-board se il marciapiede è così stretto? E allora io lo so cosa faranno, ma lasciamo andare anche questo argomento. 

Il guardiano della scuola lo guardò a bocca aperta, sembrava arrabbiato e lui montava la guardia, suonò il telefono, il guardiano rispose, era il preside che diceva che era molto meglio se l'insegnante di religione veniva fatto uscire senza accettare sue presumibili provocazioni.

-Comunque guardi che è in stato di alterazione, urlava il preside furibondo. Il guardiano disse a Pilchard guardi che è meglio se se ne va. 

-Ma sì, me ne vado, fece Pilchard, tanto la scuola è tutto un balletto e una truffa, disse rivolti gli occhi già bassi al muro come avesse voluto scolpire una lapide con quel suo dire all'ingresso e restar ricordato. 

Uscito di là Pilchard si calmò, come se niente fosse rimasto di quei pensieri e parole. Si fermò alla fermata del tram e disse tra sè ma cosa mi sta succedendo? Non sarà forse stato a causa di quella lettera a Marta?

Il tram non arrivava e c'era un vento, faceva cadere le foglie, le faceva volare e volare, bambini assai piccoli le inseguivano e le madri e bambinaie e nonne inseguivano quelli gridando improperi e paure di macchine e tram a quei bimbi stretti nel primo loro cappotto. Era bella la vita, perché dunque dolersene? Il tram arrivò e Pilchard decise di pagare il biglietto, una fanciulla dal viso incantevole stava seduta e lui in piedi la guardava e la guardava: era forse lei la studentessa pigra e ispirata di bel canto? 

Nel cortile di casa Allis stava giocando da solo e quando lo vide gridò tu sei il bravo calciatore! io ho una palla! non tirare così lascia la palla cadere per terra e poi tira così al rallentatore! mio padre dorme! io devo stare in cortile perché faccio rumore, giochiamo ancora? 

-Allis non è il momento, disse Pilchard ricordandosi dell'insegnante di biologia. Salì le scale e si mise alla finestra. Allis saliva tutte le scale condominiali del cortile ed entrava in tutte le porte che trovava aperte, attraverso vetrate Pilchard vedeva signore e cameriere e impiegate di geometri che spingevano Allis fuori dalla porta dicendogli Allis, questa non è casa tua, ma Allis era molto eccitato e così non capiva egli avendo quell'anima da cortile perché non fosse tutto casa sua quel cortile e le scale.

Quando Allis tornò Pilchard gli disse: 

-Allis vieni pure su! gridando forte per fargli sentire. Allis salì e girò tutta la casa varie volte misurando e studiando, chiese un bicchier d'acqua e fece molti altri giri guardando dappertutto e facendo capire la sua intelligenza chiese ancora dell'acqua finchè Pilchard capì che Allis non se ne sarebbe mai andato. 

-Adesso vattene Allis. Allis se ne andò e Pilchard si mise a spazzare per terra dal nervoso. Mentre spazzava Allis che era rientrato lo spinse piano piano alle spalle, Pilchard che non l'aveva sentito si spaventò, fece un balzo e disse 

-Allis! non fare così, chiamami quando entri se entri!

-Eh scusa ma come faccio? disse Allis in un momento che ci sentiva, non so neanche come ti chiami!

-Pilchard, fece Pilchard, chiamami Pilchard!

-tomaso? Che strano nome tomaso, fece Allis

-Pilchard! Ho detto Pilchard, Pilchard! Ho detto! e quel nome gli parve per la prima volta il nome di uno stupido.

 

 

 

 

 

14

 

 

Abbandonare cose che si sono amate, molce il cuore anche a chi ha torto. Pilchard magnanimemente se lo dava, come chi in fondo abbia gli occhi da buono. Erano anni quelli, che credendo di dir bene veniva sbeffeggiato e fatto vittima di maldicenze. Nessuno in quella scuola gli avrebbe perdonato il suo dire tra l’altro perchè, al suo mesto sorridere, gli si scoprivano un premolare d’oro e un canino inferiore quasi marcio: aveva un progetto dentistico low budget.

Poi si abbandonò, al piacere di essere chi era, finalmente. E finalmente il teatrante si librò nella notte come un contadinello di Chagall. O come l’asino, di quello più magico e inquietante.

tempo di lettura: lo stirare di due tre camiselle, a seconda della tecnologìa che usate e degli anni da che praticate questa forma di meditazione zen.

 

 

Pilchard sapeva a cosa stava per andare incontro. Si svegliò di buon'ora e con cura si lavò e pettinò e si vestì in quel modo che trovava elegante equivocando. Scese giù e si fece un caffè e guardando in alto si accorse d’essere in ritardo. Si ficcò un cappello in testa e sgusciò via correndo. Afferrò un tram all’ultimo secondo e lo spinse coi pensieri. Scese, decise di fare quattro passi a piedi, voleva entrarsene alla grande, perchè era triste ma leggero. Qualcuno stava blaterando.

Evitò il corridoio della presidenza per non sciuparsi la musica che si ascoltava in cuore come accade quando si sa che è l'ultima volta. Anche i cassetti dove tenere i registri avevano qualcosa di definitivo, e i banchi e i vetri e il bosco su cui davano le finestre della sua aula che aveva spesso usato per dire che tutto in fondo si riduce al modo in cui guardiamo quegli alberi e come decidiamo di parlarne. L'ispettore era seduto alla sua cattedra, leggiucchiava una relazione già scritta sul suo conto e sugli avvenimenti di quel famoso giorno. 

Pilchard lo salutò con sincera deferenza e disse: 

-Non si preoccupi, in fondo anche quel modo di scrivere non è sbagliato anzi utile. Ci dà il segno dei tempi ed è in questi tempi che bisogna pur vivere. Dunque è sbagliato prendersela col giornalismo. Non si può certo scrivere con la lingua di un secolo fa, per quanto bella essa fosse non trova? Poi salutò gli studenti con calore e disse loro che tra gli uomini quelli che aveva amato di più erano morti uno di tisi purtroppo, un secondo di alcool e un terzo di sifilide e un quarto di asma, tutti in giovane età mentre il quinto che non aveva contratto alcun morbo nè vizio grazie a un totale isolamento era morto a causa di malformazioni contratte stando chino sui libri, 

-a trentotto anni perlopiù, un'età che sembra fatidica. Poi aggiunse: 

-Sono del resto convinto che si siano dati da se stessi la propria morte. Il guaio è che tollero che questa verità venga detta solo da chi ha ancora le lacrime agli occhi, anche se capisco come questo sia un fatto sconveniente. Comunque, non state troppo sui libri. Mi piacerebbe se un giorno tra voi vi scambiaste libri di poesie sotto i banchi. E' così dialogando tra amici il vero studio. Arrivederci. 

Quando fu sulla porta si rigirò perchè voleva far capire qualcosa che non si era capito e disse: 

-Grazie ragazzi, è stato tutto molto bello. Poi andò dal preside e gli porse i motivi del suo sincero rammarico e gli chiese cosa avesse detto alla fine il generale dei carabinieri che stava sempre zitto. Il preside lo congedò brevemente, accampando i motivi di un grande daffare, voleva che quella scuola fosse una scuola, tutto doveva funzionare, tutti si dovevano adeguare, da lì dovevano uscire persone e professionalità ben distinte, era questo che lui forse non aveva capito.  

-Lei dev'essere malato e si deve curare, Pilchard gli disse. Il preside accompagnò la sua uscita con un gesto di stizza. 

tornando a casa Pilchard pensò, nell'ordine, che quel preside non aveva fatto un buon affare prendendosi Marco per bidello e lui insegnante di religione, poi se avrebbe mai più visto anche Marco, al bar non lo vedeva più, rimaneva lì a far la guardia a quel muro come se niente fosse e neanche lui fosse. 

terzo: passata l'emozione facevano tutti come Marco non esistesse, salvo l'insegnante di educazione fisica che diceva che Marco gli disturbava le classi, gli studenti volevano parlare con lui e si fermavano anche dopo la fine dell'ora, facendo esacerbare gli insegnanti dell'ora seguente che dicevano questa è ancora una scuola fino a prova contraria!

Quarto: l'insegnante di educazione fisica rispondeva agitando minacce anche contro il sindacato, e ritornando in palestra diceva parlando da solo che da quando dura questa storia non si fa più salto in alto, coi campionati che incombono io non so cosa succederà sarà un disastro un disastro!

Quinto: quando Pilchard arrivò sulla porta di casa disse ecco adesso capisco: sono di nuovo senza un lavoro e questo è un fatto. Aprì la porta e trovò una lettera di Marta. 

-Mi piacerebbe assaggiarle quelle olive verdi scure un pò grosse che si coltivano nel sud dell'Italia! Quando la finirai di parlare con te stesso? E metti a posto il giardino. Quando vengo a trovarti ho voglia di stare in giardino ma è tutto  sterpi che non ci si può nemmeno entrare, e quelle bottiglie! E le latte di birra! una vera vergogna. tua Marta. 

tua Marta? tua Marta? te la faccio vedere io la tua Marta disse allora Pilchard inalberato, ma come, ti aspetto al bar e non ti fai vedere, ti scrivo una lettera programmatica sul da farsi tra noi e mi rispondi il giardino e le olive quando vengo a trovarti, io lo brucio il giardino altro che se lo brucio! E corse in giardino con una falce lasciata da quello che aveva passato in quella casa una gran bella giovinezza e tagliò le sterpaglie poi prese le latte e le bottiglie sparse lì intorno da quelli che le buttavano dai piani alti e dai vandali e le raccolse in un sacco di plastica nero e poi gridò verso i piani alti ve le dò io le bottiglie e le latte! non voglio più vedere qualcuno a tirarle li avete o non li avete i vostri bidoni? Poi prese dei fiammiferi e fece un incendio di tutte le stoppie. Era sera, e quando le stoppie finirono di bruciare prese le ceneri e le mise in una cassa di legno. Le portò via. Bene, il più è fatto, disse allora, e decise di assolversi per tutte le malefatte e si distese su un letto. 

Eppure bene non stava, dalla scuola era stato licenziato, Marco faceva la guardia a un muro, tarcisio era scomparso da un pezzo, questa Marta non si faceva vedere e quel che era peggio se era riuscito in quel recente passato a darsi una reputazione sia pure imprecisa e fumosa adessso l'aveva ripersa. 

-Ah se fosse estate, potrei almeno andare al lago a fare dei bagni! pensò. Ma veniva l'inverno, faceva buio sempre più presto, e presto sarebbero stati natale e gennaio, con chi avrebbe passato le feste? Febbraio sarebbe stato anche peggio. E in quella città tutti sapevano cosa fare, 

-se uno non sa cosa fare in questa città diventa matto. Andò in bagno con l'intenzione di tirar tardi recitando una vecchia parte mai morta di lui nello specchio. E se Marta fosse venuta la mattina dopo a cercarlo? Era meglio uscire di buonora e cercare un lavoro. Di certo non voleva farsi trovare licenziato in piena solitudine e sconcerto e i bei tempi che se n'erano andati. Ma erano poi stati bei tempi? Questo forse avrebbe saputo dirlo la slava. Lui aveva arato il suo campo, senza chiedersi se avrebbe fruttato. Aveva conosciuto risi amari e dolore, e l'aveva studiato, visto che c'era, e gli venne voglia di dire che l'aveva fatto con una tal forza d'animo degna di un povero che si ritrova alla fine capitano d'industria. E lui, era forse capitano d'industria? Fu allora che in quella notte fredda si aprì la finestra al terzo piano, tra le persiane socchiuse intravide l'ombra della studentessa di bel canto, e passati alcuni secondi lei si mise a cantare. 

Pilchard capì perchè la studentessa aprisse sempre le finestre quando si metteva a cantare, anche adesso che faceva freddo le aveva aperte poco prima di innalzare al cielo la sua voce, perchè quel canto fievole di flauto usciva come un profumo da quelle povere finestre e andava a mettersi dove non c'era nulla, forse solo i desideri di questa studentessa e anche i suoi di parlarle. 

-Ah se avessi un teatro, bisbigliò Pilchard, io ti regalerei il teatro e ti farei cantare. E poi, ti porterei al parco, e ogni pianta del parco avrebbe un nome nel quale vedresti splendere la poesia. Ogni attimo della giornata, ogni incontro, fatica, e ogni gioia, e tutte le piante che stanno nell'orizzonte io le riempirei di parole nelle quali risplende l'amore, perchè tu mi avrai dato una grande forza, e una grande fiducia. 

Qui si fermò, era tardi, era solo davanti allo specchio e fu preso da una specie di storta al cervello. Andò giù con la voce sui gravi, per poi risalire andando verso l'urlo. L'urlo non lo faceva da tempo, neanche allo specchio. 

Pilchard aveva acceso una lucetta per meglio illuminarsi in modo sinistro. Eccitato com'era dalla luce e dal canto sbrodolò un lungo monologo sul quale è meglio tacere, tacerebbe lui stesso: parlò degli anni che volano e confessò le sue ugge per aver perso il tram del teatro, la sua vecchia manìa, che tarcisio aveva capito, e l'aveva spinto e spinto: al teatro, 

-dove sembra di vivere senza tempo in un mare di parole, ma quando si esce bisogna pur smetterla con le parole. Hanno il tempo che trovano. Prendere il tram è diverso che andare a teatro, diceva tarcisio. 

Meglio il teatro, voleva dire tarcisio. Meglio il tram, aveva Pilchard capito. 

La studentessa di bel canto aveva smesso di cantare da un pezzo sospinta com'era solo dall'estro e dalla voglia, lui non se n'era accorto. Lo risvegliarono le urla dal quinto piano, perchè quella donna che di sera puliva gli uffici rientrava tardi e poichè era molto grassa saliva le scale con affanno, e innervosita dalla stanchezza e dalle scale e dalle diete che non davano alcun frutto se la prendeva col primo che le veniva sotto tiro solitamente il magro marito. 

-ti ammazzo! ti ammazzo! Cane! Stavolta ti ammazzo!

C'è poco da scherzare, pensò Pilchard, altro che far del teatro, era quello il teatro. E il figlio di quella donna così grassa, che tornava a casa suonando tellow Submarine sul suo piffero? Era facile suonare quel piffero sapendo che lei avrebbe detto cane ti ammazzo anche a lui se non c'era il marito? 

Le luci della studentessa si erano spente, da una finestra del palazzo veniva la voce di un uomo che diceva sei brava sei brava, sei sempre più brava. Veniva forse dalla stanza della studentessa? Aveva un amico? E poi brava a far cosa le diceva lì al buio? Al quinto piano sbatté una porta con enfasi, si accese la luce delle scale e l'omino scese giù a grandi salti per gradini e pianerottoli. 

L'omino si fermò imbellettato sulla porta a guardare, sembrava un topo o una talpa che annusa l'aria, era un'altra volta fuori di casa e non sapeva dove andare. 

-Buonasera! gli disse Pilchard nel buio. Allora l'omino scappò via, bofonchiando un saluto. 

-Ogni sera la stessa minestra, non è vero? lo inseguì Pilchard mentre spariva verso le luci della metropolitana. 

-E' già molto se c'è, la minestra! gli gridò di rimando l'ometto, i suoi spessi occhiali brillarono nella notte. 

 

 

 

 

 

15

 

 

E  bene sì, la grande metropoli non è un pranzo di gala ma nel caso lo fosse è meglio comprarsi un vestito. A tutti, almeno una volta, è concesso di saggiare l’eleganza: poi ci sono quelli che cambiano vestito e altri che vanno, dichiarando il proprio insuccesso in un vecchio vestito. 

Dunque la  lotta per la vita è un modo di guardare la vetrina di un negozio al centro. Eccolo Pilchard: sta provando ad essere finalmente l’Anonimo, il Funzionario dell’Esistente, ma viene inseguito da antichi fantasmi: non si fugge il passato, esso ci insegue nel futuro ridacchiando. Ahi gioventù: bada ai tuoi passi. E’ il quindicesimo, anno di mezzo dell’adolescenza, quello del volo.

tempo di lettura: World without end, Freefall, Muddt river, tre pezzi di Laurie Anderson per un totale di 10 primi ventuno secondi.

 

Eppure, Pilchard dormì sonni tranquilli, e risvegliandosi prese la decisione di insinuarsi nel delirio domestico quotidiano e umorale di esistere con rinnovata idiozia. Pensò a suo padre, (fermorestandochè tu sei mio figlio e come tale devi comportarti, gli aveva detto). Lui s’era comportato quasi sempre da idiota. Chissà se anche mio padre lo era, pensò. Comunque in quel sonno decise di avanzare nella pratica dell’idiotismo con rinnovato spirito. C’era il caso che anche la vita fosse un’idiozia, bisognava adeguarsi e vivere sereni la vita idiota da idioti. 

Si svegliò di buonora, temendo che Marta potesse venire a cercarlo. Insomma la casa non era come Marta avrebbe voluto e il suo aspetto altrettanto, Pilchard si vergognava ancora di se stesso e verificò di avere strada da fare, per essere idiota perfetto. 

Solo allora si accorse di quanto fosse comodo fare l'insegnante di religione. Poteva andare vestito con quella giacchetta. Ma ora che doveva cercare un lavoro non aveva di che vestirsi. Frugò nel portafoglio, tra svariati biglietti da visita con nomi ormai sconosciuti e di tram noti presi ad ore bizzarre, la sua carta d'identità con l'indirizzo vecchio, una fotografia presa alle macchinette della metropolitana e alcuni spiccioli, c'erano due tre banconote e qualche assegno. tra gli indirizzi anche quello del corso bioenergetico consigliatogli dal venditore di case, se avesse avuto tempo nel pomeriggio avrebbe fatto un salto, per vedere com'era e perchè non si sa mai. 

Quanto aveva alla banca? Poco, forse abbastanza per comprarsi un vestito. Scese le scale, nella cassetta della posta c'era una busta. 

Era indirizzata proprio a lui nominalmente, era di una società finanziaria leader nel settore e proseguiva dicendo che il suo nome era stato segnalato da un amico comune. Chi può essere un amico comune con una società finanziaria? pensò Pilchard, con vaghi accenni alla sua situazione gli davano appuntamento per quel pomeriggio. 

Come fanno a sapere che sono stato licenziato? Era comunque una ragione di più per comprare il vestito. Ma guarda tu come cado col sedere nel burro si disse. Così andò verso il centro, poi preferì i viali della stazione dove c'eran negozi all'ingrosso. 

Ne vide uno blu a righe bianche che gli parve distinto.  Su una rivista ricordò c’era un tale vestito a quel modo con cani un parco e una donna ai suoi piedi. 

Entrò, il padrone stava contando dei soldi, gli disse Vengo, intanto lei si faccia un giro. 

-Come si faccia un giro? Benchè fosse migliorato lo riprendeva la paura che i negozianti lo scrutassero come lui avesse in viso dipinti i suoi pensieri molesti. 

-Sì, faccia un giro, qui, nel negozio! disse il padrone alzando gli occhi sopra occhiali che Pilchard aveva visto a giornalisti e dentisti della televisione. 

-Belli quegli occhiali, devono essere comodi per guardare verso il basso. Guardare in basso gli era sempre piaciuto. Il padrone del negozio alzò gli occhi di nuovo e più nervoso gli disse In che posso servirla. 

Dunque lui voleva un vestito. E ne aveva visto uno che forse gli andava, era lì, in vetrina, ma voleva provarlo e quanto costava? Il padrone gli disse che quello era un negozio all'ingrosso ma per quella volta avrebbe chiuso un occhio. tsè chiuso un occhio anche per questa volta, vi conosco voi mercanti all’ingrosso, siete sempre mercanti, così avrebbe voluto rispondere Pilchard provando il vestito e ne fu soddisfatto. 

-Certo dovrò fare l'orlo ai pantaloni ma va bene lo stesso. Me lo accetta un assegno?

-Mi scusi, fece il signore del negozio posando gli occhi sull'interezza di Pilchard, ma io non ho il piacere.

-Guardi le do le garanzie, disse Pilchard, son proprietario di casa.

-Così lei vorrebbe impegnarsi la casa per un vestito?

-Se necessario: mi serve proprio il vestito.

-Guardi a me basta un suo documento, disse il venditore con l'aria di insegnargli qualcosa per esempio la vita. Pilchard tirò fuori il documento con l'indirizzo vecchio e fu tentato di sparire col vestito nel nulla di quella casa dove non abitava da tempo. Avrebbe insegnato in quel modo qualcosa anche lui al mercante all’ingrosso?

-Io sono manager sa? disse ricordando i tempi andati e tarcisio che avrebbe di certo approvato. L’altro si mise a squadrarlo in silenzio. Pilchard l’aveva detto come qualcuno direbbe io son delinquente e anche pazzo! 

-Guardi, le incarto il vestito, e indicò a Pilchard dove potesse cambiarsi. 

