Gli attori del Karma

 
Io vado al Camran Lodge, e so più o meno che mi aspetta.
E’ nel cuore del bazar, ma non sarà come sedersi in un caffè a Parigi. Io vado lì perchè è brutale, visto da lì, l’impatto. Lariam, Bimixin, il vaccino per il tifo l'ho fatto in tutta fretta.
Ho uno zaino quasi vuoto, e va bene così. Adesso sto su questo jumbo che mi porta a Dehli, tra visi Indiani. Mangio cibo della British pessimo da fare schifo, ma è bello andare in India da Londra, perchè tra tutte le città del mondo, quella dove gli Indiani hanno più spazio, e storia, e bisinèss, è Londra. Strano che ci
 sia gente che è stata attratta dalla città di chi, volendo educare, ha ucciso. Nelle luci basse della jumbo-notte i visi Indiani si illuminano poco, e mi accorgo che la luce dev'essere un'altra cosa, in India. Un giovane sik col suo piccolo turbante nero che raccoglie una chioma che un giorno sarà lunga come la sua vita e con la cura di una casta piena di orgoglio si laverà nel Gange, legge ad alta voce un libro a suo fratello; le nuvole del monsone si arrotolano sull’India.
 
 
Il taxista ha ventidue anni, si chiama Sanjeev e fa il taxi driver da quando ha diciott’anni. Quanto presto hai cominciato a riempirti i polmoni di fango sabbia e catrame. Ma imparerò che un taxista può stare una settimana ad aspettare che gli capiti un cliente, e rimanere per tutto quel tempo un tipo fortunato: dorme nel taxi, mica per strada, e un viaggio vale l’attesa: sono cento, due, trecento rupie; se becca una corsa fino a Jaipur di qualche bianco che non ce la fa più, sono anche mille, anche qualcosa di più: lo stipendio di un mese.
Mi mostra la sua driving license: immacolata, nessun incidente, good driver,
-Al primo ti fanno un buco sopra un pallino verde, i pallini verdi sono due; al terzo sopra quello giallo. Se raggiungi il quinto buchi il rosso, ti tolgono la licenza, cancelled, fa Sanjeev accompagnando con un gesto di taglio basso della mano.
Per il Camran Lodge ci vuole un’ora, sudo dentro il taxi coi finestrini aperti, si va lenti, il taxi è una metafora di un mondo dove di nuovo, come noi lo intendiamo, una necessità assoluta, non si incontra mai nulla: il nuovo arriva qui già vecchio, e nuovo è soltanto quel che accade, ad ogni angolo di strada, continuamente, in un flusso incessante come nei libri di filosofia orientale l’esistenza. Ma qui, tutte quelle parole, strane a capirsi e a viversi, si liquefanno nel caldo della strada.
Dietro ogni mezzo c’è scritto Horn Please, usate il clackson, per favore, e le campagne contro il rumore acquistano la lontananza di un altro mondo, dove nulla tornerà mai più ade essere come in questo. Gentilezza è suonare, superare invece lo si può fare in ogni modo, e la piccola flotta di bus e taxi e motorette e risciò e bici e camion sembra una corsa da fare tutti insieme: mi viene in mente una scena di Magical Mistery Tour, quel vecchio film dei Beatles dove a un certo punto c’è una corsa, e tutti i partecipanti saltano su tutti i mezzi disponibili e cominciano un’incredibile gimcana tipo Indianapolis, assurda e surreale al ritmo di una marcetta very british. Chissà se è stato dopo l’India, che gli è venuto in mente. Ai Beatles.
Una coppia va in Vespa e io sto a guardare il fluttuare della camicia di lui, lei che tiene i lembi del sari viola con le mani, superarli è una cosa talmente lenta che ho il tempo di andare in trance, fisso sulla camicia a righe dell’autista, nell’aria calda e umida e pesante e per la prima volta finisco in una specie di sogno, in cui compare la mia infanzia: nella Fiat millequattro di mio padre che potrebbe essere questo taxi reincarnato, con tutte le ammaccature del viaggio, del tempo, e di un paese che chi comincia ad amare ama perchè è così, ammaccato, e tutto funziona se c’è l’ingegno di chi ridà vita a cose che per noi sarebbero già morte e tutto fa sorridere: il vetro con incollata una plastica viola che fa fumè, la tromba attaccata sotto il tassametro esterno dove sta scritto On Hire, ma il prezzo si riazzera quando raggiunge le cento rupie, la tromba  si suona tirando uno spago attaccato al volante, e quando il volante gira a destra la tromba suona, come se qui ci si dovesse accontentare di aggiustare alla meglio la spazzatura del Nuovo Mondo, mentre le immagini scorrono come le avevo viste una prima volta da bambino, senza sapere che un giorno sarebbero sparite per ripresentarsi così. Chissà, se questa coppia di Indiani in motoretta immagina che sto vedendo in loro la mia infanzia italiana: le gambe di lei accavallate sulla destra, lui intento alla guida, un pò rigido e ritto come chi sa che è pericoloso, guidare una Vespa, l’ha guardata tante volte, sognandola, e sa come si fa....
-La middle class indiana si può permettere una Vespa, non una macchina, dirà un uomo d’affari grasso e simpatico sul treno che da Cochin va verso Bangalore, traversando la jungla giù nel Kerala.
La moglie del taxista ha vent’anni, la figlia un mese, lui è felice perchè dio gli ha dato un figlio.
-E tua moglie?
-Sì, anche mia moglie mi ha dato un figlio.
E nel bazar tutto rallenta, tutto si ferma. Un carretto che trasporta stracci o zucche, un mendicante che cammina lento o una mucca qui hanno tanti diritti quanto lo spazio fisico che occupano in strada. Se davanti a te c’è un vecchio che trascina un carro che è il suo negozio e la sua vita lo seguirai finchè non ci sarà spazio per passare, laggiù, in fondo alla via. Non c’è corsia preferenziale nel dedalo dei suk, e già tocchi con mano che persi qui dentro siamo tutti qualcosa e quasi niente.
Odori, e caldo, fumi. Un tamburello per turisti suonato con la noia di chi non crede che qualcuno lo compri, ma suonare bisogna, file di negozi di abiti per Indiani e per turisti che vanno in India, rimasti uguali, gli stessi che un hippy si sarebbe infilato negli anni settanta, anzi, negozi per hippy e negozi di hippies Indiani che non si sono mai mossi di qua, perchè qua è hippy, di un hippy radicale, funky fino alla fine.
Patate cipolle zucchine curry, cotte in un braciere ricavato da un vecchio barile di petrolio. Non si muove uno straccio, è l’una, e quello è il Camran Lodge.
-So you are the boss of Camran Lodge, right?
-Yesyes, fa lui senza un sorriso, sto qui da vent’anni, ti faccio vedere la tua stanza.
Attraverso sale e corridoi di un vecchio harem trasformato in albergo dal tempo dell’Indipendenza, tutto è blu e verde-càmice-di-chirurgo-americano, quattro uomini giocano a carte in una hall senza finestre, scale strette, la mia stanza: una cella verde, le lenzuola e le federe sono verdi, il cesso è alla turca o insomma all’indiana. Sotto un rubinetto sta un secchio di plastica col manico: per lavare il cesso, per lavarsi il culo. Per lavarsi il culo si usa la sinistra, la destra è di dio, ancora non lo so.
Il primo fan, il primo ventilatore, gira a mille sopra la mia testa, non fa nemmeno troppo rumore, questo qua, lo imparerò anche questo, ma la notte a cui mancano ancora molte ore nel mio jet lack del quale nulla importerebbe a nessuno comincia a prendere i contorni dell’incubo: alle cinque comincerà comunque la sarabanda delle grida, e non è detto che il canto che giunge dalla moschea di cui intravedo le guglie questa notte si fermi: in India c’è qualcuno che canta e prega sempre, tutto il giorno, tutta la notte.
Il canto e la prigione, il colore e il pagliericcio sono un insieme bello, e amaro, e tosto. Mi cullerà, in una veglia strana forte. Sotto la doccia sudo, mi sono chiuso con il lucchetto che ho portato dall’Italia, il vetro rotto della finestra che dà sui tetti della moschea è chiuso alla meglio con un giornale che data venti settembre del novantadue:
 
Triple murder in Shimla
 
Triplo omicidio a Shimla, carta gialliccia mangiata dall’umido e dal caldo, speriamo di non essere mangiati dalle zanzare, questa notte. Ma forse un triplo omicidio in un villaggio indiano è una storia di famiglie, ha un rituale, una scena madre, dei bambini che non dimenticano, donne che gridano, lame che scintillano nella notte, sacrifici agli dei, una notte feroce e livida, attorno alla quale si è fatto il deserto, un duello sulla terra rossa e un coro, una macchia di sangue rappresa nella polvere.
I am hot, al pensiero di starmene disteso qui a guardare il fan, sudando, faccio un giro per la città, subito, nel caldo peggiore, ma è come se non avessi speranza che la notte sia diversa. E poi è così: non c’è jet lack che tenga, sono a New Dehli, ho voglia di vederla.
 
 
Esco da questo suk a piedi, c’è un chiosco dove si vende acqua, acqua calda, acqua bollente. La bottiglia: sporca di polvere, trangugio acqua calda perchè devo bere e perchè a spendere mille rupìe non penso proprio: un cinquantino, per trascinarmi in un posto dove mi guarderebbero perchè sono sudato e sporco. Io sono qui e ci sto.
Prima che la viuzza si trasformi in un ammasso di autorisciò e cyclorisciò e poi nel fiume sonoro del traffico che uccide ogni odore un kashmiro mi sibila qualcosa all’orecchio, e per la prima volta mi vengono in mente le lezioni degli amici: i kashmiri mollali, dicevano, tanto non ti mollano loro.
Cerca di vendermi tappeto, denaro, droga, un giro al tempio, sua sorella. Il Kashmiro ha il viso affilato e gli occhi azzurrissimi in un viso lungo liscio e scuro, l’ho guardato solo una volta, poi via di fretta come non capissi.
Ma mentre sto per imbarcarmi su un risciò è sempre lì che mi guarda, e nella sua esperienza avere detto ‘oh, what a serious man...‘ a un italiano, significa che prima o poi lo sguardo quello te lo ridà, perchè l’hai colpito, e io so dov’è, fermo dov’era, mi giro dalla sua parte, infatti, e lui sta lì, sull’angolo, che aspetta, mi dà uno sguardo che è una staffilata, perchè forse non comprerai nulla da me, ma io, dice, io ti ho acchiappato: vero o no che sei troppo serio, per l’India, vero o no che sei preoccupato, vero o no che se non ci riesco io qualcun altro presto ti fregherà, con quella faccia...
 
 
Via di qui. Mi prende un sik col suo risciò. Si gira una volta per studiarmi:
-Which is your native country?
Mi squadra con occhi neri, occhi possenti, come la barba, e al secondo semaforo si gira di nuovo e mi rimira dritto negli occhi con l’imperio di chi sa chi sei,
-E’ il tuo primo giorno in India, dice, ti porto in un Emporio e poi si fa un giro per la città.
A diciassette anni pensavo che la psicologia  fosse la scienza delle cuoche. C’era una cuoca sarda, riconosceva gli amori molto prima che nascessero. Sono poteri sciamanici, si affinano
mescolando gli odori. Come una cuoca si intende degli odori del mondo, questo risciòman, sik, trentacinquenne, sposato; sa che ho bisogno di lenzuola, sa che sono sfatto di caldo, e l’unica soluzione è correre, farsi sventagliare nell’aria di smog, nel fetore, nella frenetica attesa di un tempo migliore.
-Monsoon is late this year, sir.
Compro le mie lenzuola: una gialla e verde, l’altra nera e bianca.
-Poi ti porto al mio tempio, dice.
E’ come mi invitasse a casa sua. Chiamala acqua. Acqua. Voglio un pò d’acqua.
-Hello, how do you do?
Un ragazzo in moto ci si affianca a un semaforo. Dehli è immensa. Quartieri enormi come città si aggrappano ai suoi molti cuori. Lo fanno tutti, nel traffico: fanno due chiacchiere con uno sconosciuto che durano il tempo del semaforo, qualche volta si continua a chiacchierare andando, qualche altra si riprende allo stop successivo, e la metropoli prende così un’aria paesana, perchè stiamo tutti qua in mezzo, andiamo tutti verso la stessa meta, e qualcosa, per la prima volta in questo soffocare asmatico, fa un piccolo buco nella mia diffidenza. Sto dentro un autorisciò soffrendo perchè semaforo rosso significa  caldo, e lui si gira verso di me, insinua gli occhi nella penombra del sedile posteriore e dice
-Hallo, how do you you do?
-I am hot, gli dico, come chi dice una preghiera, e lui, con l’aria calda e distante dei profeti dice:
-E’ dio, che manda il caldo.
Prima seconda e terza e sparisce non prima di avermi augurato il buongiorno,
-Have a nice day, brother...
E io che dico: ma che angelo sei?
 
Al tempio dei sik mi tolgo per la prima volta le scarpe, mi chino davanti al sacerdote che mi lega un drappo giallo sul capo ed entro seguendo la musica che quattro musici suonano raccolti intorno all’altare, dove si celebra.  Gente diversa sta seduta o prega, una madre tiene stretto un bambino di otto anni, qualcuno chiacchiera, i profumi sono intensi, forti, toccano l’anima, da una lunga scalinata dove dormono i poveri si accede a una immensa sala dove ai tavoli si mangia.
-Puoi mangiare anche tu, se hai fame.
-Non sono sik...
-Dio è uno.
Mi portano da un sik importante, sta seduto a un tavolo, ascolta paziente le mie domande.
-Perchè siete così tolleranti.
-Dio è uno.
-Perchè nessuno si occupa della povera gente
-La povertà è una questione di Karma
-Vengo da un paese cattolico
-Vivi come una creatura della natura, vivi come parte del tutto, come il dio che è in te.
-Grazie, ci penserò.
E’ estate, è dura, non so nient’altro.
 
 
Fuori, oltre il lungo piazzale di granito, le scalinate scendono da quattro lati a una enorme piscina d’acqua ferma. Un padre grasso e premuroso accompagna il figlio più grande e la figlia più piccola, nudi a bagnarsi nelle acque lente e grigioblu della piscina. Entrano lentamente. Intorno a una colonna girano più volte altri fedeli dopo avere depositato con un gesto delicato la scopa con la quale puliscono i loro stessi passi. Fanno dei segni che non so capire, ma per la prima volta incontro questa sacralità insieme del corpo e dello spirito. Forse è la nudità, ma i visi hanno qualcosa di lavorato dallo spirito.
Più in là, vicino a un piazzale di terra rossa dove si fermano gli autobus, dove chiedo da bere a un chiosco perchè la sete e il sudore non mi lasciano mai,  due ragazzi di tredici, quattordici anni, accovacciati davanti a tre ceste mi dicono di avvicinarmi perchè hanno qualcosa da mostrarmi. La prima cesta si apre e ne esce la testa ritta di un cobra. Il ragazzo prende uno strumento a fiato di legno e comincia una nenia, il serpente si erge e lui, il ragazzo più giovane, lo tiene lontano con schiaffi leggeri e rapidissimi. Il mio taxista dice di farmi vedere l’altro cesto.
-Fallo vedere al mio amico, è un mio ottimo amico.
L’altro apre la cesta, ne estrae un pitone lungo forse cinque metri e se lo avvolge al collo, alle spalle. Gli prende la testa, se l’avvicina alla bocca.
E’ un ovvio spettacolo per turisti messo su con quattro serpenti svelenati e instupiditi, dal caldo, dal mestiere, da un reciproco guardarsi e dirsi massepòcampàccussì. Ma ciò che non è ovvio è che qui ci sono due ragazzi che vivono in intimità coi serpenti. Sono teen ager e hanno visi brutali e beffardi, ma a guardar meglio da loro viene la strana dolcezza inebetita di chi non ha conosciuto altro nella vita che questo piazzale e questo rito privo di senso e di sacralità.
Alle quattro, stanco di girare nelle mani del mio sik gli chiedo di riposare un pò in un parco. Mi sento a pezzi, non so se da qualche parte dell’India fa meno caldo che qui, se respirare sarà meno faticoso. E’ qualcosa di più grande dell’afa: è una maledizione religiosa, un continente colpito dal caldo dove gli Indiani crescono, crescono, a dismisura.
Nel parco c’è poca gente, e io ho tutto con me, tutti i soldi e tutti i documenti, e non so ancora come e dove e se lavori qui la malavita dei borseggiatori. Così mi siedo non lontano da una coppia, due innamorati nemmeno giovanissimi, e guardo come si guardano, come si parlano, come si sfiorano le mani. E’ una scena ben dolce, di indiana sensualità, di sorrisi reciproci, di tenerezze.
Poi mi trascino verso il riscioman che aspetta seduto al sole, tranquillo, che mi propone il solito giro per turisti. Gli spiego che sono una specie strana di turista, lui dice
-Yesyes, andiamo al Parlamento.
Ferma davanti al cancello e mi mostra un viale nel quale lui non potrà portarmi. Lo guardo, ha un’aria infinita, gli dico:
-Senti, hai delle cartoline?
-Yesyes, fa lui.
Le tira fuori da una tasca del tetto e stiamo lì, mentre soffochiamo a guardare le sue belle cartoline di Dehli. Me le spiega una ad una e questo è il mio giro turistico per Dehli. Mi metto a ridere della situazione e di me stesso, ma lui non capisce. E comincio a pensare che l’assurdo, qui, sia del tutto normale.
Scende lenta lenta la sera, e tutto si trasforma, come la città fosse stata costruita immaginando i suoi colori nella sera, il cielo si fa rosso e dorato, come le pietre dei palazzi, come la terra dove non c’è asfalto, come il fango, come la pelle, come le bocche.
Riattraversiamo il traffico, riattraversiamo il bazar, riattraversiamo la povera gente, ogni volta che il risciò si ferma inghiottito dalla fiumana universale una mendicante si ferma e mette la testa nel risciò, pian piano finisco le mie rupìe e davanti all’ultima, la più pelleossa, la più disperata, metto la mano al portafoglio perchè non ho moneta, il risciòman parte e lei gli si aggrappa facendosi trascinare per qualche metro finchè non la reggo se no cade. Ho toccato un’intoccabile. Mi guardano, non so cosa vogliono dirmi, se la loro sorpresa, o il rispetto. O l’ indignazione.
Prende le sue rupìe e si inchina in un lungo gesto di ringraziamento che ha qualcosa di brutale e di epico, l’abitudine a qualcosa che assomiglia a un secolo di povertà e ad una lunga attesa della morte. Salgo le scale verso la mia stanza. Le mie rupìe saranno la sua cena, un mendicante ha un soldo al giorno, nella sua pelle estrema e dura la donna ha raggiunto un’età che in India sai di avercela fatta, a morire come muore un vecchio.
Faccio i bagagli, dico al boss che non ce la faccio.
-Scusa, forse in un’altra stagione torno, ma ho bisogno di aria condizionata.
So che il sik mi porterà dove vuol lui, ma non ho più molta energìa di riserva.
La nuova stanza è senza finestre, il condizionatore è rotto, spara aria calda, e quando dico calda penso ad ottanta gradi: fuma, puzza, scotta da bestia sulla pelle, urlo e scalcio nel muro, l’indiano che viene a controllare ride. Mi cambiano stanza, c’è un letto singolo, un televisore, una doccia con acqua torrida, mi lavo e vado al ristorante nella sera, solo.
Mi offrono hashish, no grazie, mi offrono hashish, faccio finta di nulla. Una vecchia lebbrosa sta distesa in mezzo al sottopasso dal quale è necessario passare per attraversare la piazza, andare all’Anandt, il ristorante middle class dove due amici innamorati dell’India mi hanno detto di andare.
-Vacci, e pensa a noi.
Cammino nell’asfalto, nella merda e nel fango. Entro. Non ci si tolgono le scarpe. Mi siedo, le spalle a un fan che sputa un vento caldo e un ragazzo poggia la mano destra al tavolo, si china e coglie da terra un cencio intriso d’acqua fetida, pulisce il tavolo e lo ripone a terra dove l’ha preso. Un uomo sta mangiando del pollo, mi guarda due tre volte, poi mi si rivolge e mi racconta, ha dato la casa alla moglie e ai figli che non vede più, sono tornati in India dopo vent’anni d’America e in India si sono separati. E’ un uomo deluso, dall’India e dal ritorno, gli amici gli hanno detto:
-Torna, che l’India sta cambiando.
-Sono arrivato all’areoporto e ho detto what? e questa sarebbe l’India che cambia? Dopo
vent’anni d’America è duro pensare che questo sia il grande cambiamento...E tu, cosa ci fa un uomo triste in un triste paese?
-I am not sad, gli faccio. I am scared.
Il resto della notte la spendo guardando programmi Indiani alla tivu.
 
 
Nettare, dopo il veleno. La mattina indiana mi avvolge con la sua luce calda da cui emergono le piante, la terra, il cielo, la lenta corsa di biciclette e bambini che in gruppo vanno a scuola con la cartella in mano. Tutti in divisa, calzoni corti, cravatta, camicia bianca, i capelli neri e lucenti con la riga, la motoretta del maestro sfila nello sterrato che corre di fianco alla strada grande che porta all’aereoporto. Le ragazze col sari, i cui colori distinguono la scuola e l’età.
 Da casa a scuola per molti sono chilometri e chilometri, in aperta campagna, dalle capanne al villaggio successivo, in una vita nata alla periferìa di Dehli. Un giorno cercherò di sapere quali sogni si portino appresso queste ragazze e ragazzi dal passo leggero, quale idea di un paese, di se stessi, di un altro, quale il senso del fare di chi è nato nello spettacolo della misera gente. Non ho mangiato e bevo la mia acqua.
Sto bene, sono le sei del mattino. Però non so se riesco a spiegare la dolcezza di vivere che dà una mattina indiana che scorre fuori dal finestrino di un taxi. L’idea che davanti ho tutta l’India. Che il viaggio è cominciato. Che sono qui e non vorrei essere da nessuna parte del mondo che non sia qui. Mi sento libero, mi vedo dimagrire in ogni direzione.
Vivi, nell’attimo che stai vivendo, non lamentarti, vivi il tuo tempo e il tuo mondo e non sognare altri luoghi dove ora non puoi andare. Non sognare altri uomini nei quali non sai abitare...Qui, nel privilegio di un taxi e di un biglietto aereo per Bubaneshvar, io sono qui. Questo pensiero mi assale, mi pervade fisicamente, penetra nel profondo.
L’India, che mi ha mandato il caldo velenoso di ieri a ricordare quanto sia duro essere in questo mondo, mi manda questo mattino, e mi ritorna in mente quando ho imparato ad amare lo scirocco. Perchè ti affanna, ma quando molla la presa è lì, la dolcezza di vivere, in quella sospensione momentanea dell’affanno.
In India, è la vastità della terra a dire il nome di dio. Così, vivere circo
ndato da una civiltà religiosa pone il problema di come fare a immergervisi senza inchinarsi davanti a un altro uomo per gli stessi motivi per i quali lui si inchina: riconoscendo il dio che è in te. Mi inchinerò anch’io d’ora in avanti, perchè è un semplice gesto che contiene un bel pensiero.
Discussione col taxista che prova a alzare il prezzo.
 
