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 ho cominciato a scrivere poesie a quattordici anni e ne ho scritte un paio al giorno fino ai diciotto, erano cinque quaderni legati insieme con il nastro adesivo, un giorno quei quaderni sono spariti, e con essi un bel pezzo della mia teen age. per anni volevo scrivere, ma collezionavo solo appunti. li scrivevo su matrici di ciclostile, pensando di farne una tiratura limitata usando un gestetner della sede di lotta continua. ho cominciato a scrivere con disciplina dopo la laurea, scrivevo racconti e quando ho avuto un posto di lavoro ho cominciato a scrivere romanzi. avevo una immaginazione molto fertile allora, e un eccesso di parole in testa. quando il mio primo manoscritto ha raggiunto le mille pagine, mi sono comprato il primo mac, a rate. ho continuato a scrivere la storia che stavo scrivendo senza copiare il manoscritto, che è rimasto un manoscritto per sempre. nella mia vita quello è 'il manoscritto'. quindi è da  una costola del 'manoscritto' che è nato il primo romanzo. ne ho scritte quattro versioni in due anni e l'ultima  l'ho inviata agli editori. era un tempo felice, da qualsiasi parte lo guardi. ho collezionato diciannove rifiuti, due telefonate di lettrici di case editrici che mi dicevano che il mio romanzo era troppo d'avanguardia per essere pubblicato ma lo trovavano bellissimo, da piangere guarda, una delle due si è spinta a dirmi che io ero dieci anni avanti l'editoria italiana ma tra dieci anni chissà dove sai tu (sic). poi ne ho avuto: un contratto decennale con un piccolo editore che si era fidato del giudizio entusiasta di una redattrice ma quando l'ha letto si è rifiutato di pubblicarlo, dicendo che si rifiutava di capire la poesia contemporanea. Un giorno un lettore di una grande casa editrice mi venne a trovare urlando: se credevo di essere uno vecchio scrittore affermato e laureato per scrivere così, e comunque mi consigliava di trarre da quel romanzo un canzoniere: ci sono centinaia di poesie molto belle, in quel romanzo. disse. poi mi scrisse gianni celati, che allora era una mia stella, al quale avevo inviato il manoscritto. mi disse che a leggere il primo capitolo gli sembrava di stare in una pattumiera e di dover stare lì a godere della puzza. avevo aspettato il suo giudizio per due anni come un'educanda il primo bacio e quando la lettera mi era arrivata ero salito per le scale di casa rosso d'emozione. mi ero sentito a pezzi come chi trovi sua moglie a letto con l'amico del cuore, a quei tempi mi avrebbe fatto male.... ma ho avuto una reazione vitalistica come chi decidesse di invitare quella donna a cena provando a dimostrarle che avrebbe potuto prenderla con ironia, e gli ho scritto una lettera in celatese, mi ha risposto, una bella lettera di tre pagine scritta a matita su fogli di bock notes formato A4, nella quale mi parlava del dante della vita nuova, di noi che abbiamo il problema di avere la Visione, del vangelo e degli esercizi che mi consigliava, una sorta di fisioterapia per obesi di parole. poi mi scrisse giulio bollati. l'eminenza grigia dell'ambiente culturale torinese, quando torino era torino. giulio bollati mi diceva che avevano discusso a lungo in redazione per decidere se pubblicare o meno il mio romanzo, perché lo trovavano estremamente interessante, scritto con grande abilità letteraria, alcuni capitoli erano splendidi, capiva che i miei riferimenti andassero da joyce a dickens, e che avrebbe potuto essere il romanzo italiano postomoderno, ma c'erano alcune ambiguità sulla forma-romanzo. mi invitava a sottoporgli un altro lavoro. dopo una lunga crisi depressiva, alcuni quaderni di appunti sullo scrivere e lo smettere e alcuni racconti piuttosto lunghi che ho raccolto col titolo di paranoia, in un mese scrissi semolina pilchard, commediante. quindici pagine al giorno. ho riscritto quel romanzo quattro volte in quattro anni e l'ho mandato agli editori. ne ho collezionato solo bocciature. giulio bollati nel frattempo aveva lasciato questo mondo, conservo la sua lettera e mi è dispiaciuto non averlo incontrato a torino. mentre ero sottoposto a un bombordamento