-Lo tengo su, fece Pilchard, dimenticandosi l'orlo. Prese la giacchetta e i pantaloni da insegnante di religione e se li fece mettere in un sacchetto di plastica blu come il vestito. Uscì, si era fatto ormai tardi, era inutile tornare a casa prima di andare al suo appuntamento.

Mangiò qualcosa in un bar, stando attento: adesso capisco perchè mangiano col collo in fuori e il sedere per aria come giocassero alla sberla del soldato, per non sporcarsi il vestito egli disse. Dimenticò in quel bar di lusso il sacchetto di plastica con la giacchetta nera e il resto. D'ora in poi avrebbe avuto quel vestito blu a righe bianche sempre indosso. 

Quando arrivò a quel portone nel centro era in anticipo di una buona mezz'ora. Andò su e giù per il viale chiedendo che ora fosse e tra la folla da quel portone gli parve che uscisse tarcisio. 

-Ma forse non era tarcisio, chissà perchè ho sempre in mente di incontrare un giorno tarcisio. Sarà là che cammina tra la folla al massimo in Messico o a Genova o forse a Marsiglia. 

-Sono tempi che non tornano, quelli, bisogna pur dirselo. 

Salì in ascensore, quinto piano, sbarcò in un corridoio stretto e buio e salì ancora un piano di scale. Lassù i soffitti erano bassi come nell’abbaino diviso un tempo con le slave e una segretaria gli venne ad aprire. 

-Lei è il signor? 

-Pilchard. Semolina Pilchard, disse chinandosi sul foglio per vedere come avessero scritto il suo nome. 

Non poteva più rinunciare a quel nome, e poi Pilchard suonava una famiglia importante e straniera. 

-Ah sì, la stavamo aspettando. Venga che c'è il dottore. Seguì quella donna coi tacchi ed entrò dal dottore. Com'era diversa la gente di lì dalla scuola. Quella donna profumava coi tacchi e gli spacchi, quel dottore era bello, elegante. 

-Dunque lei è il signor Pilchard, disse il dottore.  

-Sì, almeno pare... E lei se non disturbo chi è. 

-Si stupirà, caro Pilchard, ma io non sono esattamente quello che lei forse pensa di trovarsi di fronte. Sono lo psicologo e seleziono il personale. Lei al mese quanto guadagna? 

Conosceva una venditrice di libri preoccupata dai soldi che diceva un mione, un mione e mezzo, se lavorassi di più e meglio due miioni.  A Pilchard venne in mente di dirsi venditore di libri e di alzare il suo prezzo

-Un miione e mezzo, due miioni, se lavorerò bene e meglio presto due miioni e mezzo, tra un anno almeno tre. Ci sono prospettive in quel lavoro non lo nego.

Il dottore psicologo scrisse qualcosa su un foglio. Pilchard pensò che stesse scrivendo sei, settecentomila, al massimo novecento. Sarebbe andato al rialzo perchè quella faccenda non gli era piaciuta, sono appena seduto e mi misura sui soldi. Poi il dottore psicologo finse di parlare d'altro, Pilchard non abboccò, il trucco l’aveva capito, con quella scusa di parlare d'altro si voleva che confessasse coi lapsus misfatti e povertà. tentava di stare ben disteso sulla sua poltrona ma ogni volta che quello diceva qualcuna delle sue stupidaggini studiate per vedere se aveva pazienza gli veniva la voglia di spingere il busto e le mani verso la scrivanìa o addirittura di alzarsi. 

Il dottore psicologo stava tranquillo sulla sua poltrona, recitava il suo astuto copione, quelle frasi non erano le sue ma facevano parte di un piano studiato. 

-Insomma qui si tratta di avere un lavoro regolare e di guadagnare soldi, molti soldi, alzò la voce il giovane dottore. 

-Io soldi ne guadagno abbastanza e sono assai regolare, fece lui nervoso che avesse capito chi era quel Semolina Pilchard, disoccupato al momento e non regolare di norma. Se sono qui è perchè mi avete convocato. Sono persona gentile e rispondo alle chiamate nominali con busta.

-Sì sì va bene disse il dottore psicologo annotando altre cose sul foglio. Così lei ha girato e conosce tanta gente. 

-Conosco tanta gente ma dubito che lei conosca la gente che conosco io, disse Pilchard. Girare giro poco, solo a piedi in città. Ci fu un momento di pausa e pensarono alla gente di quella grande città che si mischia nel viavai sperando solo di incontrare qualcuno di utile negli ultimi tempi. Erano tempi da non lasciarsi scappare le occasioni perchè queste erano poche e la gente era tanta, bisognava vivere sperando che qualcuno dicesse mi telefoni domani in ufficio. Si usciva la sera per quello, telefonare domani in ufficio. 

-Comunque lei ha lavorato in una scuola... Pilchard se l'aspettava e non si fece trovare sorpreso. 

-Sì sì ma la scuola...non è posto per gente che abbia idee e dinamismo... 

-Sarà stato immagino all'Università! 

-Si, raramente... fece Pilchard e si morse la lingua

-Conoscerà dunque il professor Panozzi Rigamonti! disse il dottore psicologo con fare conciliante e ammiccante. 

Panozzi Rigamonti lo conosceva, e chi non lo conosceva il professor Panozzi Rigamonti, stava tutto il pomeriggio sotto i porticati dell'Università a fermare le ragazze e diceva 'oggi il sottoscritto Panozzi Rigamonti professor Maurizio si è laureato! Sissignori in biologìa e giurisprudenza! presso la Facoltà di Lettere Filosofìa e di Lingue Morte di questa grande città, care le mie signorine'. 

-Come non ricordarlo...Viveva costui sfregando fotografie di Martlin Monroe con trielina su dei fogli di buona carta lucida da disegno. Restavano impresse delle figure del tipo Sacra Sindone, e le firmava a Maurizio, In ricordo di quei giorni meravigliosi, tua Martlin. Si diceva anche pittore laureato all'accademia delle belle arti. Lo ricordo bene perchè ne ho comprato anch'io una di quelle sacre sindoni di Martlin Monroe, dietro consiglio di uno studente arabo di medicina. 

-Sì, intendevo proprio lui, fece lo psicologo contento che Pilchard sapesse inquadrare le persone con due bei tratti decisi. Scrisse qualcosa sul suo foglio e si lasciò un pò andare, conoscerà quello, conoscerà quell'altro. Qualcuno Pilchard conosceva, qualcuno no. A un certo punto lo psicologo sentendosi un pò a casa sua disse 

-Ma non conoscerà mica per caso anche la signorina tal dei tali. Ecco, lo sapevo, disse Pilchard ad alta voce. Quella signorina tal dei tali era quella che Pilchard aveva amato anni prima, appena sceso in città e prima ancora di conoscere tarcisio, insomma la ragazza vestita di verde e di rosa che si era sposata e aveva detto cretino!

-Pensi, disse allora Pilchard abbandonandosi elegante sulla poltrona col suo nuovo vestito come avrebbe fatto il vecchio Semolina Pilchard manager navigato d’esperienza in un momento di abbandono ai suoi ricordi, rilassato: tanto gli affari vanno a gonfie vele e vadano pure a rane gli affari! Ho avuto un cuore anche io, col profilo da manager ma con sangue poetico pensi, disse ancora una volta: 

-che si vestiva di verde e di rosa e si era sposata mentre la stavo aspettando. 

Pilchard guardò lo psicologo: il dottore tradendosi aveva esibito sorpresa e rammarico cioè geloso imbarazzo per quella donna sposata e insomma l’amava, stava perso nei suoi pensieri come avesse preso una botta tremenda e Pilchard era dunque in vantaggio.

-Ma no...fece il dottore in un fiato.

 -Ma sì...guardi che è sposata, fece Pilchard con un mesto sorriso come a dire su da bravo la vita continua, non ha visto anche me, che continua da giovane manager?

-No che non è sposata, disse il dottore fingendo controllo e durezza come a dire lo saprò ben io che la frequento e di lei Semolina neanche un cenno. Pilchard si sorprese parecchio. Ma era in vantaggio, era passato del tempo, aveva la sua casa e la sua Marta.

-Non faccia caso, che spesso quella donna diceva bugìe l'ho notato. Lo psicologo sedeva lì con evidenza insospettito e rimaneva a pensare a quella donna indispettito che uno come lui licenziato la conoscesse e anche bene, adesso aveva capito. E poi insomma era sposata o non era sposata? Lo psicologo aveva adesso i suoi dubbi. Così si guardarono a lungo perchè uno dei due da quella donna era stato fatto fesso. 

Ma guarda questo psicologo come fa presto a perdere la calma da psicologo dietro questa scrivanìa così grande, pensò Pilchard. Insomma, o quella donna era sposata e toccava allo psicologo stare sotto quel torchio, oppure non si era sposata, e allora Pilchard era molto più fesso.

 Ma del resto, pensò, se quel giorno le cose non fossero andate a quel modo non si sarebbe trovato a discutere con quello psicologo se era o non era sposata. Questo stavano pensando quei due guardandosi come stoccafissi al mercato. L'atmosfera si era fatta imbarazzante, lo psicologo era stato preso da un nervoso rossore e fece finta di prendere appunti sul foglio e disse bene, sposata o no ho degli altri colloqui ed è meglio cambiare argomento. Pilchard alzatosi aprì le finestre con enfasi dicendo cambiamo aria massì. 

-Non faccia lo spiritoso e chiuda subito quella finestra, lì c'è il cavedio e se dovesse cadere le responsabilità sono le nostre.

-Che appunti prende su quel foglio? fece Pilchard girando dietro la scrivania con un balzo per leggere cogliendolo di sorpresa. Lo psicologo nascose rapido gli appunti con la mano

-Ah... come a scuola! disse Pilchard tirandogli uno scapellotto sul collo dicendo non si copia somaro! 

-Semolina ora basta scherzare...Le faremo sapere, vedrà che la chiameranno. 

-Chi la chiameranno, pensò Pilchard, ma non parlò per evitare altri appunti sul suo conto. Lo psicologo si alzò e allungò la sua mano sopra la scrivania. Era proprio così che si davano la mano gli uomini d'affari per darsi importanza sopra la scrivanìa, e non gli riuscì di afferrare la mano dell'altro che gli strinse le dita. 

-No aspetti che gliela dò meglio, fece Pilchard. 

-Lei è simpatico, vedrà che la chiameranno

-Ho già un lavoro, non mi interessa, disse, era già sulla porta. 

Uscì, era dicembre inoltrato, gli tornò in mente quella donna, erano passati degli anni ed era ancora in giro a dire a questo e quello mi sono sposata non mi sono sposata. Pilchard camminava per la strada non conoscendo nessuno. 

Era buio ed era giù, non c'era verso. Che senso aveva prendere in giro il dottore psicologo? Entrò nel primo bar per un caffè, pieno di gente che prendeva aperitivi alcoolici nelle luci dei neon ridacchiando e parlando di affari che Pilchard non capiva, mise le mani dentro al suo portafoglio con quell'aria di voler capire lì dentro chi fosse tra tutti quei fogli e trovò l'indirizzo del corso bioenergetico consigliatogli dal venditore di case. 

Non era lontano ed era l'ora di quei corsi fatti apposta per gente che lascia gli uffici sfiduciata e stanca con la voglia di rifarsi e buttarsi.

 

 

 

 

 

16

 

 

Vi sono luoghi, nelle grandi città, dove si tenta la via dell’anima, e anche quella del corpo, dove si parla di perdute vie da farsi camminando, di luoghi sacri, di stati della mente che mal si conciliano coi sotterranei bui dove si torna, e anche lì fa buio, anche lì il tentativo sembra durare un’ora, poi si ritorna nell’equivoco, nel paradosso, nel nonsense, nella città poetica, amara, tanto più fetida tanto più in fondo amata dai giovani poeti, che parlano d’infanzie ai giardini e dell’odor dei limoni ma con altre parole, altri colori, altri odori: i miasmi degli smalti, le paure delle governanti, il black out del movimento, chiusi in auto nella rush hour, la mamma che ascolta i Pink Flotd parlando del famoso viaggio in Cina che non ha mai fatto. 

E’ il sedicesimo capitolo e noi andiamo avanti, accompagnati dal favoloso sound degli anni ottanta.

tempo di lettura: ah poco poco, pochissimo, un giro di block di un quartiere di Londra, col libro in mano, un videogioco per un giocatore banale, una vasca sul corso di una città di provincia, in un’ora mediana.

 

 

Andò di buon passo, con quei chiodi che uscivano dal tacco della scarpa destra facendo il solito rumore: Pilchard ci era affezionato come al segno che lui era se stesso. Entrò da quel portone come diceva l'indirizzo e vide una scala sulla destra, quinto piano, diceva il biglietto, Pilchard cominciò a salire, una rampa di scale più sopra un altro saliva, dev'essere uno che va al corso, disse, saliva molto lentamente con una borsa al collo e respirava: inspirando profondamente con la bocca chiusa ed espirando con la bocca aperta faceva Mfff sciuuù, mfff sciuuù. Pilchard non voleva superarlo, non disturbare: sarebbe stato scorretto presentarsi come uno che supera a un corso bionenergetico dove si va per rilassarsi e stare tranquilli in atmosfera di beatitudine celeste, così almeno sperava, o temeva. 

Il respiratore entrò al quinto piano, Pilchard aspettò sul pianerottolo per non creare equivoci del tipo: ah sei l’amico del respiratore? no veramente io non lo conosco! ah credevo vedendovi insieme... comunque qui regna la pace! ah capisco, anche se non so se la pace la si possa creare per forza, ma quale per forza! qui il discorso è scientifico! eccetera, e poi suonò alla porta. Nessuno veniva ad aprire, Pilchard decise di entrare. 

Da un antro buio uscì fuori un tipo assonnato che stropicciandosi gli occhi disse che di là c'era una seduta di rilassamento totale, bisognava far piano perchè forse qualcuno si era già addormentato. A Pilchard l'idea di addormentarsi tutti insieme coi suoi nuovi fratelli piacque subito e tanto per introdursi disse mi chiamo Semolina Pilchard e mi ha mandato qui il venditore di case. 

-Ah, lui è molto tempo che viene, disse il tipo assonnato: a Pilchard parve che stesse chiedendogli perchè mai si fosse presentato così tardi. 

-Negli ultimi tempi ho avuto molto da fare. Si vede, rispose l'altro, hai tutti i muscoli delle spalle duri e accavallati. Gli mise le mani sul collo e Pilchard sentì un grande dolore, piano piano quel dolore diventò cosa piacevole e Pilchard non avrebbe più voluto andarsene di lì. Mmm Mmm faceva con la bocca chiusa. 

-Adesso spogliati che andiamo di là a rilassarci. 

-Mi sono dimenticato la tuta e non ho le mutande. Disse Pilchard. 

-Se ti senti di stare così, stai così. Vieni. Così Pilchard vestito con il vestito nuovo blu a righe bianche entrò in una stanza semibuia con musica orientale gradevolissima e rilassante, e molta gente magra camminava in un modo che lui che camminava parecchio non aveva mai visto, cioè molto leggera come oltre a pesar loro poco pesasse poco anche l'aria. Fecero molti esercizi di scioglimento che a Pilchard facevano male e bene al tempo stesso, pensava di essere un atleta e in poco tempo avrebbe imparato. 

-e' come camminare sulla luna, provò a dire per far capire il suo apprezzamento.

-tu sforzi i movimenti come volessi romperti l'osso del collo, gli disse il maestro. Hai fatto troppi esercizi pesanti. Questo a Pilchard parve inequivocabile e poichè si sentiva a suo agio gli chiese se fosse una metafora perchè voleva farlo ridere in quanto si cambia dentro ridendo come aveva insegnato tarcisio. 

-Noi siamo  una metafora, disse il maestro per farlo star zitto. Quegli esercizi che il maestro chiamava saluto al sole glieli faceva fare a suo giudizio eguali anche un insegnante di educazione fisica fascista che aveva avuto lui al tempo della sua pigrizia, cantava sole che sorgi libero e giocondo e forse c'era dunque una strana coincidenza forse di carattere ariano tra quei due, ma non lo disse, temendo di offendere, ci dovevano essere ariani buoni e cattivi come un pò dappertutto, comunque. 

Entrò una ragazza vestita da indiana e il maestro la salutò  sfiorandosi il petto e la fronte e mandando le mani congiunte verso il cielo. 

-E tu chi sei? chiese l'indiana stupita di vederlo vestito di blu a righe bianche. 

-Al momento niente disoccupato disse Pilchard sentendosi tra amici. 

-Bello Niente. Forse hai lavorato in un'altra vita le disse l'indiana. 

-Forse, chissà, le disse Pilchard in tono solenne. Il maestro e l'indiana cominciarono a guardare dei libri e parlarne e Pilchard cominciò a spazientirsi perchè il tempo passava. Il maestro capì e gli disse 

-tu questo non lo sai ancora ma stavamo facendo toga, solo a un più alto livello. Io non dicevo niente disse Pilchard e notò che gli si era spiegazzato il vestito. 

-Ora rilassatevi e pensate a un lago di acqua fresca nel quale adesso state per buttarvi, ecco, adesso nuotate, nuotate, nuotate. A Pilchard riusciva facile quell'esercizio perchè quel lago lui ce l'aveva sempre in mente e ogni tanto ci nuotava. Se quella ragazza indiana gli avesse chiesto ancora e tu chi sei la prossima volta le avrebbe detto guardiano del lago. 

-Adesso concentratevi nuovamente, disse il maestro, io vi dirò delle lettere e voi dovete lasciarvi andare a vedere quello che volete. A...B...C. 

Passò un pò di tempo e  il maestro chiese loro cosa avessero visto. Una ragazza magra già ad un alto livello disse non so, ho visto dei colori tanti colori. Pilchard disse ho visto un Asino un Bastone una Carota. tutti risero e allora Pilchard si sentì in dovere di spiegare. 

-Ho visto così perchè quando ero piccolo mio padre disegnava cose e animali col nome che iniziava con tutte le lettere dell’alfabeto e poi me li attaccava sulla porta perchè le imparassi. Il suo discorso cominciava con l'asino e proseguiva con il bastone. Poi veniva la carota. 

-tu non ti devi giustificare, disse il maestro e aggiunse 

-Bene, per oggi è finita. Dunque vediamo in che gruppo inserirti. In quel momento entrò il venditore di case bioenergetico. Pilchard lo riconobbe e lo salutò con gran calore. Anche il venditore era molto contento che Pilchard avesse accettato il suo invito, gli chiese della casa e gli disse che ne aveva venduta una proprio oggi molto grande a un cantante famoso nella stessa zona che ben presto sarebbe diventata di moda, i prezzi sarebbero andati alle stelle e lui aveva fatto benissimo a cogliere quell'occasione e benissimo aveva fatto anche a ricordarsi del corso. 

-Vedrai che tutto andrà molto meglio, concluse, al che il maestro che era stato ad ascoltare consultando un'agenda gli disse 

-Bene, visto che vi conoscete, perchè non mettere Semolina insieme a Gianni? Dai dai Semolina gli disse Gianni. Così Pilchard al corso bioenergetico tornò a essere Semolina, questo gli parve il segno di una nuova vita e sperò che le cose non si sarebbero ripetute come nella prima.

-Ma guarda un pò, hai già cambiato faccia, gli disse il maestro. Così Pilchard uscì con quella nuova faccia girellando nella città e ripassando esercizi cercava di camminare con quel passo felpato di danza tra gente che lo spintonava perchè stava comprando regali per il santo natale. 

Pilchard si chiese con chi avrebbe passato le feste, c'era uno specchio in una vetrina di scarpe, si guardò, sì in effetti aveva cambiato faccia ma non come sperava, era molto rilassato ma il tempo che passa si vedeva lo stesso anzi forse la sua faccia, finalmente, avea cominciato a cascare. 

Il giorno dopo voleva stare in casa, rilassarsi, fumare parecchio. 

 

 

 

 

 

17

 

 

Nel capitolo diciassettesimo si narra di una delle tante bizzarrìe dell’esistenza, in nome della quale si vorrebbe rilassarsi a casa propria e invece capita di farlo altrove, perchè altrove è il posto dove  più semplice è la dimenticanza. E fu dall’altra parte del cortile, di dove la sua casetta scompariva nelle nebbie uggiose dell’accidia, là dove Pilchard conobbe l’intrigante Rudolf dal fare burbero ma morbido, tosto e gentile. Dopo, sarà stata l’atmosfera della fanciulleza, la breve passeggiata fino al solito metrò la notte, ma quando si risvegliò, Pilchard fu preso da un ricordo e da una voglia e ad esse si lasciò andare senza calcolo o rimorso, come sempre. 

tempo di lettura: improvvisamente vi mancano le sigarette: uscite, andate al bar prima che chiuda, già che ci siete prendete un caffè, guardate uno che gioca a flipper, pagate, tornate a casa. Avete fatto in tempo a origliare che domenica c’è il derbt. Van Basten, come al solito, non gioca. 