 
Giro per l’aereoporto tra gente gentile e mi domando se l’esercito indiano possa essere inflessibile e duro con i poveri così come si mostra sorridente e colloquiale con me, turista o viaggiatore che io sia, e guardo la loro eleganza e il portamento dolce e forte, virile come una donna chiederebbe sempre di essere a un uomo. Le loro divise brune come le loro pelli, l’orgoglio di casta portato senza enfasi e senza offesa, la bellezza degli ufficiali più anziani che chiacchierando con me sorridono seduti, ed è la prima volta che vedo in un paese
 povero un privilegio portato senza arroganza, e lo studente rivoluzionario che sono stato si scopre qui a deliziarsi di un uomo in divisa.
Ho anche fame, e voglia del primo ciai, il tè indiano ribollito nel latte e nello zucchero che servono al banco del posto ristoro dei voli nazionali. Mi rivolgo a una coppia di francesi anziani smettendo i panni del viaggiatore esperto e chiedo come farebbe uno studente al primo viaggio di studio in Inghilterra:
-Mi perdoni, madame, berrebbe quel tè?
-E’la tua prima volta in India?
-Sì, la prima volta...
-Sei mai stato in Africa? Noi siamo vissuti in Africa molti anni e sappiamo quale acqua bere. Certo che puoi bere il tuo tè, bevi tranquillo.
E adesso so quanto vale una tazza di tè, il piacere con cui ti scende in gola e nel  corpo a risvegliare l’attenzione e i sensi.
Ai piedi della scala dell’aereo che mi porta a Bubaneshwar, la capitale dell’Orissi, un Hare Krishna rasato e vestito di rosa, sui quarant’anni, lavorato dall’abito e dal caldo e dal sudore e dallo sporco tanto da non apparire ridicolo con la sua pelle bianca, si muove con leggerezza tra gli Indiani e vedo in tutti il rispetto che si dà a un religioso, mite e sereno come è questo italiano. Non sarei disposto a questa leggerezza di pensiero in Italia, se lo incontrassi. La sua mitezza potrebbe suonarmi quasi un travestimento da commedia dell’arte, ma qui, penso che vive in questo spettacolo di caldo e di miseria, di attese lunghe ed estenuanti da chissà quanto tempo. Il suo sorriso mi appare come l’effetto di un’infinita cura per gli altri, praticata per sè, radicata nell’anima. Al primo scalo il caldo è sopportabile, e mi solleva tanto che scendo dall’aereo e mi dirigo con passo già più leggero al nuovo posto ristoro a bere un altro tè. Bollente.
Tra le nuvole lievi del monsone appare finalmente la foresta a nord di Bubaneswar. In attesa dei bagagli rivedo la coppia di francesi che mi domandano se il mio tè era buono. Parlano con una coppia di ragazzi che hanno l’aria di essere qui da molto tempo, hanno avvolti i bagagli nella plastica legata con lo skotch da pacchi, e i loro zaini usciranno puliti dal cassone dell’aereo, mentre il mio si sporca. Vanno vestiti come si vestono gli occidentali in India, con abiti chiari e leggeri, un pò all’indiana senza essere indù, e hanno un sorriso fresco, leggero, stilnovista, sempre dipinto in ogni cosa che dicono.
Chiedo loro se vanno in città, forse si può dividere il taxi.
-Andiamo a Puri, dicono
.
Ancora non so che a Puri domani comincia una festa religiosa tra le maggiori dell’India, che Puri è città sacra, e invece penso: come hanno fatto i visi di quei ragazzi a farsi così lieti vivendo in questo spettacolo di morte, di miseria, camminando nei miasmi di fogne a cielo aperto, assaliti da bambini, da vecchi, da tutti, perchè tutti hanno qualcosa da chiederti o da offrirti e sanno di poterti prendere per sfinitezza?
L’attesa si fa lunga. Esco sul piazzale. Fumo. Ordinati in fila ci sono cento autorisciò gialli e neri e cento taxi tutti uguali, beige, eleganti come la Fiat millequattro bicolore di mio padre. Mi guardano, tutti. Sono il più alto, il più grosso, il più sudato.
 
 
(Ripenso ai ragazzi che se ne vanno a Puri, e mi ricordo dei pellegrini pensosi che il g
,iorno che morì Beatrice dissero a Dante d’essere sulla strada di Santiago. Per lungo tempo ho sentito, e ancora qualche volta sento, che in coloro che incontriamo vediamo gesti, incrociamo sguardi, sentiamo parole, vediamo visi e corpi che sono la ripetizione inconscia di gesti, visi, parole, volti e corpi che appartengono a un passato epico in cui vissero, furono detti, apparirono una prima volta. Quando mi capita, sento un’epifanìa, provo una commozione. E mi sono convinto molto giovane che tutto questo costituisce il seme di una poetica. Per questo ho amato Joyce profondamente, perchè ho sentito la sua scrittura sempre guidata da questo afflato. E quando Stephen Dedalus dice al Preside che Dio è un urlo per la strada, so che fa un lungo pensiero e sente il mito sprofondato e nascosto nella mediocre quotidianità di Dublin, in una scuola, un cortile, una via, dove tutto è ripetizione mediocre e priva di sacralità di gesti che un tempo furono gesta. E’ solo il poeta che la vede, che la deve vedere e rappresentare per tutti con le tonalità della sua voce. Penso queste cose dal mio primo viaggio. Da quando, sul finire degli anni sessanta, scendevamo incolonnati dalle alture del Ben Nevis sotto una pioggia estiva scozzese, e nei nostri lunghi capelli e lunghe barbe vedevo esodi biblici, li vedevo ripetuti in noi senza che noi lo sapessimo. Sento anche, però, che questo modo poetico di guardare le scene corali del mondo, e gli individui e i dialoghi, sta anche finendo. I nuovi esodi, le nuove violenze, le nuove epopee popolari ci sradicano dal privilegio di poter guardare a noi stessi come fossimo le ombre di tragedie lontane. Perchè le nuove tragedie sono ormai tra noi, e nella loro attuale epopea noi dobbiamo guardarle.
E questo era un pensiero, fatto aspettando i bagagli fuori dall’aereoporto di Bubaneshvar.A volte capita, di assentarsi e sospendersi in un’idea che ci porta lontano lontano, nel mondo di astrazioni che appartengono magari solo a noi e ci fanno muti e solitari. Capita nell’attesa, capita nel viaggio. Il tempo di una sigaretta, se uno fuma. Metterò tra parentesi questo tipo di pensieri: perchè del viaggio fanno parte, e ne sono lontani).
 
 
Templi, giardini, alberi, ferrovie, banani, carretti che trasportano mattoni, bambù, sacchi di riso, strade larghe di terra rossa. Rossa come lo era Dehli, come è e sarà, dappertutto, argilla rossa dell’India, e non è solo un colore che mi risveglia tutti i sensi, è sentire i piedi camminare sulla terra. Non cambia solo la postura, è un modo di dialogare tra l’anima e il corpo che noi, abbiamo dimenticato.
Il Kenilworth di Bubaneshwar si affaccia su una strada diritta, di traffico intenso, e sono qui per ripulirmi. Posseggo solo la camicia e i pantaloni che indosso e ho bisogno di abiti bianchi di cotone, mi scuso del mio aspetto col maitre, faccio una doccia, altro tè, e mi dirigo salendo a piedi verso il mercato.
Ai margini della ferrovia si stendono capanne dopo capanne, in una zona dove il fetore si impasta coi colori, tenui come le crete di certi macchiaioli, di paesaggisti che non hanno mai conosciuto il colore industriale degli Impressionisti.
Tra i banchi si affolla una massa enorme di donne e uomini, c’è chi compra e chi guarda, ma il colore e l’odore sono diversi da qualsiasi mercato che io abbia mai visto: tanti sono quelli che vendono una cosa sola, a cui si attaccano come a un’identità, una ragione per essere lì, per esistere, distinguersi, e tanti sono quelli che hanno solo un cesto di banane marce, qualche noce di cocco buttata per terra che nessuno comprerà. Tre metri più avanti se ne vendono di freschissime per un prezzo così modesto che ogni mendicante che abbia ricevuto un’offerta può permettersi.
Un vecchio mendicante con i capelli bianchi e un sudicio lunghi  giallo sta seduto nel fango, il busto eretto, le braccia aperte, lo sguardo verso i passanti li attraversa, si erige più su, in direzione del cielo, chiede la carità inanellando il rosario dei suoi dolori, ripetuto e ripetuto come una formula iniziatica senza alcuna speranza, e lui lo sa. Ha i suoi tre cocchi e il machete per tagliarlo. Sta lì. E come i ragazzetti corrono da un passante all’altro a implorare il loro banshish, lui non si muove, come fosse finalmente giunto dove il destino gli diceva che sarebbe arrivato.
(Quando avrò abbastanza immagini in mente da poter svolgere il mio ragionamento sulla povertà indiana, sul mendicante come attore tragico, ricorderò tra gli altri questo vecchio, perchè era epico, come epica qui è ogni povertà, e questa idea e questa parola tornerà e ritornerà durante il viaggio).
Cammino, sporco e sudato, ancora in compagnia di tutti i miei pregiudizi, quando l’India mi manda una banda di bambini seminudi che mi circonda ridendo e ridono ridono di cosa non so e rido anch’io e sono loro, inevitabilmente, ad aprirmi una porta, perchè ancora ho timore di tutto, lo vedo da come mi guardano i mercanti seduti tra le loro cose, offesi dalla mia diffidenza.
I bimbi hanno un sorriso puro, e fanno:
-Rupies, rupies, hallo, hallo, rupies, rupies...
Sempre ridendo. Ma alla vista delle monete parte una scarica di mani che afferra, mi svuotano il palmo con isterica voracità. Vedo solo queste mani protese che si sommano una all’altra, afferrano, stringono, i più grandi usano la loro forza per arraffare dalla mano dei piccoli anche ciò che non gli spetta. Grido, cerco di dare con giustizia, ma tutto è troppo rapido e tutto accade come dev’essere già accaduto un altro milione di volte: alla fine i ruoli vengono rispettati nell’ordine castale dell’età, della forza, del carisma. Una bimba, che in Europa non saprebbe ancora quasi nulla del denaro, piange perchè è rimasta senza un soldo, e le mie rupìe sono inesorabilmente finite.
Le mie carezze non valgono niente, la fanno strillare ancor più, come a dire se sei tanto buono, dammi la rupìa che mi spetta.
-Hello, hello, hello, hello, fanno i mercanti seduti sui materassi dei loro banchi di vendita, trovo i miei pantaloni e le mie due camice, mentre si accendono le lampade a petrolio e il mercato continua, notturno.
Il capobanda ragazzino, a piedi nudi, le mani sporche, il sorriso bianchissimo, torna, mi si para davanti, spavaldo, e fa ridendo una giravolta e mi mostra, orgoglioso, felice, sfrontato, come chi sa di avermi preso in giro con la sua recita della povertà, un ghiacciolo al cocco.
-Ecco dove sono finiti i miei denari, manigoldo! gli faccio ridendo. Ciò che non capisce, che non potrà mai capire il mio piccolo indiano, è che mi ha fatto felice, e scambierò volentieri il suo sberleffo per un segno di riconoscenza, la riconoscenza più calda che io abbia mai ricevuto da un bambino: sei venuto fin qui, a mostrarmi la tua felicità per un ghiacciolo.
Sì, noi occidentali abbiamo un problema: rischiamo di finire risucchiati da un delirio estetico, che ci fa scambiare il dolore e la miseria per un dramma teatrale di un’ambigua, enigmatica bellezza. Per il suo colore, per la sua pelle, per la sua lingua intensa, per il profumo, per la dolcezza, per la lalìa, la musica, per il sorriso. Perchè per un sorriso come questi noi siamo ben disposti a dare ciò che ci viene chiesto, in un patto le vale nella sua diseguaglianza; perchè sanno che per te è niente, per loro può anche essere tutto.
E il sorriso di un bambino a cui nulla la vita ha dato da sorridere, ti mostra che siamo tutti uomini coi quali è possibile lo scambio, la parola, il gesto, a tutte le latitudini della miseria. Così mostri anche tu il tuo sorriso amaro e la tua riconoscenza, e cominci a navigare in profondo su questa superficie, guardando le cose come simboli, e cominci a capire, distinguere, interpretare, pensare.
E vai avanti così,  camminando e pensando, tutto il giorno, e ritorni il filosofo che dovevi essere diecimila anni fa, prima che te ne andassi, per finire in una terra dove ti saresti fatto chiamare indoeuropeo.
Perchè l’India è così: è dappertutto in India. E dappertutto ti assale.
(Quando mi stancherò, quando soffrirò tanto di questo dappertutto da entrare in un negozio di Madras, tappeto morbido, piedi nudi, ciai e aria condizionata e orgia di colori e sete per uscirne un’ora dopo con tre sari di seta, ma la più bella, intessuta d’oro, preso da una follìa consumistica  insensata, sarò costretto a chiedermi perchè l’ho fatto. E la risposta, quella più facile, sarà che si trattava di un tentativo, del tutto inutile, di evadere da questa realtà, così tutta che ti raggiunge, tutta, a ispezionare ogni luogo della tua anima).
Così, mentre torno lentamente in albergo con il mio sacco di vestiti nuovi,  mi accorgo che nonostante tutte le letture e i viaggi e le esperienze, le abiure e le ingiurie e le bestemmie e le conversioni di rotta e gli smarrimenti e i tentativi di sostituire questo a quello, di cambiare, di fare i conti, di perdersi e ritrovarsi, io improvvisamente qui, messo a nudo dall’offesa della miseria indiana, con stupore scopro di non essere altro che un cattolico marxista; anche se ho abbandonato la Chiesa a quindici anni riempiendo un quadernetto di riflessioni su Camus, che ho amato allora più di dio e della Chiesa Cattolica, e ho abbandonato il marxismo uscendo con la mia laurea dalla Statale di Milano. Ma qui scopro che ancora le ragioni del mio scandalo sono dettate da pietà cristiana e dall’indignazione comunista. E la scelta, l’aut aut, sarà tra tenermele, e girovagare cieco coi miei fardelli, o tentare di evadere anche da me stesso per trovare, da antropologo minore che si affida all’autorità del proprio sguardo, altre parole, più radicali e meno giuste.
Perchè essi ridono come noi non ridiamo? Ridono per la strada e ridono seminudi e ridono magri e ridono poveri e ridono?
E perchè essi, negli anni, invecchiando, hanno gli sguardi forti, sempre più forti finchè, vecchissimi, pronti a morire, hanno lo sguardo di guerrieri dello spirito, che ha attraversato la vita e l’India camminando sempre con lo stesso passo, guardando le stagioni e le lune, il sole e la pioggia, la fame e la sete, il caldo, il freddo, senza scomporsi? Perchè alla propria povertà hanno guardato come al fardello dato da dio, da cui liberarsi attraverso un lungo cammino nella stessa povertà?
Sono la forza estrema di questo sorriso e di questo dramma recitati con purezza di sguardo, i termini di questo discorso.
Del perchè si nasca ridendo e si muoia meditando. E si rimanga quasi nudi.
Mentre cammino infangato nella pioggia serale e nei miei pensieri mi accorgo di essere seguito da un ragazzo da più di un’ora, mi segue dappertutto, non mi perde di vista, non so che cosa voglia ma di certo non voglio che sappia dove abito.
Mi rivolgo a un indiano dall’aria colta, che infatti parla uno splendido inglese venato delle sue inflessioni indù.
I due parlamentano, il ragazzo ha l’aria concitata e il mio interprete perplessa.
-Sì, fa finalmente, è molto arrabbiato, molto arrabbiato con te.
-Ma perchè? Non lo conosco, non gli ho fatto niente...
-Difficile capire, non è che dica molto, dice solo che è molto arrabbiato...perchè...perchè...beh perchè hai fatto la foto a tutti, e a lui, quando te l’ha chiesto, a lui non l’hai fatta...
Anche questa è l’India, mi viene da ridere e spiego che ho finito il rullino, basta, di foto non ne faccio più.
Ma lui non vuole la foto, nessuno la vuole, nessuno ti dà o ti chiede l’indirizzo. Ma vogliono essere fotografati, vogliono stare nel tuo viaggio e nella tua memoria.
 
 
Qui la vita si mischia alla vita con una naturalezza e un’assenza di scandalo che noi abbiamo completamente perduto: non solo i poveri stanno tra gli altri e gli storpi e i lebbrosi e i matti tanto da rendere legittima l’idea che condividano, come varianti di uno stesso sistema, una visione del mondo: ma i cani, i polli, le galline, le vacche sono tra noi a un punto tale, che la nostra lotta per separarci dalla natura appare come una battaglia combattuta in nome del diritto di sederci in un salotto buono, pulito, illuminato bene.
 
 
Col maitre d’hotel che mi chiede cosa potrebbe fare lui, in Italia, io gli rispondo
-Beh, forse il maitre d’Hotel...
Lui mi guarda stupito e orgoglioso e si vede a Roma dietro il banco di un grande albergo occidentale a stupirsi di tutto come noi ci stupiamo qui, e poi si fanno quattro chiacchiere sui pantaloni e le camice che ho comprato, e tutti mi fanno i complimenti per essere riuscito a strappare un prezzo così buono, buono anche per un indiano, e poi il cotone è ottimo, scelto con mano esperta, e io prima di chiudere dico:
-Beh, sono italiano...
E loro ridono, e io comincio a capire qualcosa.
Fuori dalla finestra un terrazzo, giù dal terrazzo mi salutano i venti taxisti che stazionano in attesa essenzialmente di me, perchè non è stagione, non c’è quasi nessuno. Eppure stanno lì nella notte e cantilenano verso la mia finestra i numeri delle loro targhe,
-XY784...
-XZ551...
Domani, mi fanno sapere, se ne ho bisogno, loro saranno lì, e dichiarano la loro identità in un numero senza scomporsi, in una competizione spietata e conviviale, chiacchierando tra loro.
Dal terrazzo, per ridere con loro, mi metto anch’io a dare i numeri:
-BG5452....
Loro capiscono questo mio tentativo di trasformare la scena in un improvvisato teatro assurdo, e si mettono a ridere.
E ultimo venne il corvo, il suo gracchiare e il suo volo.
Ma quanti corvi mai saranno i corvi Indiani?
 
 
Poi, finalmente, un letto. Chiacchiere di taxisti, uomini che passano camminando per la strada, qualche auto, qualche campanello di risciò, uno scroscio di pioggia. La notte indiana è tranquilla, silenziosa, le voci salgono fino alle finestre senza clamore, scopro il piacere di sentire che, mentre cado nel sonno, ci sono altre persone intorno a me. Forse Pasolini definirebbe questo un sentimento bambinesco, e con la voce lieve flautata e netta che aveva, direbbe che è completamente precristiano. E forse perchè penso a Pasolini nascono lenti gli ultimi pensieri della notte...
...Se vorremo avere pietà, se non vorremo scannarci per le strade tra poveri accusandoci della colpa della povertà, se non vorremo trasformare la storia europea in una guerra per bande, gli albanesi contro i senegalesi i padani i romani e i marocchini contro gli egiziani, poi tutti gli arabi da una prte, e gli immigrati a gridare la rabbia e gli italiani poveri a rispondere con la loro, se non vorremo trasformare l’Europa in un a-paese nel quale lavoreremo davanti a dieci monitor dei quali uno ci informa dello stato della guerriglia giù in strada per decidere a che ora uscire per andare a casa, perchè vivremo in un mondo dove l’alta teconologìa si mischierà con chi ha nulla, le guerre locali diventeranno guerre del mio quartiere...
...I ricchi e i poveri si mescoleranno, giorno dopo giorno, finchè non si potrà più distinguere tra una città europea e una città del medioriente quanto a miscuglio di etnìe,  quanto al fatto che essi, coloro che vengono, avranno un giorno l’aria di abitare le città d’Europa quanto hanno l’aria di abitarle qui, sarà la loro casa, il luogo delle speranze, della vita dura, dei ricordi,  degli amori e della giovinezza; saranno dei poveri europei, provenienti da altrove...
...Un impegno per la poesia, la letteratura, il cinema, queste tre arti ormai vecchie, in grado di porre memoria a se stesse e di assumersi il ruolo che compete a chi ha età, sarà quello di rappresentare questo incontro, la sua brutalità e la sua dolcezza...Guardarlo e rappresentarlo, con occhi puri, quelli di Walt Whitman...
Le voci della notte tutte insieme fanno l’effetto di quella sommessa di mia madre, io bambino a febbre alta, il suono rassicurante della vita.
Sono qui da due giorni...Buonanotte.
 