sentimentale insopportabile sognando di stare a sarajìevo almeno lì si poteva sperare nell'intervento dell'onu e nella solidarietà internazionale  ho cominciato a scrivere un altro romanzo, che ho finito molti anni più tardi, e poi me ne sono andato a praga, dove dopo un lungo lavoro di lettura documentazione e ricerca ho intervistato quaranta dissidenti del regime comunista rimasti a praga a fare umili lavori, chi faceva lo scrittore non era mai stato pubblicato se non in samisdat, i libri copiati a mano da dissidenti silenziosi che leggevano, copiavano, distribuivano clandestinamente libri copiati a macchina. volevo una lezione etica, vivere senza pubblicare, continuando a scrivere. ne venne voci da praga, un libro di molte pagine. lo mandai a una grande casa editrice. mi chiamarono e mi dissero che una loro associata, la edizioni cultura della pace, voleva pubblicarlo, ma mi chiedeva un editing. feci un editing, e il libro venne pubblicato. feci alcune presentazioni, il libro era piaciuto molto ad adriano sofri, che ne citava interi passi a memoria nel corso della sua disamina pubblica. mi aveva colpito, perché il ministro ferri ne aveva parlato per un quarto d'ora in un'altra presentazione dimostrando visibilmente di non averlo nemmeno aperto. intanto avevo cominciato a scrivere delùsar, un romanzo crudo e poetico che comincia in versilia e finisce a san francisco. con i proventi della vendita di voci da praga presi un biglietto per san francisco, dove in tre settimane scrissi gli appunti per la seconda parte di delusar, perso tra il vesuvio, il tosca e il caffè trieste. nel frattempo dipingevo, facevo mostre, vendevo quadri, dirigevo una piccola compagnia teatrale, insegnavo, tentando con poco successo di ricostruirmi una vita dopo la fine della mia famiglia (vedi bombardamento sentimentale con nostalgia di sarajievo). avevo recitato in un passato ormai abbastanza lontano, e avevo avuto un certo successo con performance di un uomo solo che scrivevo producevo e recitavo su palcoscenici di circuiti alternativi. ma avevo uno stress da palcoscenico micidiale, non mi reggeva il cuore, e avevo smesso. vivevo a pietrasanta, e lì conobbi un libraio. mi invitò a partecipare a un concorso letterario che scadeva l'indomani. andai a casa e scrissi due pagine. vinsi il concorso usando lo pseudonimo di brian jones. il libraio mi chiese se avessi qualcosa da fargli leggere. gli diedi semolina pilchard, commediante. una settimana dopo mi chiamò un piccolo editore di viareggio, mauro baroni, che mi disse che il mio romanzo settecentesco era shandyano, nel senso di tristan shendy gentiluomo. gli dissi che avevo provato a scrivere un romanzetto. mi pubblicò il romanzo. feci alcune presentazioni. al chiostro si santagostino in pietrasanta vennero quattrocento persone, offrii da bere a tutti, poi offrii il pranzo a un numero discreto di persone e l'indomani trattai a lungo il prezzo col ristoratore chiedendogli infine se fosse tutto a posto, se avrei potuto continuare a frequentare il suo ristorante, ogni tanto. ogni tanto ho incontrato qualcuno che ha letto semolina pilchard. dicono che gli è piaciuto molto. uno mi ha detto che ha preferito semolina pilchard a vengo e ti porto via di niccolò ammanniti, e non ho mai capito perché, e lui non me l'ha detto. di quel romanzo me ne sono rimaste due tre copie, l'editore è morto e gli eredi hanno rifiutato l'eredità, nel senso che il buon povero mauro baroni editore in viareggio aveva lasciato un mare di debiti e libri sparsi chissà dove. aveva una politica di distribuzione stranissima: di vendere gli importava pochissimo, voleva conoscere i lettori uno per uno e spediva il mio romanzo alle biblioteche di tutto il mondo, anche a quelle degli istituti italiani di cultura. così non si sa niente del suo archivio. ho cercato in rete semolina pilchard, e l'ho trovato in vendita a sette euro su e-bay. ho scritto alla società che lo distribuisce in rete chiedendo dove avrei potuto trovarne più copie, mi hanno risposto che mi avrebbero fatto sapere. ma qualche anno prima, nel duemila, quando la borsa volava e sembrava che stesse per affermarsi l'e-book, mi