 

 

Quando si svegliò non era molto tardi come aveva sperato, erano le otto del mattino e dalla finestra veniva un suono di musica lirica con orchestra: ma come è possibile che in casa della studentessa di bel canto ci sia un'orchestra, aveva sempre in mente quella studentessa di bel canto. Dalla finestra del quarto piano pendeva fuori la pancia di un tipo grasso e rilassato con una maglia di lana. Stava fumando. 

-Ciao mi chiamo Rudolf, disturbo?

-No no ero sveglio, gli fece Pilchard, vada pure avanti la musica mi piace

-Allora vuoi salire a bere qualcosa un grappa un vino non so? 

-No grazie voglio stare in casa fumare e rilassarmi, disse Pilchard. 

-Va bè allora un caffè, disse Rudolf. Pilchard salì le scale di Rudolf, erano quelle della studentessa di bel canto e si fermò davanti a quella porta del terzo piano guardandola a lungo e pensando ora tu dormi, fanciulla, ma un giorno io le mie parole le donerò tutte a te e poi morrò, come una lucciola e una farfalla che vive un sol giorno, o un cane se preferisci. 

-ti piace quella sciacquetta? disse Rudolf che era uscito vedendo che Pilchard non veniva. 

-Insomma non proprio, mi piace sentirla cantare. Penso che canti benissimo. 

-Fa schifo è stonata sei matto non potrà mai cantare, disse Rudolf e Pilchard notò che per intero quel Rudolf era ancora più grasso e stava in casa in mutande. 

-Non so a me piace, e poi è proprio necessario che siamo d'accordo? Non è forse più giusto che io dica a me piace e tu dica a me no? esiste un vero criterio per dire cos'è bello? Rudolf stette in silenzio guardando Pilchard  perso nei suoi pensieri estetici sulla musica e poi disse:

-Sì, esiste un criterio. Quella sciacquetta non sa cantare e tu non capisci niente di musica, entra. Adesso ti faccio sentire la musica, disse. C'erano dischi e nastri dappertutto e strani apparecchi per registrare e tagliare nastri e montarli. Versò due bicchieri di grappa e mise sul piatto un disco dei Beatles, Please Please me che era il primo. 

Parlavano e parlavano, io sono austriaco e sono venuto in questa grande città con un camion di dischi, non sono andato a scuola, solo fino a quindici anni, ogni tanto vado a sciare con mia mamma a Insbruck, ho fatto il militare e tanti acidi. Un giorno guidavo la Porsche di un mio amico e ho sfasciato la Porsche del mio amico contro un muro, ero in acido, ecco a me piace aprire le finestre e vedere che fuori c'è una grande città, avevo un gatto bianco che stava sempre sui davanzali, un giorno è caduto perchè voleva prendere un uccello, l'ho preso tra le braccia e mi è morto così. Senti come canta qui Paul vuoi un'altra grappa? 

-Un'altra grappa? No, perchè no, disse Pilchard, 

-No o perchè no? disse Rudolf che si stava arrabbiando. Va beh, versati la grappa che vuoi gli disse e cambiò disco. Era il secondo disco dei Beatles With the Beatles. 

-E tu, cosa fai? Adesso niente ma ero insegnante di religione in una scuola ma sono stato licenziato. Rudolf rise molto perchè era il primo insegnante di religione che sentisse che era stato licenziato in quella grande città e in quel paese, lui leggeva sempre i giornali e non aveva mai sentito una simile cosa. 

-Senti John qui come canta. Andarono avanti e bevettero molta grappa. John Paul George, anche Ringo cantava bene quand’era guidato. Rudolf mise A Hard Dat's Night e poi cominciò a chiedersi se era il terzo o il quarto disco dei Beatles. Cominciò a cantare e cantava come certi ubriachi nelle osterie di paese che Pilchard aveva visto la domenica da bambino, cantavano arie e romanze da opere liriche a quel modo quasi piangendo e ridendo commossi da ricordi di gioventù e la voce gli tremolava negli acuti, Rudolf cantava Babt tou can drive mt car che era su Rubber Soul che era il quinto o il sesto disco dei Beatles, Rudolf non lo ricordava e anche Pilchard non lo ricordava, anzi Pilchard non ricordava più niente. Si addormentò e restò lì a dormire fino a sera. Quando si svegliò Rudolf lo stava guardando e gli disse 

-ti sei addormentato. ti ho lasciato dormire, una grappa?

Quel Rudolf era grasso e delle volte scostante, ma anche molto gentile e adesso lo guardava teneramente, come avesse comprensione per lui. 

-torna quando vuoi ascoltare la musica e bere un caffè, disse Rudolf a Pilchard che pensò: un caffè quale caffè?

Pilchard andò al bar più vicino, ispirato da Rudolf bevve un doppio caffè, tornò a casa e lasciò le finestre aperte per farsi passare la sbronza e sentì che Rudolf era arrivato a Revolver, che era il settimo  ottavo disco all’incirca dei Beatles. 

Così decise di scrivere a Marta perchè quella vita da solo l'avrebbe qualche volta non dico sempre condivisa volentieri con lei, qui ci sono Allis che è venuto a trovarmi e un piccolo uomo che litiga con la moglie e scappa quando lo saluto e un tedesco, anzi austriaco di nome Rudolf esperto di musica lirica che ascolta solo i dischi dei Beatles. A me piace dirgli 'ciao Rudolf', penso che adesso conosco qualcuno in questo quartiere. E tu cosa stai facendo se non disturbo chiese alla fine di quella lettera conciliante senza far parola del giardino nè della studentessa di bel canto. 

Uscì per spedirla nella notte, era daccapo con quella vita poco regolare che gli piaceva parecchio, andò alla fermata della metropolitana perchè voleva anche telefonare dopo scrivere a quella Marta. Stava pensando e se poi non la trovo sai che brutti pensieri che faccio, è già notte perchè non sei in casa dove vai con chi sei cosa fai? stava lì fermo davanti alla cabina del telefono a fare la coda con dei vecchi degli arabi e degli studenti. 

Fu allora che vide quell'omino che sembrava una talpa vestito di marron con la borsa marron a tracolla. Aprofittava di essere sconosciuto e solo in quella fermata di periferìa e cantava, cantava benissimo una bella canzone napoletana con trasporto e sentimento e vera arte del bel canto leggero, non una sbavatura o un tradirsi dilettante, aveva una gran forza nella voce e forse cantava per rabbia, avendolo la moglie ancora una volta cacciato di casa dicendo ti ammazzo! ti ammazzo! Cane! Stavolta ti ammazzo!

Adesso capiva Pilchard perchè quel bambino figlio d'arte suonava così bene tellow Submarine sul suo piffero, decise che per natale non sapendo a chi regalare gli avrebbe regalato una chitarra. 

-Buonasera! disse all'omino, aveva preso gusto a salutare chi conosceva man mano in quel quartiere. L'omino lo vide e vedendosi scoperto scappò giù verso i treni della metropolitana senza salutare e sparì come un topo o una talpa. 

Pilchard si scordò di telefonare a quella Marta e tornò a casa, con l'intenzione almeno domani di stare in casa e rilassarsi. C'erano dei giorni in cui era impossibile lavorare ma anche rilassarsi, e un sentimento che la vita va avanti senza sapere dove eppure quella è la vita senza capo nè scopo, non aprì le finestre per non sentire la musica di quel Rudolf austriaco incantatore, fece un altro caffè e si distese sul letto dove rimase fumando una dopo l'altra le sue sigarette. Si rilassava, guardava il passo delle nuvole fuori dalla finestra, non lo faceva dal tempo in cui quella ragazza vestita di verde o di rosa gli dava appuntamenti. 

Lui allora stava disteso guardava e fumava e capiva che c'era molta poesia a questo mondo, voleva solo quella ragazza col vestito rosa che si stendesse anche lei su quel letto a guardare fuori silenziosa la neve che scende o le nuvole, avrebbe voluto dirle che c'era molta poesia a questo mondo ma non aveva fatto in tempo, lei se n’era andata ormai donna e da allora ancora andava, in giro dicendo mi sono sposata non mi sono sposata. Era stato giusto così? Forse la slava avrebbe potuto saperlo. 

E via coi ricordi. Un giorno l’aveva chiamata da una cabina pubblica dicendole vieni, lei aveva risposto non posso sto partendo col treno. 

-In treno, e per dove? aveva chiesto sgomento che partisse stavolta per sempre. 

-Un treno per Genova! Genova Genova sempre a Genova tutti se ne vanno, aveva detto Pilchard e aveva chiesto a che ora? Ecco che ci era cascato, lei più furba aveva detto alle cinque e ventisette così a caso, lui era andato alla stazione e alla stazione le aveva comprato una gonna per scusarsi del disturbo, gonna indiana blu con perline si dà il caso, poi aveva cercato il treno delle cinque e ventisette che non esisteva, si sarà sbagliata, aveva detto, sarà questo delle cinque e trentotto, ma non era quello, e nemmeno un altro e un altro, l'ultimo era una rapido con prenotazione obbligatoria alle sette e due minuti e Pilchard ci salì, aveva anche scritto una poesia nel frattempo che diceva Amarti ancora è un veleno che ammazza più piano o più forte dell'andare di un treno? Voleva dargliela insieme alla gonna e infuriato d'amore era salito a cercarla entrando in tutti gli scompartimenti come un controllore che dicesse biglietti, gli mancavano due tre scompartimenti quando il treno partì e scese là, lontano, a Voghera, di notte, faceva freddo e si era messo quella gonna indiana blu con perline sulle spalle per scaldarsi. 

Eppure, era bello quell'amore, ma era possibile dire che era amore? Non era forse lui che se l'era inventato, non era forse lei che si era sposata? o se l'era inventato? Pilchard stava disteso da molto tempo su quel letto e si alzò, sentendosi rilassato. Sigarette ne aveva ancora parecchie, due pacchetti, forse due e mezzo. Così decise di scrivere a Marta.

 

 

 

 

 

18

 

 

Ma è possibile trovare la via di una contemplazione temporanea in un cortile angusto di una città certamente non bella, dove senza toccare quasi mai le punte di Calcutta, il dolore può apparire tanto da raggiungere, per anestesìa, i campi dell’estetica, la pietosa sorella del conforto. Pilchard qui scrisse, ricevette da lontano, costruì la sua morale provvisoria, poi disse. Sapessi com’è strano credersi a Valchiusa stando in orto pagano. Capitolo 18, come gli anni che un tempo abbiamo avuti.

tempo di lettura: la sfogliatura dei gerani, sul davanzale di casa, la prima volta che si decide di farlo, abbandonandosi finalmente all’imitazione dei padri, stanchi di esistere ad un alto livello.

 

 

-Cara Marta non è forse vero che si ama soltanto quando di lei ci piacciono i gesti, le parole che dice e che fa, tranquilla di pomeriggio vivendo senza intenzione di stupire? Quando parlando di lei non si parla di lei ma delle cose che ama, dunque dei suoi amori e non del proprio? A te ad esempio piace il giardino, dire allora sai a Marta piace tanto il giardino, oppure ciao Marta andiamo a fare due passi in giardino? mentre quando diamo una descrizione di lei piena di aggettivi e di avverbi non è forse di noi stessi amanti dell'amore che stiamo parlando? Non è cioè forse vero che mettiamo in mostra con furbizia soltanto noi stessi, chiedendo con narcisismo spiccato al nostro ascoltatore di amarci per quell'amore che teniamo nel seno?

A questa parola seno si fermò. Era possibile a quei tempi dire seno? Doveva dire nel cuore? O nell'anima? o piuttosto nella mente o nella psiche con parola tanto moderna quanto antica? O nella pancia? Poi si disse che insomma se gli veniva seno doveva dire seno, perchè vergognarsi, e così continuò. 

-E' forse per questo che in generale alle donne piace poco sentirsi dire ti amo? e spesso fuggono da chi glielo dice per ricoverarsi da chi è in grado di attenzioni? Come fare il massaggio sul collo comprare la marmellata preferita piantare un bel fiore? Oppure nessuna attenzione ma pragmatismo economico-sessuale in tal caso? Noi spesso diciamo sadica a quella donna che fugge quando si dice ti amo da un altro. Ma non è forse che percepisce una puzza di bruciato che non saprebbe dire o descrivere ma sa invece come fare a scansarla? Forse solo tu sai la risposta a questa domanda, ma è poi una vera domanda se non ti vedo? E la tua, è una vera risposta? tuo Pilchard.

Rileggeva per vedere se non ci fossero errori e chiedeva se l'idea che dava a Marta di sè potesse a Marta piacere, quando suonò il campanello, era la prima volta da quando abitava lì, era anche mattino benchè inoltrato da un pezzo, poteva essere Marta che viene a vedere il giardino. 

Scese le scale e si nascose dietro la porta pensando che Marta sarebbe andata da sola a vederlo ma era il postino e aprì la porta, trovò Pilchard che stava cercando di nascondersi e sorpresosi disse 

-Espresso, firmare.

-Ah scusi fece Pilchard, pensavo che fosse la Marta venuta a vedere il giardino. Firmò e disse: nient'altro? Devo forse pagare? 

-No, bene così, disse il postino. Era un espresso di Marta. 

Pilchard andò nel giardino, scelse una sedia vecchia ma elegante e aperse la lettera.

-Caro Pilchard, sono stata qui ieri a cercarti ma non c'eri. Dov'eri? Ho visto che almeno hai bruciato quelle stoppie schifose in giardino. Certo potresti rifare la stoffa di quella sedia orrenda sulla quale mi siedo quando vengo per stare tranquilla. Puzza e fa schifo. Comunque, sono salita di sopra. Non è mia abitudine guardare nei cassetti degli altri, ma non potresti comprarti un vestito? E sembra che tu vada in giro ancora senza mutande. O, che è anche peggio, che tu ne abbia solo un paio. Comunque, vorrei proprio che tu mettessi a posto quel maledetto giardino. ti ho scritto questa lettera seduta su quella schifosa sedia che puzza, e avrei ben potuto lasciartela da qualche parte visto che c'ero. Invece ho comprato una busta e ho deciso di spedirtela espresso. Che buffo, non trovi? tua Marta.

tua Marta? tua Marta? Che buffo non trovi tua Marta? te lo do io che buffo non lo trovo affatto buffo! Ma come, io ti scrivo lettere che dicono insomma dammi un appuntamento perchè devo parlarti d’amore come dice la slava, sto anche in casa così se tu volessi potresti trovarmi in giardino o sul letto, e tu mi scrivi la sedia che puzza le mutande il vestito! te lo dò io il giardino lo distruggo il giardino! 

In quel momento c'era Rudolf alla finestra che stava ascoltando Let it Be che era l'ultimo disco dei Beatles

-Ciao Pilchard, cosa sta succedendo?

-Niente  è solo una mia amica che mi dice troppo spesso di mettere a posto il giardino!

-E tu metti a posto il giardino! 

-Certo che metto a posto il giardino fece Pilchard parlando con Rudolf come urlasse con Marta o da solo, sono giorni e giorni che metto a posto il giardino, non vedi? Sto mettendo a posto il giardino, non faccio altro che mettere a posto questo maledetto giardino!

-Ma è il tuo giardino... Pilchard! da bravo...! metti a posto il tuo giardino... così Rudolf fece uscire Pilchard dai gangheri, e furioso prese una grossa cesoia e un falcetto lasciati lì da quello che a casa sua aveva passato la sua bella giovinezza e andò dal melo e disse questo melo lo si pota adesso che è dicembre poi andò dalla magnolia e disse la magnolia non si pota però la pulisco di certe sue vecchie foglie appassite ma guarda che belle e andò dal pesco e smosse un pò la terra perchè gli parve che non stesse bene e poi dal susino e dal cipresso e dalla siepe di ligustri e dall’asfodelo dall’acanto dal biancospino, piuttosto selvaggio ma bello, sarà bello questa primavera, si disse, quando Marta verrà a sedersi e fumare e scrivere un'altra di quelle sue lettere! Adesso contenta? Così Pilchard aveva messo a posto il giardino. 

Si sedette sulla sedia vecchia ma elegante di cui Marta forse sbagliando aveva detto orrenda e cominciò a guardarsi intorno. C'erano alberi da frutta e alberi malinconici, siepi aspre come il biancospino e siepi eleganti come i ligustri e Pilchard aveva messo ovunque le mani. 

Ora tutto era in ordine, Pilchard seduto aveva il suo punto di vista. 

Guardava quelle piante e le riconosceva. 

Non erano solo piante, erano le sue e le aveva messe a posto con una certa cura e sapienza di piante che aveva imparato al paese del padre guardandolo da bambino. 

Si chiedeva se il melo avrebbe dato le mele e il pero le pere, e  avrebbe voluto un fico, un limone, un ulivo e un salice piangente dove fare un ruscello. 

-Ma molto artificiale il ruscello. E dargli l’acqua solo ogni tanto simulando il piangere di questa grande città. 

Ma non c'era posto per quelle piante così belle e sudiste, e poi fichi limoni e ulivi non crescono in quel clima così umido e freddo, così afoso d'estate. Son pensieri fumosi? banali? O neanche pensieri?

Pilchard aveva le sue piante ben piantate per terra e altre piante in quei sogni o pensieri che stavano in cielo. Era un giardino malinconico in una città malinconica, e come i giardini malinconici aveva le sue regole. 

-Non si può lasciare un giardino malinconico a dare frutti e sterpi come gli pare, quello non sarebbe un giardino ma un universo di ebbrezza e dolore. Lui li aveva provati spesso un gran disordine di felicità e di ebbrezze e poi di angosce e rimorsi senza radice e motivo, sapeva cos’era il disordine. 

-Anche francesco petrarca disse faceva così. Aveva il suo giardino ben ordinato e il suo campo dove andava a camminare, e stava incatenato alla sua Laura che in quel giardino e in quel campo squadrato riusciva a figurarsi. Poi nel giardino cercava dio dappertutto, con le sue figure in terra e quei pensieri verso il cielo, senza trovarlo, o non abbastanza per via di un suo tormento  terrestre, sì ragazzi era in fondo molto terrestre Francesco, ma il suo fu un buon tormento ordinato, anche se avvezzo com'era a separare anima e corpo sembrò tormentarsi solo nell'anima. Baudelaire al contrario si tormentò anima e corpo, forse capendo che nel nostro vago occidente sono uniti nello stesso destino.

-Eppure, entrambi crebbero le loro poche figure con amore, perchè così deve essere, se si è nati con il problema della malinconìa; bisogna avere un semplice cielo e un semplice giardino in cui sedersi come incatenati, perchè si ha bisogno di un punto di vista per guardare le cose. Ciò che Francesco cerca camminando in quel suo campo squadrato e solitario e Baudelaire cerca girando Parigi, nel loro giardino di ordinati simboli si riflette con chiarezza in tutti i tratti che lo compongono. 

Perchè se si è malinconici ogni sentire ha bisogno del suo contrario, l'angelo del demonio, il sogno di libertà delle catene, la voglia di bruciare della paura di gelarsi, l’amore dell’odio e il poeta del gatto. 

Così fu aristocratico e basso Baudelaire che amò la sua Jeanne usque ad finem et ultra, sarebbe bello che voi lo dedicaste a Jeanne Duval il vostro centro sociale. Ma ricordatevi, Charles Baudelaire rappresenta l’assoluta moralità dell’artista. 

E così fu etereo e sublime ma con figure di natura, l'acqua e le piante e certi fiori, Petrarca, che lasciò la città ai mercanti e gli passò con anticipo la voglia di fare l'amore. 

-Ma che bella città doveva essere quella, disse ad alta voce, l'abbandonava e ne parlava in modo che a noi pare bellissima ancor oggi. E questa era l'ultima lezione di religione che faccio, disse solo tra sè come ci fossero ancora i suoi studenti silenziosi lì intorno, muti a guardare le sue piante al crepuscolo che fa dei corpi ombre già notturne, e quando lieti e quando preoccupati i loro visi. 

Era notte oramai, guardava in cielo e gli riusciva finalmente di contemplare tutti i suoi sogni, riusciva a vederli brillare come stelle in quel cielo così freddo. 

Pilchard tremava e decise che per oggi basta, basta coi pensieri e col giardino. Rientrò. In quel momento la finestra al terzo piano si aprì, e il suo angelo studente di bel canto si mise a cantare. 

 

 

 

 

 

19

 

 

Ma riprende l’onda della metropoli a bagnarlo. Pilchard lascia il luogo della sua malinconìa ben ordinata e posto dove stare per rigettarsi, tagliato il cordone ombelicale, nelle futilità del traffico. Ma è lì che pulsa, avida, la vita. Domande sul dovere, sulla necessità di darsi a una seconda, vicaria  esistenza, amando i propri simili come il pesce nell’acqua, che per essere variopinto compra un nuovo vestito. Capitolo 19. Siamo nella città, nel grande acquario.

tempo di lettura: una doccia con doppia passata di shampoo + balsamo, lasciato agire mentre si fa la barba. O una seduta di trucco, prima di uscire per andare al ballo. Quanto mi piacerebbe leggerti, bambina, mentre le ciglia tue si fanno nere e ripensiamo al tempo delle pere.