 
Il cycloricscioman che mi porta al Bindu Sagar ha diciottanni. Un cappello da baseball anni cinquanta di stoffa verdemilitare, una sciarpa arancione che si aggiusta ogni tanto, una camicia lisa a strisce larghe bianche e beige. Pedala con vigore e non smette di ridere chiacchierando in Ouri con un altro cycloricsioman che gli pedala a fianco. Sono le nove del mattino, e dalle sette ho subito l’assalto dei servizi del Kenilworth: la colazione, i giornali, la lavanderia, il massaggiatore.
Ha smesso di piovere, e se i colori del cielo sono quelli stinti di una primavera italiana ancora incerta, il caldo fa già sudare mentre alberi e case si riflettono nelle pozze d’acqua che attraversiamo sollevando grandi schizzi di fango.
Muri, macerie, mucchi di terra, biciclette, insegne di medici e farmacisti, donne che impastano cemento ai bordi della strada con una sorta di badile fatto a zappa, corto, che le costringe a lavorare con la schiena piegata. C’è un delicato silenzio nel quale riverbera il rumore di poche macchine e delle voci della gente che cammina, lavora, saluta. Tutto normale.
Si sente lo strisciare dei sandali sul fango già asciutto.
Sulla destra, dopo una parco di alberi immensi si apre il Bindu Sagar, il lago sacro circondato da templi di questa povera capitale. In mezzo al lago, un tempio. Un gruppo di ragazzi seminudi gioca con una barca, una vecchia, lunga, bellissima piroga che va al tempio sull’acqua, portando gruppi di pellegrini. Si tuffano, nuotano nell’acqua verdastra, schiamazzano, un bimbo coi vestiti in mano corre a nascondersi quando vede che lo guardo. Pago cinquanta rupìe per la corsa al ragazzo del ricsciò che si asciuga il sudore sorridendo. Un uomo dai capelli grigi, vestito di bianco, con una tazza di tè in mano guarda il lago, lo scalpiccìo di uomini che soli e a gruppi vanno e vengono dai templi, fango e scalinate che scendono al lago. Una bambina vestita di giallo sbircia da un cespuglio. Una vestita di rosso sorride appoggiata a un muro, un nastro rosa le stringe i capelli, un ciai shop all’angolo della strada. Gruppi di uomini siedono sulle panche all’ombra della capanna che è il ciai shop. Bevono, guardano, parlano.
Cammino fino a uno strano ingorgo fatto di due taxi, una ventina tra vespe e biciclette, sette otto mucche, gente seduta sui gradini dei templi, bici parcheggiate contro il muro: si guardano, e nessuno si sposta. Stanno lì aspettando che qualcosa si muova e si possa riprendere la strada. Un vecchio shadu trascina i suoi sandali ondeggiando le mani, ha un’andatura lenta e secca, quasi meccanica, scheletrica, leggera.
Fuori da un tempio trovo un giovane pujab con una canottiera bianca e una collana di minuscoli rubini, mastica un pò d’inglese, tra le colonne gli dico che cerco un’italian lady…
-Si chiama Ileana, she is an Orissi dancer, abita in India da tanti anni ma è venuta ad abitare al Bindu Sagar da pochi giorni, se la conosce.
Ascolta senza guardarmi, la testa mitemente reclinata sulla spalla intenta ad ascoltare, come si preparasse a scuoterla per dirmi alternativamente yes or no.
-No..., non la conosce, fa lentamente, dispiaciuto di non sapere, chiedo se c’è un dottore, perchè i dottori sanno, conoscono tutti e parlano un buon inglese.
-Sì, a mezzo chilometro da qui.
Ringrazio, ma fa così caldo che è meglio rimanere qui, perchè Ileana vive qui, lo so, me l’ha detto, non lontano da qui. Un uomo vestito di bianco legge un giornale sportivo sotto il colonnato, di fianco a lui un vecchio grigio, ossuto, seduto, guarda lontano: belli, dalla postura allo sguardo, in qualche modo mi parlano del tempo.
Riprendo a camminare tra mucche e biciclette e gente che fa hello. Statue antiche, ritraggono bestie mostruose di granito simili a quelle che istoriando le nostre più antiche cattedrali, ispiravano gli strali di Bernardo di Chiaravalle, che le malediva: distraevano la meditazione dei monaci! fissi a guardarle e a immaginarsi mondi arcani ispirati da quelle fantasie di pietra.
Ma ciò che là era ornamento mostruoso, insinuato dal demonio a distrarre dall’essenzialità nuda del divino, qui è nuda divinità.
E se anche qui c’è chi ride della sacralità delle pietre che portano al tempio, (everystone is a holy stone in India...dirà ridendo di me uno studente a Bangalore...), l’idea di disperdere il sacro nelle cose quotidiane è un’idea buona per l’esistenza. In questo continuo soffermarsi a valutare l’identità divina delle cose, c’è un’incessante affermazione di una propria identità, di una cultura intesa come filtro tra l’essere e il fare, che ci allontana dall’istinto, che ci insegna a riflettere, finchè il gesto assorbe in sè il pensiero e questo svanisce, e resta un modo di muoversi nel tempo e nello spazio nei quali, poichè riconosco finalmente ovunque il nome di dio, lo riconosco finalmente anche in me. Per trattarmi meglio.
Lavatoi, finchè un vecchio indica una casa diversa dalle altre:
-...abito in una casa metà indiana metà italiana... aveva detto.
-Eccola là, dice l’uomo, e indica dall’altra parte del lago.
-Grazie, grazie...
Lui indica un vecchio alto vestito di un lunghi giallo e dice.
-Fai una foto a quest’uomo.
-Io non fotografo più... dico al figlio che voleva facessi una foto al vecchio padre.
Camminare è sudare, mentre la pelle degli Indiani resta liscia e asciutta. Fuori da un ciai shop mi incontro per la prima volta con l’attitudine hindù a stare in gruppo, in silenzio, a guardarti negli occhi. Sono immagini simili a quadri del Rinascimento, di soggetto biblico.
Una bambina di una bellezza che non posso dire, gli occhi violacei reclinati a sorridere di sotto in su tra capelli lisci e lucidi, blu, mi guarda fregandosi timidamente un occhio con le unghie smaltate di bianco e di rosso. Prendo un altro risciò, altri gruppi di bambinelli, e mi viene da usare questo diminutivo che forse anche in Italia un tempo designava qualcosa di simile a una vita di piccolo branco, dove le bimbe appena più grandi sono già piccole mamme, sostitute di genitori che non si vedono mai. Ma anch’io sono cresciuto così, saltando fossi e rogge e attraversando campi, libero come i bambini italiani non sono quasi più, soffocati da angosce metropolitane, da fantasìe pericolose, dalle auto.
 
 
Non vedo Ileana da vent’anni, e la ricordo in piedi sul muro di cinta della scuola a guardare un’assemblea di studenti dall’alto, aveva dei pantaloni neri, una maglietta blu, lunghi capelli nerissimi e l’aria di andarsene. Un giorno era entrata in un’aula durante un collettivo, non faceva più il liceo, e aveva detto la sua non ricordo su che, e qualcuno le aveva detto che non era il caso, se non era del collettivo, se non partecipava regolarmente agli incontri, e lei aveva risposto con una lieve stizza:
-Sono venuta a salutare le compagne.
Ma ciò che mi aveva colpito erano l’incertezza, il timore reverenziale che aveva assorbito quella piccola assemblea. Era un pomeriggio d’inverno, grigio come può esserlo in Lombardia, stavamo lì parlando pieni di velleità, di rivoluzioni imminenti e permanenti, e poi non sapevo più dove fosse, cosa facesse, l’avevo vista una volta recitare nel Caligola di Camus, sapevo solo che studiava filosofia, credo a Venezia, la portantica dell’ oriente.
Per lunghi anni non mi sono ricordato di lei, finchè, ritrovandomi a vivere molto isolato da tutti coloro che avevo conosciuto da giovane, ho ricominciato a pensarli, avere voglia di sapere cosa era stato di loro.
 
 
Tra gli altri, avevo cercato Chicco, il mio compagno di banco e chitarrista per un periodo anche di Ginger Baker. Era successo quando Baker, al momento sfatto, aveva cancellato serata dopo serata il suo ultimo tour: era sempre troppo fatto per suonare, e il gruppo si era sciolto e per quanto se ne sapesse, negli anni che seguirono, il mitico batterista dei silenzi, l’irlandese alto, rosso, irsuto, faceva il muratore dalle parti di Prato.
Chicco adesso sta vicino ad Arezzo con una moglie e un figlio, l’ironia un pò rabbuiata da qualche frustrazione che non merita, perchè è un grande, poetico bluesman italiano. Vive come Ileana sulle rive di un piccolo lago dove va a passeggiare con suo figlio, e un giorno sono andato a trovarlo. Stava seduto fuori casa a suonare un ragtime, studiando.
Gli ho fatto sette fotografie, e quando le ho sviluppate sono stato a guardarle a lungo, perchè erano tutte esattamente uguali l’una all’altra, salve le dita della mano sinistra, che si era mossa a cercare gli accordi di una vecchia canzone che conosceva solo lui.
Come me vive lontano da quel tempo e dalla gente che amavamo e forse amiamo adesso che ce la ricordiamo com’era, quando muovendosi seguendo l’istinto segnavano i primi tratti di un disegno che sarebbe assomigliato un giorno a un destino.
Parlando, mi ha raccontato di Ileana, che ha fatto un lungo viaggio in India con lei, che lei sta ancora là, sì, si è fermata, guidata da una vita priva di vizi, assidua, concentrata, assorta. Così è diventata una grande danzatrice. Di danza Orissi, la danza sacra con la quale ancora, oggi fuori dai templi, nei teatri, si raccontano i testi sacri agli Indù.
 
 
Una casa di cemento, di due piani, massiccia, sormontata da terrazze  torri e merli di pietra rossa, circondata da un piccolo giardino che si affaccia su una strada di fango, oltre il quale una scarpata declina nel lago sacro di Bubaneshvar, India. Un uomo che sta lisciando a macchina i pavimenti di granito del patio mi apre la porta di una sala da ballo al piano terra, inchinandosi lievemente nel gesto di girare la maniglia, e vedo là, seduta in una grande stanza vuota con ampie finestre e vetrate a mosaico dove si raffigurano scene di danza sacra dalle quali spiove la luce calda dell’Orissi, avvolta in una lunga tunica a righe beige e marrone chiaro, Ileana, circondata da dodici bambine in sari verde scuro, sedute attorno a lei in attesa di cominciare la lezione.
-Tu sei Ileana...
-Sì, sono io...
E sorride andando non so dove a prendere qualcosa, senza aggiungere altro, senza chiedermi niente, sfilandomi di fianco a piedi nudi, alta, giovane, forte, decisa, i capelli più crespi, tinti di henneh, il riso le rimbomba nella stanza. E  mi riprende, davanti a lei, la timidezza di un tempo, come se tutto quello che ho vissuto non mi mettesse al riparo dalla determinazione non priva di dolcezza con la quale si risiede, di fianco ha una tavola di legno sulla quale con una bastone che tiene con la mano destra batte il tempo e comincia, alle dieci in punto, la sua lezione.
Mi siedo sotto il fan e guardo la fila delle bimbe che ripetono al ritmo di una nenia i primi gesti di questa danza difficile, e dentro la grande stanza avverto la sospensione del brulichìo avvolgente che ci circonda appena fuori di qui: quello di chi senza requie chiede qualcosa, di chi ha lasciato tutto, di chi ha nel viso la pittura assoluta della propria condizione.
Le bambine soffrono gli esercizi, soffrono il caldo e pensano che un giorno saranno qualcosa o qualcuno. Le bambine le ha mandate qui una famiglia di rango, vestite della loro divisa gialla e verde. Scorrono, sotto occhi severi, i gesti ancora incerti, ripetuti nell’incedere della stessa nenia che ogni tanto cambia di ritmo: titinacatinità, titinacatinità, titinacatinità...
E’ un  rinascimento indiano, io vedo una corte, e queste bimbe correre a frotte a lezione finita per raccogliersi intorno alla più grande, ma intorno a lei le più piccole fanno moine usando le dita sottili e mimano chissà quali discorsi, quali riti, mentre al centro ci si sussurrano alle orecchie confidenze proibite coperti dal vibrare dell’aria sventagliata dai fan.
Ileana è sparita, e tornerà per chiedermi se voglio un bicchier d’acqua. Me la porterà una delle ragazze, con un sorriso e un inchino, su un vassoio d’argento cesellato finemente, con l’aggiunta di qualche goccia di succo di limone, acqua fresca, mentre mi domando cosa ci faccio qui, seduto ai margini di questa piccola corte che ho il privilegio di osservare? Ho la pelle sempre più bianca.
Questo bicchiere d’acqua.
Questo bicchiere d’acqua importante.
 
 
Per tutti i giorni che rimarrò suo ospite, Ileana non mi concederà nulla della sua vita, se non ciò che si vede. Abita una grande casa che si è fatta costruire di recente, ha un fax, un Panasonic nuovo portato dall’Italia che mi fa mettere in sesto, prepara un pranzo frugale di verdure cotte a pressione in una vecchia pentola su un gas a un fuoco solo, ha una domestica che quando può dorme distesa su una stuoia della sua stanza sul retro della casa, di fianco al lavatoio dove lavo i miei panni.
Dalle sei del mattino a notte fonda Ileana si occupa della danza, della casa, e nel tempo in cui sparisce penso si dedichi a sè, meditando, spedendo fax, organizzando la sua tournè, discutendo con musicisti elettricisti e muratori troppo pigri per lei, che resta in questo lombarda, e da tutto questo è assorbita al punto che l’India le scorre ormai di fianco come a chi si è abituata da tempo al proprio panorama, anche alla sua durezza.
-Mi spiace, ma ho preparato solo per me, dice servendosi il pranzo, e davanti alla mia perplessità mi dice:
-Beh, mangerai domani...
La prendo come la sua lezione sull’India, su tutto il tempo che è passato.
 
 
-Good by nature, and...hard worker, dirà di lei la figlia di Sailem Broi, l’arbitro internazionale di calcio,
M ex ufficiale dell’esercito indiano, morto due anni fa a Cuttak, dov’è vissuto, l’uomo che per dodici anni, trattandola come una figlia, ha cenato e intrattenuto Ileana che della sua casa era ospite pagante.
Io sono andato a Cuttak con un taxi, il giorno dopo una notte cullata dai canti che venivano dai templi attorno al lago, lunghi tutta la notte sono scemati solo all’alba, come il canto di allodole in un bosco.
Volevo vedere quel grande bazar...
-Molto diverso da Bubaneshwar. Tutto un caos completamente indiano, i turisti a Cuttak non arrivano mai... Per dodici anni non mi sono mai sentita sola: sapevano cosa fossi andata a fare là, ed erano orgogliosi che avessi scelto la loro città, per imparare la loro danza e la loro cultura.
Ho attraversato il caos cercandola, la casa di Sailem Broi, guidato da indicazioni di bramini e mercanti, studenti e mendicanti, finchè l’ho trovata, sono salito su per scale e ballatoi e seduto davanti a lei ho ammirato il sorriso pieno della figlia di Sailem Broi, e il suo racconto del padre di Ileana, che comprò uno scooter a quella figlia che era sempre in giro in bicicletta, e ho visto allora la ragazza felice complimentata da tutti perchè, accidenti! era un Luna! una delizia di scooter!
E poi ho parlato col nuovo inquilimo della famiglia Broi, che mi ha mostrato la stanza dove viveva Ileana, non tanto diversa da quella nella quale anch’io ho passato gli anni degli studi: un tavolo, un lavandino, un letto, una finestra. L’uomo la apre, il vento porta i suoni lontani di biciclette e treni e una distesa verde e rossastra.
-Questa donna italiana che parla l’hindi e l’ouri, legge il sanscrito e cita a memoria il Mahabarata, e compete in perizia con le migliori danzatrici dell’India, e ogni sera da vent’anni anni va a casa del Maestro; noi abbiamo stima per Ileana, e ammirazione,  she is very surprising for us!
E poi ho chiacchierato col nipote di Sailem Broi, un ragazzo intelligente e aperto che sedeva ammirato del fatto che gli dicevo che la gente migliore forse sì, andrà in Inghilterra a studiare, ma poi tornerà qui, perchè qui c’è da fare un continente moderno senza rompere con le proprie tradizioni e radici...e inventare una nuova economia forse simile a quella degli ashram...e poi ho portato con deferenza i saluti di Ileana alla vedova, di Sailem Broi, che seduta nel silenzio della sua casa sul fiume mi ha raccontato anche lei la sua Ileana, fatta di duro lavoro quotidiano e quotidiane cene col marito che l’amava tanto, e poi, dopo avermi salutato, si è messa alla finestra con il suo sari chiaro a guardare la strada, o forse solo il passato, nascondendo in sè il moto che facevano le onde della memoria che avevo risvegliato.
A lei avevo detto:
-Ileana le manda a dire che da qualche giorno vive nella sua nuova casa, e spera che giorno dopo giorno l’amerà come ha amato la sua, e la vostra compagnia e quella di suo marito. Ma rimpiangerà sempre Cuttak, e questa casa.
-Ileana è stata per noi come una figlia, e ogni sera ha cenato con noi, e ha partecipato alla vita e alla ritualità di questa famiglia.
Così mi aveva risposto.
Da ventiquattro anni Ileana è lontana dall’Italia, dove è tornata solo da danzatrice, solo quando ha sentito di potersi ripresentare a suo padre, così io penso, ripetendo lo schema di quei figli che hanno saputo farsi guidare dalle maledizioni paterne e dall’orgoglio. Ma lei, di tutto questo possibile dramma borghese, epopea della ripetizione di una tragedia greca, dice:
-Ero troppo immersa nella vita indiana per ricordarmi di tornare, e dell’Italia ho ricordi vaghi.
 
 
Pensando a lei sul taxi che mi riportava a casa sua, ho capito che l’incontro non avrebbe sortito nessun affetto reciproco, nessuna promessa di rivedersi, e il fatto che ci fossimo trovati a attraversare gli stessi corridoi in un periodo importante della nostra adolescenza non significava per entrambi quasi niente, e anzi, se mai, col nostro incontro stavamo seppellendo proprio il nostro comune passato senza cerimonie. Senza lasciarci andare a nessuna memoria, a nessuna citazione, di nessuna persona.
wTornando, mi sono fermato ad aspettare il mio taxista che mangiava, le note belle di una canzone indiana gracchiavano dagli altoparlanti del locale col fascino strano dei suoni sporchi che pervadono un pò ovunque l’aria indiana. A volte nel viaggio i pensieri diventano un fremito, un’urgenza. E’ un aspetto che adoro del viaggiare. Così mi sono detto, con enfasi commossa dalla polvere sollevata dai rottami erranti, che Ileana ed io apparteniamo entrambi a una generazione che ha cercato con difficoltà le proprie strade fuori da quelle già segnate per noi, e chi la psicanalisi chi il terrorismo e chi la droga e chi il buddismo chi l’America o l’Oriente, siamo andati ai quattro angoli della terra per trovarci. Forse Ileana le ha trovate qui, le sue radici, ma io sentivo anche davanti a lei un pezzo del mio passato riemergere, e mi accorgevo di non averlo dimenticato, per quanto lontano e lontano esso fosse. Ed era da quel passato che riemergeva, metafisica, la mia India.
 
Molti, molti anni fa, avevo scritto un racconto che era la storia del mio compagno di liceo, Maurizio Zonca, che era partito per l'India ed era tornato quasi un anno dopo. L'avevo incontrato al concerto di Ornette Coleman, e in coda sul cortile del Seminario di Bergamo mi aveva detto che l'unica rivoluzione autentica della nostra generazione era stata  quella  degli zaini.
Nel mio racconto, Maurizio moriva in India di malaria e la storia era quella della sua fuga, dalla malattia e dalla vita, e il tentativo di tornare. Moriva al porto di Bombay, guardando le navi. Con l'ingenuità con la quale da adolescenti si guarda alla morte come a una cosa astratta, gli ho detto della fine che faceva nel racconto.
-No, non si muore in India...aveva detto.
Ci ho messo vent'anni per capire che al suo modo, lui, l'India, l'aveva capita.
A quel tempo Maurizio stava con Ileana, ma poichè lei era forte quanto lui era debole, la tradiva, per tornare con lei quando si stancava di tradirla, senza capire che, così, la faceva soltanto soffrire.
Qualcosa più di dieci anni dopo, in un giorno che non so, perchè non c'ero, me ne ero andato dalla città delle nostre educazioni sentimentali vissute in branco e in solitudine, Maurizio è morto. Dopo una breve esperienza con l'eroina si era dato tutto all'alcool, e non era più il bel ragazzo con gli occhi neri, forse il più bello della scuola, l'unico che potesse ambire, quanto a bellezza, a prendersi Ileana.
L'ultima volta che l'ho visto bighellonava per le strade del centro di Bergamo, facevamo due chiacchiere tra un'edicola e una banca, mi parlava del gin, di come ti brucia il cervello.
Nella mia vita, sono morti con lui alcuni libri che un mattino di febbraio Mauri è venuto a chiedermi in prestito perchè voleva sapere se il cervello gli funzionava ancora. Balzac e Marcuse, questi me li ricordo, d'altro c'era solo la sua Vespa parcheggiata sghemba davanti a casa mia, con un'ammaccatura sulla fiancata destra. La notte che non l'avevo invitato ad una festa, Mauri si era ubriacato, era caduto in moto ed era stato un mese in ospedale. Più o meno era stato allora, trascinandosi nella lieve zoppìa che ne era nata, che aveva cominciato a bere, e ci ero stato male finchè non l'avevo confessato al mio insegnante di filosofia, che stavo male, che era colpa mia. Avevamo diciotto anni, e il professore disse che assumermi le responsabilità degli altri non era giusto. Non so dire se la sua sentenza mi avesse  sollevato.
 