telefonò una redattrice di fazi, dicendomi che aveva letto delùsar e le era piaciuto un sacco. fazi mi proponeva di pubblicarlo su libuk, il sito che stavano aprendo per affermare l'e-book. firmai un contratto, e il libro fu pubblicato su libuk. ho incontrato qualcuno che l'ha scaricato e letto, ma da fazi non ho mai saputo niente. nel frattempo lavoravo il legno, e mi sono messo a costuire tavoli, tavoli, tavoli. avevo comprato del sypo, un mogano africano del centrafrica che ho adorato e temuto e maledetto. ma i tavoli sono belli. anzi, bellissimi. non ho mai pensato, costruendoli, che avrei dovuto trovare il modo di venderli. ho partecipato al mercato dell'artigianato in piazza a pietrasanta ma caricare e scaricare quei tavoli era una cosa che faceva ridere tutti. ho fatto l'ultimo tavolo, ed è il capolavoro che mi porto appresso nei traslochi. gli altri si sono sparsi negli studi degli amici che li ospitano, credo, ancora. abitavo a pietrasanta e così sono finito a toccare la scultura, ho fatto alcune cose bizzarre ma sono state apprezzate da michele benedetto, cesare riva, e il formatore di vangi. nell'inverno del duemilauno ho sentito che avevo in testa delle storie di autobiografia adolescenziale che se non le avessi scritte io non le avrebbe scritte nessuno e ho cominciato a scrivere magma. l'ispirazione per scriverlo mi è venuta da uno sguardo di mio figlio che stavo lasciando alla stazione di firenze come ho fatto per quindici anni. A quel tempo lui ne aveva tredici, e per la prima volta gli avevo letto negli occhi la malinconia. una cinquantina di pagine di quel manoscritto sono pubblicate sul blog che ho tenuto per qualche tempo. il blog si chiama luca cittadini vi scrive e il post si intitola la scuola al tempo del maestro unico. ma nel frattempo ero impazzito. ho sempre amato la pittura e ho girato per la maggior parte dei grandi musei d'europa con occhi innamorati, anche negli states. ma per molti anni ho guardato muri sgretolati, ruggini, comunque superfici. Anche nei miei romanzi, prima o poi c'è la descrizione di muri sgretolati o istoriati di segni o ruggini, mi fanno vedere cose, facce, ritratti, mi fanno sognare. un'estate ero all'isola de la maddalena, bloccato lì dal maestrale. ho cominciato a fotografare superfici, e ho continuato a fotografare superfici per mesi. la sera le scaricavo nel mio quinto mac e stavo a guardarle per ore ed ore, finché ho cominciato a pensare di farne il mio lavoro. qui mi fermo, perché da una parte rivangare le disavventure che questo lavoro ha portato con sè continua a disturbarmi ma soprattutto è il tema di un romanzo che temo non scriverò più, dopo avere sognato di riscattare quel periodo facendone letteratura. del resto, fatte salve le prime cinquemila fotografie che si sono bruciate insieme a un hard disk, i risultati di quel lavoro sono tutto sommato testimoniati qui. gallerie, file, mostre, realizzazioni, curriculum vitae, un dialoghetto piacevole che si intitola loperosalentezza. girando per il sito ci si può fare un'idea. nel corso di questi ultimi due anni il tema è stato sopravvivere, e i capitoli di magma che ho aggiunto, il primo post del blog che ho tenuto e ho dedicato a david foster wallace dopo il suo suicidio, il progetto di un romanzo che narra di un uomo che vive su un'isola e alla fine ruba una nave per scappare, un racconto intitolato l'uomo che guardava la televisione, un seminario con stefano benni nel quale ho recitato la parte di achab con successo di pubblico e di critica, il primo capitolo di un altro romanzo che si intitola tempesta, il capitolo, il reading che ne ho fatto, la mostra all'arsenale che è venuto a vederla zapatero, le considero le cose  che tutto sommato ho fatto qui. ed è singolare come si possa dire così di due anni nei quali vivere mi è sembrato una cosa troppo difficile per continuare. vivo qui stando bene attento a non riprendere a dipingere, a lavorare il legno, a scolpire, perché ho sparso il mondo di oggetti pesanti che restano miei e pesano nell'anima, mentre sento che il mio destino, se la schiena mi assiste, è un certo nomadismo, e sto preparando le valige cercando