 

 

tutto proseguiva così, scandito dai giorni che passano uguali e diversi uno a uno, in una specie di pareggio dei conti che Pilchard tirava negativi a sera per pentirsene al mattino, quando si adeguava senza scopo al ritmo di quella grande città, condividendola senza capirne il senso. Quanto a questo nessuno ne era più a conoscenza da tempo.

Il giorno seguente lo svegliò il postino. Aveva la risposta nominale con busta della società finanziaria in persona che gli faceva molti complimenti per avere superato quel difficile colloquio. Lui aveva le qualità giuste per un lavoro come quello, ricco di incontri professionalità e soddisfazioni da manager, così noi la pensiamo, anche se non era finita, ora doveva avviarsi verso la prova difficile il colloquio con il Capo Settore, quella società era enorme e dunque essere capo settore non voleva dire molto ai suoi occhi ma avrebbe presto imparato che cos'è un capo settore, un posto piuttosto distante dal direttore d’area e più distante  dal Direttore Generale, ma già lontano da un semplice manager come sarebbe stato lui benchè essere manager avesse il sapore della sfida e il gusto del contatto, quell'azienda aveva sedi sparse dappertutto e dunque non c'era neanche bisogno di dire che il capo settore non lavorava nello stesso posto del direttore generale bensì aveva le sue responsabilità anche logistiche, mentre la vera nervatura della società erano quelle migliaia di agenti finanziari cioè i manager, manager! se lo ricordi Pilchard, lei è un manager, che andavano di qui di là a convincere persone diverse che i loro soldi erano ben investiti anzi al contrario si sarebbe verificato poi, e lui stesso l'avrebbe verificato con orgoglio, che sarebbero stati loro a richiamarlo che dico chiamarlo tempestarlo di telefonate e di fax e che dunque molto tempo doveva essere speso e lui avrebbe dovuto spenderlo e dedicarlo con molta cura a discutere di come reinvestire i grossi guadagni che avrebbero fatto quei clienti fidatisi del nome prestigioso di quella società, anche grazie e forse soprattutto a persone come lui che davano il loro necessario insostituibile contributo, era bello sentirsi necessario e insostituibile non trovava già adesso? 

-ce l’ha un fax, dottor Pilchard? e avrebbe visto e sentito come quel nome! il nome dell'azienda al solo pronunciarlo avrebbe aperto un sorriso di fiducia nell'attento ascoltatore con il quale lui avrebbe preso appuntamento, forse avrebbe cominciato dagli amici ma poi gli amici avrebbero avvertito gli amici, e allora anche questi sarebbero diventati suoi amici, l'avrebbero invitato a cena e dopo cena lui avrebbe fatto loro due conti sul tavolo, così semplici che era impossibile non capirli, lei mi dà cento io le restituisco centodieci, o quindici, o venti, e poi sarebbero stati loro dandole del tu a dirle caro Semolina Pilchard, perchè non vieni a cena che poi insieme vediamo cosa fare con quel centoventi che tu mi insegni può diventare con facilità nelle tue mani centoventicinque, centotrenta, e siamo già a centotrenta, non è bello essere già a centotrenta? cominciasse pure a contare quanto faceva la sua percentuale moltiplicata per tutti quei titoli, titoli, è così che funziona il mercato finanziario e il mercato finanziario è la spina dorsale dell'economia, non era felice di dare quel contributo importante e decisivo al benessere della spina dorsale dell'economia? di unire l'utile al dilettevole? perchè era dilettevole non è vero guadagnare quei soldi molti soldi, 

-di questo le avrà già fatto cenno lo psicologo dottore, la saluta e sarà sempre a sua disposizione per ogni consiglio e momento di malumore, lei allo psicologo ha fatto un'ottima, ottima impressione, e le augura come noi le auguriamo di poter realizzare tutti quei sogni e progetti e un giorno di avere un ufficio tutto suo e allora sarà lei a spedire lettere come questa, era bello ricevere lettere come questa non è vero? Insomma lei è convocato per questa mattina, mattina, perchè non deve avere il tempo di pensarci neanche un attimo, 

-alle nove, sia puntuale, stesso posto, la riceverà il suo cordialmente CAPOSEttORE.

Così Semolina Pilchard corse di sopra si lavò e pettinò e si vestì con l'abito blu a righe bianche, gli sarebbe piaciuto avere un altro vestito per presentarsi diverso come uno che sa sempre come vestirsi e ne ha oh se ne ha di vestiti! ma del resto l'aveva visto lo psicologo e non il suo capo settore vestito a quel modo, ma se poi lo psicologo avesse scritto sul foglio ben vestito, elegante, abito blu a righe bianche, era rassicurante per il capo settore vederlo e dire sì, è lui, abito blu a righe bianche, oppure era sconveniente denunciare quell'unico vestito, ora spiegazzato per via della seduta di rilassamento totale, non ci fosse mai andato, altro che rilassamento totale questo è il vero mondo, il mondo della spina dorsale ma dell'economìa non del debosciato che chissà ha lavorato forse in un'altra vita! Altro che vita questa è la vita! e poteva uno che se ne sta nella spina dorsale dell'economia tutto il giorno andare dopo quella seria giornata di lavoro a così alto livello a piegare la schiena e sentir dire che se ne stava tutto il tempo troppo diritto? Certo che sto diritto, potrei far altro che stare diritto? quando si ha come me da convincere quei buoni investimenti la gente a investire, perchè come essi rischiavano il loro denaro anche lui rischiava il suo denaro, ma era un rischio così ben calcolato non è vero? 

Insomma qui ci voleva un altro vestito, un doppiopetto probabilmente un principe di galles grigio magari, ma li aveva o non li aveva i soldi per comprarselo? 

C'era del rischio nel firmare un altro assegno senza sapere se fosse coperto o  scoperto, ma d'altra parte era un investimento, con quel vestito avrebbe avuto quel posto di manager e poi sarebbe andato subito a rastrellare quei soldi a vendere titoli, titoli! e avrebbe subito guadagnato quel tanto e di più con cui pagare il vestito, questione di un paio di giorni tre al massimo, e così uscì sulla porta e incontrò Rudolf che fumava alla finestra e stava ascoltando Magical Mistert tour, un altro disco dei Beatles, dove c'era proprio la sua canzone, la sua canzone in cui Semolina scalava la torre Eiffel! Ma che positiva coincidenza!  Quel Rudolf la stava ascoltando e la stava cantando, non era forse un buon auspicio? e così Pilchard disse 

-ciao Rudolf, e Rudolf scoppiò a ridere e disse dove vai così vestito da pirla? e Pilchard rispose che pirla e pirla, 

-Io sono un manager Rudolf, cosa credevi? est modus in rebus! 

-Io sono austriaco rispose Rudolf, cosa cazzo vuol dire manager modus in rebus? Non è il momento urlò Pilchard cercando una scusa per correre con quell’espressione imparata dall’insegnante di biologìa così comoda a volte. 

-Qui bisogna guadagnarsi da vivere, caro il mio Rudolf, cosa si ha contro il mercato finanziario che non lo capisco? 

-Pilchard...! tu sei fatto per stare in giardino! guarda che bel giardino, Pilchard, è il tuo giardino torna in giardino! Ma Pilchard gli aveva già detto ciao Rudolf, e gli era venuta in mente Marta per via di quella lettera dove aveva parlato di Rudolf e che era bello dire 'ciao Rudolf', si annegasse anche Marta. 

Cosa faceva tutto il giorno quel Rudolf? Come si guadagnava da vivere? 

Però ci pensò, Pilchard sulla metropolitana, a quel fatto che doveva stare in giardino, ma doveva fidarsi di Rudolf? Non è forse invece questa la mia gente? titoli titoli! si diceva nella mente guardandola pigiata assonnata sul treno, gente che va viene lavora ha diritto, a non vedere buttati quei denari guadagnati, c'erano sogni e fatica in quei visi pigiati, non era vero? Era bello sapere che loro si fidavano di lui, i loro soldi riposavano bene, no non è questo il campo dei miracoli, lasciamo a Pinocchio le truffe e il gatto e la volpe, noi siamo piuttosto geppetto, non era un buon argomento e un bel modo di presentarsi e di fare dicendo geppetto? cosa ne pensava lei caposettore di quest'idea di geppetto? C'era relazione tra il settore finanziario e il settore pubblicitario? perchè lui prima o poi avrebbe voluto cimentarsi nel settore pubblicitario, così entrò in quel negozio all'ingrosso e disse al signore con gli occhiali da dentista belli quegli occhiali! Molto utili per guardare verso il basso non è vero? 

-Oh, signor Pilchard, disse il proprietario del negozio, come andava il vestito? assai bene disse Pilchard e anche adesso lo porto quasi sempre così volentieri ma così volentieri! ma sa gli impegni a volte richiedono sacrifici e così, vorrei un altro vestito. -Se tutti i clienti fossero come lei, in questi tempi di boom della crisi per l'ingrosso...Sa cosa le dico? io vendo volentieri al minuto, ho cominciato al minuto! avevo un negozietto al minuto e mi piaceva il sapore della sfida e il gusto del contatto, ma eccomi qua, all'ingrosso, certo si deve capire che ogni volta che vendo non è più la vendita di un vestito, perchè quando prima vendevo un vestito ora cento con la stessa fatica, lo stesso impegno, e bisogna considerare il vantaggio, ma il denaro non è tutto in questa vita, e a me fa piacere ancora adesso vedere il cliente che torna e si compra un altro vestito, che è contento, elegante, fiducioso della mia ditta. Perchè è mia la mia ditta capisce? 

-Come no se non la capisco disse Pilchard, anch'io ho quello stesso problema, sembra ieri andavo in casa a incontrare clienti, con quel nome della ditta che nella mia immaginazione di ragazzo era un enorme palazzo pieno di porte e segretarie che corrono telefoni che squillano e sognavo di stare dietro un tavolo a raccogliere quelle telefonate e dire vendere! comprare! titoli non so se ha capito, e quel nome della ditta dava così fiducia, ma così fiducia alla gente che incontravo, e respiravo il gusto della strada: chissà chi sarà questo nuovo cliente dicevo mentre camminavo con la borsa e andavo da lui, e il contatto personale il contatto personale! lei capisce quello che dico? Chi che cosa può sostituirlo il contatto personale? più soldi, il potere? No che non possono sostituirlo e lei lo sa, e così ora mi trovo Caposettore che è una bella carriera alla mia età, molto lontano da direttore e ancor più lontano da direttore generale. 

Certo ne ho fatta di strada da quando ero semplice manager ma cosa vuol dire poi manager? sì va bene si ha quella sensazione elettrizzante di essere la spina dorsale dell'economia, ma è poi tutto mi chiedo la spina dorsale dell'economia? Ricordo ancora quei primi risparmi, mi dissi subito: ora, caro il mio Pilchard, devi mettere il culo sotto a un bel tetto, in fondo si va bene titoli titoli, ma il mattone, il mattone! io sono dell'idea che il mattone non è mica uno scherzo, e poi una casa una casa! e un pezzo di giardino, mica un parco guardi un giardino, e potare le rose e zappare la terra, c'è davvero qualcosa che valga più di un pezzo di terra? Mi dicono i viaggi mi dicono le crociere, ma che viaggi e crociere, io sto là e zappo la mia terra, c'è qualcosa di meglio per un uomo che dire mia terra? e quando ho finito guardo la terra e mi dico ora il melo sta bene, ora il pero fa pere, mi dica lei se ho sbagliato a non fare quei viaggi e crociere e comprare quel pezzo di terra. 

-Lei è un galantuomo signor Pilchard! fa piacere avere clienti come lei, torni ancora a trovarmi e a proposito, quei titoli di cui mi parlava, potrebbe spiegarmi un pò meglio? 

-Guardi signore... signor? 

-Ma che stupido, non m'ero ancora presentato, Guerzoni della ditta Guerzoni. 

-Bene signor Guerzoni, lei capirà se le dico che oltre ad aver degli impegni più urgenti, ci sono questioni un attimino delicate, lei mi capisce, per farla breve le mando un mio manager, cosa vuole sennò poi si viene a sapere che il Caposettore...

-Come no la capisco, lei è un galantuomo e poi ecco, questa è la migliore presentazione per una ditta, questo rispetto...c'è certa gente che quando vede il denaro non capisce più niente, mentre è bello vedere il rispetto, il lavoro degli altri... E allora... le incarto il vestito? o se lo tiene indosso, il vestito? lei è il tipo che se lo tiene indosso, il vestito, dica la verità! 

-Dico la verità, lo tengo addosso. Ha ha, risero Guerzoni e Pilchard, è bello ridere quando si lavora, e si lavora non è vero? Altro che se non è vero. Lei lo sa come me e più di me. Io lo so più di lei, lei è giovane, Pilchard! Posso farle un assegno? Ma berbacco ci mancherebbe dottore, disse dunque il venditore all'ingrosso. 

Così Pilchard firmò quell'assegno dottor Pilchard e uscì lieto dal negozio e si incamminò perchè era tardi e doveva essere a quell'appuntamento con il caposettore e pensava al negoziante con che rispetto lo trattava e al suo vestito che si guardava nelle vetrine specchiandosi e si diceva ora lo tratterò da pari a pari quel caposettore con questo vestito, non dico con arroganza ma valutando, è opportuno che io cambi lavoro? lei cosa offre? Due mioni due e mezzo? tre mioni va meglio si lavora sul rischio. 

Dunque era là, sedeva nella sala d'attesa leggeva i listini di borsa capendo assai poco quando ecco la porta si aperse, ne uscì un uomo che ne salutava un altro che a lui parve e non gli parve l'insegnante di diritto, che diceva a tutti onorevole il mio magro stipendio. Era lui non era lui? Sembrava lui, l’infingardo che diceva il mio magro stipendio. Ma come magro stipendio? era giusto biasimare se poi si fa quel lavoro di pomeriggio? E poi quale pomeriggio e pomeriggio non era forse mattina? Non era forse che si era dato malato questo insegnante di diritto? 

L'insegnante di diritto girò la sua faccia rossa con barba ed occhiali verso il muro uscendo, a Pilchard parve proprio lui anche dal modo di camminare e girare vergognoso la faccia, allora senza neanche presentarsi o dire buongiorno a quel caposettore disse 

-Mi scusi chi è quello? 

-Quello è un manager disse il caposettore, stavamo parlando di una nuova strategia da lui proposta, ha un bel pò di idee quel giovane manager... bisogna dargli fiducia. Pilchard si stordì al pensiero che quel caposettore dicesse giovane a quell'insegnante di diritto che si lamentava parecchio, anche di acciacchi, faceva le cure termali ogni santo settembre sfruttando vecchie norme fasciste dicenti che la scuola fa venire i reumatismi talvolta e si ha diritto a curarli alle terme, ma erano poi cure termali quelle che faceva? Non era forse invece quella la migliore stagione per le nuove strategie da lui proposte così che si dava malato e veniva poi qui a fare il giovane manager? 

-Prego si accomodi disse il Caposettore, vedrà che presto anche lei sarà come quel giovane manager pieno di idee e strategìe, bisognerà darle fiducia, lo vedo da come lei guarda negli occhi disse a Pilchard che lo guardava come un baccalà non essendosi riavuto dall'incontro con l'insegnante di diritto, era forse stato lui a dare il suo nome con connotati alla società finanziaria vedendolo uscire ammattito quel giorno ormai lontano di scuola? 

Fu allora che Pilchard notò che il caposettore aveva un vestito blu a righe bianche come il suo, quello vecchio, e benedì quella strategìa che aveva avuto di comprare un altro vestito e pensò ma che caposettore! con questo vestito posso aspirare a ben oltre, lui che è caposettore ha ancora indosso il mio vecchio vestito! 

-E allora vediamo che cosa la spinge gli disse il Caposettore, a me niente piuttosto siete voi che tirate e tirate disse Pilchard sono un pò incuriosito. Bella la curiosità molto importante in questo lavoro, disse il caposettore. 

-Bisogna avere la spinta della curiosità, domandarsi chissà mai chi sarà questo o quello suonando alla porta per il prossimo appuntamento, lei vedrà case che le piaceranno e case che non le piaceranno, vedrà gente che i soldi non sa dove metterli e gente che non sa dove trovarli, noi prendiamo i soldi dalla gente che non sa dove metterli, li prestiamo a quelli che non sa dove trovarli, poi investiamo nei titoli, capisce il discorso? Lei che gente frequenta o conosce? 

-Di ogni genere e tipo disse Pilchard sicuro, bravo! era questo che volevo sentir dire da lei! Questa è la domanda chiave del colloquio, perchè se si sa parlare con tutti facendo capire che noi siamo come quei tutti, con l'operaio poco più di operaio con il professore poco più di professore con il manager pari col capitano d'industria poco meno ma onesto e tranquillo, allora è fatta capisce?

-Come no se non capisco disse Pilchard che quanto a essere qualcuno che non era aveva imparato da giovane. A me piace il calcio disse il caposettore. Ogni volta che c'è la partita io vado in casa di amici e nel dopo partita discutiamo di come investire quei titoli e si beve anche un goccio. Lei è astemio per caso? 

-Beh astemio non troppo disse Pilchard

-Astemi è da stupido un poco da uomini troppo da pirla, sentenziò il Caposettore, sì sì questo detto me l'ha insegnato mio padre, disse Pilchard, gli insegnamenti dei padri sono quelli che contano, disse il caposettore. E a lei piace il calcio? 

-Anche a me piace il calcio! lo insegno spesso a un bambino sordo che mi sono preso a cuore disse Pilchard, questo è nobile e bello fece il caposettore, anch'io che giocavo e ho avuto un incidente ora ho comprato una società dilettante e così con il nome della società sulle maglie si unisce l'utile al dilettante, è bello vedere quei ragazzi giocare la domenica pomeriggio con la divisa pulita invece che stare al bar ad ascoltare la radio. Lei è sposato? 

-No che non sono disse Pilchard, era solo curiosità disse il caposettore, mi sposerò se è necessario disse poi Pilchard con un filo di voce.

-Dunque le faranno sapere, ci sarà un colloquio con altri manager conoscerà anche il giovane manager appena uscito e poi le faranno sapere, ma si prepari, ci sarà un corso di economia finanziaria e un corso di pubbliche relazioni e poi lei sarà pronto. Non si sente già pronto e dei nostri? Sì mi sento, disse Pilchard alzandosi per stringere la mano sopra la scrivanìa, il caposettore gli prese le dita e gli strinse le dita, Pilchard disse no aspetti che gliela dò meglio, lei è simpatico disse il caposettore, vedrà che la chiameranno. 

Chi la chiameranno avrebbe voluto dire Pilchard ma non lo disse seguendo la sua strategìa. C'è contatto tra il settore finanziario e il settore pubblicitario? chiese Pilchard ricordandosi sull'uscio. No disse il caposettore, nessun contatto tra il settore finanziario e il settore pubblicitario, l'uno lavora per l'altro ecco tutto, ma non sappia la destra ciò che fa la sinistra, non so se ha capito. 

-Come no se non ho capito, disse Pilchard dietro la porta e sbirciò nella sala d'aspetto e gli parve di vedere tarcisio. Cosa c'è fece il caposettore a quella fermata imprevista, niente niente fece Pilchard ma mi sembrava di aver visto un amico. 

-Dopo un pò sembra di conoscere tutti disse il caposettore, con questo lavoro si riconoscono le persone da come stanno sedute e si sa con chi abbiamo a che fare, non si preoccupi lei è già a un buon livello. troppo buono dottore fece Pilchard e uscì. 

troppo buono dottore? Ma quanti anni aveva lui già a un buon livello per dire troppo buono dottore? Quanto tempo era passato da quando girava per la stessa città insieme a tarcisio parlando della filosofia di tarcisio? E poi cosa vuol dire già a un buon livello? Comunque, mi chiameranno. Ma per oggi è finita son libero. 

Si era fatto mezzogiorno e all'una aveva il corso bienergetico, l'avevano messo in quel gruppo che volentieri si rilassava e caricava nell'intervallo del pranzo così poi ripartiva nel pomeriggio di slancio. 

 

 

 

 

 

20

 

 

Le grandi città sono luoghi dove il sole entra dalle persiane d’improvviso a primavera, e noi che abbiamo fatto finta di nulla, ci accorgiamo di avere sfangato un altro inverno. Siamo in pieno dicembre, e capita di voler toccare il minimo della vita, lì costruire l’altare domestico cui rivolgersi. Venditori di case, tessitori del vento, alberi di limoni tra le cimase.

tempo di lettura: svuotare la lavapiatti, caricare la lavatrice, fare un altro caffè, sbirciare fuori dalla finestra soffiando sulla tazza per vedere se raggiunge anche noi il soffio dell’infinito.