La prima volta che mi ha portato dal Maestro, Ileana ha saputo che Chicco era stato il mio compagno di banco.
-Allora conoscevi anche Maurizio.
-Sì, lo conoscevo.
E questo reciproco parlare all’imperfetto è stato tutto quello che ci siamo detti di noi.
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Il giorno dopo, dal Maestro ci sono andato a piedi.
Tante cose, tante piccole cose. Intanto, camminare sulla nuda terra. Ascoltare il rumore dei passi. Di tutti i passi. Una specie di fisioterapia del piede e dell’orecchio, rieducazione all’ascolto, al ritmo morbido dei passi, alla velocità naturale dello sguardo.
Gli Indiani, d’estate, non si muovono di giorno molto più di quanto facciano la sera. Per molti il lavoro si esaurisce in un’attesa divisa tra l’angoscia e il fastidio per una commissione che arriva o non arriva. Poi tornano a casa a piedi. Ma c’è un’atmosfera diversa, allo scendere delle prime ombre. Il fresco mitiga la durezza di esistere e riconduce i pensieri a qualcosa che per tutti somiglia alla casa, alla via, al quartiere, alla vita di chiacchiere e pettegolezzi che costituiscono la ragione per restare lì, a ricongiungersi ogni sera con la sera precedente. Scende anche un silenzio, ma più del silenzio scende un’assorta tranquillità malinconica, che accomuna i visi che si incontrano per strada, cala l’assillo delle domande, anche la pace di un occidentale che rispetta la quiete viene rispettata, e sbirciando nei patii per il tempo che è concesso all’occhio mentre si passa, si vedono donne che si pettinano i lunghi capelli, raccolgono brocche d’acqua ai pozzi, si aggiustano il sari e i capelli con un nastro e una spilla, e la lentezza di queste operazioni appare non più il prodotto di un clima inospitale, ma il prolungamento dell’anima lavorata da quel clima e da quella religione. E anche noi cominciamo ad andare quasi senza pensieri, cullati solo dall’essere lì, dal guardare il cielo tingersi di viola, le fronde farsi più notturne e il caldo umido sfarsi in una gioia contenuta per tutto ciò che ci circonda. E una nuova gioia strana comincia ad apparire.
Ho camminato a lungo così nella campagna e mi sono lasciato bagnare dall’ultimo scroscio serale di pioggia, mentre gli Indiani che aprono l’ombrello mi apparivano stranamente comici.
Non è facile spiegare la dolcezza che mi prende nel semplice ricambiare lo sguardo degli uomini che siedono davanti al loro negozietto, davanti al risciò, davanti a casa, al ciai shop, forse per me è un esercizio di ricomposizione del corpo e dello spirito. Come si dice: ci parla in modo semplice del luogo che abitiamo e ce lo restituisce per quello che è: un pianeta dove la gente mangia, dorme, ama, soffre, lavora, educa i bambini, si prende cura dei vecchi e si prepara alla morte.
Poi ho seguito a lungo un uomo giovane con una camicia rosa e un paio di pantaloni marroni. Andavamo alla stessa velocità.
 
 
Poi, vinto da una nuova debolezza che attribuivo al caldo e alla stanchezza del viaggio, a bordo di un cyclorisciò.
L’uomo che lo portava aveva un buco nella maglia di lana ed era talmente debole e malato, che quando la strada saliva, scendevo per aiutarlo a spingere. E lui mi guardava col disappunto di chi si deprima al pensiero che ormai non ce la fa più a servirmi come vorrebbe. O come dovrebbe, perchè così è scritto nel suo Karma.
La riscoperta di una semplice pietà senza altra conseguenza che una spinta, data con un sorriso mesto come quello che stavo rivolgendo al mio compagno di strada, ha lo strano effetto, piuttosto estraneo al nostro modo di pensare, di pormi nella posizione non tanto di chi analizza il concetto di Karma, (cioè destino, peso, fardello, da portare con dignità per meritarsi miglior vita), alla luce di una società divisa in caste a cui quest’idea di Karma è funzionale, ma per la prima volta dalla parte della sua propria cultura. E cioè: dài amico mio! capisco che dovresti farcela da solo, ma vedrai che il cielo ti sarà benigno, ci sono molte circostanze attenuanti, la tisi per esempio, te la sei presa pedalando come ti è stato detto di fare, e poi quel poco di energìa che ti dò magari ti spinge nella direzione giusta, e poi guarda che ti capisco, capisco che il tuo pedalare sia un fioretto quotidiano, il tuo modo di assoggettarti e di capire che c’è una legge, in tutto questo, un ordine che dice a te di pedalare, all’altro di bollire il tè, a questo di seminare, all’altro di mendicare e a un altro ancora di vagare.
Ma lui continua a scuotere la testa, ogni volta che scendo, ogni volta che spingo, anche se il buio ormai ci protegge dagli sguardi di chi domani potrebbe raccontare tra le risate del primo mattino di avere visto un ricscioman seduto e un italiano che spingeva, e poi l’ho anche visto pagare e lasciare il resto mancia!
-E chi era?
-Ma dai, quel tisico di Ashok, e chi altri se no!
-Ashok quello col buco nella maglia?
-Sìììì
.... proprio lui...
-E l’italiano pagava per spingere? ma dai...
A volte in India la semplice solidarietà tra uomini diviene un affronto sottile, complicato. Lo sforzo di un uomo semplice per migliorare la propria esistenza spesso si trasforma nello sguardo deluso di un uomo mite, che vede il proprio passato nel futuro e capisce che questa vita non è stata quella che si immaginava da bambino, e si domanda se sia stata utile. So che è diverso il mondo che si vede stando seduto su questo cyclorisciò da quello che si vede spingendo sui pedali, a notte fonda. Ma qui io incontro il lato epico della povertà, che non avevo incontrato mai.
 
 
(Ho passato una parte della mia teen age davanti alle fabbriche di una città del nord a distribuire volantini e cercare di convincere gli operai che bisognava lasciare il Partito e fare la Rivoluzione. Era un’impresa difficile, e di quella fatica resta che ho conosciuto gente che altrimenti avrei incontrato solo in tram.
Mi era difficile capire perchè non volessero lasciare il Partito.
Adesso sono qui, e di quella esperienza me ne resta il succo: si tratta di  accettare che le esistenze, tutte le esistenze, non sono altro che lo sforzo di mettersi in armonia con ci che siamo stati, siamo e saremo, circondati come siamo da ciò che è accaduto, accade e accadrà. Che importa se l’uomo del risciò pensa che la sua fatica e la sua disperazione siano il suo Karma, quel che davvero conta è ritrovare ogni mattino le ragioni per alzarsi e riprendere il risciò, non fare la fine di Gregor Samsa, è questa la cosa davvero importante.
Perchè altrimenti si sarebbero lavati e sbarbati i prigionieri dei campi di concentramento, pur sapendo di dover morire, perchè ci sono ergastolani che ogni mattino fanno ginnastica, perchè ci sono uomini anziani che si vestono elegantemente per la loro passeggiata quotidiana? No, non dirò a quest’uomo nulla della rivoluzione, ma mi ricorderò di lui durante certi momenti cupi d’inverno, quando è più facile che mi prendano in modo un pò angoscioso le domande sul senso che ha avuto un altro giorno...).
 
 
Kelu Charan Mahapatra è il Maestro di Ileana da vent’anni.
E’ lui l’artefice della rinascita della danza Orissi,
( la danza sacra con la quale si rappresentano le gesta degli dei narrate nei testi sacri agli Hindù, le cui danzatrici vivevano al tempio e che aveva subìto, nel corso della dominazione inglese, un’infelice decadenza.
Dovunque io sia andato in India, il nome del Maestro era conosciuto e venerato. E un giorno leggevo sull’inserto domenicale del Times of India un’intervista a una famosa attrice che confessava di dovergli tutto, perchè era stato lui a cambiare il corso della sua carriera.
Ma è un uomo semplice, raffinato, che prega, medita e lavora circondato da una piccola corte che lo ama e lo rispetta.
Quando finalmente arrivo, con una buona ora di ritardo accumulatosi sui saliscendi delle periferie di Bubaneshwar, il guru sta pregando, e quando intona Hare Krishna accompagnandosi con due minuscoli piatti, sento la forza di chi da decenni prega con gioia devota. Dico così perchè sono stato trasportato dalla semplicità con la quale tutti si abbandonavano al ritmo delle attività serali. Nella casa che Kelu Charan Mahapatra si è costruito con le proprie mani. Senza sapere di ingegneria e di architettura molto più di quello che gli ha insegnato l’osservazione di una casa indiana, e l’umiltà con la quale si finisce a chiamare muro un muro, e finestra una finestra, fatta così per tradizione.
Alla fine dei canti, il Maestro ha ricevuto l’inchino di tutti, e il bacio ai piedi. Poi si è trattenuto solo col pujab, un uomo sui trent’anni alto e magro che ha continuato a celebrare intonando in modo non diverso da come un francescano canterebbe i recitativi della messa in latino, lui dentro il tempio, il guru inginocchiato appena fuori. Poi, ricevuta la benedizione, si è sollevato con qualche fatica e ha preso la direzione della casa, chiudendo cancelli e carezzando cani, attento a non pestare piccoli rospi che si studiavano in cortile.
Poi si è seduto in poltrona e ha chiesto di me a Ileana, senza propriamente rivolgermi la parola. Ha risposto al telefono, cacciando mosche con un drappo, ha guardato un pò di televisione, risposto a domande di servitori e allievi sull’andamento delle cose. Iinfine ha mimato, seduto, i gesti di una danza che sta insegnando a Ileana, che gli sta seduta di fronte.
Il rapporto tra Ileana e il suo Maestro è tutto qui, nell’attenzione devota con la quale Ileana lo guarda, carpendone la gestualità, che se in Ileana diventerà con l’esercizio rappresentazione, la più precisa e severa e perfetta, in Kelu Charan Mohapatra acquista la naturalezza di chi la sta semplicemente vivendo. Perchè sono i suoi gesti, il suo modo di parlare, di dire, di muoversi, di guardare e guardarsi. E davanti a questo spettacolo mi dico: “e come ei ditta dentro, ei va significando”.
Sulla soglia appare Sunjata, un’allieva che forse, nella mia difficoltà ad attribuire l’età alle donne indiane, può avere vent’anni. Ed è bella e si muove con la flessuosità di ogni donna hindù a cui si aggiunga la rapidità data dall’essere una danzatrice. Si unisce a Ileana e cominciano insieme a tradurre dal sanscrito il testo della danza, mentre il Guru chiacchiera con un lunghissimo sorriso al telefono chissà con quale dio
a.
Ogni gesto, nella danza Orissi, è espressione, è parola, è teatro, è codice, è forma, è significato. Si racconta danzando il mistero del Mahabarata. Domestici mangiano seduti per terra dietro una tenda, e a turno due massaggiatori si occupano dei muscoli lisci e possenti di quest’uomo sulla settantina che vestito di un manto di seta bianca e pesante, sobriamente bordata d’oro che ne fa un uomo di santa eleganza, si concede senza scomporsi ai palmi, ai gomiti, alle dita che affondano nei suoi bellissimi muscoli bruni.
Poi, come appare la sua anziana moglie, Ileana si prostra e le bacia i piedi quasi avventandosi, con una  avidità che potrebbe indurre la mia malizia a pensare che abbia di che sentirsi in colpa, per l’esclusivo rapporto instaurato col marito.
Eppure so che se negli anni la relazione ha subìto l’evolversi di quando il discepolo cominci
a a muovere i propri passi da solo, per poi calcare la scena fino a rappresentarsi con il proprio nome, sotto lo sguardo prima del maestro, poi sola, tornando a raccontare, mentre il maestro lentamente invecchia. Ogni cosa e ogni giorno e ogni anno si sono svolti dentro quei limiti, quella legge, quella ricchezza di doni che mi fa sentire quanta forza ci sia in una unione votata al fine di rendere gloria a un’arte sacra.
E di Ileana mi appare l’altra faccia, quella di chi ha saputo caparbiamente donarsi a ciò che ha sentito giusto per sè, e mantenersi fedele all’esistenza del Maestro, della quale sa che non potrà ripetere il senso.
Eppure io credo che il tempo della sua vita le concederà un giorno non di prenderne il posto, ma di continuarne la memoria. E di condividerne il senso di appartenenza a una stessa arte, così come questa appartiene solo a dio.
Così una sera a casa del guru si trasforma per me in una riflessione su un interno indiano. Guardo queste persone assorte, che dopo avere pregato si concedono al lavoro che si mischia con naturalezza a un puro semplice e sacro far niente. Si prepara uno spettacolo, e si continua, nella sera, in questa forma indiana di salotto colto, ciò che si fa di giorno, perchè non si fa altro che la propria vita.
Ci trasferiamo in una stanza più grande, quasi nuda, come tutte le altre. Qui c’è un divano dove siede il guru, seguiti dal massaggiatore che si prende cura delle spalle, e sul pavimento di cemento lisciato e dipinto a smalto così da renderlo scorrevole comincia l’esercizio di Ileana a fianco di Sunjata. Il maestro accenna con le mani e il volto movimenti che loro traducono nell’ampiezza di un esercizio che usa tutto il corpo. Ripetizioni e ripetizioni, dev’essere così sempre, quasi ogni sera.
L’altra mattina, alla scuola di danza di Ileana, avevo visto quali possano essere la fatica e l’impegno, la concentrazione e l’umiltà dell’esercizio e la severità necessarie a muovere i primi passi di questa danza difficile. Così precisa da evocare, per una bambina che apprende, non solo l’iniziazione a un’arte, ma una scienza del corpo, una religiosità antica;  così teatrale da richiedere l’uso delle mani, degli occhi, di tutto il viso e dunque di tutto il proprio essere. Qui vedo come nasce una nuova messa in scena, e l’insegnante torna ad essere l’allieva, a misurarsi con la propria cura, la propria dedizione, la propria fatica.
Ogni confronto è impossibile tra la giovane Sunjata, la migliore tra le allieve indiane del maestro, e Ileana. Ma se guardo alla naturalezza tutta interna alla cultura hindù con la quale Sunjata inanella i movimenti della danza, appare ancora più forte e più enigmatico il viaggio nel proprio corpo che ha portato qui Ileana, e lei mi appare, giorno dopo giorno, talmente immersa nell’India, che sempre più vaghe appaiono le sue origini. E per il resto vive senza soste nel presente di giornate scandite da duro lavoro, comincia all’alba e finisce a mezzanotte.
Esco un pò in cortile per fumare e nel salotto che si è trasformato nel frattempo in una sala d’attesa stanno una madre e una bambina di forse otto anni, magra e vivace, compresa nei movimenti che svolge davanti a sua madre. Questa, seduta elegantemente, indossa un sari giallo, pregiato, i capelli raccolti in una crocchia, il viso lungo e  principesco, mi dice di essere venuta dal nord est dell’India, accompagnando sua figlia che rimarrà qui tutta l’estate.
Non oso dire molto a questa donna di rango, immersa in un silenzio dolce e composto, e rimango anch’io in silenzio ad ammirare il talento precoce della bimba, la bellezza quasi ineffabile della madre, l’amore tutto interiore, misurato e severo che ha per la figlia, traspare solo nello sguardo che le rivolge, pieno di cura.
Poi, finalmente, si apre la tenda che dà accesso alla stanza dove siede il maestro, e la bambina muove davanti a lui i suoi passi. Un lungo viaggio l’ha condotta qui, prescelta per il suo talento per essere la più giovane allieva di Kelu Charan Mohapatra.
Ma solo per lei l’ho visto alzarsi, solo per lei l’ho visto accennare quei passi di danza che infinite altre volte, nella sua lunga vita, ha insegnato a mille allieve. E davanti a questa scena mi viene da pensare come in fondo sia chiaro a tutti qui, che le loro vite hanno il senso di un servizio. Servire la danza, continuare una tradizione, tradurre l’idea così hindu di essere la parte, l’anello di un ciclo molto più vasto di noi, al quale appartengono le vite, le generazioni, le arti.
Kelu Charan Mohapatra, questa versione indiana di Miles Davies, insegna una sacralità della vita quotidiana che noi, mi sembra, abbiamo perduto.
 
 
Il mattino dopo mi alzo e salgo da Ileana che mi offre un tè. Le dico che parto per Madras e che di questo paese mi sto innamorando, e lei reagisce con un sorriso che forse vuole dire: aspetta...D’improvviso mi gira la testa, scendo nella mia stanza per prendere dei soldi e mi accascio sul materasso sottile sul quale dormo da una settimana. Sto lì alcune ore, senza riuscire ad alzare un braccio. Sento lo stomaco gonfio come una camera d’aria, la testa mi martella come se il cuore invece di pompare bastonasse, non ho energìa nemmeno per accendere una sigaretta. Viene la domestica per pulire la mia stanza e mi trincero al buio impedendole di entrare.
Ma non è niente, è mal di stomaco, sarà il cibo troppo piccante, devo avere esagerato.
Sto lì disteso e sul soffitto scorrono le immagini più crude della povertà indiana: ieri ho visto due bambini balzare nudi fuori da una fogna, e dio sa cosa sia la fogna di una capitale indiana nei quaranta gradi di luglio. Correvano ridendo e schiamazzando, rincorrendosi tra i mendicanti e il traffico.
No, è solo mal di stomaco, oggi digiuno e domani starò meglio.
Esco, cammino faticosamente fino a un’agenzia dove chiedo di fare le cose per me, un’ora o più di coda alla stazione sarebbero troppe, pago duecento rupìe per il servizio e ho in mano il mio biglietto per Madras, parto domani alle  quattro e dieci del mattino.
 
 
Ho detto al taxista di venire e aspettarmi lì, tanto io sarò sveglio e puntuale, ma l’ho pregato di non suonare perchè la signora dorme e se si sveglia ci sta che ci ammazzi tutti e due.
-Capito?
-Yes yes capito.
Non dormo, sto disteso ad ascoltare la musica ritmica fatta di scale lunghissime che si distendono come un tappeto rosso nella notte, di variazioni a salire strofa dopo strofa: cantano, è una preghiera; nella mia vita mi è difficile da tempo abbandonarmi alla pura felicità di stare disteso a guardare le stelle, puro e pieno di sogni. Qui penso alle persone che amo, e in India mi succederà sempre così. Starò a guardare il soffitto e mi verranno in mente le persone che amo, sono proprio tante, e pensandole una ad una mi scoprirò a sorridere sempre.
Guardo il cielo e penso alla mia vecchia madre seduta sulla sedia con le ruote dalla quale non si muove più; alla sua giovinezza e di quando correva, e a me, nato per ultimo, diceva di avere sognato di viaggiare e viaggiare sempre. Avrebbe voluto andare in Africa a fare la maestra, ma poi si era sposata e aveva fatto quattro figli e un giorno mi aveva detto che andava bene così. Voleva solo che le raccontassi i miei viaggi quando ritornavo. Lo facevo in cucina mentre cucinava. Lo farò anche questa volta, tentando di sgretolare il muro della sua sordità, una barriera che da anni ormai lentamente ci divide. I nostri dialoghi ridotti al minimo, intercalati da qui pro quo linguistici che rendono le nostre conversazioni surreali, una versione appena un pò più triste di un film dei Fratelli Marx.
Sto ridendo al pensiero di mia madre con i baffi di Groucho Marx. Sento arrivare il taxi, da molto lontano, nel silenzio che si è fatto ora anche nei templi. Sbatte nelle buche, attraversa pozze d’acqua, zizzaga nel fango, accelerare nella polvere, e prego che faccia in silenzio. Invece arriva sferragliando e strombazzando, e io apro la finestra e urlo di tacere e di smetterla, insomma peggioro la situazione. Scendo le scale a balzi, inciampo in un bicchiere di latta che rotola per due rampe, lo inseguo per prenderlo e mi resta una cinghia dello zaino impigliata nella maniglia di una porta. Metto il bicchiere nello zaino e infine esco nella notte calda e lascio Bubaneshwar e non mi resta che ridere e dire:
-OK OK, ma c’è mancato poco che svegliassimo the Lady. Do you understand?
-Yes yes, fa l’indiano, come tutti gli Indiani quando non capiscono e fanno yes yes, diamogli ragione.
-Nessuno come gli Indiani sa fare l’indiano, dico.
-Yes yes fa lui, e questa volta sembra quasi che abbia capito. Comunque, sono le tre e mezza del mattino.
Durante la notte ho ascoltato il fischio del treno passare a un miglio dal Bindu Sagar e ho sognato di salire su quel treno, come un bambino. Fuori dalla stazione, in una specie di piazza di terra battuta dormono un centinaio di persone, senza un lenzuolo, occupando, ordinati, qualche metro quadro a testa. Nell’enorme atrio illuminato al yneon, che sembra quello di una stazione italiana di provincia, dormono altre centinaia di persone, ordinate, una di fianco all’altra, equidistanti, accomunati nel sonno.
Qualcuno aspetta un treno, qualcuno dorme alla stazione.
Al primo binario un uomo vende tè, pacchetti di biscotti, succhi di frutta. Ciai alle quattro del mattino, prima dell’alba, soffiando sul bicchiere di coccio, caldo, mentre due donne reggendo due fardelli enormi attraversano la mia vista e mi seguono con gli occhi senza girare il collo, vanno allo stesso ritmo, vanno insieme, lente e affaticate in un mattino che comincia appena a distinguersi dalla notte.
Gracchiano i corvi, passa un infinito treno merci, lento lento, cloc cloc, clo cloc; clo cloc, clo cloc; fanno le ruote passando sulle giunture dei binari.
Su un pezzo di giornale sta scritto, in italiano, La Dolce Vita, allungo lo sguardo e un uomo sta dormendo sul marciapiedi, l’aria malata, non aspetta nessun treno.
Un altro giornale, un altro titolo: The zen art of loving, giro gli occhi e due ragazzi dormono sopra un carretto, le gambe intrecciate in un abbraccio abbandonato al sonno.
Da molto tempo non mi sentivo così in viaggio: mi aspetta un grande balzo a sud, ventisette ore di treno, ho un posto riservato in seconda classe air conditioning, una lussuria: incontrerò la classe medio alta, dormirò un pò, guarderò fuori i villaggi e la campagna, e per quanto ora stia male, penso alle notti che ho passato in tante stazioni del mondo, e mi divido tra due possibili pensieri, quello che dice: mio dio, dunque non sei riuscito a cambiare nulla della tua vita da quando eri un ragazzo, e l’altro che dice: eccoti qui, come un tempo, anonimo, felice, leggero, in viaggio. Scelgo l’ultimo, e salgo in un vagone della Sleepers Class, la classe dei poveri.
 