di disfarmi di quasi tutto. da due anni vivo a la maddalena, dove ero venuto, partiti gli americani, con due progetti. realizzare una mostra importante, e fondare una scuola di arti e mestieri, discipline, con maestri importanti. la mostra dipendeva da me, e l'ho realizzata. la scuola dipendeva anche da altri, e non è. mi sono ritrovato qui in una solitudine infinita guardando le navi che partono chiedendomi dove vadano e per due anni non sono stato capace di fare altro che insegnare, vuoto, svuotato, infelice. poi, il 20 luglio dell'estate scorsa, è successa una cosa. nel mese di settembre del 2006 ho salvato dalla prostituzione due ragazze nigeriane che oggi hanno un permesso di soggiorno per motivi di giustizia, hanno imparato la lingua, lavorano, e insieme alla seconda delle due, Nimdu Blessing Jane, ho fatto arrestare quaranta nigeriani e nigeriane che operavano in sardegna, le accuse sono traffico di esseri umani, riduzione in schiavitù, costrizione e sfruttamento della prostituzione, minacce e percosse. l'estate scorsa è finalmente cominciato il processo. Nimdu Blessing non si è presentata e la capisco, così ero il testimone chiave e il primo ad essere ascoltato. mi hanno interrogato per otto ore, ma ero preparato, avevo ricostruito nei dettagli la mia vita di quei giorni, viaggi, conti correnti, alberghi, date, tutto. ricordavo visi, nomi, circostanze, luoghi, dettagli. sapevo anche che avrebbero fatto di tutto per screditare le mie intenzioni. quando gli avvocati del collegio di difesa hanno insinuato un mio interesse sentimental-sessuale per queste ragazze, dopo un lungo respiro, ho risposto così: -chiamiamolo dio chiamiamolo destino o karma, chiamiamolo come vogliamo, ma qualcuno o qualcosa ha messo sulla mia strada la possibilità di salvare la vita di due persone. quando un mio studente, durante un acceso dibattito, mi chiese:  -ma lei, che critica il capitalismo e critica il comunismo, per quale società si batte? -e' semplice: per una società nella quale se c'è una persona che ne fa soffrire un'altra, ce n'è una terza che si alza a difenderla. poiché sono un insegnante e penso che l'insegnamento si nutra di esempi, questo ho fatto.                                                           c'era un  enorme silenzio, era un'aula di corte d'assise, non era stato facile guardare in viso i detenuti. le mie parole sono finite lì. il pubblico ministero, stringendomi la mano fuori dal tribunale, mi ha detto: -grazie, ha rilasciato una deposizione di altissimo profilo morale.  da quel momento la mia vita è tornata a cambiare, si è rimessa in movimento, camminavo per le strade di sassari sudando con il cuore leggero, a una spanna da terra, e lì ho cominciato a scrivere un romanzo. ho perso in ghana un registratore portatile dove l'avevo registrato insieme ai suoni della città, il mio romanzo, perchè lo stavo semplicemente inseguendo dove mi portava. era una bella idea. si intitola malcolm lowry's and the sailor's dream. lo dettavo in inglese, perché ho sognato spesso, nell'ordine: di recitare in inglese, perlopiù con accento americano, perché è una cosa che mi riesce bene, e di scrivere un romanzo in inglese, per esaudire il desiderio di molti amici che non hanno mai potuto leggermi in italiano, ma che hanno sempre ascoltato le mie storie, perché in fin dei conti, i am a story teller, anche se ho cercato di esprimermi anche in molte altre strade. malcolm lowry è un ammiraglio della marina americana di stanza a la maddalena che deve partire per le filippine ma non esiste, è un uomo che il protagonista si inventa di essere, per sedurre una donna che non potrà mai incontrare ma vuole regalarle un sogno. così la seduce virtualmente prima di sparire per le filippine. in una lettera le dice: you are my sailor's dream. e a lei, l'idea di essere a sailor's dream, piace. da quel momento malcolm lowry comincia a esistere, e poiché ha un sogno da marinaio comincia a inseguirlo. le inevitabili costrizioni dettate da una lingua non mia mi costringevano a ridurre la narrazione all'azione, correggendo un vizio di prolissità piuttosto antico. ... Leave my language leave my language...