 

 

Camminava col suo tacco chiodato quando nella vetrina di un rigattiere vide su, in alto, poggiato languidamente il quadro di una donna che pareva guardarlo, quei grandi occhi scuri gli sorridevano invitanti e non pensò, Pilchard, neanche per un istante che potesse fare così con tutti, il quadro; era uno sguardo, un sorriso orgoglioso dei propri dubbi; il resto era appena sbozzato. Entrò colpito da quel fulmine e al rigattiere disse com'è bello quel quadro com'è bello! 

-viene dalle cantine di una famiglia nobile decaduta assai disse il rigattiere risultato di Napoli, il pittore è un francese impressionista di buon livello benchè non famoso da noi. Ma devo dirle che lo vorrebbe l'avvocato Deinasi, mi ha chiesto di un quadro così con dei begli occhi da quando ha perso sua moglie e non è più quello. Io potrei venderlo a lui a cinquecento sei cento, 

-facciamo trecento disse Pilchard, sono giovane ai primi risparmi, ma la casa la casa non è bella senza un quadro! io giro spesso tra i rigattieri e ho buon occhio, se dico qualcosa non sbaglio, tre e venti disse il rigattiere ma chissà cosa dirà Deinasi doveva essere qui a momenti ma ancora non si è visto; sarà là al cimitero che piange sulla tomba della povera moglie. 

-Lo porto via subito disse Pilchard, mi dia anche quel posacenere da bravo! va bene lei sembra magrino ma robusto gli disse quell'altro. 

Pilchard si toccò, frugò, tirò fuori dalle sue sette tasche quasi tutto, e ripulì, scartò, mise da parte e poi contò: aveva quel che costava il quadro, nè una lira di più, nè meno. Pensò che fosse il segno e fosse suo: posò carte e monete e qualche truciolo di tabacco sul cristalloso banco del rigattiere e uscì; e camminò con quel quadro troppo grande per metterlo sottobraccio e il posacenere che gli usciva un pò dalla tasca dell'abito nuovo doppiopetto principe di galles. Era già calmo ma si stava calmando ancor più. Salì le scale del corso bioenergetico analando e espirando col quadro, forse anche lì gli avrebbero detto tu sei già a un buon livello? 

-tu sei in ritardo ma cosa è successo? gli disse il maestro, 

-mi devi scusare ma ho incontrato questo quadro un colpo di fulmine da un rigattiere di Napoli e ho dovuto prenderlo al volo per bruciare Deinasi! tu sei troppo impulsivo gli disse il maestro. 

-Comunque vieni, purtroppo hai perso il rilassamento totale siamo già arrivati alla concentrazione psichica entra. Pilchard entrò, era nervoso e deconcentrato, altro che calmo, aveva dimenticato di nuovo tuta e mutande e dovette restare con quel nuovo vestito. 

Erano in tre, stavano seduti in cerchio col maestro, Pilchard si accomodò appena dietro. Vieni avanti gli disse il maestro: facciamo il cerchio se no questo cerchio sembra un quadrato; si accomodò tra una ragazza magra e un signore scuro con barba da alpino, il maestro riprendeva a parlare e Pilchard cominciò a pensare ma chi sarà questa ragazza magra e sbirciare tra i suoi capelli per vedere se fosse concentrata o distratta, si girò un pò dall'altra parte per vedere il tipo scuro con barba, dove abiterà pensò Pilchard?

Vedeva un corridoio lungo con moglie triste che stira e mobili neri e quadri tipici indiani e zanne d'elefante e un piccolo buddah e una maschera d'ebano, e un falco polveroso impagliato da anni, e lo scuro con barba entrava e diceva telefonato nessuno hai fatto i tuoi esercizi dov'è il mio chimono c'è la riunione condominiale ha telefonato mia madre? domenica si va in ritiro spirituale in montagna poi la sera si cena col baba Maurizio ho un callo che mi duole sarà l'influsso negativo di Venere in Giove? oh finalmente è arrivata la rivista di agopuntura vedo che insisti a mangiare la carne oggi al corso è stata una seduta importante. 

Pilchard distratto dalle sue insane fantasticherìe non s'era accorto che di fianco alla ragazza magra sedeva nascosto da quei lunghi e sottili capelli biondo cenere assai belli il venditore di case bioenergetico, aveva indosso una tuta attillata di un lucido rosa assai shocking. Non era quella una seduta di concentrazione psichica? Non era un pò scioccante quel rosa? Ma Pilchard pensava al suo quadro, lo vedeva pendere alla parete bianca della stanza di sotto, al tramonto la luce della finestra del giardino l'avrebbe colpito e la donna avrebbe sorriso ancor più e forse la studentessa di bel canto si sarebbe messa a cantare. 

Ah quel canto quel canto, Pilchard si stava concentrando finalmente, gli venne in mente anche Marco, a quest'ora doveva essere già a un buon livello là seduto anche lui sul materasso, forse poteva introdurre lì Marco e il maestro avrebbe detto ora Marco raccontaci la tua esperienza seduto sul materasso del salto in alto, cosa hai visto sul muro? Ma fu invece a quel punto che il maestro disse: ora dì tu caro Gianni, cosa hai visto sul muro? e mentre Gianni cominciava a parlare Pilchard pensò che finalmente avrebbe saputo chi fosse quel venditore di case a cui lui aveva dato tutti i suoi soldi.

-E così come mi aveva detto il maestro io cominciai a guardare quel punto, esordì. E dicevo: ma guarda che punto...E non sentivo più mi hai capito la fatica dell'esercizio ma il piacere della scoperta...

-Bene così, disse il maestro, è questo che sentiamo quando siamo a un alto livello. A Pilchard venne in mente il giorno del funerale di suo padre, lui l'aveva passato guardando il muro con macchie violacee d'umido reduce da una sbronza. Era già allora anche lui ad un alto livello? 

-Forza Gianni va avanti, e dì proprio come stanno le cose, disse il maestro. 

-Al passare di ogni attimo il punto era un Altropunto. Con una grande e lunghissima A, e quella A si sollevava da terra come un tappeto volante. Anche la a di guarda che punto il venditore l'aveva allungata e distesa come un grande tappeto, forse era quella la concentrazione psichica e i suoi benefici effetti, Pilchard pensò, le A diventano tappeti e poi via se ne volano. Ma perchè quello era un Altropunto, avrebbe voluto chiedere, ma come per incanto il venditore rispose: 

-Perchè io ero un Altro Attimo. Cosa dunque capivo? Il venditore di case stava un pò zitto e gli altri lo guardarono finalmente come si guarda il maestro, lui molto felice di quel rispetto continuò con un lieve mistico sorriso rosa shocking e disse 

-Nel presente puntiforme noi dunque scorriamo di punto in punto liberi dai pensieri, come insegna il maestro. E dai ricordi, dai dolori e dalle cicatrici. 

-Oh... fece la ragazza magra molto colpita da questo passaggio. 

-E di più, riprendeva il venditore sorridendo contento, noi finalmente viviamo la vita vera e rocambolesca tra sogno e son desto. Perchè come dice Calderòn de la Barca la vita è sogno, e i sogni sogni sono. 

-Oh... fece di nuovo la ragazza a quella parola Calderòn de la Barca, come avesse voluto dire anche a me piace molto anche tu lo conosci? e il venditore felice guardandola disse 

-Ed è così, concentrandosi su questo passaggio, che la nostra vita diventa sogno davvero, e nel sogno attenzione! nel sogno la nostra vita non è più la nostra vita, ma la vita immateriale del sogno. 

-E la nostra vita? Dove si è persa intanto Gianni la nostra vita? disse la ragazza magra: quel perdere la vita la preoccupava molto. Dev'essere poetessa pensò Pilchard forse in un'altra vita? Era per questo che ancor si disperava per aver perso la vita di poetessa, cosa faceva adesso? 

-Spetta che non è finito, disse il venditore di case. Qui viene il bello! E poi riprese, metodico e didatta:

-hai mai visto un sogno...dico hai mai visto un sogno pensare alla vita di qualcuno? 

-Oh no...ohnnooo! fece allora la ragazza magra. E il venditore:

-E' così cari amici che mi sono sentito svanire inghiottito dal Ritmo Naturale del mio respiro. 

-Pazzesco! Pazzesco! Gridò allora la ragazza magra mentre geloso lo scuro guardava con un sorriso superiore e perplesso pensando: giochi da ragazzi pollastra! ma Pilchard era davvero colpito e diceva ma guarda questo venditore di case, sta forse per diventare maestro così smette di vendere case? 

Il venditore interpretò l'invito di Pilchard e andò avanti: 

-io finalmente nel sogno mi stavo gurdando dormire. Anzi, anzi, cominciai a farlo, dormivo e sognavo di guardarmi dormire. E fu così che capii finalmente tutto quello che mi ero sempre domandato. 

Anche il maestro ora lo guardava con rispetto e interesse figuriamoci Pilchard e la ragazza magra diceva 

-Cosa, cosa ti sei sempre domandato Giovanni? e lo chiamava Giovanni come a dire: ecco, finalmente io ti chiamo col tuo nome, Giovanni, mentre lo scuro a Pilchard stava antipatico con quella sua aria più saccente che sapiente con corridoio scuro e moglie triste che stira. 

-Perchè mi ero sempre domandato, continuò il venditore di case sostenuto da Pilchard che diceva ma guarda che bravo come se ne frega dell'incredulo scuro, dai Gianni va avanti, e Gianni andò avanti e disse che si era sempre domandato se sono un sogno di chi sono il sogno? 

-Sì cari amici, io ero sempre stato curioso di conoscere quel tale sognatore di me stesso. E pensavo che il sognato non può mai conoscere il sognatore, mai incontrarlo, non è questo triste e malinconico mi ero sempre detto? triste e malinconico sì! sembrava dire la ragazza rosicchiandosi un'unghia, ma il venditore di case da vero maestro disse allora: 

-no triste e malinconico! Perchè finalmente avevo capito: quell'altro ero io. Anzi, diciamola tutta: qualcosa meno di io, cari amici, la nostra libera esistenza puntiforme che segue il suo bel ritmo naturale del respiro. E così nel respiro il sognatore e il sognato non si può dire che stessero sognando, poichè Erano un sogno. E un sogno non può essere svegliato! 

-Eh giàaa.... fece la ragazza magra, un sogno svegliato muore! Hai capito hai capito! ridacchiò il venditore di case, e qui siamo al punto: è forse la morte una sveglia, che ci fa svegliare in un'altra vita che di quella passata non ricordiamo più niente come un sogno dimenticato? 

-Eh giàààà...fece ancora la ragazza mentre Pilchard si sfregava il mento e il barbuto faceva finta di distrarsi guardando qui e là.

-Ma aggiungo, non è che una volta svegliati da questa sveglia siamo caduti in un nuovo sogno? E da qui si ricomincia con la storia di prima? 

-Pazzesco, pazzesco! fece ancora la ragazza magra, ma lo scuro sapientone disse che quello non era altro che il paradosso che spiazza tutta la logica scientifica occidentale della verificabilità della cosa sostenuta, gli indiani conoscevano questa prova tremila anni fa! ci sono regole molto ben dimostrate ma non verificabili e queste sono le leggi della saggezza, bisognava attraversare acquitrini e raggiungere posti sconosciuti attraverso montagne, posti che sembravano poveri ma erano ricchi per sentire qualcuno ragionare così, ora adesso lui cosa credeva di voler dimostrare? 

-Ma è bello che lui l'abbia scoperto da solo! Disse Pilchard che si era un pò sciolto. Sentiamo cosa ci dice ancora Gianni di questa sua esperienza, poi parleremo, disse allora il moderato maestro. 

-Potevo solo continuare a vivere così, disse Gianni con inspiegabile mestizia, come un punto, un luogo senza dimensione, nè tempo, nè spazio. Nè ricordi. Nè un posto preciso dove stare. Come i sogni. 

Ci fu un pò di silenzio perchè la storia era finita e tutti ci stavano pensando...

(...Non è facile vivere, qualche volta è necessario rintanarsi in se stessi e perdere tutto quel che si ha, anche la penna, il rumore che fa. C’è chi lo trova sublime e chi idiota. Pilchard stava a metà, cioè non riusciva nemmeno stavolta a stare da nessuna parte. Le parrocchie le aveva lasciate nel corso della sua adolescenza tormentata. Era segno di modernità o di alterigia?....)

-Che bella storia, Giovanni, disse infine la ragazza magra risvegliandosi dal suo lungo pensiero: gli sorrise e gli mise una mano sulla spalla. Bella sì, disse Pilchard, grato a Gianni per averlo portato in quel posto. 

-Ebbene sì, cari amici, Gianni è davvero a un alto livello. Cosa possiamo dire? voi avete detto che la sua storia è bella. Certo che è bella, aggiungo io: finalmente Gianni ha trovato il suo Ritmo Naturale. 

Ritmo Naturale, Ritmo naturale! quest'idea magica a Pilchard piaceva e anche lui voleva mettersi in cerca del suo ritmo naturale, e avrebbe voluto dall'inizio sapere almeno cos'è e come fare a cercarlo. 

-Solo in un punto hai sbagliato, disse a Gianni il maestro. Quando parlavi delle rughe e delle cicatrici. Ecco lì vedi il passaggio non è ancora riuscito. C'è come un segno di morte. Come tu sai noi non moriamo, perchè siamo parte del ciclo circolare della vita. E anche alla fine,...ho sentito la tua voce laconica alla fine. Come se ora tu sapessi chi sei ma non ne fossi del tutto contento. Ma un conto è sapere nella mente un conto è sapere nel cuore. Il tuo cuore lì è ancora pesante. Dimmi Gianni, mangi ancora la carne? 

-Ah ho sbagliato ho sbagliato mannaggia! si tormentava il venditore di case Giovanni, che poi confessò: sì, ogni tanto, gli capitava, di dover andare con qualche compratore di case al ristorante e lì a volte c'era solo la carne, spezzatini o brasati o costate anche trippe! Pilchard fu un pò deluso dalla mancanza del venditore di case e gli sembrò di essere sceso dal tappeto. Gianni era mesto, perchè gli era sembrata una storia perfetta la sua da scrivere nel manuale che voleva scrivere, perchè voleva scrivere, Gianni, e lo disse mentre si rivestiva con Pilchard e la ragazza magra che lo consolava dicendo: ma dai Giovanni era una storia bellissima, mentre il maestro era rimasto col sapientone scuro che gli parlava di libri: facevano toga, ma a un alto livello. 

-Ah ma tu scrivi tu scrivi! diceva la ragazza magra. 

-Sì scrivo, anche ora che sono venditore di case, e ho sempre avuto il grande desiderio di scrivere come una cosa facile che non stanca anzi rilassa, e il desiderio di smettere di vivere contro quest'epoca in cui stiamo vivendo. La ragazza magra con una gamba nel pantalone e una in mano per infilarcela aprì tanto d'occhi a sentire quella parola epoca. 

-Sì, continuava Gianni, vorrei accettare questa povertà dell'ego che ci porta a non voler inventare più niente, perchè quest'ego povero ci parla delle cose, fino a parlare del quaderno e della matita. E' la grande rivelazione di non dover essere nessuno. E di scrivere solo attratto dal momento di scrivere e dal modo armonico in cui vengono fuori le frasi. Per esempio oggi ho incontrato un cane e stasera scriverò 'oggi, ho incontrato un cane', non è forse bello? 

-Bello, bello...altrochè se è bello, faceva ancora rapita la ragazza magra mentre il venditore si annodava la cravatta.

-Ora sono su questa buona strada, sono contento di stare disteso sul letto ad ascoltare rumori giù in strada e le cose che dice la gente che passa, ieri sera avevo in mano la penna, stavo per aprirla e mi dicevo: cosa succede ogni volta che apro la penna? Fa clic, mi dicevo, ed è già un bel rumore. Così cominciavo a fare questi bellissimi pensieri e li lasciavo andare, senza sentire alcun bisogno di scriverli, contento di vivere nel tempo puntiforme col ritmo naturale. Così finalmente ero libero di fissare un punto, un punto qualsiasi della parete, e da qui in poi è inutile che ti racconti, è la storia di prima. 

-Ma che bello scrivere così diceva la ragazza magra che Pilchard pensava poetessa in un'altra vita. Adesso che fai? le chiese, e lei rispose con delicatezza che trovava le robe per uno studio fotografico che faceva still life, e tu?

-Sono manager, disse Pilchard, scusa la curiosità ma è molto importante per il mio lavoro di manager. La ragazza lo guardò come a dire: che strano ‘sto Pilchard.

Non era forse strana invece quest'epoca, disse Pilchard intervenendo a suo modo nel discorso, i sapienti dell'India ci dicono che noi dobbiamo seguire il ciclo della vita, essere cane e serpente mosca e tigre e coniglio, e piante e roccia, e quando saremo stati tutto questo saremo pronti, saremo puri e saliremo al Nirvana, ora io mi chiedo cosa vorrà dire in questo magico ciclo trovare le robe e still life? a quale stadio della circolazione della vita appartengono? Siamo noi forse stati espulsi dal ciclo della vita che ci troviamo qui ad arrabattarci facendo cose strane mai sentite? Cos'era venditore di case quando la gente costruiva la sua con l'aiuto di tutto il villaggio? 

-Ciao Semolina noi andiamo disse il venditore di case seguito dalla ragazza magra che gli diceva che buffo quel Semolina.

-Sì ma vedrai che anche lui arriverà a un buon livello, adesso è soltanto un pò giù, e la conversazione tra loro Pilchard la sentiva giù nella tromba delle scale svanire pian piano, il venditore le diceva oggi ho venduto una casa e la ragazza diceva oggi ho trovato una cosa, e ridevano abbastanza sereni mentre Pilchard rimaneva lì coi suoi pensieri. 

E la finanziaria, quando lo avrebbe chiamato? Perchè l'avrebbe chiamato non è vero? mancavano tre giorni a Natale, con chi l’avrebbe passato? Dov'era tarcisio? E a suo padre, qualcuno glieli portava dei fiori? Voleva comprare una chitarra per il figlio della grassa che diceva ti ammazzo cane ti ammazzo. E Rudolf, sarebbe stato solo anche Rudolf? non si poteva fare una festa e invitare anche Marco e la studentessa di bel canto oppure Marta? E la slava, cosa avrebbe fatto la slava così sola in camicia da notte aspettando di morire per liberare la casa non sua?

 

 

 

 

 

21

 

 

Il dì di Natale, se uno si trova a camminare in una grande città che ci ricorda il futuro, Santo Francesco o Nuova torke o Gli Angeli che sia, incontra una processione infinita di poveri senza casa nè parenti nè cibo che si mette in fila per pranzi caritatevoli. Guardando i loro visi e i loro vestiti, ci troverà tutte le razze, le classi, le lingue, i mestieri, le età, le mode, e c’è chi diventa povero negli anni settanta e chi negli ottanta, ma nessuno ha l’aria di avere speranza di uscirne. 

Capitolo ventunesimo, o del viavai da cortile di questa grande città nel giorno della nascita del bimbo. 

tempo di lettura: la vestizione dell’abito buono, perchè si va dai parenti

 

 

Non si era preparato e il giorno di Natale gli era piovuto addosso come un vaso di fiori. Gli successe nonostante il giorno prima fosse andato al corso bionergetico ma non aveva funzionato, il Natale faceva aggio sulla calma, vecchie tradizioni dure a morire angustiavano la mente di quasi tutti pregiudicando ogni possibilità di rilassamento sia totale che parziale, figuriamoci. 

Al corso aveva incontrato un tedesco bionergetico elaboratore che aveva messo a punto un sistema digitale per controllare la qualità dei cibi per ditte di cibi e anche per il comune commensale, lo si poteva vendere con facilità a quasi tutti, era molto preciso e scientifico e lui aveva molta, molta fiducia, se Pilchard non aveva lavoro come gli era giunta notizia poteva dargli quel sistema da vendere nelle case porta a porta. Alle ditte di cibi ci pensava lui ma gli serviva qualcuno che vendesse l'articolo porta a porta. 

Voleva farlo? 

Pilchard pensò a lui venditore in giro per le case del quartiere, contrariamente a quanto si diceva quell'articolo non lo voleva nessuno, 

-Forse in Germania, consigliava qualcuno spingendolo verso il pianerottolo. Vendere vendeva poco, camminare molto ma quello faceva già adesso gratuitamente, soldi non ne vedeva e allora valeva la pena? farsi il sangue amaro vendendo un articolo per ricchi ai poveri rimanendo lui povero facendo finta di essere ricco? Così disse rivestendosi a quel tedesco no grazie, 

-sono in parola con una finanziaria e vedrai che mi chiameranno, ho fatto un'ottima impressione e ieri me l’hanno persino confermato

-Le finanziarie mollale, aveva detto il tedesco seduto sulla sedia cercando di infilarsi una calza: Pilchard aveva notato un buco in quella calza e gli erano venuti dei sospetti forse ingiusti anche sul tedesco non solo sulla finanziaria. Poi era uscito, tra la gente che compra le ultime cose con angoscia venendo l'ora di chiusura dei negozi, era o non era la vigilia? non aveva forse deciso di regalare una chitarra a Salvatore figlio dei litigatori al quinto piano ad Allis un nuovo pallone o forse una maglia da portiere con il paragomiti della squadra di quella città che aveva due squadre? 