 
Sui treni Indiani la Sleepers Class è separata dalla Second Class da una po
rta chiusa a chiave. E’ bello che per una volta i poveri siano Sleepers, coloro che dormono, mentre i ricchi sono soltanto Second, un pò perdenti come chi arriva secondo.
Sbircio nel buio, un corridoio pieno di gente in piedi divide due file di panche larghe un metro, a castello, di legno, dove la gente dorme. Di fianco a me un uomo giovane prima mi guarda, poi mi rivolge le solite domande, nella sequenza ordinata alla quale tocca sempre rispondere, e quando lui scenderà o si muoverà altrove so che un altro verrà a prendere il suo posto e avanti così per tutto il viaggio.
Risponderò sempre, ma alla quarta domanda mi troverò davanti la scelta: dire una bugia e continuare la conversazione perseguitato da nuove domande che mi aggrovigliano ancor più nell’invenzione di un’identità da viaggio, o dire la verità, e accettare di aprire una conversazione non sempre facile sul mio divorzio, e sul perchè sia andata così.
Un tempo mi divertiva del viaggio la possibilità di essere un altro, un giornalista, un fotografo, un teologo ateo. Era il viaggio per me anche la chances di giocare, e vivere per qualche ora uno dei molti sogni che si possono vivere. Ma ora non me la sento, e scopro di voler essere solo ciò che sono, un uomo fatto di poche risposte, come tutti: da dove vieni, come ti chiami, che lavoro fai, sei sposato? Se superi questa domanda puoi anche dire che hai un figlio, e allora ti chiederanno perchè lui non è qui, e poi la conversazione andrà sui soliti binari di una conversazione ferroviaria: di che religione sei, dove stai andando, ti piace l’India? Queste domande, che paiono quelle di un questionario burocratico, sono invece quelle che bastano a giudicare un’esistenza. E non c’è tempo per tutto e per tutti, siamo così tanti su questo treno. Penso agli americani sui treni del sud dell’Italia che incontravo nei miei primi viaggi, anche loro a risponder
e a domande come queste, anche loro guardati come rarità, un americano nel cuore della Sicilia, chi sarà? Che strano...
Così insomma da un pò di giorni dico che sono divorced, e spesso mi guardano in silenzio come a pesarmi il Karma.
 
 
Non ho il coraggio di spingermi nel buio del corridoio, di immergermi tra i viaggiatori poveri, affrontare il colore della mia pelle, vorrei un posto, un letto, un paio d’ore di sonno. L’assistente al vagone guarda il mio biglietto e mi chiede che ci faccio lì.
-Ho sbagliato, rispondo. Se mi trova un posto per dormire va bene dovunque.
Dice che tra tre ore il treno si fermerà, per il momento vieni, e mi porta nel vagone successivo, uno scompartimento dove stanno un uomo magro e triste, indossa una camicia molto variopinta che lo rende simile a un pistolero da circo degli anni cinquanta. Ha una ventiquattrore posata sul tavolino sulla quale tiene le mani e i polsi all’ingiù, come chi si stia dimenticando lentamente della valigia importante che sta portando con sè, mentre tutti la notano. Se fosse una storia di Jim Jarmush sarebbe un uomo a cui stanno per rubare una valigia. E un uomo grasso accoccolato al suo posto nella penombra, con denti enormi che sporgono da labbra carnose, quando sorride; gli sto simpatico, fa le domande canoniche, e allora tento di spingere la conversazione appena un pò lontano da me. 
-Vado a Madras, dico, Chinnai, faccio capire che almeno so che il nome è ritornato quello antico, dico che è divertente.
-Il nuovo nome è quello vecchio, un paradosso indiano...e lui dice che Tamil Nadu significa Stato dove si parla la lingua dei Tamil, e intanto albeggia, il tipo magro con la camicia colorata guarda il mare che stiamo costeggiando, una montagna fatta a piramide si spinge nel golfo e protegge la baia dalle onde, luccichii del sole, poi cominciano le risaie, salgo sul letto, stendo il mio lenzuolo, guardo i fan protetti dalle grate che girano rumorosi, cado nel sonno.
Un’ora dopo mi sveglia l’uomo del vagone e dice che tra mezz’ora siamo alla stazione, posso cambiare.
-Sto bene qua, rispondo, e tutti ridono.
-Sta bene qua, ride anche l’Assistente coi capelli raccolti in una coda, la divisa sbiadita dai lavaggi Indiani gli dona un’eleganza un pò fanè.
-OK stai qui, ma il viaggio è lungo, il tuo posto è comodo, se non vai lo prende qualcun altro. 
Entra un uomo, con gesti rapidi e sicuri prepara  cartocci di piccole caramelle cristalline e dolci, i colori sul vassoio che tiene attaccato alle spalle con legacci di cuoio sono di tutte le tonalità dell’India. Quelli dei sari e dei ciai shop, dei legni consunti dal sole e dalla pioggia, e anche il suo viso è magro e nervoso, lavorato dal suo mestiere, migliaia e migliaia di cartocci, veloce, uno dopo l’altro, più che si può, mi guarda mentre attende le monete, con una mano sola conta il resto, si volta ancora a guardarmi, sparisce.
Viaggiamo nel caldo, di fianco a noi scorre lento un villaggio diviso dalla ferrovia che quasi attraversa la piazza principale, capanne, capanne e qualche casa, il pozzo, il ciai shop, il piccolo ristorante, tutto lì, ad affacciarsi sulla piazza in fondo alla quale scorrono i binari. Si va talmente lenti che sento il barbiere che grida qualcosa al cameriere, vedo il dentista che aspetta, la gente che ride. Il farmacista sta appoggiato al banco del bugigattolo pieno di medicine, più in là la piscina sacra dove uomini e donne si stanno lavando, ormai in aperta campagna un ragazzo mi guarda scorrere lento senza smettere di lavarsi frenetico i denti, strusciandoli col dito, il dentifricio gli fa le labbra bianche e guardo in giro: non c’è acqua, da nessuna parte, non un rivo nè un pozzo e mi domando ridendo cosa ci faccia a un passo solo dai binari un uomo che si lava i denti col suo lunghi giallo.
Si lava i denti e guarda il treno.
 
 
Sosta dalle apparenze eterne in stazioncina di provincia, due ufficiali passano davanti al finestrino blindato dalle sbarre orizzontali, seduta su una panca di pietra una donna giovane con un sari rosso scuro si appoggia alla mano e guarda nella propria attesa: la sua bellezza malinconica e immobile, quasi un pensiero sul tempo, vale la sosta.
E tutto vale, gli occhi non si fermano mai, tutto è lungo, faticoso, mai noioso.
I suoi occhi sono la cosa meno noiosa della terra.
Vado al mio scompartimento, poggio per terra una borsa indiana piena dei miei rifiuti e qualcuno le tira un calcio passando, raggiungo così la classe media preceduto da bucce di banana, scatole vuote di succhi di frutta che io seguo chino raccattando bottiglie di plastica per l’acqua, segue conversazione su cosa fare dei rifiuti, dal buio dello scompartimento giunge la voce calda di un indiano serafico, dice che dei rifiuti posso fare quello che voglio, c’è modo di tirarli da qualsiasi parte, si comincia a chiacchierare e nella penombra mi appare il volto di un uomo bello ed elegante, sui cinquant’anni, i capelli bianchi incorniciano la pelle dravidica, parliamo. Sopra di noi un uomo grasso e ricciuto russa. Lui è un uomo d’affari, un mercante, gira gli orologiai dell’India, rappresenta una marca di orologi importante, viene da Bubaneshwar, mi ha visto alla stazione.
-Ho visto anche tutto quello che attirava la tua attenzione, ho visto che parli un buon inglese.
Si viene a parlare dell’India, del giorno e della notte.
-Qui viene buio presto, verso le cinque rabbuia, nel sud. Se passerai da Bangalore vieni a trovarmi, ti inviterò volentieri nella mia casa a cena, ho due figlie che vanno all’Università. Emancipate, sì, sono libere di sposare chi vogliono, studiare, fare carriera, yes.
L’uomo che russa si sveglia e ordina caffè per tutti, fa il produttore cinematografico a Madras, ma è di Cuttak.
-Oh sono stato a Cuttak, conosci Ileana?
-Sì, la conosco, she is an Orissi Dancer, oh la stimiamo tanto.
E in questa vasta terra stiamo parlando di qualcuno che conosciamo entrambi.
-Ma Madras, dice, è bellissimo viverci, cammini per la città più tranquillo che in qualsiasi altra grande città, e l’uomo degli orologi che ha girato tutta l’India dice:
-Amo questo lavoro perchè si viaggia, ho conosciuto tutta l’India, soltanto l’India...
Dico:
-Sto imparando ad amarla.
Guarda il mio zaino e dice che viaggio leggero, buona abitudine.
-Sì, lavo le mie camice e i pantaloni ogni sera, è un rito.
Arriva il pranzo vegetariano, per ventidue rupìe si mangia proprio bene. --Sì, fa lui, per essere un pranzo sul treno va bene. Sai, dice, Bangalore è una città giardino, l’aria è fresca perchè sta sull’altopiano, devi venire.
Apro il numero del Times Magazine dedicato all’India e leggo Salman Rushdie che difende gli indian english writers con veemenza e poi butto gli occhi su una pagina dedicata a Narajan, il vecchio scrittore del sud che si è inventato un villaggio chiamato Malgudi. L’uomo degli orologi dice che è vecchio, è di Mysore ma vive a Madras, ha novant’anni, dai suoi libri hanno tratto una serie televisiva che si chiama  così, Malgudi.
-E’ un fictional village ma ormai la gente pensa che esista davvero e che lui, Narajan, viva a Malgudi.
-Così gli Indiani hanno un buon rapporto con i loro scrittori?
-Oh yes, conosciuti, popolari. Puoi andare a trovarlo, Narajan, dici che sei uno scrittore italiano, parlagli dell’India, gli piacerà il modo in cui ne parli.
Arriva il caffè, fuori scorrono le risaie e la luce scende.
-Vado a guardare un pò, faccio.
E li lascio lì a parlare dell’India, di India e soldi, di India e lingue, nazionalità,  politica, di Sonia Gandhi. Amano tanto l’India che ne parlano sempre e tutte le conversazioni finiscono lì, sull’India: la sua definizione, l’identità, come fare decollare lo sviluppo. E  tentano di nascondere alla parola, al dialogo, gli aspetti più drammatici, la povertà, la malattia, il gioco delle caste, tutto appare più dolce e naturale nei discorsi di questi uomini che non hanno visto l’occidente, conoscono la vita indiana da quando sono nati e tutto fa parte del panorama, per loro è naturale.
 
 
 
Esco a guardare le risaie scorrere nella sera, le nuvole alte si riflettono sull’acqua di una sera nitida e gialla e blu, file di palme, uomini tornano dal lavoro a piedi per strade bianche di campagna, lontane le montagne infuocate di sole torrido, guardo attaccato alle maniglie alle quali ci si aggrappa quando il treno corre a porte aperte, a tutte c’è qualcuno che guarda lontano, io guardo un giovane sik col turbantello blu e una minuta barba riccia, ha poco più di vent’anni, e con gli anfibi slacciati sembra dire “m’importa assai del caldo”. Sta appoggiato alla porta, le mani in tasca, magro, secco, lo sguardo bruno proteso oltre un bel naso aquilino a guardare l’orizzonte, consapevole della sua forza, della sua scaltrezza. Provo il desiderio di scrivere un film indiano.
Ma tutto indiano, con personaggi Indiani, attori Indiani, temi Indiani attraverso gli occhi di un ragazzo fiero. La storia dell’occidentale buono e bello che salva vite e si innamora della bella indù è stucchevole anche per noi, spero.
Ed è ormai notte, sto lì senza parlare a guardare il sik diventato per me simbolo dell’India che vuole uscire dalla povertà senza perdere per strada le sue radici. Da dove verranno i suoi anfibi...
Così, per una volta, le domande le faccio io.
-London...Student...Madras...Oasis.
Torna a casa e ha negli occhi gli Oasis e l’India  e questo treno. Tre giorni di viaggio. Ma non è tanto questo: è stare in college a Londra sapendo di avere dentro questa cosa immensa che è l’India. Ma adesso che sta in India non può fare a meno di pensare a una canzone degli Oasis.
Torno dai miei compagni di viaggio, mi rivolgo al rappresentante di orologi e dico:
-Forse per lei può essere noiosa una campagna interminabile che scorre tra filari di palme e una risaia immensa, lunga mille chilometri, ma a me è piaciuto.
Lui guarda e sorride in segno di comprensione e di rispetto, senza alzare il viso dal cuscino. E mi addormento felice di correre verso Madras, anche il mio stomaco sta un pò meglio, e si va dritti dritti giù, attraversando villaggi, passando ponti, fermandoci in stazioni brulicanti, ciai ciai ciai fanno i ragazzi a mezzanotte, portano fino alle tue mani tutto quello che ti serve mentre tu impari che qui sono poche le cose di cui hai veramente bisogno e per queste basta sedersi ed aspettare. Tutto ti arriva,  senza muovere un passo mentre il treno riparte, ciondolando tra le risaie. Bie bie ciai ciai.
 
 
Il mattino è blu. Blu le acque che circondano Madras e dalle acque sorgono povere e poi belle le periferìe, blu le palme che riemergono dalla notte, i visi sono blu, tinti dal cielo e blu sembra l’erba dei campi. Alle sei c’è il caldo lieve che prelude a un giorno torrido, noi portati dal treno in una grande capitale del sud, dal suono caldo, Madràs, una città adagiata molto lontano da tutti i miei affetti e dal mio mondo.
Eppure, in questo mattino solitario non mi sono mai sentito così vicino a chi è qui, nella mia memoria. Lascio lì il mio pensiero e scendo, liberandomi del produttore cinematografico che mi dice di aspettare, mi metterà a disposizione la sua macchina, sta litigando con un facchino per una questione di poche rupìe. No grazie, non sei il mio tipo.
Salgo sull’autoricsciò di un uomo magro, ma quasi tutti lo sono, mi parla di progetti di viaggio, i miei...
-Quando vai a Mahaballipuram, chiamami, c’è un albergo molto meglio del Broadland.
Lo lascio dire, fingo di non capire, sto di nuovo male, sul sedile di fianco a me sta sua figlia, una bambina riccia tanto leggera che saltella per effetto delle buche e delle sospensioni rigide del ricsciò, guarda la strada, guarda nella sua educazione sentimentale che da adulta sarà la sua love story e forse la racconterà così:
-...Ho passato l’infanzia guardando tutte le strade di Madras e le spalle di mio padre, e quante volte ho dovuto esercitarmi nel sorriso ai clienti, prostituire il mio sorriso a occidentali per qualche rupìa in più, ma più di tutto guardavo, e sono cresciuta pensosa così, come sono, e tra l’amore e l’odio per questa città che mi ha riempito i polmoni ho scelto l’amore...
Ha una gonnella rossa, la camicetta blu, sobbalza e non mi guarda mai, assorta in una strada di pensieri. Mi concedo di sognare che avrà un destino, una via somigliante a questo inizio, lo sviluppo di una lezione autodidatta, che so, assessore al traffico nel primo governo del Partito dei dalit, gli intoccabili, i poveri, i derelitti, non perchè lei lo sia, ma passa l’infanzia a zizzagare tra loro, ha guardato più nei loro occhi che in quelli furbi di suo padre. E suo padre si ricorderà d’averlo amato perchè ogni volta che ha trattato il prezzo, lanciato il risciò più veloce degli altri,  portato i clienti negli hotel che gli passavano una percentuale, l’ha fatto con un pensiero fisso. In casa non ne ha mai parlato, ma ogni giorno si è mangiato.
-...e le sue mani incallite dal volante erano  dolci quando mi sollevava dal ricsciò, e un altro giorno era finito...
Scendo, davanti al Brodland, una squadra di operai sta asfaltando la strada, ho fame e sono stanco.
 
 
La reception del Brodland è ciò che sogna un regista europeo che voglia fare un film sull’India. La storia di una coppia che si ama e viene in India per perdersi, non incontrarsi mai più. Risucchiati dalle proprie vite che ora si muovono parallele, equidistanti, innamorate dell’India. Le coordinate dei pensieri occidentali che giorno dopo giorno si sfasciano, finchè non rimane nulla per cui tornare, e poi si penseranno finchè un giorno, ormai sicuri della loro infinita lontananza, si metteranno a cercarsi, per capire finalmente chi fossero, davvero, loro due. E s’incontrano qui, al Bradland.
Sotto un grande vecchissimo fan di legno sta una scrivania del secolo scorso, i quaderni ben ordinati dove si annotano arrivi e partenze, entrate e uscite, spese, stipendi, scritti a mano. Occupa quasi la larghezza della stanza. Due uomini stanno seduti, uno conta dei soldi che ripone nel cassetto, l’altro parla al telefono, il primo ha una camicia color cachi, il secondo azzurra e un lunghi dello stesso colore. Il primo ha i capelli a spazzola, i baffi corti e ben curati. Chiede un anticipo sulla pigione, gli allungo quattro banconote da cento, due giorni. L’altro è alto, porta gli occhiali che si mette e toglie a seconda di quel che deve fare, ha enormi orecchie e la voce calda, profonda, venata dalle sigarette e gli occhi blu, la pelle viola, entrambi viaggiano nei sessant’anni.
Più in là un’altra scrivania, dove sta un uomo grasso dall’aria assuefatta al caldo, legge un giornaletto a fumetti; al primo banco si leggono giornali, il foglio basta alzarlo, ci pensa il fan a ripiegarlo.
-Questi soldi non vanno bene, sono bucati.
-Questi soldi me li ha dati la banca.
-No questi soldi non vengono dalla banca.
-Questi soldi me li ha dati la banca e se mi vuoi come cliente è meglio che cominci a credermi. Vorrei la colazione, ho fame e sono stanco. Uova, caffè, latte, toast e una spremuta, aspetto nel patio.
L’uomo si alza con deferenza, ordina la mia colazione e mi prega di accomodarmi a un tavolo di legno dipinto d’azzurro come i muri di questo hotel coloniale del sud dell’India. Un vecchio harem trasformato da un secolo in albergo. Oltre le sue mura sta la moschea più grande di Madras. Il patio trabocca di piante tropicali e di terrazze, quasi una casa di ringhiera indiana, oltre il patio un arco conduce lontano. Altri cortili, altre piante. Sgocciolare d’acqua e canto di uccelli, cielo terso più in alto, siamo nel cuore di Madras.
Arriva un ragazzo con l’omelette, il caffè, il succo d’arancia. Manca lo zucchero.
-Manca lo zucchero, potresti portare un pò di zucchero?
-Yes yes sir, e si dirige fuori dall’albergo. Lo seguo per qualche passo, the tea is getting cold, the sugar is coming, the weather is hot, and the baby is naked. The baby è un bambino nelle braccia di sua madre, dall’altra parte della strada.
Torna il ragazzo, posa sul tavolo lo zucchero avvolto in un vecchio giornale, afferro lo zucchero con il pollice e l’indice  e lo metto nella tazza ma poi non so come girarlo.
-Scusi, faccio al boss dei soldi, non ha per caso un cucchiaio o qualcosa di simile, adesso ho lo zucchero ma non so come girarlo.
-Yes yes, si aprono cassetti della scrivania e viene fuori un cucchiaino da tè. Il ragazzo lo prende e sparisce. Sento acqua che scorre, lo sta lavando. Arriva  agitando il cucchiaio, asciugarlo nell’aria.
-Grazie, adesso bevo il caffè.
-Lo scaldo?
-No , va bene, grazie.
-Welcome sir, fa il ragazzo con un mezzo inchino.
Un gatto rosso sta nascosto tra le piante, un vecchio lavabo sta gocciolando, il blu pastello dei muri, comincio a cantare: there are places I remember, in my life, I love them all...dum dlam du da du dlam, du da da... dlam....l’ultimo du da dla dlam guardando il boss nergli occhi.
-Do you feel better after your breakfast?
Ecco gli Indiani: inutile discutere con un uomo stanco e affamato:  ecco la colazione. Dopo sarà facile.
La sua calma profonda venata appena dalla fermezza con cui vuole  mostrarmi che non perde la calma, lui, nemmeno davanti a un occidentale stanco che alza la voce, pretendendo ancora di venire dalla razza dei colonialisti. Mi fa effetto rivedermi, involontariamente comico a rivendicare il diritto di chiamarmi onesto, e nella mia pretesa diventare arrogante, come tutti gli occidentali quando hanno paura.
Loro lo sanno, e sanno che c’è un altro modo per prenderti: cambiare strada, anche perchè sul tavolo dell’arroganza non sanno nemmeno come si gioca, non l’hanno mai saputo, hanno visto gli inglesi fare a quel modo, e tutti gli altri che vengono e vanno, mentre l’India rimane lì, a guardarci perdere la pazienza.
-Il treno aveva dieci ore di ritardo. Gli faccio, come a dirgli scusa per prima, ero stanco e nervoso.
-This is India, sir, mi ha detto, con una intonazione tanto ricca e raffinata nell’inglese, che ci ho sentito la sofferenza e l’accettazione della sofferenza, l’idea che esiste un Karma indiano.
-Qualche volta mi è difficile capire come fate a restare impassibili...
-Riformare un costume che è il frutto prezioso dell’adattamento di una civiltà ai suoi dolori, non è proprio possibile, sir. Eh sì, lo so, che a volte non è facile. Ma this is India, sir; lo è per me e per te e lo è per tutti gli Indiani, non credere che non vorremmo anche noi che fosse diverso. Ma non si può avere la filosofia per strada e i treni che arrivano in orario, non nei mondi che conosciamo.
Salgo nella mia stanza e scopro di avere un delizioso salottino, un tavolo per scrivere e una sedia, due poltroncine di vimini e un tavolo rotondo per prendere il tè insieme a un amico, un letto. La porta dà sulla terrazza che si affaccia sul patio, due finestre danno sulla strada. Uno specchio.
Guardo dalle finestre a est e ad ovest, cantando I see my life come shining from the west down to the east.
 
 
Sto male, e tuttavia mi viene in mente un pomeriggio di vent’anni fa, ero con la mia amica Francesca Dolcetti e un ragazzo inglese cresciuto a Venezia con un nome strano, i capelli biondi, tanti dritti e spettinati. Passeggiavamo al tramonto, un tramonto rosso come può esserlo solo a Roma a primavera, faceva rossa Roma; e traversando il ponte che porta a Castel S. Angelo, ricordandoci che anche Dylan era stato a Roma da solo (aveva cantato al Folk Studio e l’avevano snobbato e nessuno gli dava un passaggio in autostop, recita la storia) ci siamo messi a cantarla, tutti e tre, Any day now, any day now, when I shall be...released, e ci era venuta proprio bene, sì. Avevamo una certa malinconìa dolce nel cantarla, come se davanti alla bellezza condivisa sapessimo che non l’avremmo potuta catturare e portarla per sempre con noi, sarebbe finita, e questo dava alla nostra allegria il senso della sua fragilità, ma eravamo anche molto felici.
E adesso sono felice a ricordarla. Qui vengono fuori storie del proprio passato, perchè si è lontani e perchè si ha tempo. Strano: più il tempo e lo spazio si allontanano, più si avvicinano.
 