è come una canzone di Laurie Anderson, quella che ho in testa. la storia si dipana in una riflessione tra virtualità e realtà, le cose accadono sospinte da persone che non esistono e si intravedono sogni che forse sono realtà, appaiono nelle prime nebbie dell'alba nella jungla, e alla fine quale sia il sogno del marinaio, forse nemmeno il marinaio lo sa, ma non vorrei anticipare le pagine finali. le scriverò in un villaggio perso nella jungla, nella zona di Kofoigia, dove sono andato a cercare pietre, granito rosso e giallo e nero e BLU. sono finito in ghana perchè seguivo il mio romanzo fino alle sue estreme conseguenze, sono finito in ghana seguendo l'indirizzo virtuale di una donna virtuale che virtualmente esisteva al punto da trascinarmi in ghana, ma in ghana ho ricominciato a guardare il mondo in tre dimensioni, e ho ricominciato a fotografarlo, come avevo fatto in inghilterra negli anni settanta, a new york negli anni ottanta, in india nei novanta. la leika r9 che portavo con me si è inceppata, e ho dovuto fotografare tutto in pellicola, con una leika r4 che avevo con me. i primi risultati di questo lavoro sono pubblicati qui, su questo sito. vorrei tornare in ghana con molti progetti, anche se quelli che ho sognato in grande quando ero là temo che rimarranno sogni. sogni benefici per la popolazione locale, li direi, della quale è mia ambizione fare parte, per godere dei risultati di quei sogni. ma poi vorrei ricominciare un'altra vita, fatta di realtà, perché adesso che l'immaginazione si è svuotata, finalmente, e la letteratura non fa quasi più per me, vorrei infine riuscire ad essere ciò che sono, a story teller. e se qualcuno mi chiedesse il perché, risponderei che ho bisogno di dare allo scrivere un definitivo taglio epico, ma al fare, etico, perché vorrei alleviare chi dovrà prendersi sulle spalle la mia prossima vita, di un bel pezzo di karma, lasciandogli la leggerezza che pure ho conosciuto e fatto conoscere, ma vorrei che lui o lei fosse la forma nella quale potrà esprimersi libera e piena, la leggerezza, mentre questa vita è stata segnata da una infinita sequela di fatiche e di dolori che tutte le arti che ho toccato alcune sfiorandole altre vivendole con autentica passione, fino a sentirmene svuotato, non sono riuscite a redimere, non del tutto e non ancora. dimenticavo: ho girato documentari in india, e spero di trovare la forza di selezionare un migliaio di immagini da trenta ore di girato che ho ancora.  sono infinite le cose che non ho fatte, sono migliaia quelle che ho sognato. quando mio padre ha voluto insultarmi, mi ha gridato: -tu sei un sognatoreeeee! ci ho messo alcuni anni nel corso dei quali la sua voce mi ha inseguito dapprima come una condanna e una giubilazione e poi lentamente come un mantra,  per capire che, in fondo, non era un insulto, ma un karma, e lo dovevo accettare e vivere per quello che era. tornerò in ghana, da nomade, l'estate prossima, perchè non ho più casa. ho tralasciato ovviamente una infinità di dettagli, un romanzo intitolato le fotografie, un altro intitolato fatica, una serie di video che ho girato recitando un'infinità di piccole parti, tra le quali ricordo con soddisfazione l'intervista all'attore, nella quale faccio il verso  agli attori quando parlano del loro ultimo film, un'imitazione di sergio zavoli e una di nicola amato che parlano concettosamente del nulla, e un'intervista di spalle a un ex-terrorista. e alcuni reading, tra i quali uno in compagnia di patrick mc grath, che mi aveva chiesto di leggere in particolare spider, perché nessuno avrebbe potuto leggerlo come me. tu sei perfetto, per spider. mi aveva detto. quando ho finito di leggere quel bel libro che narra la storia di uno schizofrenico, ho passato un pomeriggio difficile. e ad evocazione di vostra passione, quella sì era un performance, c'ho il video, una videocassetta che tira ormai completamente al verde, splendida, ed ero bello, bellissimo. e tanto altro, che quasi non ricordo. faccio una vita estremamente solitaria, i miei contatti umani avvengono essenzialmente in rete, i miei affetti importanti chi sono in cielo, chi molto lontano.