Lasciandosi ispirare da fatali incontri con negozi e vetrine apprezzò di saper parlare e scherzare con commesse un tempo giudicate troppo sexi per ridere con lui, se mai di lui, facendo mossette da matto al ritmo di musiche per negozio ballando col suo tacco chiodato davanti ai banconi e comprò:

-una penna in similoro per Marta a cui avrebbe scritto un vago messaggio d’auguri umoristico con accenno al similoro delle lettere che gli avrebbe scritto, forse criptico come messaggio per la cinica Marta?

-un cuscino di damasco della Persia per Marco egli studiando da pascià seduto sul materasso del salto in alto mentre aspetta Giannangeli.

-Una maglia da portiere con paragomiti della squadra di quella grande città che aveva due squadre.

-uno studio filologico serissimo sulla discografìa dei Beatles che avrebbe regalato a Rudolf senza dedica in quanto lui austriaco.

-un leggìo da lasciare anonimo sul pianerottolo della studentessa di bel canto in orari sfavorevoli ai passaggi di Rudolf per evitare critiche in quanto lei stonata sciacquetta.

-Questo mentre saliva al quinto piano carico della chitarra elettrica che aveva comprato per Salvatore figlio dei litigatori. Era una vecchia chitarra elettrica ma di buon manico, certo non era una Stratocaster ma era pur sempre un’ottima Fender da studio assicurava il venditore che l’aveva provata strimpellando un Hej  Jude svisatissima che gli aveva ricordato qualcosa, un suono lontanissimo simile al suo famoso viaggio in Inghilterra che gli aveva fatto esclamare negli anni e nei continenti

-wow! Ma questa è la colonna sonora del limbo! e il venditore disse: hai capito. Questo è proprio il suono del limbo, fanno cinquecentocinquantamila, corde nuove e plettri e ti ci metto anche questo vecchio uah uah, originale dei primi anni settanta.

Così Pilchard aveva fatto secca la tredicesima pagata dalla scuola che si era ricordata di lui. Gli restavano cento carte, giuste giuste.

-Comprò una vestaglia azzurra per la slava e gli restarono i soldi del tram. 

Era tornato a casa e si era messo a dormire vestito sul divano con l'idea di nuotare in una bottiglia di valium. 

Così era  venuto il mattino di Natale. Piuttosto tardi per lui, lo si vedeva dalla gente in giro, con la cravatta anche i bambini soli giocatori di skate-board che avevano ricevuto nuovi skate-board che era natale. Pilchard non sapeva dove andare, non aveva neanche un parente in quella grande città e da nessun'altra parte ma in fondo, 

-cos'è natale si disse, andrò a vedere la città deserta per via di questi pranzi luculliani ma poi chi era lucullo? 

Si vestì della sua ambigua eleganza e scese le scale ancora intontito, nel cortile c'era quell'aria di viavai che c'è nel giorno di natale, alcuni vanno dai parenti altri vengono dai parenti.

Verso la casa dei litigatori una processione rumorosa sale a mangiare, ognuno aveva preparato qualcosa cucinando da una settimana, staranno lì a mangiare e ruttare e poi litigare e stasera riprenderanno a mangiare avanzi e dolci e poi litigare e poi saluteranno dicendo ci vediamo l’altr’anno. 

-Sento quel dolore di mascelle che cala dal quinto piano pensò Pilchard tra sè, e dove altro pensarlo si aggiunse. Scese Rudolf con aria d’imbarazzo che non gli aveva mai visto, ciao Rudolf disse Pilchard e dietro scivolò con grazia e delicatezza nel cortile una figura leggera con un lungo cappotto e un basco e riccioletti che a Pilchard in quelle circostanze dettero persino fastidio come a dire:

-non potevi essere un pò meno ovvia come angelo? non potevi aspettere di conoscere qualcun altro del palazzo me per esempio prima di scivolare nel letto di questo austriaco del piano di sopra? ti ha fatto ascoltare i Beatles e bere la grappa anche a te oppure usa altri metodi, guarda che pensa che tu sei una sciacquetta e me lo viene anche a dire, e se per caso tu pensassi di cavarci un utile essendo Rudolf del ramo cantanti, scordatelo! perché  Rudolf dice che sei stonata e non ci riuscirai mai! Comunque chiaro: per la lirica e il letto esistono due pesi e due misure, dunque era lui che già tempo fa ti diceva: che brava sei sempre più brava lì al buio, era a me che mentiva forse geloso vedendomi attendere trepidando sulla tua soglia. Non potevi dirmelo o farmelo capire? o mandarmelo a dire?

In questo giorno avrei voluto fare un gran pranzo e invitare anche il tuo amante, quel Rudolf. E ti avrei donato il famoso leggìo e a lui lo studio filologico della discografìa dei Beatles, tsè...E se l’avessi preparato quel pranzo per caso? triste la verità quest'anno non è vero? 

-Dove andate? disse Pilchard forse volendo saper troppo convenne. Andiamo in montagna disse Rudolf, 

-Approfittiamo che tutti mangiano come maiali per viaggiare. Bravi, anche io fece Pilchard ne approfitterò per fare due passi. Dunque a loro di questo natale non gli importava un bel niente, oltre al danno la beffa, mi tradiscono in un giorno per loro qualsiasi. Che brutti pensieri anche questi, pensò Pilchard abbozzando un sorriso, salivano in moto: 

-Attenta alla gonna! gridò Pilchard alla cantante che aveva così a lungo preso per un angelo, lei lo guardò stranamente e partirono. Pilchard questo episodio fece finta di dimenticarlo ma non gli andò giù, ci avrebbe pensato senza pensarci in quel giorno di natale.

Nel cortile era comparso intanto Allis che giocava intorno a una mercedes nera, la lustrava un pò e guardava dentro i finestrini.

Allis lo vide e Pilchard gli chiese è tua quella macchina? Allis rispose parto, vado in montagna. 

-Mi portano in montagna perché qui divento pazzo. In quel momento la madre attraversava il cortile, sorrise a Pilchard che aveva un’aria rispettabile in quel giorno, 

-sì lo portiamo in montagna disse la madre con accento tedesco. Ma sono tutti tedeschi in questa città chiese Pilchard? 

-In montagna ci sono molte cascate e ruscelli e molti uccelli disse la madre, lo diceva come spiegasse una cosa che vivendo lì Pilchard non poteva saperla. Ma guarda un pò questa tedesca a chi vuole insegnare com'è fatta la montagna pensò Pilchard, e poi la montagna non è solo ruscelli uccelli cascate, questo è un modo un pò generico di parlare della montagna non le pare? avrebbe voluto dirle, ma la signora madre di Allis disse con malinconia tedesca 

-dicono che fa bene per il suo udito ascoltare gli uccelli e cercare di distinguerli e nient'altro, vero Allis che ti farà bene? Allis la guardava stralunato con la cravatta e disse a Pilchard 

-tu sei il bravo calciatore vero? perché stava cercando nella sua memoria i personaggi di quando era un ragazzo con un'anima da cortile, ora sarebbe andato a vivere in montagna ma secondo Pilchard si sarebbe aggirato spaesato per quelle montagne  facendo cose inconsulte e pericolose, oltre che spaesato sarà un incosciente pensò Pilchard su e giù per le balze.

Giunse il padre con occhiaie profonde lavorando sempre di notte in quella fabbrica vicino casa e poi dormendo di giorno e dicendo

-Allis, vai a giocare in cortile o qui divento pazzo; il padre salì sulla macchina mercedes diesel nera molto vecchia ma ben funzionante, un regalo dei genitori di lei, e poi disse come per scusarsi del misfatto: 

-lo portiamo in montagna, qui diventa pazzo. E la madre salutando con malinconia tedesca salì in macchina e anche Allis salì da solo in quel grande seppur vecchio sedile posteriore, mostrando ancora una specie di incoscienza da sordo che si aggira per il mondo senza capire se qualcuno gli dice fai questo fai quello, non fare questo, non fare quello. 

Allis salutava dal lunotto posteriore  senza ridere né piangere gridando tu sei il bravo calciatore tu sei il bravo calciatore! Intanto non sapeva dove l'avrebbero portato e chissà cosa avrebbe fatto Allis sordo tra quei ruscelli cascate ed uccelli. A Pilchard sembrò che lo deportessero, ma forse non era così.

Restò lì a guardare la macchina sparire e non si accorse che la signora sarta vedova francese molto triste che abitava al primo piano lo stava guardando con passione. Guardava tutto e tutti con passione quella vedova sarta francese di cui Pilchard di recente si era accorto, le lacrime spesso le sgorgavano libere. 

Quella signora da ogni nonnulla partiva con un ragionamento che finiva nel dire ah la vita la vita! ma si capiva che diceva ah la vita ricordandosi del marito morto molti anni prima come fosse la sua una malattia: s’era messo un velo invisibile da vedova e da lì dietro dava tristi occhiate alle cose del mondo, quelle vicine sembravano cose lontane. 

-Eh già, se ne è andato anche Allis! Disse la signora sarta francese. E ora, cosa faremo qui da soli, e oggi è anche natale, il giorno più triste per me, cosa fare a natale. 

Ah quend'ero a Parigi! i pranzi, le feste! la gente! i negozi! il divertimento! ah la vita la vita! Pilchard la notò ancora giovane e bella: perché non riusciva a separarsi da quel lungo dolore? Sarebbe stato felice suo marito a vederla così devota ma anche così triste? Quando parlava col suo cane la signora aveva una voce molto allegra: era quella la voce con cui parlava con suo marito? come citasse parlando col cane il marito, e la vita felice di un tempo? Dunque era allegra quella donna nel profondo del cuore! O era invece il contrario, e ora poteva essere finalmente triste e sola come da sempre voleva? 

-Perché triste e sola, lei è giovane e bella le disse. 

-Quale giovane e bella! Sono triste, sola, ho soltanto il mio cane, un tempo avevo il marito. Ah la vita la vita! se questo è natale.

Pilchard la salutò dicendo che per lui era diverso, e mise nuova linfa nella sua idea che bisogna stare in piedi dove ci si trova a camminare. 

-Si può camminando andare da un’altra parte se non si sta bene dove ci si trova a camminare. Festina lente cara la mia signora. Andava bene anche così.

 

 

 

 

 

22

 

 

Rare la città si svuota. Allora emergono da un apparente nulla coloro che amano l’anonimato come la culla protettiva nella quale disperdersi e nascondersi, perchè molti sono coloro che hanno paura. Si può amare perdutamente una città del nord priva d’acqua, di mare e di fiume, dove persino i canali sono stati sepolti dal cemento, ma lì si è vissuto il tempo della libertà: le paranoie erano cosmologiche, le malinconìe universali, le gioie pure, la leggerezza un dono naturale. Altro ci propose poi l’esistenza: i dolori legittimi, ancorati a nominate assenze, rapimenti, fughe, le offese puntuali e puntute, che fecero gridare cosa è mai il dolore del corpo! Ma nessuno ascoltò. Capitolo 22, dove la vita è quella di chi non conosce la Buona novella, e Pilchard sguazza nell’esilio suo proprio e scrive ancora  a Marta, perchè oggi è natale. Poi, torna sui suoi passi, sulla vecchia strada, sulla via del rock and roll.

tempo di lettura: a walk in the wild side, senza distrarsi troppo. 

 

 

Andò verso il centro camminando nella città deserta tra rumori di risate e posate dalle finestre di ogni piano, i rifiuti agli angoli delle strade e sui marciapiedi debordavano dai cestini: le natalizie confezioni regalo, scatole di panettone e pacchi vuoti dei Presenti nel freddo silenzioso. Andò al suo Bar Di Arabi Da Un Pò Di tempo: era un lungo, squallido corridoio.

tre uomini e tre tavoli poggiati contro il muro color vomito bevono qualcosa e guardano nel bancone senza parlare, hanno la pelle rosea, hanno chi quaranta chi cinquanta chi sessant'anni, i decenni non facevano differenza nella tristezza natalizia che tutto avvolge.

Una musica dal juke box si intitola te ke je je e sembra una canzone araba per il ritmo e la nenia pur non essendo, arabi sono i clienti nella saletta dietro il corridoio, dove c'è un tavolo libero, un telefono, un biliardino due videogiochi e un flipper, due prostitute nigeriane libere, due arabi. Parlano italiano con una donna araba come spesso fanno gli arabi tra arabi, la donna dice che non le piace alzarsi tardi al mattino, che a scuola era la prima, anzi, dice, 

-io la prima della scuola io diploma io stanca di camminare troppo oggi che non c'è il mezzo. 

-La macchina non l’abbiamo, sfortunata per te, rispondono gli altri. I muri in alto sono scrostati dall'umido, il flipper chiama ogni tanto un giocatore di flipper che giochi, una canzone dei Cure attacca dal juke box. 

Gli arabi scelgono la musica occidentale con orecchio sottile, sentendo qua e là un sospiro, il ritmo frenetico in crescendo della festa e se ne vanno cantilenando in un oriente strano per la nebbia, pensa Pilchard. 

Lentamente la donna comincia a muoversi sulla sedia: culo e braccia e le mani, inarcando la schiena danza arabescamente, scuote le spalle e i seni le traballano e all'indietro cade la sua testa, ha spalline da carabiniere in alta uniforme su un corto giubbetto nero di panno, si alza: anche i pantaloni hanno le bande, rosse, il culo duro, e balla balla la canzone dei Cure che prende bellezza nei suoi gesti arabi per quella musica perfetti, una giusta interpretazione, pensa Pilchard

-io sono il generale, fa lei 

-ueh generale! le dice l'amico.

Una ragazza bella triste ed elegante anche con poco passeggia per il locale come fosse in casa sua e non sapesse dove stare, si avvicina al juke box, mette canzoni americane degli anni cinquanta e poi le canta, mostrando appena la voce sulle labbra, sul viso ha i drammi di chi già sente nostalgia della giovinezza nella canzone di sua madre, la sua malinconìa chiusa nel corpo giovane con l’anima antica. 

E’ vestita di grigio e di nero, ha un corpo delicato e alto, si muove lentamente, un uomo anziano con cravatta rosa, un calice in mano e qualcosa che trema nel bicchiere le guarda le gambe nella fissità di una grande delusa ubriachezza, arriva un ragazzo alto e dice 

-andiamo Garcia!

-no espera!

-no non ho tempo! così sparisce Garcia col ragazzo mentre gli arabi se ne sono andati da tempo e un puzzo di candeggina sale ora alto dal pavimento e la radiolina diffonde un brusio musicale indistinto, un manifesto di Chaplin con il Monello è appeso sopra il juke box, ne aveva uno uguale Pilchard nella casa povera di via temperanza dove stava con la slava due giri di strade più in là. 

E' una città, senza una grande gioia e senza un grande dolore.

-Si chiude, forse me ne devo andare? disse Pilchard gentile al gestore che si curava sempre meno di lui con quella nuova clientela. 

-No stai pure, si fa solo un pò d'ordine, oggi non si chiude, un giorno normale. Con questi nuovi arabi clienti del bar ci siamo arabizzati, per loro è un giorno che non capiscono questo.

-Neanch'io lo capisco insomma non tanto, fece Pilchard, ha da bravo un foglio e una penna? 

E così Pilchard in quel giorno normale che avanzava si mise a scrivere la Lettera di Natale a Marta che era andata in montagna 

-con un amico solo amico, aveva scritto Marta dando sospette spiegazioni non richieste. A Pilchard era venuta voglia di cominciare così:

-come con un amico solo amico? Che significa questo non è forse Natale? Con i tuoi? E i tuoi? Non sono dunque io tuo? 

Ma non era il modo di cominciare e si impiccasse anche la gelosìa per la Marta, che andasse pure in montagna con l'amico, e così scrisse una lettera piuttosto anonima così:

 

Cara Marta oggi è il giorno di Natale e la città è stata occupata dalla gente sola e dagli arabi africani e cinesi che si stupiscono perché non c'é in giro quasi nessuno. 

Per la via che viene qui, nel senso del mio vecchio bar, ho visto un uomo con un giornale cinese sottobraccio, un arabo elegante con una gonna azzurra e pantaloni neri e un soprabito di lino chiaro. Un marocchino con un enorme orso di pezza sottobraccio non saprei se da vendere o portare, cammina come sempre camminano, attraversando la strada più volte, facendo quattro, cinque, sei volte più strada del dovuto come a seguire un'inerzia dei piedi e la direzione di clienti, ma oggi che sono molti in giro solo loro stupiti da questo deserto sembrano gli abitanti di questa città. 

Perchè la gente che ha famiglia mangia con le finestre chiuse, i bambini ben vestiti e il nonno, c'è un'atmosfera come nel film di John Huston dalla novella di Jotce the dead. 

Io sono venuto qui perché quello che resta della mia famiglia è sparso non so dove e non so chi, da qualche parte devo avercela una zia e poi non c'è comunque quell'atmosfera della novella di Jotce, non ci sono i bambini e le zie, né una giovane coppia lei con un segreto da dire né la neve che cade sulla notte né quel senso di fallimento della festa nell'immobilità e nei sorrisi di smunta speranza delle zie timorate di tutto. Perciò sono qui. 

Vuoi allora che ti parli di questa città tu andata in montagna (con un amico solo amico?). Poi la parentesi la cancellò con tutto il contenuto.

In fondo alla via hanno tirato giù una vecchia casa ma gli interni sono lì disegnati sulla facciata rimasta in piedi che fa parte ora di quel palazzo migliore degli anni settanta, sarà anche, ma gli è restata appiccicata addosso come una colpa quell'enorme parete senza finestre, e il profilo dei pavimenti, il colorino azzurro e giallo screziati e sbiaditi dal tempo dei muri, il segno dei lavandini, i mobili di cucina appoggiati lì da gente abitudinaria coi mobili, qualche segno di quadri, i tubi dell'acqua tranciati, la piattina che conduce a interruttori e lampadine pendenti dai soffitti delle cucine per vederci mentre si lava i piatti.

E' una specie di sacra sindome della vita elementare spiaccicata sul palazzo pretenzioso e orrendo degli anni settanta, una specie di catacomba venuta alla luce dove la gente povera della città è vissuta, finché ha potuto. 

Il segreto che portavano in giro nei negozi di alimentari del quartiere quando abitavano lì e compravano per solitarie e parche cene ora si è confessato apertamente in un testamento lasciato ai muri parlanti e muti, le enormi palle di ferro usate per distruggere hanno accostato una solitudine all'altra, gli esili muri distrutti hanno in fine mostrato dove fosse il secchiaio che per anni si è sentito sgocciolare, e il rumore dei piatti rigovernati, la radiolina accesa e perché tutte le loro vite fossero senza parole.

Sulla strada in questo deserto di natale un numero totale di macchine occupa ogni pertugio in un ordinato cimitero. Antonioni nel suo film La notte ha ritratto una città nel suo silenzio estivo e sudato, colpiva per un'assenza di macchine quel film sulla città, io l'ho visto con tarcisio, le strade forse le avevano sgombrate coi vigili ma l'aria di ferie era vera e vera la paura nei protagonisti soli rimasti in città. Ricordo lei quando telefonava dalla periferia operaia e diceva Ho paura. Dove sei, diceva quell'altro Mastroianni. L’altra era la Vitti. Gli operai erano spariti quasi tutti già allora in un incubo del futuro attuale.

Un giorno questo paesaggio di macchine avrà un nome, un'epoca e un’aura e in questa città ci sarà qualcos'altro come una volta c'erano calessi e carrozze e adesso c'è qualcos’altro, non so quando e cosa ci sarà ma spariranno dopo gli operai anche le macchine, io lo sento. 

Eppure un'aura ce l'ha anche il presente, ogni volta che riesce l'attonito spaesamento idiota. Aura è una parola che cerco di capire da tempo così dicendola mi esercito.

Questo secolo ha indicato il decennio come la giusta unità di misura del tempo, questo direi dopo aver oggi visto panorami degli anni sessanta settanta e ottanta, questo natale a me sembra molto anni novanta. Come va il tuo natale anni novanta con l'amico solo amico?

Pilchard cancellò nuovamente amico solo amico e riprese da come va il tuo natale, verso le quattro c'è un quieto ripopolamento, scrisse 

-di bande, barboni e mendicanti, come invece di venire da pranzi venissero da storie assolute, scelte di vita, meditate ossessioni senza ripensamenti con il tempo che passa, in loro c’è una fede e una verità dipinta.