 
E ho pensato a mio figlio, al tempo in cui si troverà al mezzo di un certo ponte a Roma o chissà dove con un’amica e un amico o chissà chi e si metterà a cantare e si sentirà felice.
E poi ho preso un quaderno e mi sono messo a scriverci due righe così, per ricordarmene, e dire anche di come sia strana e benedetta l’India che anche se stai male ti fa pensare al tempo che passa e alla vita che come è venuta va, e all’amore per un figlio che ti fa guardarlo con la tenerezza di vederlo crescere. Mi sono accorto che stavo scrivendo, semplici cose, dopo molto tempo che non scrivevo più.
E’ stato al Broadland che ho cominciato a scrivere questo diario indiano, stavo troppo male e non riuscivo a uscire per le vie di Madras. Ho scritto al tavolo quadrato e a quello rotondo, disteso sul letto e sulla terrazza dove ogni tanto mi facevo portare altro tè, finchè il personale dell’albergo non ha cominciato a chiamarmi Italian writer.
 
 
Il giorno dopo il signor Sukumar, manager dell’albergo, decide di portarmi in visita nei cortili del
ysuo hotel. Ci perdiamo per corridoi cortili e scale, tra rigagnoli d’acqua lasciata aperta per le piante, tra canti di uccelli. Dalla moschea giungono canti e preghiere. Enormi alberi si inerpicano nei patii a superare i tetti del quinto piano, scale a chiocciola, docce comuni, stanze ampie e fresche, tutte arredate nel vecchio stile coloniale che è rimasto qui, appiccicato addosso a questo lento hotel dove penso che un giorno tornerò, con la mia donna, mi piacerebbe, e salirò nella suite imperiale, tutta di legno, in cima, sotto il cielo, circondata interamente da finestre.
C’è una terrazza coperta da lastre di vetro che la fanno simile a una serra, due sdraio poggiate fuori dalla stanza, e dentro solo un letto, morbido e grande, sul quale mi abbandono al mio sogno mentre Sukumar mi cerca e non mi trova, mi ha perso tra cortili e scale.
Poi lo raggiungo, lo seguo tra corridoi, cunicoli, scale che salgono e scendono storte arrotolandosi ai muri ricurvi. Lacerazioni del cielo, richiamarsi di uccelli, ha in mano una radiolina dalla quale provengono a intervalli suoni elettronici e una voce metallica, sembra una musica postmoderna ambient di Madras, mi piace questo albergo e dico:
-Thank you.
E lui che mi aspettava fermo in un’attenti indiano, molto soft, ai margini di un orto, mi guarda con il sorriso orgoglioso di chi sa.
 
 
Torno seguendolo verso la reception, un australiano enorme dall’aria  schizzata sta per uscire dopo aver lasciato soldi e passaporto.
-Nationality? gli fanno.
-Australian. Perchè? C’è qualche problema?
-No no, nessun problema, e lui esce sparendo nel traffico della città, sguardo alla colombaia dove mettono la posta restante.
-Chissà se qualcuno mi ha scritto, fa sparendo.
Sulla parete in fondo un calendario segna tredici luglio, un orologio le otto del mattino.
Tutto comincia presto qui, al levare del sole, anche se il fare è un sedersi, leggendo giornali, scegliendo riviste da una libreria che ne raccoglie centinaia, contare i soldi ogni mezz’ora, rispondere ogni tanto al telefono, addormentarsi sotto il fan.
Mi viene in mente R.K. Narajan, il vecchio scrittore di Madras. Forse potrei andare a trovarlo.
Chiedo un elenco del telefono ma niente, nessun Narajan.
-Strano, faccio al signor Krishman. Eppure sta a Madras.
Lui si alza, e va a scartabellare tra le riviste quasi antiche. Torna dopo qualche minuto e lascia cadere davanti ai miei occhi un numero del The Times of India Magazine. In copertina c’è lui, mister Narajan, il titolo dice che compie novantacinque anni. Metà della rivista parla di lui, lunghe testimonianze di amici, intellettuali, critici, parenti, una lunga ricostruzione della sua vita. Leggo tutto, e a un certo punto scopro che vive con il cognato, il signor C.S. Chandrasekaram.
Con questo nome risultano quattro abbonati al telefono, al terzo tentativo lo trovo, mi chiede chi sono, è gentile, ma dice che Mr. Narajan è in ospedale, se tutto va bene sarà dimesso giovedi. E’ domenica, e penso di lasciare Madras prima di giovedi, ma dico che andrò a Mysore, dove Narajan è nato, e poi da lì potrei chiamare e se sta bene e ha voglia di vedermi potrei tornare a Madras per incontrarlo. Ci lasciamo così.
 
 
Nel patio con un caffè, sono sempre più debole e stanco, non mangio quasi più niente, non ho fame, lo stomaco è la solita camera d’aria troppo gonfia.
Sono uscito per il quartiere e ho visto nell’aria fetida di smog e di quaranta gradi umidi decine di famiglie distendere un cencio per terra sui marciapiedi delle vie del centro e prepararsi a un’altra notte. Sembrava il censimento di Erode, la strage degli innocenti, la malattia dipinta su tutti i visi e il rimbombare della tosse. Malaria, tisi, influenze, epatiti, di tutto. E quella povertà tanto assoluta che non ci si muove neanche più dal luogo dell’accattonaggio. Questa è la loro casa e anche l’ufficio. Quelle occhiate profonde che ti guardano senza più chiedere carità, incollati al loro pezzo di strada come lapidi, gli occhi a volte terrorizzati da una assoluta assenza di speranza. C’è qualcosa di epico, di forte, di tremendo.
A Madras, nella città dove sembra meno terribile la povertà, ho visto come dipinge i volti la disperazione. Non sapere andarsene di lì e rimanere lì senza sperare che qualcosa cambi. I colori degli abiti di queste famiglie rannicchiate a tossire sui davanzali delle finestre, mentre i bambini, che potrebbero cadere, vengono addormentati nudi sull’asfalto a respirare il traffico che non si ferma mai. Anche per loro la città è spettacolo.
In questo miscuglio di  orrore e di pietà  impotente non ho pena per il mio stomaco, non cerco un medico e non prendo medicine, passerà, e intanto torno verso l’albergo, non sto quasi più in piedi e non riesco a stare fermo.
Viene l’uomo vestito d’azzurro dalle grandi orecchie, e vedendomi piegato in due mi dice:
-Io voglio che tu stia bene qui, e farò qualsiasi cosa tu mi chieda. Se vuoi andare da qualche parte io ti accompagnerò, se hai bisogno di qualcosa domanda, voglio che tu sia felice e che tu stia attento al portafoglio.
Rido, mi metto in tasca il portafoglio che avevo lasciato negligente lì sul tavolo, gli chiedo di ripetere e quando lui ripete rido ancora e anche lui ride, chino verso di me col suo corpo lunghissimo e ossuto, i capelli bianchi impomatati, olio di cocco, e le orecchie enormi, le mani enormi, enorme anche l’eleganza, il portamento, il sorriso, gli occhi blu nella pelle di dravidico.
-Così mi piaci, gli dico, sembra il discorso di un perfetto servitore d’hotel coloniale d’altri tempi.
-It’s not England, sir, it’s my religion...
-Mi sento male, Nathan...
E lui pronuncia in un sossurro il gossip che si è sparso per l’albergo:
-Epidemy, sir, voci di un’epidemia attraversano la città, il clima...la stagione...faresti bene a lasciare la città, vai al mare, lì guarirai... sto male anch’io, ma non mi posso muovere, la salute ...
Si siede di fianco a me, è una mattina stupenda.
Poi mi parla, Nathan, asciugandosi ogni tanto il sudore dalla fronte a tratti disperata dal male, a tratti illuminata dalla fede.
-Dai tempi della scuola sono sempre stato attratto dall’idea di fare del bene agli altri, e ogni volta che ho guadagnato qualche soldo li ho divisi con i poveri della città. Quando ho finito il mio lavoro io mi ritiro nella mia stanza e prego dio. Dio è grande, e ora mi ha mandato questa malattia, e io non so perchè. Ho bisogno di medicine, un amico mi ha detto che sarebbe venuto a portarmi dei soldi, ma è da ieri che lo aspetto, gli sarà successo qualcosa o non avrà più soldi neanche lui.
Lascia cadere la mano enorme sul tavolo, si asciuga il sudore col palmo.
-Ho la febbre alta, da giorni e giorni. Il medico ha detto che viene, ma ci sono centinaia di persone malate sulla strada dall’ospedale a qua.
-Di quanto hai bisogno?
Mi guarda come se la cifra fosse di quelle enormi, irraggiungibili, scuote la testa, si asciuga ancora il sudore e dice, guardando in alto:
-Trecento rupìe.
-Wait, vado a vedere se le ho nel portafogli.
Ne prendo tre e cinquanta, le poso sul tavolo. Si alza di scatto, giunge le mani e sorride a occhi chiusi in silenzio, per molto tempo, apre gli occhi e mi abbraccia con riconoscenza.
Mi chiede di seguirlo, la sua stanza è dietro l’angolo. Vuole restituirmi i soldi prima che io parta. Sulla soglia di quella che è in fondo la sua casa, una celletta non più grande di quella di un francescano, dice ancora che quando ha finito di lavorare, quando può, si ritira nella sua stanza a pregare dio.
-Dio è grande, god is great, dice con dolce convinzione, e mi mostra l’icona del Sai Baba, attorno alla quale ha costruito il suo altare domestico.
Ci lasciamo così per il momento, dimenticando gli indirizzi.
 
 
Verso sera scroscia un pò di pioggia, vado al cinema, è di fronte all’albergo.
Le donne non sposate hanno un ingresso a parte, ciarlano e tutto sembra un canto di uccelli, dal fondo i ragazzi corrono nella speranza di accaparrarsi un posto nella prima fila dietro a loro. Sentire il loro profumo, sussurrare qualcosa all’orecchio, i più piccoli possono fare uno scherzo alla bambina di ieri con la quale hanno condiviso la strada fino alle soglie della pubertà. L’eccitazione è altissima, il film sta per cominciare, l’uomo dei biglietti strappa a velocità frenetica, mentre sul palco una coppia di uomini dotati di una lunga asta flessibile alla cui sommità è montato un gancio fatto a U, passa in rassegna il telo dello schermo. Nella penombra ci metto un pò a capire cosa stiano facendo, poi vedo: staccano le cambrette tirate sullo schermo con lunghe cerbottane dai ragazzini che vengono al cinema per praticar
e il loro sport preferito: tirarle in faccia agli attori; spettacolo nello spettacolo! Il mio vicino spiega che colpire in mezzo alla fronte, nel terzo occhio, dà il massimo dei punti.
Il film è una love story contrastata. Dura tre ore, per me una è abbastanza, sto ancora male, esco, attraverso la strada, un uomo sui trent’anni mi avvicina e comincia a menarla, vuole vendermi erba del Kerala, erba da fumare, dico la verità:
-Potrebbe interssarmi ma non adesso, sto male, non ci penso proprio.
Ma lui insiste, mi sente remissivo ma è la malattia, finchè gli chiedo quant’è, si tratta un pò, mi dà un cartoccio per cento rupìe, salgo nella mia stanza e lo infilo nello zaino. Scendo nel cuore del Broadland e faccio due chiacchiere con David.
David e’ pallido e sorride, ma ha l’aria spaventata, sta scendendo verso sud, in fondo al Tamil Nadu c’è un grande albero dove vive una colonia di settecento pipistrelli.
-Andrò lì e starò due mesi a guardare i pipistrelli. E’ la mia tesi di Dottorato, zoologia. Sono inglese, sì, abito in un paese del Sussex, la mia famiglia vive lì.
A proposito della mia famiglia ci deve essere una questione ereditaria che riguarda l’uso di antibiotici, sì. Beh tre giorni fa ero a Mahaballipuram, cinquanta miglia a sud di Chinnai, di Madras, sì. Avevo l’influenza, un’ifluenza molto faticosa e dura, così vado dal medico e mi dà un antibiotico. Forte, una dose forte, gli antibiotici qui devono essere carichi,  belli carichi, sì. Beh io mi ricordo che stavo camminando quando ho cominciato a...ad andare fuori di testa. Era sera, insomma stava tramontando il sole, e poi non ricordo più niente, vuoto assoluto per due giorni.
La cosa strana è che... beh, mi sono svegliato in un hotel di lusso, bagno, acqua calda, aria condizionata, mi guardo nelle tasche e c’è un conto di millecinquecento rupìe, fuck, io non ho mai speso tanto per un albergo in tutta la mia vita! E dico cosa ci faccio qui, come ci sono arrivato...guardo per terra e sparse sul pavimento ci sono tre sculture, Shiva, Parvati, Ganesh. Di granito, ben fatte, sì, piuttosto pesanti. Io non so nè dove nè quando le ho comprate, nè quanto le ho pagate, nè come ho fatto a trasportarle fino a qui. E poi, ecco, sì, ci sono anche dei conti, nelle tasche, conti della lavanderia, conto del ristorante. Sono andato due volte al ristorante e tutte e due le volte ristoranti di lusso! Sulle quattro, cinquecento rupìe. Così mi viene in mente: chissà cosa è successo dei miei soldi, il passaporto. Insomma guardo nei pantaloni e c’è tutto, tutto meno un sacco di soldi che ho speso non so come per quei ristoranti e quell’albergo ma comunque tiro un sospiro di sollievo perchè beh, sono vivo e ho i miei soldi e il passaporto, insomma nessuno si è approfittato di me.
Mi girava ancora la testa, così decido di scendere giù, faccio colazione e dopo comincio a stare meglio, e decido di venire qui, sì. Non volevo più stare a Mahaballipuram, dove avevo speso tutti quei soldi, dove ero stato così male. Così salgo sulla prima corriera e vengo qui, al Broadland. Sulla corriera ho cominciato a stare meglio, il vento caldo del finestrino aperto mi ha rinferscato, sì, finalmente. Qui mi sento al sicuro e...beh sto meditando sulla lezione...come ti ho detto è un affare ereditario di famiglia, ho scoperto che anch’io come mia madre e i miei fratelli ho questa reazione allergica agli antibiotici, non li userò più, ecco, non per un’influenza...Ora sto davvero meglio, ho fame, ma mi resta in testa questa storia che ho speso tutti quei soldi, e sono veramente un sacco di soldi, e io non so perchè li ho spesi, quel sacco di soldi...
-Beh, se quando vai fuori di testa ti viene voglia di spendere un sacco di soldi, forse, nell’inconscio, hai voglia di spendere un sacco di soldi...
Poi arriva Hermann.
L’ho visto ieri pomeriggio seduto che studiava nella sua stanza, in uno degli ultimi cortili, dove ci sono le docce comuni, la parte più bella del Broadland. Hermann è venuto anche lui per il Dottorato di Ricerca, sta fecendo una tesi sulla condizione delle donne indiane, intervista centinaia di donne che hanno lasciato la campagna per venire a vivere a Madras.
-No, nessuna è dalit, quelle non si riesce a contattarle...hanno tutte un lavoro e sono tutte piuttosto emancipate, parlano un discreto inglese, qualche volta ottimo, ma quasi tutte, il novanta per cento di loro, è dispiaciuta di avere lasciato la campagna. Stanno a Madras per lavoro, per necessità, per uscire dalla miseria relativa o comunque per avere delle chances, migliorare la condizione sociale, uscire dall’immobilità della campagna che non ti offre molto più della sopravvivenza. Ma muoversi, arrampicare, costa molta, molta fatica, e la vita di una donna che lavora in città, che vive da un parente, che si arrangia per risparmiare, in una società come quella indiana, è dura, molto dura.
Hermann ripete che sì, il novanta per cento, se potesse, tornerebbe a vivere in campagna. La sua ricerca è all’inizio, e non ha ancora l’idea di come si concluderà. E’ alto magro pallido e rossiccio, molto gentile, molto timido, non cambia mai espressione, non ride, non altera mai il tono della voce, e mi racconta che è stato dodici giorni a Calcutta aspettando di trovare un posto sul treno per scendere giù a Madras,  dodici giorni andando tre volte al giorno alla stazione, fare la fila e sentirsi dire di no, ed era tutto quello che faceva a Calcutta dove il monsone non era arrivato e insomma:
-Si crepa di caldo, oltre che per tutto il resto anche di caldo, sì.
Ma lui faceva come se non avesse fatto nessuna fatica.
Girando l’angolo della viuzza che porta al Broadland c’è uno dei migliori ristoranti vegetariani della città, una città dove vegetariani sono tutti i ristoranti. Vado con loro, sto male prima di mangiare e sto male dopo mangiato, non ci capisco più niente, non riesco a muovermi da questa via, dal Broadland, torno in albergo, sono qui da tre giorni e non sono uscito da questo giro di tre strade, e anche se l’India è dappertutto in India non ho più un briciolo di energìa.
Ieri ho dovuto cercare una banca, mi sono spinto fino all’Anna Sailem, il traffico era mostruosamente polluted e camminavo come uno scheletro. Poi un uomo ha cominciato a camminarmi di fianco. Era insistente, era nervoso. Mi ha chiesto dove andavo. Ho detto là, di fronte, vedi la banca? Gli davo poco tempo, diceva di essere un rifugiato politico dello Sri Lanka, a un semaforo rosso si alza i pantaloni e mi mostra una cicatrice, il muscolo del polpaccio sventrato, non esiste quasi più.
-Una bomba, sir, adesso sto a Mysore, al campo profughi. Sei stato in Sri Lanka? Non andarci mai.
Siamo davanti alla banca e lui mi fa:
-Senti, dammi dei soldi per tornare al mio paese.
Ma qualcosa nella sua aria non mi piace, come ci fosse un segreto protetto nell’aria disperata, e non ho il tempo di pensare che un esule politico dello Sri Lanka ingiuriato dalle bombe può non apparire il modello di pulizia morale che ho visto in certi esuli del comunismo, gli sgancio cinquanta rupìe e lui mi guarda con tutto il disprezzo che può mostrare un uomo e grida:
-Fuck you, bastard!
Sputa in direzione della mia mano e sparisce avvolto in una nuvola di rabbia e smog.
 
 
Mi distendo sul letto a pensare a tutto quello che ho visto in questi giorni che sto male.
Comincia a pesarmi, stare così male, ma poi penso che in questo clima il peso è già vivere, anche per me, e non si deve dire adesso devo andare, e cominciare a vivere nei sensi di colpa perchè non ho visto neanche un tempio, e piano piano cerco di cambiare e comincio ad accettare la lentezza. Sono ormai, nel mio far poco, più lento dell’India.  Comincio a vincere il timore di non essere in grado di raccontare una storia, mi lascio andare trasportato dalle deviazioni secondo un’abitudine che in fondo ho sempre avuto, tanto connaturata al mio modo di viaggiare che è diventata anche storia della mia vita e della mia scrittura.
Così, adesso mi viene in mente una sera a Londra, in una stanza d’albergo da due soldi, beh stavo lì senza nessuna voglia di uscire ma poi dicevo: sono a Londra, devo, e non riuscivo a decidermi, ero stanco e mi piaceva l’odore della moquette. Faceva troppo caldo così apro la finestra e sento, dall’altra parte del cortile, nel buio, ragazzi inglesi che chiacchierano, e poi tirano dalla finestra una latta di birra vuota, e la latta rotola nel cortile, e a me il rotolare della latta ha fatto
2un effetto come di...Londra, la sua poesia era il suono di quella latta di birra vuota che saltellava nel cortile prima di spegnersi, era le voci di quei ragazzi, era il buio del cielo, e sono stato lì tutta la sera, ad ascoltarli senza capire e a contare le latte di birra che si sono bevute e ad aspettare che ancora una volta buttassero una latta nel cortile, e quando finalmente hanno buttato l’ultima l’hanno lanciata più lontano, fin sotto la mia finestra, e io che ero già mezzo nel sonno l’ho sentito come un gesto di saluto, quasi una buonanotte. Per me quello era come essere i Beatles,  stare in albergo a fare del casino, ecco com’era.
A volte si va e si va e poi ci si accorge di non avere altro da raccontare che i propri pensieri, e come non c’è un centro ai pensieri non c’è un centro del viaggio. Mi
domando quale storia avrei raccontato se fossi rimasto tutto il tempo a Dehli risucchiato dal bazar della vecchia città come è successo alla ragazza pallida che suonava un flauto, con l’occhio azzurro abbacinato non soltanto dal caldo, forse anche dall’eroina. E io che non ho avuto il coraggio di chiederle niente, sembrava troppo fatta per qualsiasi conversazione e tentativo di salvarla.
Ma per me andare e andare è una specie di necessità, come se più in là e più là potessi trovare il Posto, quello dove posare lo zaino e sentirmi a casa, io so come dovrebbe essere la mia casa, chi vorrei vedere salire per un viottolo a cercarmi, ma adesso le persone e la casa sono ombre lontane, non so più se le troverò, e ora devo andare.
Vado da Nathan, vado a vedere come sta e a dirgli che parto. Nathan è preoccupato, racconta che sta aspettando il dottore che lo porti all’ospedale, ma il dottore non viene e sono già le nove, sta con la testa all’ingiù e poi l’alza di scatto e dice che c’è un sacco di gente che aspetta di entrare all’ospedale, ore di coda, non c’è niente da fare, e entrare nell’ospedale prende le proporzioni di un esodo di massa verso un luogo dove si spera che il patimento finirà. Ma per entrare, finchè non sei là dentro, finchè non ti hanno trovato un letto, una flebo, un lenzuolo...
Vuole restituirmi i soldi Nathan,
-Don’t worry Nathan, don’t worry...ma lui insiste e insiste finchè non gli dico in modo appena un pò più secco:
-Don’t worry, OK? e finalmente lui non worrecchiù.
Siamo lì, io sulla soglia della sua celletta lui seduto sul letto, prende una scatola piena di lettere e me le fa vedere...sono lettere di donne europee sulla trentina, a giudicare dalle cose che dicono, dalle foto
grafie che inviano..
-...Grazie Nathan, grazie a te ho capito e trovato cose che a lungo ho cercato dentro di me nella mia vita...abbandonarsi all’amore...lasciare scorrere l’energia...non ti dimenticherò mai, Nathan...
Per quanto in tutte non si rinunci alla lingua degli europei che vanno in India sono lettere vere, di riconoscenza, e qualcosa di più.
Io le immagino queste donne, cos’hanno trovato in lui, la sua innocenza, in un uomo di sessant’anni, i suoi occhi mossi da una dolcezza che viene dal cuore senza passare per la mente. E credo che una donna europea,  amareggiata da uno dei nostri amori, o da tanti, o da tutti, abbia trovato nelle ore passate con lui il fascino della sua purezza, dell’incanto col quale dice semplici cose. Il suo adattarsi ridendo a una conversazione che non sempre vuole essere importante, e  per questo finisce con l’esserlo. Lo fa con armonia, giocosamente, e capisco che queste persone abbiano sentito la gioia di un amore diverso, nemmeno dichiarato, nè svoltosi secondo nessuna delle regole dell’amore europeo, ma nemmeno di quello orientale.
Un amore che è puro desiderio di vedere la vita di un altro orientarsi verso un luogo migliore. Riuscire finalmente a cambiare, a tornare quasi la bambina di un tempo, che ancora sa vivere istintivamente per il proprio bene. Penso che le donne che gli hanno scritto lettere di  ringraziamento,  abbiano vissuto questa esperienza, mentre Nathan ha capito grazie anche a loro la propria natura disposta verso il bene, e ha trovato chiarezza nella  rettitudine. L’hanno fatto felice, fermo qui a distribuire la sua lezione di umiltà, Vaydianathan, Supervisor del Broadland, che ancora si alza di scatto quando gli dico:
-Parto, Nathan.
Giunge le mani e dice a occhi chiusi:
-God is Great, dio mi darà la forza di tornare al mio lavoro.
Taglia una cartolina che gli ha spedito una ragazza inglese e me le dà: Nathan c/o Broadland lodging house, n°16, Vallabha Agraharam str., Triplicane, P.B.NO.427, Madras 600005 Tamil Nadu.
Poi ci abbracciamo stretti.
 
Rientro nella Reception dove saluto tutti, per qualche giorno mi sono immerso
zanch’io nel rapporto comico tra il calendario e l’orologio e il fan, tempo che scorre, tempo uguale al tempo, salutano con affetto e deferenza. Esco nel caldo dell’asfalto molle della viuzza che dà nella Triplicane, salgo su un autorcsciò.
Usciamo da Madras passando per il ponte sotto il quale decine di donne e qualche uomo lavano i panni, è un piccolo quartiere di capanne che vive poveramente di questo modesto bisinèss, lavano al fiume sotto un gigantesco cartellone che dice:
 
La vita è troppo bella per spenderla lamentandosi.
 
Un cane, abbandonatosi per fame all’asfalto, sussulta appena quando una gallina gli si avvicina e comincia a piluccargli pulci dal pelo.
 
 
Sono ormai tanto a pezzi che quando ci fermiamo lungo la via dritta che porta a Mahaballipuram per comprare un cartoccio di biscotti e banane che mangio subito lì in strada, mi sento meglio, più in forza. Biscotti
Indiani, cotti al forno sul posto.
 
 
L’albergo alla periferia della cittadina di Mahaballipuram è un  lazzaretto messo su da un dinamico ragazzo grasso sui trent’anni e sembra un angolo di Grecia, rassicurante per questa flotta di europeiamericani che si sono rifugiati qui, tutti malati.
Una ragazza romana dal viso nobile e delicato e bello, con grandi occhi scuri, la pelle olivastra e un lungo vestito rosso vivo passa il suo tempo riguardando film che gira con la sua telecamera quando, ogni mattina e ogni pomeriggio, esce, aprofittando delle ore meno calde. Per il resto sta lì, sorridendo senza parlare. Al quarto giorno scopro che non è sola: un ragazzo italiano molto più grande di lei, timido, un pò impacciato e magrissimo, conscio di stare con una ragazza tanto bella, esce dalla loro stanza trascinandosi fino al tavolo dove si siede con la pesantezza che sente chi sta cercando di entrare nella nuova vita del convalescente: sette giorni di diarrea l’hanno asciugato, piegato in due, stravolto, gli hanno tolto acqua e sale, l’hanno invecchiato e gli hanno dato un sorriso umile e un unico argomento di conversazione: dissenterìa, sulla dissenterìa sa tutto, e cominciamo a ridere di questi occidentali che scendono a sud e si prendono malanni di stagione che fanno sentire vicini alla morte cagando, mali nuovi e così sconosciuti.
-Io, faccio, non so che cos’ho, comincio a pensare che sarebbe meglio vedere un medico, e da qui vorrei andarmene, è il posto meno indiano dell’India, questo albergo trabocca di visi pallidi, stiamo lontani dal sole, lontani ore e ore da tutto, chiusi a guardare gecchi nelle nostre cellette, a mangiare piattelli di riso, per uscire e spingersi appena un pò sulla spiaggia, guardare le barche dei pescatori, geniali, le hai viste? fatte di quattro tronchi di sandalo che si incastrano l’uno nell’altro e si legano con una corda intessuta, inaffondabili, l’acqua entra e esce liberamente, vagano nell’oceano tutto il giorno, le smontano alla sera, aggiustano le reti nella sabbia. Comunque...tutte le coppie che ho visto qui...è il maschio che si ammala, le donne stanno bene, le donne sono più forti, o più adatte, non lo so....
Mi alzo e vado lontano, più lontano che posso nella lunghissima spiaggia del paese dove sorgono i templi più fotografati dell’India. Vado perchè voglio scrivere cartoline, ne ho tante, le ho comprate da un ragazzino che stava al tempio e le ho comprate da lui perchè faceva ridere:
-Small business, diceva, I don’t know business, e mi era sembrata una buona politica.
Vado così lontano perchè da nessuna parte si può stare soli, non passa mai un minuto senza che qualcuno ti venga intorno a chiacchierare, chiedere, offrire; e ho voglia di scrivere cartoline da solo, una la scrivo a mio figlio, una a mia madre. Le parlo dell’India.
 
L’india è un paese fantastico dove si incontrano il nettare e il veleno, i profumi più dolci e gli odori più forti, la povertà più assoluta e la gioia pura, le notti di musica più magiche e il caldo più torrido, le donne più belle ed eleganti, anche tra i poveri, e gli uomini con gli occhi più profondi, i corpi più magri e le pelli, e i capelli più lucenti. Ti penso. A presto.
 
 
Dalle cose che incontro sembra tanto difficile tornare,  che non riesco a pensare che ci sia un altro viaggio, perchè l’impressione che incontri, dopo un pò che vai, è che del viaggio stai cercando la fine, il luogo oltre il quale non si può più andare; ma poi non c’è luogo che la indichi, la fine del viaggio, e comunque c’è qualcosa che ti spinge sempre più in là.
Viene una donna camminando, viene da molto lontano, cammina sul bagnasciuga, poi si dirige decisa verso di me, stende la mano, e poichè ha fatto tutta questa strada, le dò dieci rupìe: nè tante nè poche, giuste secondo la giustizia del mendicante indiano. Ringrazia a mani giunte, sorridono i suoi occhi nel volto rovinato: stasera riso.
Viene un ragazzo, si accoccola lì, racconta.
-Mio padre lava i piatti in un albergo, guadagna mille rupìe al mese,  mantiene quattro figli, due vanno a scuola, il grande no, il piccolo neanche.
-E tu?
Parla un inglese quasi buono.
-Io a scuola ci vado, sì, ma siamo molto, molto poveri.
Si lamenta a lungo, mi chiede l’indirizzo, chiede se può venire a trovarmi in Italia.
-Se riesci a venire fino a casa mia,  sarai mio ospite, mi guarda con l’aria di chi si sente preso
fin giro, mi dà il suo indirizzo, lo scrive su una delle mie cartoline, mi chiede di mandargli un pò di soldi ogni mese perchè loro sono poveri. Gli racconto che in fondo non deve lamentarsi:
-Insomma...tuo padre lavora, quanti non hanno un lavoro... e riesce a mantenere una famiglia, i figli vanno a scuola, e se studi puoi migliorare, trovare un lavoro buono, guadagnare. Guarda il tuo inglese, ad esempio, non è affatto male, se parli un buon inglese sei signore del mondo... però tu cambia un pò, non rattristarti troppo, non lasciarti sommergere dall’idea che niente cambia, perchè tutto cambia, sempre, non è forse così?
Andiamo via insieme, mi porta a chiacchierare coi pescatori, i pescatori sono qui come dovunque:  pensosi e indaffarati. Un uomo si allontana dal gruppo, si inginocchia sulla battigia e mi accorgo che sta pisciando in ginocchio, una soluzione fantastica anche per l’Italia sulla spiaggia del mio paese a maggio e giugno, quando fa caldo e la gente non è troppa, non ci avevo mai pensato.
Cammino, attraverso il paese e salgo sulla collina sacra dietro i templi, istoriata di statue e nicchie scavate nella roccia, un enorme masso tondo poggiato in equilibrio, scagliato lì da Shiva, più su le scimmie, le seguo e scolliniamo, dall’altra parte si stende una boscaglia, al fondo della valle un lago nel quale si specchiano alberi enormi, un uomo si lava. Dal lago un rigagnolo che va verso il mare lambendo una lingua di terra dove sta una casa solitaria tra gli alberi. Lontane, oltre una piana che brucia ancora al tramonto e manda in alto aria che fa tremare i contorni del cielo, si alzano alte le montagne brulle e rosse del Tamil. E’ sera, mi viene addosso una grande tranquillità, una grande solitudine.
Viene un ragazzo e si mette a parlare, fa lo scultore, come la maggior parte della gente di qui, studia alla scuola d’Arte, scendiamo verso casa sua, ci fermiamo davanti a una stele che raffigura, a salire, la storia delle reincarnazioni, indica le figure e compita:
-Matsya, Kurma, Varaha, Narasimha, Vamana, Parashurama, Rama, Krishna, Buddha, Kalki.
Nella sera che scende le famiglie si raccolgono, la musica esce dalle radio, il rumore degli scalpelli tintinna dappertutto come doveva essere cinquant’anni fa a Pietrasanta, così racconta chi l’ha vissuta allora la cittadina dove mi sono messo ad abitare. Solo che qui le statue, le figure, le forme, sono le stesse da tremila anni. Piegarsi al canone, rendere un servigio agli dei e sparire, nell’anonimato del mondo popolato di statue senza firma, come prima del discobolo di Fidia, quando l’orgoglio per aver dato il movimento a un sasso spinse un uomo a sfidare gli dei e a dichiararsi padre di bellezza.
Lavorano alle luci delle lampade a petrolio; bambini di otto, dieci anni sanno sbozzare statue piuttosto grandi, tutta arte religiosa, arte per i giardini e per i templi, per le case e per i turisti che vengono qui perchè c’è il mare, alberghi, i templi sulla spiaggia. Anche se adesso sono pochi e se ne stanno asserragliati nei loro alberghetti a patire diarree e mali di stagione, la città, si sente, è offesa dal turismo: la gente ti si rivolge con quel tanto di sicurezza e di arroganza, di servilismo e di false offerte di amicizia che si fanno a un mezzo idiota, il turista universale.
Una volta lasciato il mio accompagnatore-scultore che mi mostra nella stanza-museo-negozio della sua casa centinaia di piccoli Shiva Parvati e Ganesh di buona fattura, finisco ad alzare la voce al tempio, con un giovane pujab che mi domanda venti rupìe ogni cinque metri, e poi mi benedice per altre venti rupìe e poi ne vuole cento per mostrarmi il Lingam, cuore del tempio, cazzo di Shiva, e io gli faccio:
-Senti un pò, tu! mister money money money! io non sono un hindù e tu sai che non potrò mai esserlo, ok? hindu si nasce! ma tra il tentativo di convertirmi e l’idea che io sia un portafoglio ci sta il fatto che anch’io sono un essere umano, anch’io ho bisogno di meditare e di pregare, anch’io al mio modo, e ci potremmo anche incontrare come due esseri umani, qui al tempio! perchè io sono venuto al tempio, non sono mica qui a far fotografie! Do you understand?
E lui, che ha capito soltanto che sono incazzato,
 giunge le mani, china la testa e dice, con soggiogata mestizia, senza un sorriso:
-As you like, sir, e riacquista davanti ai miei occhi la dignità che aveva perso.
 
La questione non è la sudditanza, il cononialismo o i sensi di colpa. La questione è che se vai dicendo che i diritti sono uguali per tutti, un giorno ci sarà rispetto per tutti.
 
La notte un grande temporale traversa il mare, lontano, verso sud.
Penso alle notti atlantiche durante le traversate in barca a vela, dove l’orizzonte è tanto vasto che qualsiasi temporale sembra piccolo e pensi di schivarlo, se tiri un bordo per andartene. E invece lui si ingigantisce avanzando, e per quanto non gli riesca di occupare tutto il cielo ti centra in pieno, sempre, e se non è troppa roba tu scendi giù, ti cavi di dosso tutto e pigli lo shampoo e speri che duri tanto da sciacquare anche la seconda passata.
 
 
A queste cose pensavo liberamente solo sulla terrazza del lazzeretto per malati occidentali quando è arrivato Maurizio da Brescia, anzi, da Salò, nome di posto legato a infauste vicende della storia d’Italia, come cercammo di spiegare poco dopo a un’australiana che avevamo visto correre nuda per i corridoi dell’alberghetto in cerca di un cesso all’inglese, urlava piegata in due cercando di proteggersi inguine e seni con le mani, implorando per un English toilette tra le risate degli Indiani. Ma è anche il paese di mio nonno, Salò, e quindi siamo un pò parenti.
Quando è arrivato gli ho detto:
-Ti avevo scambiato per un shadu
-Ma ti ha invecchiato così tanto l’India?
In realtà lui ha in fronte il segno rosso di una qualche benedizione a pagamento, è lacero e sporco, i capelli tanti, irti e scompigliati, e quanto a me, aveva scorso il libro delle presenze alla reception e aveva visto che c’era un italiano di vent’anni.
-L’ho scritto per scherzo.
-Anch’io mi sono fatto benedire per scherzo.
Parlo di lui in primo luogo perchè era un tipo veramente buffo: passava la metà del tempo entrando nei negozi a trattare prezzi finchè non lo sbattevano fuori, e comunque non avrebbe mai comprato niente, offriva sette rupìe a chi gliene chiedeva duecento, e ha finito per comprarsi dei pantaloni e una camicia a scacchi che prima di allora avevo visto indosso solo ai clown del circo. Ha trattato anche un massaggio aiurvedico con un tipo che girava per l’albergo dicendo che ha imparato tutto dal suo guru:
-Hai mal di stomaco? Ti tocco il ginocchio e vedrai che passerà.
Quando ha voluto mostrargli le sue credenziali squadernandogli davanti l’elenco dei clienti che aveva avuto da gennaio, lui li ha contati e ha detto:
-Solo sedici clienti da gennaio a luglio?
-It’s not season, sir...forse è perchè non c’erno molti turisti....
-O forse è perchè il tuo guru non è mica un granchè, fa lui, e tutti ridono e anche l’indiano ride.
Comincia una discussione su Ravi Shankar che io ho visto suonare alla Fenice, lui a Varanasi e dice che a Varanasi è meglio.
-Perchè lì c’è un sincretismo che nella scorporazione decontenstualizzante dell’ambiente rinascimentale feniceo...e Shavi Ranca a Varanasi suonava sulle rive del Gange e la musica si confondeva con le onde del mare e io rido e dico:
-Yes yes, le onde del mare in riva al Gange, Shavi Ranca... e poi guarda, Ravi Shankar alla Fenice è puro postmoderno, e non abbiamo finito di parlare perchè ridevamo troppo, sembrava troppo suonato ed era di quei lombardi che si incontrano in India, gente che sta al gioco, simpatica. Ma poi parlo di lui perchè è stato un anno in India e dell’India si è fatta un’immagine diversa dalla mia, fa il fotografo, ma non vende le sue fotografìe, gli ho chiesto perchè e lui ha detto solo…
-Ma no...a chi vuoi che interessi il manicomio di Calcutta, quello è un posto che devi sapere come fare a entrarci. E poi quando sei dentro devi trovare anche il modo di uscire...tu non sai cosa ci ho visto dentro, e se calcooli che per un occidentale medio che sbarca qui tutta l’India è un manicomio, forse puoi cominciare a immaginartelo...e le puttane di Bombay, donne bellissime, rovinate, vestite di sari colorati e piene di Aids senza saperlo.
E i femminielli. Ho trattato con un bambino di dodici anni che alla fine era disposto a farsi inculare per dieci, dico dieci rupìe! e quando gliene ho date cento, l’ho fotografato e l’ho lasciato andare quello si è dato a gambe, pensando che fossi della polizia, o un membro di qualche organizzazione mondiale di pedofili che voleva rapirlo o di qualche organizzazione umanitaria che voleva salvarlo....
E poi ha cominciato la sua lunga invettiva sulle multinazionali che affamano l’India, e io gli ho detto:
-Anche tu tratti al ribasso su tutto.
-Sì, bisogna tenere bassi i prezzi altrimenti non ce la possiamo permettere più. L’India.
Allora gli ho detto che anche noi facciamo come le multinazionali e lui ha detto:
-Okkei, okkei, sì. Alla fine nessuno sa bene come venire fuori dal colonialismo.
Non so che cosa ha attratto quest’uomo di quarant’anni verso i bassifondi dell’India, non so come ci sia entrato e perchè, non so granchè della sua storia. Ma mi stava simpatico e mi ha ricordato che ci sono italiani ottimi in giro per il mondo. E sarà sull’onda
- di queste ovvietà che dirò di come finalmente mi sono dichiarato ufficialmente malato.
 