Un gruppo di ragazze giapponesi vestite di nero in fila indiana camminano come le collegiali in silenzio guardando più che altro per aria senza trovare molto nel cielo di questa grande città, una famiglia cinese rumorosa passeggia festeggiando e ridendo nel vuoto, viene in mente tarcisio non so se ti ho mai parlato di lui; egli viaggiava, potrei dire che lui viaggiava come io cammino, insomma parecchio. tarcisio una volta mi ha detto che nell'isola di Citera c'è un posto che si chiama Meteohora. te la racconto?

Con una psicanalista kleiniana italiana che lavora a Londra siamo andati a cercarlo, diceva tarcisio. Insomma ne raccontava di storie, e questa faceva così:

-Ci siamo persi con inutili carte e poi tre vecchie greche ci hanno indicato la strada. Una stradina serpeggia salendo tra due valli, dietro l'ultima curva diventano gole. Pareti di pietra liscia e uniforme scendono fin dove le due gole si uniscono e una serie di curve le porta al mare. In mezzo, circondato da strapiombi c'è un colle, si arriva salendo a piedi per un sentiero a giravolte, e lì tra i dirupi come un'isola senza mare c'è Meteohora.

Saranno dieci venti case medievali con una piccola chiesa diroccata, è tutto. Il pirata Barbarossa giunse qui dicono i vecchi che hanno ascoltato altri vecchi con le sue truppe. Voleva impadronirsi del villaggio per incendiarlo saccheggiare e fare prigionieri.

Gli abitanti conoscendo il nome del Barbarossa si gettarono uno dopo l'altro in quelle gole a strapiombo prima che il Barbarossa gli mettesse addosso le mani. Morirono nei modi più inevitabili e atroci. 

Il vecchio che mi ha raccontato questa storia aveva una maschera in viso come a volte le storie narrate avessero la stessa forza della visione antica. 

Se parli o fai un grido quelle pareti piatte rinviano un'eco come le urla di quel suicidio di tutti potesse udirsi ogni volta che un individuo turista si spinge a gridare fin là. C'è qualcosa di strano e di comune in tutte le facce dei turisti che popolano le città morte, qualcosa di stupito che sfugge, come tra le rovine salisse un canto che fa fare quella faccia ai turisti a sentirlo come a dire: lo senti anche tu? 

Così mi ha detto quella volta tarcisio. tarcisio aveva poi aggiunto che quel lento abbandono attuale era iniziato quel giorno nefasto per Meteohora oggi città mitica del suicidio ai suoi occhi, la rovina era già nello sguardo atterrito di chi si lanciava nel Vuoto. 

-Negli occhi stupiti e silenziosi della psicanalista non so dire i pensieri ma c'era la memoria di quell'atterrimento diroccatosi lentamente come le cose, ma iniziato quel giorno, diceva tarcisio. Egli parlava strano e molti ridevano, qualcuno di lui e qualcuno con lui. Senti quel che diceva:

-Girando attorno per il sentiero alle case sul bordo del dirupo si arriva a una cappella distrutta, si cammina per le macerie come rovine di guerra. 

Ai muri restano attaccate particelle esili di intonaco friabile, il vento s'infiltra tra quelle tracce e le scrosta. Appena visibile e ormai grigio è comparsa la figura di un angelone, parrebbe quasi tanto è bello di Piero. 

Avvicinando le mani a sfiorare basta una carezza a dissolvere i suoi tratti e gli occhi neri, e i ricci sono anch'essi intoccabili. tra pochi anni questo angelo vero quasi invisibile sarà scomparso, e ci sarà della gente non creduta in giro che dirà Io a Meteohora ho visto un angelo morente. Gli angeli a fresco sono angeli veri rimasti un millennio. Così aveva descritto quella città abbandonata tarcisio.

Venendo a noi avrei voluto andare alla più povera periferia oggi, cara Marta, vedere quelle macerie di guerra e quei campi, tra le case, si vedono ferrovie e autostrade, tutto ha lì qualcosa di sublime e di sordido, è ancora come ci fosse la guerra e pare che l’abbandono abbia una storia, se si cammina o si passa col treno si vede la decadenza di una povertà lunga un secolo o più. (Ho detto sublime e sordido perchè, ti ricordi? un giorno ti era piaciuto sentirmi dire così).

Un giorno ci andrò alla periferia te lo prometto, ma oggi ho attraversato il centro camminando verso sud, est, nord, ovest, credo di aver percorso una specie di stella di David senza riuscire ad andare alla periferia. Così mi sento di dire che c'è una differenza tra lo spaesemento e il volersi spaesare. Perché è qui che mi sono spaesato, come quelli che vengono dalla periferia e si spaesano al centro. 

Questo è tutto: addio cara Marta, partirò presto per un viaggio andrò a Genova o forse a Marsiglia. 

Erano le quattro. Un'ora insolita a natale, la gente ha bevuto spumante e c'è un giro di caffè un pò dovunque, uscì pagando dal suo vecchio bar mai abbandonato, adesso era l'ultimo cliente occidentale e disse: ora dove vado? 

Veniva buio, si trovò a salire le scale della slava chiedendosi 

-non sarò mica diventato un nostalgico abitudinario di scale?

Un'occhiata a quella porta che era stata la sua porta. Ridipinta. Non come l'avrebbe ridipinta lui che non l’aveva mai fatto. 

Bussò alla slava con rispetto e aspettò; sentì un trambusto di qualcuno che si alza da un letto, va in bagno, si ferma e tira l'acqua, si guarda e si riguarda. Venne verso la porta. Dava su quel corridoio più o meno squallido da sempre e aprì; sapeva chi avrebbe trovato lì dietro.

Lo stava aspettando. 

 

 

 

 

 

23

 

 

Ventitreesimo: strana piega prende il Natale di Pilchard. Ma chi non sa farsi vincere dal rito, finisce col subirne un altro, quello della memoria. E in essa, per quanto cocciutamente si neghi, vaga ancora un’idea dell’amore probabilmente bislacca, nella quale tuttavia egli si formò. E quella formazione, ahimè, portò i nervi a una tale vicinanza con la pelle, che poi tutto finì col ferirlo. Pure, qui Pilchard tenta la digressione, fa l’arrogante, ostenta smemoratezze e spiriti pratici. Ma la slava è la memoria; e lui, che gliel’aveva donata, si trovò ad essa di fronte come a un convitato d’argilla, come conviene  a chi sia costretto a vivere drammi minori.

tempo di lettura: quello che ci si mette a uscire dalle pare dure, le bollette il fisco le multe il canone tV il dentista i documenti smarriti, la Borsa!

 

 

-Finalmente...credevo che non sarebbe più venuto. 

-Finalmente? ... non mi ha mai invitato...fece Pilchard poggiato allo stipite della porta con l'aria fuori luogo un pò James Dean deluso da tutto, anche di non essere James Dean. La slava lo guardò come volesse dirgli ma proprio a me viene a contare queste fole signor Pilchard, su venga che ci sono gli agnolotti dico e il resto, Pilchard si guardò intorno con finta ammirazione e preso dallo sconforto di chi non può sottrarsi finì col sedersi, lì, a un capo della tavola, e così cominciò con grave ritardo e strana atmosfera data la luce che scende tingendo di rosa la tovaglia e i fiori sul tavolo la specchiera e la tappezzeria quel pranzo di Natale a casa della slava: erano le quattro e un quarto del pomeriggio. 

Non c'erano solo gli agnolotti in brodo c'era dapprima del paté di fegato d'oca, i crostini, il prosciutto di Praga, ah Praga Praga che città disse Pilchard, se lo ricorda tarcisio? certo che me lo ricordo disse la slava, come potrei? 

-Ricordo i giorni a Praga nella luce azzura e grigia delle strade si udiva solo il rumore dei passi, un musicale sincopato camminare sordo di uomini vestiti di grigio con una vecchia cartella in mano, un cappello alla Dubcek e tanto silenzio con scalpicciamenti. 

-Ma come fa signora a sapere queste cose disse Pilchard mangiando quel prosciutto con una fetta di burro sul pane tagliando con forchetta e coltello d'argento. Queste sono cose che raccontava tarcisio, lei lo cita con precisione e puntiglio! 

-Appunto, appunto, fece la slava: non mi ha forse chiesto signor Pilchard se ricordo tarcisio, sì che ricordo le ho già detto, e infatti ricordo, come potrei. In fila per gli autobus così gravi e senza parola. Si parlava con gente marginale, venditori di moneta locale, violini, cameriere che sognavano l'occidente e quattro freak: la pelle chiara occhi grandi e celesti, capelli biondi, lisci e lunghissimi, angeli  vendicatori in Mala Strana, ho visto anche odio negli occhi slavi, abitavano uno squatter, lì dietro, un pianoforte a coda nella stanza dove in un unico grande letto dormivano, tre maschi e una femmina; un capo uno scudiero un cavaliere una madonna. Uno mostra la tessera da tossico: niente lavoro, niente passaporto, niente diritti, aveva un paio di anfibi occidentali ai piedi, gridava scalciando nel muro con forza da punk degli albori. Non era un tossico: troppa forza in quei piedi. I muri tremavano in una specie di risposta. Quanto piaceva raccontare i suoi viaggi dico a quel tarcisio, ricorda signor Pilchard? 

-Come no se non ricordo, la slava serviva gli agnolotti in brodo e Pilchard si riscaldò col vino di Borgogna.

-Il venditore di violini aveva un viso orientale, proseguì dalla cucina la slava, mi trascinò in un cantiere del centro per farmi vedere il suo Stradivarius che un amico italiano che aveva sposato una principessa africana in Somalia (che poi prese ad avere il mal d'Africa in un altro racconto) dico giudicò un discreto violino da studio, suonandolo in albergo. Avevamo comprato anche un sax tenore, due contralti e un contrabbasso, suonammo tutto il pomeriggio e la sera dimenticandoci del concerto di Svetana e anche di mangiare e bere, suoni gravi e qualche trillo davisiano, sperimentando  guardandoci negli occhi e nelle mani seduti sulla moquette sporca spalle al muro bianco-ospedale senza parlarci una musica. Così recitava la slava a memoria i racconti di tarcisio. 

-Ah che bei racconti faceva tarcisio, chi l'avrebbe mai detto signora che lei ci ascoltasse la notte mentre parlavamo. E non biasimava! Pensi che noi credevamo che lei biasimasse. Macchè, fece con un gesto la slava tornando e continuando: noi eravamo italiani felici di essere a Praga molto liberi, nessuno ci disturbava, a trattare con le polizie ci eravamo abituati, e quell'aria di losco e proibito nel comprare moneta e un violino ci faceva un pò ridere come fosse una praghese finzione. Forse il modo con cui ci sedemmo sul Ponte Carlo a fumare ridere parlare guardandoci attorno fece venire a qualche giovane ceco passante l'idea di fare una rivoluzione. Non c'è molto da copiare in un gruppo di amici che si  siedono liberi su un magnifico ponte, c'è però  un'istintiva libertà di farlo senza pensarci, un'idea della  vita confessata senza volerlo. A me pare che la libertà sia quella di dire che non siamo mai liberi.

Era proprio così che diceva dico tarcisio, ricorda? 

-Già, ricordo, fece Pilchard, mesto sul già e sul ricordo, il vino era troppo buono per esagerare, lasciò che lo versasse la slava che con fare sapiente e mano da sommelier versò il vino e poi si ritirò in cucina per lasciare Pilchard libero a pensare, forse la slava sapeva dove i pensieri l'avrebbero condotto. 

Guardò a lungo, Pilchard, quella luce radente.

-Ma sa che non credevo che lei disponesse di una luce così bella?

Era evidente l’equivoco, e la signora slava tornò col fumante  tacchino e patate e sorrise anzi rise come chi è lontana ormai da ogni equivoco e dalle tristezze di chi dice eh signor Pilchard... se gli anni non passassero! era felice di quel pranzo, andava bene così. La slava versando la salsa su patate e tacchino con mano leggera poi disse ah trieste trieste

-Lei dunque era stata cuoca slava a trieste, disse Pilchard, Sì, cuoca a trieste nata a Fiume...disse la slava 

-...e non ricordo molto di quel periodo di giovinezza, solo il grigioazzurro di trieste che è unico al mondo, una strana città, una città grande di confine, già, fece Pilchard stupito che ci fossero tante città grigiazzurre, se non andava a Genova o Marsiglia sarebbe andato a trieste e glielo disse.

-Insomma lei Pilchard da solo a natale, non è dunque così? disse la  slava riportandolo all'oggi, la tavola era ben preparata, la tovaglia di lino ricamata non aveva nemmeno una chiazza di vino, capitava invece a lui spesso, tovaglie di lino non ne aveva mai avute; ma gli sarebbe piaciuto. 

-Sì, sono solo a natale, ma non è così brutto, e poi lei è stata  gentile a preparare questo bel pranzo, dica la verità: da quanto lavora? 

-Son segreti di cuoca disse la slava col suo strano accento, e la sua Marta? 

-Uh non è il caso non è il caso, disse Pilchard, quella  sciacquetta non sono riuscito a tirarmela in casa nemmeno una  volta! 

La slava si fermò col piatto di portata nella mano, mostarda, patate, tacchino...e lo guardò come nessuno l'aveva fatto mai. posò il piatto e si ravviò i capelli; schiarì la voce e il dibattito natalizio cominciò.

-Uh, signor Pilchard! perché si abbandona a codeste  espressioni e parole! Proprio lei, di cui voglio ricordare dico la  tenerezza con la quale sapeva leggere e rileggere un comune  biglietto sul quale l'amata vergava implausibili scuse per non  essere venuta nemmeno quel giorno, ha forse trasformato quel suo nobile atteggiamento nell'astio? 

-Bah fece Pilchard, i miei tempi sono cambiati vorrei prendere moglie! 

-Vorrei prendere moglie ripeté la slava con un filo d’arroganza, guardi signor Pilchard, è per me difficile e doloroso spiegare che proprio chi sapeva dare ogni nome alle ragioni dico di un abbandono subito, trascinando la propria anima cui era stato inflitto ogni sorta di supplizio, sino al luogo in cui si giustifica la fuga di colei che tuttavia si ama fino a sapere dire che in amore è sempre uno solo che ama. E in questo amore solitario è giusto vivere ogni dolore e ogni gioia come una pietanza divina, mentre l'altro che ne è oggetto semplicemente sembra non sapere, che sia costui dicevo che finisce per imbestialirsi, ostinandosi a credere di potersi sposare per potersi dimenticare, e poi infierire su costei che caduta in questo miserevole tranello è fedele, presente, non scrive nessuna banale scusa su nessun biglietto. Di cosa è dunque colpevole dico questa povera chiamiamola pretesa moglie? 

La slava camminava avanti e indietro pensosa, eppure Pilchard non sapeva dir niente; se ne stava lì in attesa di un altro di quei ragionamenti già perso nei suoi. 

Eppure quelli sembravano i suoi pensieri di un tempo, sì, un tempo la pensava così, e la slava li aveva conservati lì come fogli di diario, intatti, senza un’ombra di polvere, e per quanto si fosse sforzato di fare della sua esistenza qualcosa di diverso, nell’illusione che si potesse negare quella specie di religiosità quotidiana là dentro racchiusa nell’urto di imprese matte e disperate, quello era lui. Non proprio lui, forse, ma la sua lingua, si dica così, ed era stato a quel modo di parlare che tutto aveva avuto e tutto perso. Ma Pilchard aveva meno intelletto che istinto. E questo gli aveva detto che praticare quelle convinzioni costava il dolore che costa l’amore. Bisogna mirare in alto e di tanto non s’era sentito capace: aveva seguito la propria attrazione per questo basso mondo e nella guazza si era messo a camminare. 

-Cara signora disse Pilchard servendosi ancora, lei forse  corre troppo, io non sono sposato e quella sciacquetta di Marta non l'ho vista nemmeno una volta che è un pò poco per volerla sposare. Lei sta sempre parlando di quella ragazza vestita di verde e di rosa ma io l'ho dimenticata, ne ho saputo di belle sa sul suo conto, diceva a me di essersi sposata e al dottore psicologo della finanziaria come me innamorato ha detto non mi sono sposata: a lei le par giusto farci ballare a questo modo malsano?

Fece un lugo sospiro, la slava (che chissà quando aveva imparato a respirare col diaframma, una mano al ventre e l'altra alla fronte come dicesse qui comincia l'avventura, il pezzo forte del suo monologo, quello scritto per lei, la vecchia attrice che mai, mai aveva conosciuto l'ebbrezza e la nausea di chi calca la scena, ma le sarebbe tanto piaciuto!) e s'inerpicò, su su per i toni pensati per la Grande Isterica, e ondeggiando sulle vecchie gambe e portando la testa all'indietro e sotto il grugno di Pilchard e gli occhi persi al soffitto e a bruciare nei suoi, Disse. Così:

-Mio dio... signor Pilchard, si serva...si serva ancora e mi lasci parlare. C'è dunque un'età in cui la speranza fa luogo all'astio, la malinconia al desiderio di rivalsa nei confronti di chi, non prestandosi a quella finzione ideale, transige ad amarci davvero, e dico si rifiuta di comprendere lo sguardo terreo con cui guardiamo il pavimento ricordandoci quella che chiamerei la  finzione della felicità soppiantata dall'essere?

Ma lei ora annega nelle sue parole sregolate sommerso dal rimorso per non saper più vivere in quello stato di graziosa sospensione. Che smemorato idiota scusi il termine! Ma se fosse capace di ricordare più da presso i giorni di quei citati biglietti, vedrebbe come fosse stato allora vittima dico soltanto della propria commedia. La sua! Pilchard! proprio la sua! Pilchard...Il commediante...Quello che non sapendo essere qualcuno fingeva di essere chiunque, quello che recitava due parti: la propria... ma anche quella di lei!

-Ma quale commedia signora? sibilò Pilchard d'un fiato, secco così con la slava non l'era stato mai.

-Quale commedia? Quale commedia? Pilchard...

Non dirò delle comiche ore che precedevano l'incontro, dei fiori, della scelta dell'abito, la sentivo rovistare tra i vestiti sparsi sul pavimento e poi raccolti e nascosti sotto al letto, lei non ha mai avuto un armadio, signor Pilchard! e delle preghiere ridicole di non venire a lamentarsi anche solo per quel giorno del disordine della sera precedente, perchè nulla! Nulla! venisse a turbare l'atmosfera di rarefatti sospiri che stava per essere, nè i suoi timori (così puntuali...così veritieri...) per un già previsto contrattempo che le aveva dico impedito di venire: si ricorda dico di quei telegrammi? 

Scusa caro impegni improvvisi ritardo aspettami amore tua domani per sempre!

Già...lei ricorda.

Ora lei mi sta provocando e mi spia. Forse è meglio non uscire di casa e abbandonarsi alle proprie ubbìe, o fingere un'occupazione talchè si sappia che ho da fare, oppure uscire, e uscendo, andare da un amico e piangere, regalandole il resoconto del pianto che certemente avrà, oppure spingersi fino a un caffè dico del centro, e sedersi, stare lì, cocciutamente, fingendo di leggere.

-Uh signora lei dice adesso le cose che io avrei potuto fare allora. Ma insomma l'amore in fin dei conti deve succedere in due, altrimenti non sarebbe il caso di dire che si tratta di godimento solitario o giù di lì? Quella sciacquetta si divertiva a vedermi piangere considerandolo cosa buffa e dovuta. Ecco tutto. Posso prendere ancora due  patate? 

-Due patate...due patate... sì certo, non si offenda signor Pilchard se penso che c'è più sapienza dico in quelle patate che nella sua testa in questo momento. 

A lei dunque non è mai riuscito di pensarci in questi anni in un modo più serio? Lei Pilchard soffriva e godeva, aveva insomma ciò che le spettava da quell'amore contrastato dell'epoca. 

Ma lei, poverina? Il timore della propria colpa ne deturpava la bellezza, ed espiava il peccato di non sapersi concedere al suo amore (così pericoloso...perchè lei era pericoloso, Pilchard...lei recitava...lei giocava coi sentimenti di tutti...con quelli di lei, con i propri!), nel letto del più biasimevole dei suoi corteggiatori...

-Insomma disse Pilchard ficcando le posate sulle patate, lei vorrebbe dire che quei tradimenti erano consumati fino in fondo e io adesso dovrei giustificare anche quelli e dire: Poverina?

-Pilchard...non faccia il tonto, cerchi di capire...non faceva che pensare a lei, gironzolava per il quartiere, sbirciava un paio di boutique, di quelle orrende che stanno qui intorno...la spiava, curiosa dico come una micina di venire a sapere se fosse vera la sua attesa...e quando finalmente abbandonava il campo perchè non vedendola uscire non lo sapeva più: sarà in casa? sarà uscito? dov'era, Pilchard? lei non aveva telefono, almeno questo lo ricorda? è come dico come ella le avesse dedicato il pomeriggio, pur non dandosi mai, pur dandosi dico a un altro. 

-Non mi faccia ricordare non mi faccia ricordare! disse Pilchard alludendo a bruciature mai del tutto guarite. 

-E la ragione di quel non darsi è più che palese (disse invece la slava incalzando come chi sa di avere aperto la guardia: alla Ctrano, tre endecasillabi sopra la stoccata): come sa solo una donna, la città che lei le proponeva è ideale. Solo ideale! Assaggiarne il frutto proibito può davvero dannare. Assai meglio sapere dove sia il luogo dell'amore perfetto e della perfetta amarezza di poterlo al più assaggiare una volta e lasciarlo dov'è, integro e infelice di non poter essere toccato. (touchè!)

Pilchard, dia retta! io ricordo quella ragazza! veniva lei a portare quei messaggi! 

-Macchè, li spediva...

-No Pilchard...non li spediva, scriveva lei quei telegrammi a macchina, saliva lei queste scale! Studiava da grafica, se lo ricorda? Falsificava il bollo delle poste, quant'era carina...e si fermava a parlare un pò con me. Aveva certi occhi pieni di gioia (come altro chiamarla?): era un amore avventato, lei dico lo sapeva e voleva dico viverlo fino al punto che le era concesso.

Era saggia signor Pilchard, dia retta, quella ragazza vestita di verde di rosa. Le chiedeva di ricordarla sempre così, nell'atto di donarle solo ciò che era lecito. Quelle lievi parole...quella luce...le pieghe di quei bei vestiti eleganti...quelle intenzioni di amarla neglette, ben sapendo che queste cose sarebbero state per sempre.

E avrebbero agito, questo sì era perverso lo ammetto, contro ogni altra donna, ogni anno che fosse venuto e ogni tentativo di venire a patti dico con la più nuda realtà di un amore realistico: che brutta espressione che è questa mio dio, ma dico: tant'è. 

E dire, povero amico mio, che è a causa di questa sua fatale cocciutaggine nel volerla possedere per sempre senza averla mai, che lei ora le resta fedele senza nemmeno saperlo. 

Pilchard si strinse nella giacca blu a righe bianche e questa cominciò a riprendere le sembianze della sua polverosa giacchetta. 

-E poi, anche lei, lei dico lei quella ragazza, imparò in quei giorni cosa sia la menzogna. Sì signor Pilchard, è dolorosa la menzogna! 

Scoprì allora che con la menzogna non si protegge soltanto la propria libertà di peccare, ma può essere dico usata nell'intento fraterno di distogliere l'amico, dirò così, dalla brutalità degli effetti di un totale diniego, per costruire attorno alla sua anima, sua sua dico di lei, Pilchard intendo! dico bene un recinto di aleggianti speranze di cui lei si nutriva. 

Qui Pilchard la guardò finalmente, sì, levò lo sguardo fino a lei come si guarda una cantante dalla quale non ci si aspettava granchè, e invece...! e mentre lui si era disfatta la voce lei l'aveva preservata per un canto di cigno.

E lei: 

-Ella le amava, sì, le sue speranze, sue di lei, Pilchard...Ma in cambio, ne riceveva la cognizione triste, assurda e amara di non poterle a sua volta provare. 

Ah la menzogna! E’ un altro di quei tratti inseparabili da un amore siffatto, ed ella la visse come dev'essere vissuta, il diabolico strumento dico del bene e dico del male: sì, è mortificante, lo so; ma la stava proteggendo da una verità che l'avrebbe inevitabilmente ferita. Ferita? che dico: ne sarebbe venuto fuori disintegrato! E non si sbagliava!

No no, signor Pilchard! dia retta! nient'altro che quello che successe sarebbe stato possibile tra voi. Ora lo deve ammettere, almeno questo. Si serva! c'è del formaggio prima del dolce. E mi faccia andare avanti...

Quando le bugìe si facevano pietose, finalmente era lei dico lei lei la ragazza che tentava di farsi scoprire, signor Pilchard: poichè si era data pena di un tal gesto d'attenzione, quella bugia, sì, certo, inutile che mi guardi così, dico gesto d'attenzione, perchè no, forse? teso a coprire goffamente il fatto che sì, aveva conosciuto un altro uomo più giusto per lei! dico quella bugìa mostrava con piena evidenza il suo buon animo. Ma infine, stava cercando di dirglielo. E si contraddiceva, allora, lasciava detto d'essere partita per Parigi (le aveva mostrato una cartolina dei tetti di Montparnasse dicendole che la sua mansarda era proprio quella lì, affianco a quella di Baudelaire, dico una car to li na! Pilchard...!) e poi le raccontava di quanto bella fosse Parma... e lei allora: Parma? ma non eri a Parigi? Uh mio dio! Non me ne parlare, saltato tutto, sai la Niki che dovevamo andarci insieme? Beh si è rimessa col suo fidanzato e così, niente Parigi! Parma! Lui cantava al Regio, l'altra sera...Ma la stagione lirica non è ancora cominciata...Appunto! Le prove! Sai quanto sono lunghe  le prove... E lei, lei...invece di dirle che ne aveva abbastanza...no, niente, si beveva tutto, e so io come si disperava della sua dabbenaggine...Glielo dica, signorina, glielo dica che è meglio, dicevo. Oh ci provo, ci provo...ma potrei farmi trovare a letto col suo migliore amico e dirgli che non m'ero  acccorta che ci fosse anche lui...questo si beve tutto...Su, provi ancora, lo prenda da una parte e gli dica: senti, Pilchard caro, Pilchard tesoro...ho un altro uomo...

Un altro uomo, sì! Lo vede? Lo vede? Lei oggi è ancora colpito dal fatto che le cose stessero in verità dico così non è vero? Un altro uomo.

Io lo sapevo, me l'aveva detto. 

Pilchard la guardò.

-Sì signor Pilchard. Si era seduta davanti alla sua porta e mi aveva parlato a lungo, guardando per terra, i gomiti poggiati alle ginocchia e le ginocchia sulle guance. Com'era bella! E triste! triste di doverla perdere e triste di averle a lungo mentito. Se poi un giorno decise di dirle la verità in quel modo brutale, beh, Pilchard, sappia! che così come sapeva di doverla ferire si feriva lei stessa. E poi, poi ci sono donne che sanno farlo soltanto così! Oh!

Perchè vede, Pilchard, lei avrebbe voluto un altro dialogo assai romantico, uno di quelli che finiscono in un grande malinconico abbraccio con lacrime e sospiri, non è vero? seduti sugli scalini qui fuori uno sulla spalla dell'altro. Ma se così fosse stato, nessuno sarebbe uscito vivo di lì, come dice Jim Morrison. Morrison, sì! Morrison, cosa crede che non sappia chi è Morrison? Dia retta! Avreste continuato ad amarvi finchè l’odio avrebbe preso il posto dell’amore, sarebbe stata la fine. L’odio, lei lo sa quanto me, crea legami che si sciolgono in modo molto più arduo di quanto costi la fine dell’amore. Mentre questo prima o poi trova una strada, il modo di manifestarsi nella concessione di una libertà nella quale noi diveniamo dell’amato l’angelo protettore, l’odio mette in catene, ottunde la mente e la vista, scende nei gironi del rancore, dell’astio, della ripicca, spinge fin dove è legittimo armarsi la mano. E in quegli antri oscuri, Pilchard, ci si tormenta senza riposo, maledicendosi per avere occupato di tenebra una mente nella quale un giorno albergava la luce! 

E allora, il giorno che le disse che si era sposata lo fece nell’unico modo in cui le avrebbe concesso, dico a lei, lei Pilchard, la libertà di vivere la propria vita senza rancore. Un atto unico, un colpo secco. Via: scatenato. E quando si fosse liberato anche del dolore, avrebbe preso a conservare il suo ricordo nel tempio della sua memoria. Pilchard...ricorda? Ricorda la quercia? Io so che tu sarai qui fermo a pensarmi per sempre, come la quercia del tuo cortile. Ne ho bisogno...

-Ha ascoltato anche questo...

-Pilchard, la prego...forse sono proprio le passioni più grandi che non possono sopravvivere all’urto della vita quotidiana. Pensi a questo. E pensi anche che quella ragazza accettò di perdere il suo amore, le faceva così comodo, per renderla libero. Sono state queste le ultime parole che ho ascoltato, proprio qui, fuori da questa porta. Dovrebbe esserle grato. La perdoni, e l’ami come si ama quando non si chiede in cambio più nulla, non si desidera più.

E finalmente la slava, che aveva camminato per tutto questo tempo intorno al tavolo, abbassò gli occhi fino a incontrare quelli di Pilchard.

-Ah Pilchard, lei soffre ancora... Non c'è dunque requie all'amore, nemmeno nel tempo.

 

 

 

 

 

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Ora la lama affonda: è il presente, dice la vecchia sibilla, a grondare del peccato di essersi dimenticati di sé: è questo il peso che porta chi si è mentito, decidendo di tradirsi e rompere con un sentiero che avrebbe portato dove si sente di non saper camminare. Ma chi si accontenta dell’umano, qui fa naufragio, senza neanche allegria, Eppure l’amore, come dio, si nasconde ovunque. Anche dio è nell’odio, anche nell’odio è dio, e chi non prova pietà per se stesso non sa averne per altri. Chi già sa, capisce. Amaro dunque fu il dolce. 

E chi non sa, come in fondo la slava, è inutile che venga a sapere. Due mondi, l'un contro l'altro armati, qui rinunciano alla loro battaglia. Pilchard si tiene tutto per sè. E la slava serve l'amaro. Ma se amaro fu il Dolce, dolce fu invece l'Amaro. Mah.

tempo di lettura: ti richiamo io, e capire minuto dopo minuto che stava facendo l’amore. E intanto capire l’amore; stai bene? sì. Ne sono felice.

 

 

Pilchard mangiava mangiava e mangiava in silenzio, e più mangiava più gli salivano forti lacrime agli occhi. Perchè Pilchard se ne rendeva conto, che la slava non voleva infierire. Ma non capiva, non poteva capire perchè non sapeva, non poteva sapere.

Perchè tra loro, allora, in quegli anni, era sorto fraudolento l'equivoco. Ed era equivoco di generazioni, di sessualità negate e altre regalate, di virtù sperperate e altre praticate per necessità. Perchè per quanto poco ne avesse mai saputo la slava, tra quelle lenzuole c'era girato di tutto: entravano a passi felpati ridacchiando davanti alla sua porta oltre la quale russava insieme alla sorella e posando il piede gelato su mattonelle sconnesse dove il sole batteva molto meno che sul ciottolato di S.Marco, dicasi dalla fine d'aprile a fine agosto, lasciavano che le sue mani di giorno in giorno più scaltre salissero rapide o sinuose, a seconda del tipo del caso dell'umore e della qualità di biancherìe e dell'epidermide (oh se era importante, l'epidermide...) fin dove sapeva che se fosse arrivato, poi, uauh! non era stato possibile quasi a nessuna di ritrarsi. Quasi, perchè proprio questo aveva fatto, lei: la ragazza vestita di verde e di rosa. Questo sì che Pilchard lo ricordava bene. E in certo senso, difficile a spiegarsi, si vergognava. Perchè l'aveva ingannata, la slava, aveva sepolto i gemiti coi baci sicchè non li sentisse e riempito i postumi di parole, e questi la slava sentì, ma quantunque tutto questo avesse fatto le cose erano poi andate così:

Era una sera di luglio, e  Pilchard aveva passato il pomeriggio con una ragazza di Modena che poi se ne sarebbe avuta tanto a male, ma tanto bella che somigliava alla carta velina per incartare le arance degli anni sessanta, trasparente e sottile, la carta, con stampigliata su l'idea procace che si aveva della bella siciliana, in quei faboulous sixties, coi boccoli neri siccome gli occhi che a baciarle le labbra sue rosse si doveva sentirlo, il sapore d'arancia. E le aveva giurato amore e più che giurato gliel'aveva fatto assaggiare dicendo: provo insieme a te cose nuove, direi che sono emozioni, e ti giuro, bambolina mia, ti giuro che se mai dovesse finire questa storia io prenderò un treno e verrò fino a Modena per dirtelo, ci credi? Ci credo ci credo, diceva guardandosi un attimo i seni bianchi e turgidi e bruni (sic), e poi lassù, verso il cielo, dove volavano rondini (risic), girandosi quel tanto da permettere a Pilchard di riaverla annegato tra i suoi capelli più bruni dei seni sfiorandole il ventre bagnato baciandole il riso sudato, era stato così. E all'imbrunire (quant'era bruno quel luglio!) camminando tra le braccia l'un dell'altro come quei che non pensano a nulla, solo persi in quei baci in quei passi quei corpi che ancora si tengono nella melassa di odori che ha il sesso dei sapori rimasti su indici e medi e infine guardando la luce del cielo che ha una grande città che si appresta a vuotarsi feriale, le aveva detto A rivederci. Al treno. Salutando con la manina. E disteso nei tratti come chi abbia assaporato gli aromi di un pomeriggio così, si era diretto, dinoccolando, la schiena ancor integra, i ricci scomposti, la camisa blanca, i muscoli di braccia e di gambe accesi dal giovenile vigore a una cena di quelle estive, sulla terrazza di chi avendo Famiglia ha terrazza e lì, appena entrato, accolto dall'introduzione benevola di una padrona di casa che indulgeva alla tenerezza verso nuovi virgulti comparsi in città e regalati alla sinistra già permeata dei venti tiepidi che vi condusse, in fondo, diciamolo, il femminismo, quanto diversi in fondo, diciamolo, da quelli che poi vi condusse accompagnato dal sospetto d'essere di tutti quegli anni la perfida nemesi i lamenti dell'Aids, egli Pilchard, quanto bene se lo ricordava quel fotogramma, aveva incrociato il grigiazzurro dei suoi occhi accesi dall'estate (e da cotanto meriggio), con quelli d'una brunetta, vestita di rosa.

E allora addio, addio. Addio Modena! Non l'avrebbe preso mai più quel treno promesso per Modena per dire alla sua carta velina d'arancia che era finita e perchè. Perchè era finita LI', in quel fisso immagine ancora fermo come uno still-avanti-piano nel quale i loro occhi si erano incrociati non più a lungo del battito appena enfatico delle loro lunghe lunghe giovani ciglia. E tutto il resto della sera alimentato in crescendo da già improbabili twisters che saltellavano imprecisi in un già Beatles revival (ma non Pilchard! Che nel twist solitario della casa paterna, su Bad Bot, the beatles, il padre assente (latinismo), ci aveva nuotato e ci era cresciuto, confortato all'inizio dall'imitazione di ballerini Rai, canale unico, e dunque tutti li sovrastava, nel rock e nel roll), tutto il resto della serata va bene era stato un lento lento progressivo magnetico attrarsi dei due, (benedetti dai più grandicelli tra loro: già poeti, pittori, giornalisti, storici dell'arte e storici della storia mentre Pilchard, che non era nessuno, ci dava dentro di corpo perchè con quello, sì, con quello si sentiva qualcuno), e di lei e di lui e di lei aveva visto le forme, di gazzella e pantera, (gazzella? pantera?), fluttuanti, gaie, leggere, in una parola in senso lato (e stretto), sexi, sexi da bestia, di brutto, da morirne, e il culo tondo e sodo e alto e quel vestito, quel vestito rosa, perchè quel vestito rosa era rosa, sì, ma poi non aveva spalline, si stringeva appena stretto sui seni non grandi, e appuntiti, da fanciulla dell'est, un est molto lontano che Pilchard non aveva mai visto, mai, nè quell'est nè quei seni, inutile cercare paragoni, al più metafore celesti, ma poi quel vestito scendeva a disegnarle il contorno di una schiena che, lei girandosi (latinismo), scendeva nuda fin giù, giù, oltre la schiena, dove i muscoli tesi e sottili che si dipartivano da quel collo esile, anch'esso sottile, aveva le grazie di una giraffa (giraffa?), giù giù a disegnarle il trapezio e la lombare e la fine e l'inizio di due dicasi due deliziosi glutei tondi, tondi, cui le sue mani da marinaio poeta all'occasione ambivano, da sempre, da tutta la sera, e come facesse quel vestito a reggersi ai movimenti di lei che rideva di sentirsi così spoglia, così vestita, così eternamente bella, nè a lei nè a Pilchard era dato saperlo e ballarono, ballarono sempre più ballerini dandosi negli occhi senza che nemmeno una, una peregrina idiotissima parola interrompesse gli sguardi almeno fino al momento in cui lei, era stata lei, Pilchard lo ricordava, gli aveva detto, con quella voce, la voce era importante, la voce roca:

-vieni, vieni in cucina con me. E aveva preso la sua mano e ce l'aveva trascinato prima che la vergogna per essere lui a farsi portare via dalla preda così ambita avesse avuto il tempo di seccargli la saliva e il sudore e fu lei, lei, lo ricordava bene, a chiudere a chiave la porta dai vetri smerigliati e lì, come ombre cinesi, protette, nell'ordine, da: this Bot, tou can't do that e All mt loving (and all tour moving) che qualcuno mixava uno nell'altro con uno dei primi aggeggi sottratto da uno dei primi DJ a una delle prime disco risorte sul finire di Lotta Continua delle Bierre e di tutto, che sparati non tanto in alto da coprire a loro stessi il loro stesso ansimare dei baci, gli te te te di she loves te già prestavano il ritmo alla loro travolgente, lussureggiante e barocca prima scopata.

E non era finita, perchè mentre Pilchard destreggiandosi tra bottiglie riesumate dalla cantina (nelle quali erano state parcheggiate in attesa di essere caricate a la Molotov, e quindi riempite, nell'ordine, con un certo cinismo, tradottosi l'anno successivo in sarcasmo e l'anno più tardi in autoironìa, nell'ordine, di ottimo sangiovese e poi di chianti, faceva rotolare a terra una bottiglia di coca buton rimediata da qualche vecchio bon vivant al magazzino del bar di un amico, Prima, poco Prima di avvertire dal suo sincopato battere di cuore, dall'abbandonarsi felice agli ossidi già alti dell'aere di luglio del suo sospiro metropolitano, dal suo più virulento penetrare, dal risucchio impudico, più esasperato dei baci, dalla stretta fattasi più vorace delle mani laggiù, dove non era più nient'altro che la sua pazza gioia, che Egli stava dunque per venire, arrivare, finire, concludere in un acutissimo urlìo levato alto fin dove siedono gli angeli, nella gloria dei cieli, lei si levò da quella stretta con il balzo del mariuolo cui sopraggiunga al cuore l'adrenalina portata dagli sbirri che sono qui e con il gesto della gatta che si accucci per spiccare un lunghissimo, il più lungo dei balzi nel vuoto, si era accoccolata tra le sue cosce e se l'era bevuto, tutto, lui, Pilchard, il suo seme e il suo cervello, e l'aveva fatto con tale determinata passione che a Pilchard, che non l'aveva lasciato fare mai e poi mai a nessuno, era parso infine vero quel che gli avevano sempre detto i preti: che a farsi fare i bocchini con l'ingoio schianta il cervello. Perchè poi gli era proprio schiantato, al vecchio Pilch, e se ne sarebbe stato agosto in città ad aspettarla scrivendole la città d'agosto in lunghe lettere, (dapprima vulcani di passione, tramonti, skilines e hinterlands, poi languide e dubitative al rompersi dell'anticiclone delle Azzorre, che portò temporali, ma deliranti quando con fatica la Vergine prese in cielo il posto del Lione. E quando sarebbe venuto l'autunno l'avrebbe rivista, e la rivide, e chissà a chi e quante volte in Sardegna quell'anno ad agosto aveva rivolto ad altri le sue grazie e gli stessi servigi e poi, quando la stufa a gas, (sul sei, che era il massimo) che riscaldava le sue stanze venne coi suoi dardeggi a illuninare ancora una volta, l'ultima, le sue cosce bianche e gli occhi neri e neri, selvaggi come la notte, così optical mentre si carezzava i capelli neri, corti, neri neri e corti corti come piaceva a lui, non ce n'era stato più per nessuno. Ma proprio nessuno. E allora sì le aveva scritto mille lettere d'addio e l'aveva aspettata mille volte e le aveva regalato orecchini di ametista e di giada e anelli d'oro antico che incastonavano rubini e topazi, e collane di perle di fiume e di Minorca e uno smeraldo, per venire in possesso del quale aveva dovuto farsi accompagnare da un amico elegante, impreditore nel marmo e ben noto per acquisti galanti assai meno ossessivi di quelli di Pilchard, che aveva dovuto versare anticipi sull'eredità paterna e che faceva trovare i suoi presenti accartocciati in pagine di quaderni Pigna a quadretti su cui vergava laconiche frasi d'addio e poi gettava contenente e contenuto lìpperterra, oltre la siepe del giardino di lei cui poi telefonava dandole latitudine e longitudine della zona di verde nella quale trovarli. Ma era servito a meno di niente, pare scontato.