 
Maurizio da Brescia l’ho lasciato a trattare con un noleggio bici perchè voleva andare sotto il sole a vedere certi templi che stanno sulle montagne che si vedono tremolare nel caldo in lontananza.
Mi sono ritirato nella mia stanza e ho cominciato a rovistare tra le medicine che mi ero portato dall’Italia perchè cominciavo ad avere un’ansia strana. Avevo diversi sintomi e diversi antibiotici. Tenute insieme da una spilla le istruzioni per l’uso. Leggevo le Indicazioni e niente mi sembrava corrispondere ai miei sintomi, non avevo diarrea, non avevo quegli accessi di febbre tipici della malaria, nè gli occhi gialli dell’epatite. Stavo per andare in una crisi di panico quando ho detto, OK, cerchiamo un medico.
Anche se ho viaggiato e me la sono cavata dappertutto, davanti all’ignoto,  ho le reazioni che immagino può avere la maggior parte della gente che in fondo sa che qui si pratica un’altra medicina.
-Le cliniche aiurvediche, tsè.. faceva Maurizio da Brescia, le ho fotografate io le cliniche aiurvediche...Sporche...da far venire i brividi...e sono piene di occidentali che stanno lì a farsi dare le pappette e accettano una sporcizia che non accetterebbero mai in Europa!
Poco da fare, nonostante la bontà dei farmaci aiurvedici la gente muore a fiotti, basta dare un occhio in giro per vedere come ci siano malattie endemiche disseminate a pioggia, vedi la gente malata per strada rassegnata alla malattia, e quando la propria vita entra in gioco, quando ci sei davanti, all’idea che non solo gli Indiani possono morire in India, allora senti come sia difficile entrare nella psicologia della rassegnazione, ma d’altro lato capisci come a nessuno salvo che a te possa importare qualcosa della tua salvezza.
E poi non hai la mente lucida per ragionare, avverti queste cose in un misto di febbre e di paura, quando capisci finalmente che il male non passa, aumenta, che non sai che cos’hai, perchè è nuovo, e può essere la banalità più grande, curabile nel modo più semplice, ma vai in paranoia perchè ti senti proprio solo.
Così finalmente scendo giù, sono le due del pomeriggio e chiedo al tipo intraprendente sui trent’anni che ha messo in piedi questo lazzeretto se c’è un buon medico da queste parti. Sta a non più di cinquecento metri da qui, gli chiedo in prestito una vecchia bicicletta e comincio a spingere sui pedali, ma non ho mai fatto tanta fatica e non ho sudato tanto e mai tanti giramenti di testa come in quei cinquecento metri.
Al Suradeep Hospital, una piccola clinica privata come ce ne sono dappertutto, devo aspettare, mi distendo su una panca davanti a cinque ragazze in sari verde che sono le infermiere e assistenti e segretarie del dottore. Passa mezz’ora, cammino nel corridoio davanti a celle senza finestre dove stanno distesi uomini e donne malati, qualcuno ha chi l’assiste, qualcuno è solo, i fan rendono il caldo sopportabile, poi un’infermiera mi chiama, solleva una tenda con la mano, ecco il dottore. Entro, vergognandomi un pò, perchè mi sembra di avere scavalcato un paio di donne indiane nella coda, e mi trovo davanti una donna giovane, avvolta in un sari verde, gli occhiali cerchiati d’oro, grassa e tanto rassicurante e bella che le dico:
-Mama Doc, I’m sick! e cado pesantemente sulla sedia. Segue interrogatorio. Per il momento mi dà qualcosa per lo stomaco e dice torna domani e dimmi come stai. Mangia solo del riso. Se domani stai male faremo le analisi del sangue.
La medicina indiana non ha fretta. Passo la sera con Maurizio da Brescia che si è rimorchiato uno spagnolo da Barcellona simpatico e dolce che dice che tutto è bellissimo, ha fatto il mio giro per il sud al contrario, in Kerala piove talmente tanto che dopo una settimana di pioggia ha detto:
-Jo men voi.
Ha attraversato le backwaters che è un viaggio bellissimo e ha vagato per i templi che sono bellissimi e stare lì seduto ad ascoltare canti e preghiere era bellissimo e parlare col pujab era quasi sempre bellissimo, è stato dal Sai Baba ed era ridicolo. Insomma è una specie di europeo che ama l’India e gira con un lunghi ed esercita l’ironia davanti al modo in cui gli indù trattano gli europei, spillando soldi e dicendo è proibito fotografare il lingam.
-Ma se paghi non è più proibito.
La notte piove, e poichè nella sala da pranzo aperta verso il mare dormono i camerieri che si levantano alle cinque col sole, alle dieci è tutto finito, tutti nelle stanze. Maurizio si fa un giro e torna e dice che la gente anche qui quando piove non abbandona la strada dove dorme, stanno lì a prendersi l’acqua, poi passerà, s’asciugheranno, loro lo sanno.
Il giorno dopo torno da Mama Doc, e dico che lo stomaco va meglio, ma tutto il resto, i dolori alle ossa e la cefalea e la debolezza son sempre lì, peggio di prima.
-OK, analisi del sangue.
Entro nel bugigattolo dove si fanno analisi e tutto è come l’aspettavo: molti anni prima mi ero fatto cavare un dente in Turchia, e so com’è l’igiene approssimativo di uno studio medico di Istanbul, qui sarà peggio. Cotone intriso di sangue, tavoli e pavimenti sporchi, puzza di medicine, la siringa è di vetro, grande, come quelle di quand’ero bambino. Anche la scatola di alluminio dove farla bollire ha lo stesso sistema di chiusura della siringa che usava mia madre, ma lei diceva che l’ago era di gomma; a quattro anni mi ero girato e avevo scoperto l’inganno. Adesso le iniezioni so farmele da solo. Su un fornelletto l’infermiere fa bollire la siringa qualche minuto, adesso è sterile, lo so, mi succhia il sangue e tornerò domani.
-Intanto continua con la medicina per lo stomaco.
Mama Doc me ne dà altre due tablets avvolte nella carta di giornale. Comincio ad affezionarmi a Mama Doc, al suo inglese rapido e fluente venato d’accento indiano del sud, ai suoi occhi grandi e dolci, lo dico al ragazzo intraprendente dell’albergo:
-She is beautiful, gli faccio.
-She is married, lui mi risponde.
Vado sul mare, tolgo i vestiti e mi butto nell’oceano. Life is good, life is good! grido tra i flutti felice comunque di essere qui, mi lavo di pesi e affanni, i cavalloni più alti non mi fanno paura, mi danno brividi, attimi di isterìa gioiosa. Di nuovo brividi, cammino sulla spiaggia, attraverso i templi, giro tra i capannelli e i ristoranti all’aperto, sono baracche dove si cuoce il pesce sulla griglia, si serve a tavoli di legno il pesce sulle foglie.
Un uomo ha una scimmietta ammestrata alla quale fa svolgere qualche misero numero in cambio di poche rupìe, e non si può negare che qui la nostra coscienza ha un sussulto, davanti alla schiavitù della scimmia si prova disgusto quanto davanti al lebbroso si ha pietà, ma tutto continua ad avere un che di ineluttabile, tutto concorre a una specie di anestesìa dei sentimenti, si vive di shock e si impara a ripararsi dallo shock: le immagini sono troppo rapide e forti e continue. Così per ripararsi si comincia a mentire piano piano a se stessi, a diventare un pò indiano, a convivere con lo spettacolo gratuito della miseria e a mischiarsi con essa, a farsi trasportare da questa specie di sogno e qualche volta la febbre t’aiuta a sentirti più dentro, più in sistonìa, più simile a loro.
Torno da Mama Doc, mi siedo, tento due chiacchiere, poi lei, con tatto strano, comincia a dirmi tutto quello che non ho: non ho l’Aids, non ho l’epatite, non ho la malaria, non ho il colera.
-Hai solo l’ameba.
-Fuck!
Mio fratello è stato a lavorare in Africa due anni, nel Mali, faceva parte di un progetto dell’ONU per insegnare la carpenteria europea ai falegnami africani. Era tornato, viaggiando dapprima su una barella infilata a metà dentro un’R4, poi l’avevano caricato su un aereo con un dottore dell’Europe Assistance, a Milano l’avevano messo su un’ambulanza ed era arrivato all’Ospedale di Bergamo tre giorni dopo la partenza. Io l’aspettavo, l’ho visto uscire dall’ambulanza disteso su una lettiga in coma, era grigio verde in viso e sembrava avesse vent’anni di più. Aveva l’ameba. Poi l’avevano trasportato in un centro per malattie tropicali della Brianza, dove gli avevano succhiato fuori degli affari grandi come un fegato e non era stato abbastanza, ne aveva ancora che gli premevano i polmoni, ero andato a cena con sua moglie e quando eravamo tornati (avevamo bevuto un pò di vino ed eravamo su di giri) aveva gli occhi blu di paura, non riusciva a respirare e aveva il fiato cortissimo. L’hanno rimesso sotto i ferri d’urgenza e in qualche modo ne è venuto fuori.
-Fuck, ridico a Mama Doc dopo essermi fatto un giro nell’incubo di un’odissea del genere, non ho nemmeno fatto l’Europe Assistance.
-Don’t worry, fa Mama Doc, la maggior parte degli occidentali che vengono in India hanno dei problemi del genere, noi sappiamo bene le malattie che vi prendete, non avete gli anticorpi che noi abbiamo, qui quasi nessuno si prende l’ameba. Ma sappiamo come curarla, non l’hai nel fegato, non l’ha ancora raggiunto, l’abbiamo presa in tempo. Io ti guarisco, vedrai.
-Ma come cazzo l’ho presa, Mama Doc?
-L’acqua, hai bevuto dell’acqua malsana.
Faccio un giro a ritroso nella mia India dal m
*io arrivo a quando mi sono accasciato sul letto a casa di Ileana....
-Vuoi un bicchier d’acqua?
-Grazie....
Poi la bambina in sari verde e giallo che mi porge con un inchino e un sorriso l’acqua e limone fresca in un bicchiere d’argento, su un vassoio d’argento, avevo sete, era fresca, era quel bicchiere. Porca puttana me la sono beccata lì. Pensavi tu, faccio a me stesso, di venire in India, prendere i tuoi appunti, farti un bel giretto, scrivere un libro e farla franca. Ma l’India è l’India, e l’ameba is part of the game, fa parte del gioco.
-Prendi questo antibiotico, per dieci giorni, tre al giorno, è forte, devi stare fermo, stare tranquillo. Fumi?
-Sì
-Due o tre al giorno o di più?
-Di più.
-Non fumare per tre giorni.
-Nemmeno dopo cena?
-No.
-Ok Mama Doc, I’ll make it.
Torno in albergo e fa
ccio la conoscenza di due ragazzi tedeschi che odiano tutti i turisti del cazzo che stanno annidati nell’albergo impauriti da tutto e dicono che lì stanno bene perchè ci sono visi pallidi. Sono d’accordo, anch’io non vedo l’ora di andarmene di qui.
-Quando vai via di qui vai a Kodaicanal, sulle Palani Hills, da lì prendi un mezzo per Manjanpatti, chiedi del vecchio Peter, è una persona d’oro. Ha una stanza e una cucina da affittare. La vista è la più bella dell’India, non ci sono turisti. Lui parla inglese ed è cattolico. E’ il posto ideale per riprendersi: non fa caldo, la sera sentirai il bisogno di una coperta, cammini tra le foreste in un paesaggio che non puoi immaginare. Peter ti offrità i suoi magic mushrooms, te li puoi fare, non c’è problema, non è come l’LSD, vai tranquillo e cammini cammini e sembra di camminare in paradiso. Adesso sarebbe bello farsi almeno una canna, aiuterebbe a stare in questo posto...
E io, che sono in fondo una persona molto ospitale, mi rinvengo di avere nascosto nello zaino un pò d’erba del Kerala vendutami fuori dal Broadland da quel tipo insistente e dopo l’ho dimenticata lì. Male non può farmi.
-Wait, faccio. Vado nella mia stanza, ingollo il secondo antibiotico e tiro fuori il cartoccio.
-Guarda non so rollare.
-Rollo io, non c’è problema, fa la tedesca, prende le cartine e rolla un affare gigante come non ne vedo dai tempi dell’isola di White.
Va bè, si fuma, che altro c’è da fare. Seguono quelle chiacchiere idiote che si fanno senza sapere che stai dicendo stronzate, le idee che ti vengono sembrano bellissime e infatti abbastanza presto dico che vado nella mia stanza a scrivere e li saluto perchè partono domattina per Pondicherry, altro posto bellissimo dove andare a rilassarsi in riva al mare dentro capanne sulla spiaggia dove non c’è turismo e nessuno ti disturba, fa il tedesco mentre lei fa:
-Yes yes, con accento tedesco. E passa l’ultimo tirello.
Nella mia stanza mi preparo per una notte di scrittura delle bellissime idee che mi vengono in capo una dopo l’altra per associazioni libere, ma proprio liberissime: quaderno, penna, una tazza con fondo di caffè, niente sigarette come ha raccomandato Mama Doc. Comincio a sentirmi strano leggendo il foglio delle analisi del sangue, perchè scopro che Mama Doc si chiama Indira Gandhi e non so se è meglio crederci o no. Mi sento sempre più strano e comincio a parlare ad alta voce in inglese, penso che sia l’effetto dell’erba medica del kerala che male non può farmi mentre sale e sale, sale ma presto mi accorgo che uauh, altro che erba! conosco gli effetti dell’erba! qui straparlo! straparlo in inglese e non riesco a smettere, dico frasi che non hanno nè fine nè senso, ad alta voce, mi alzo e comincio a camminare per i due metri e mezzo di stanza, apro la doccia e mi ci ficco sotto, mi butto sul letto e gira la testa e se mi addormento forse vado in coma, la lingua mi scende nella gola e ho paura di morire soffocato nel sonno come John Belushi e Jimi Hendrix e sono lucido solo su un punto: sto straparlando, ma non posso smettere di straparlare, se mi addormento muoio e devo stare sveglio, se esco a chiedere aiuto in queste condizioni mi porteranno all’ospedale psichiatrico di Calcutta e lì diventerò pazzo se ci arrivo vivo. E a differenza di John Belushi e Jimi Hendrix non so suonare la chitarra e non ho recitato nei Blues Brothers, così nessuno si ricorderà di me quando stanotte sparirò dalla faccia della terra, come quell’altro francese di venticinque anni cardiopatico che è morto l’altra notte nell’albergo di fianco a questo; lasciando una ragazza brasiliana a secco di lacrime che diceva al poliziotto gentile e suadente:
-Tornerò in Giappone dalla mia famiglia, mio padre fa l’ambasciatore, questo ragazzo l’avevo conosciuto qui.
E io sono una testa di cazzo che è venuta a morire in India stanotte come uno sprovveduto. Morirò e morirò come una testa di cazzo e sulla mia morte verrà stesa una bugia pietosa e nientecchiù. Grido, la testa schizza, è come se mi avessero appiccicato due elettrodi in testa e mi avessero attaccato al generatore dei Black Sabbath, tento di vomitare e ho paura di morire soffocato dal vomito, non devo dormire, non devo dormire, devo arrivare all’alba chiuso qua dentro e correre da Mama Doc, Indira Gandhi, Indira Ganhi aiutami tu.
Ma infine casco, l’ultimo ricordo è una crisi d’asma, e l’aria umida e calda di Mahaballipuram non è stata d’aiuto, la stanza senza riscontro d’aria mi ha fatto vedere, tra le immagini ultima, attraverso le bende di una mummia nella stanza del faraone nella Piramide di Assuan. Punto. Cioè la mia morte.
Non so quale dio, quale angelo benigno io debba ringraziare, ma mi sono svegliato in stato comatoso e sono andato allo specchio della stanza. Ero gonfio, rugoso e grigio, gli occhi mi si aprivano appena, ho capito come si sente un elefante e non ho avuto il coraggio di uscire perchè ho visto due volte The elefant man, inteso come film di David Linch.
Poi ho sentito i due ragazzi tedeschi che partivano. Loro potevano capire. Quando mi hanno guardato in faccia hanno avuto la reazione che ha la gente quando The elefant man si toglie il cappuccio, la scena è girata in modo che i visi pieni di orrore guardino in macchina, così il pubblico sente che l’orrore è rivolto a te che guardi. Stessa sensazione, ma questa volta sono davvero io. Così capisco che non era un sogno. Mi vesto e vado da Indira Gandhi, e mentre mi affanno sulla bici mi ricordo di David, il ragazzo inglese studioso di pipistrelli che era andato fuori di testa proprio qui, forse lo stesso medico, forse una partita di antibiotici scaduti o che ne so. Parlo con Mama Doc, le chiedo se è possibile.
-Ma no ma no, fa lei, somministro questo antibiotico regolarmente e non ho mai avuto reazioni simili. Ti dò del valium, in questi casi il valium mette le cose a posto, se fosse successo di giorno non ci sarebbe stato problema. Comunque cambiamo antibiotico. Questo è più forte, è nuovo, lo abbiamo sperimentato con successo. Non dà reazioni, adesso vai in albergo, prendi il valium, dormi e domani mattina prendi l’antibiotico.
La medicina indiana non ha fretta.
-Senti Mama Doc, le faccio che sono già quasi sulla soglia, penso che sia meglio dirla tutta. Ieri sera ho fumato dell’erba...
-Oh Gosh! grida lei, sobbalzanbdo sulla sedia con tutto il suo bellissimo peso.
-I told you! Don’t smoke for three days!
-Credevo che intendesse sigarette...
-Puoi fumare tutte le sigarette che vuoi, è l’erba che non devi fumare per tre giorni!
Ed era così
C che la laicissima dottoressa aiurvedica Indira Gandhi detta Mama Doc è talmente assuefatta a questa gente strana che viene in India per fumare che non le era venuto neanche in mente di distinguere: fumare per lei significa esattamente quello che significa per i turisti sballati occidentali del cazzo, o forse era stato per una sorta di imbarazzo, di timidezza, di ritrosìa, di modestia, che non aveva pronunciato la parola. La Gangia, come la chiamano qui. Ed io, che parlo assai, per una parola non detta stavo per fare una capriola nel Nirvana.
 
 
Ne sono venuto fuori.
 
 
Sono rimasto a Mahaballipuram a guardare tutti partire per le strade dell’India, Maurizio e Felipe lo spagnolo sono partiti per il nord insieme, il gatto e la volpe tedeschi sono andati a Pondicherry, l’italiano della dissenteria se n’è partito per il centro del Tamil con la sua bella, di striscio ho rivisto arrivare e partire con uno strascico di donne e birre l’australiano enorme che avevo incontrato al Broadland, l’aria sempre più schizzata, sta recitando in un film indiano lowissimo budget, viene la sera in taxi e torna sul set il giorno dopo.
E’ partita anche l’americana in esilio che ha una storia con uno studente indiano che non può presentarla ai genitori per via di tradizioni di famiglia, lei si lamenta perchè è un amante dolce e straordinario ma poi è costretto a farla sentire una puttana. Parte la brasiliana dagli occhi d’oro senza aspettare la spedizione del corpo del suo amico cardiopatico morto, e parte il dottor Vigaykumar.
Il dottor Vigaykumar è’ un medico indiano da vent’anni negli States, Newport, California. Fa colazione, cornflakes, latte, tè, toast e uova, succo d’arancia, è bello e muscoloso come un indiano-americano e sta tornando, ha fatto un pò di soldi con la cardiochirurgìa e va a Hyderabad a fondare un ospedale. Si occuperà, spera, di prevenzione, di educazione, ma dopo vent’anni d’America ha voluto tornare di dov’era partito e dare un senso a tutto il grande viaggio. Gli faccio tanti auguri e un giorno andrò a trovarlo. Nel suo ospedale, sì.
Rimango solo ad aspettare le mie forze, guardando il mare, ascoltando musica americana degli anni settanta seduto in terrazza col mio poco da fare, due chiacchiere col boss, due con i camerieri, scrivo qualche cartolina, riemergo lentamente e valuto il peso della mia caduta. Maurizio da Brescia, poichè mi lamentavo di dover restare fermo qualche giro proprio qui, dice partendo:
-Quando sei in Italia e pensi al viaggio in India fai i tuoi progetti e vedi tante immagini e pensi a tutte le cose che vuoi che ti succedano; sai di cosa vuoi liberarti e sai verso dove vuoi andare. Poi parti ed è tutto diverso. Non si può fare dell’India ciò che vuoi, è sempre lei che fa ciò che vuole di te.
L’India. Mi accorgo del fastidio che deve dare vedere scritta questa parola ad ogni frase, ma la realtà è che è una specie di nome e di nume,  un’immensa entità dall’energia pazzesca che contiene anche la tua e dà e prende in ugual misura, ma sempre tanto, più di quanto non sembri possibile. Spreme e rigenera. Basta atterrare, il resto vien da sè. E spoglia, spoglia di tutto.
Ripenso alle parole di Maurizio e ai miei progetti, finchè stavo in Italia.
L’india era allora per me i racconti di Dario e di Hans, che sono gli amici che ho amato di più. Dario ha cominciato ad andarci negli anni settanta, ogni anno partiva, tornava quattro mesi dopo, magro e pieno di racconti, poi l’inverno scriveva. Hans ha cominciato ad andarci quando Dario ha smesso, spinto dai suoi racconti, dalla sua anima di nomade viennese e dal desiderio di continuare una tradizione che ha a che fare con l’essere amici. Io giravo il mondo con una barca a vela, e in India non c’ero mai stato.
Per me questo viaggio ha cominciato a rivestire, riguardo a loro, l’idea di ricongiungersi, di avere fatto, ognun per sè, lo stesso viaggio. Dario è un filosofo, Hans fa il produttore di musica operistica; son tipi in gamba, e l’India ha lasciato in loro la traccia che lascia in chi non si scompone più di tanto davanti alle isterìe europee: la loro idea dell’essere è planetaria, le ubbìe di politici e potenti, degli emergenti e dei rampanti, degli insicuri e dei depressi sono passate al vaglio della visione indiana, dell’energica calma che infonde  il problema di dirimere il bene e il male, l’avere e il non avere, il fare e l’essere che fa guardare alle nostre ambizioni e ai nostri guai con un certo distacco divertito.
Riguardo a Dario, poi, avevo un debito che volevo saldare. Nel 1980 Dario era stato qui diversi mesi, e tornato si era chiuso in soffitta a mettere ordine in un diario indiano che non aveva mai pubblicato ma solo fotocopiato per gli amici. Si intitola Fichi d’India, ed era fatto di aforismi, frutti dolci e spinosi dell’aver pensato quaggiù. E forse, mi ero detto, c’era nel titolo anche un accenno ironico all’edonismo che cominciava a imperversare, al suo ritorno, a quell’idea di dover essere fichi, sì, ma, appunto, d’India. Nella mia conoscenza poi del personaggio, sapevo quanta fatica gli costasse scrivere, e la forma del fico mi suggeriva anche quella di una specie di stronzo dell’anima partorito con difficoltà, grosso e spinoso.
Ma le cose a volte vanno in modo strano, ed era stato in quel periodo che le nostre strade tentavano di separarsi, perchè per un tratto eravamo stati troppo vicini, abitavamo nella stessa casa, dormivamo nello stesso letto perchè c’era un solo letto, e facevamo quasi tutto insieme. Così, visto che non è possibile nemmeno tra maschi eterosessuali adulti una separazione consensuale senza un certo incrostarsi di vecchie ruggini, quel diario non l’avevo mai letto. Lui lo sapeva e anche se non diceva niente ne aveva sofferto e si dilettava in stupide ripicche. Che era incazzato me l’aveva mandato a dire da Giulia, che si preparava attraverso un larghissimo giro ad essere infine sua moglie e madre di tre splendidi figli, Alè!
Insomma ho con me il diario indiano di Dario, volevo cominciare a leggerlo sul treno che porta in Kerala, perchè l’unico nome che sapevo riguardo ai luoghi frequentati quell’anno era Kovalam Beach, lì  aveva detto di avermi pensato mentre guardava i pescatori spingersi nell’oceano con barche a vela fatte di tronchi di sandalo legati insieme, di quelle che si vedono ancora, anche qui. Sì, pensavo di leggerlo là. Però sono qua, non ho portato libri, scrivere mi affatica parecchio. Così apro il diario e comincio a leggere, dall’inizio, queste pagine di tanti e tanti anni fa.
 
Sentirsi soli. Ha a che fare col distogliersi di uno sguardo. Assieme alla fame, il bisogno di essere guardati sta conficcato nell’origine dell’esistenza umana, e costituisce l’elemento genuino di ogni fede: che Qualcuno ci guardi, o che Uno veda tutto e sempre, supplendo così alla precarietà degli sguardi dei nostri simili. Deiezione, al contrario, è questa sensazione di uno sguardo che muta direzione, che ci lascia, ci dimentica.
 
Comincia così, con quel carattere di astrazione che hanno i pensieri nati dallo sguardo dei filosofi. Eppure io so, perchè gli sono stato testimone, che dietro queste frasi c’era una donna, e so che il fare astrazione da lei  persino nelle pagine intime, gli ha procurato tutti i guai che si procura chi trincera nomi concreti, concrete mancanze, concreti vuoti dietro una teoria generale del male di vivere. E così la propensione all’astratto, era diventata in quegli anni in lui attitudine a dirsi bugìe, finchè era riuscito a convincere tutti di soffrire in filosofìa, mentre stava soffrendo in amore. Prova ne sia che ne sarebbe uscito sposando la donna che amava.
Ora non so se ho qui il diritto di raccontare un pezzo della storia privata di questo strano compagno di viaggio, e forse, se fosse qui, rivendicherebbe i diritti di Proust contro Saint Beauve, direbbe che l’io che scrive è un altro, insomma chiederebbe anche lui che non si frughi nei cassetti della sua anima senza permesso. Ma sarà l’antibiotico, sarà il senso di colpa per la storia dell’erba, sarà quel che sarà, ma fa parte di me, del viaggio e della storia, andare sull’intimo, tirare giù due paginette un pò Karinzia e  confidare che anch’io, in questi anni, avrei voluto lo sguardo di un testimone benevolo, e la mia mente ricorre a figure femminili.
Fosse stato quello della donna con cui l’amore era finito, venuta a riconciliarsi col suo passato e con me tanto da vivere serenamente il pensiero l’uno dell’altro, o fosse stato quello di mia madre, o almeno, in vece sua, dell’angelo custode di cui mi parlava da bambino. Oppure chissà, un amore nuovo.
Ma una donna con cui l’amore finisce in modo violento non si riconcilia, e semmai cerca di punire nell’altro la propria infelicità e la propria delusione. Quanto a mia madre è troppo vecchia per sapere, le ho scritto una lettera prima di partire, parlavo dei piccoli e grandi successi di un uomo che ce l’ha fatta, a convivere bene con le cose che non ha e a godere di quelle che ha. Volevo partendo sentire di lasciarla in pace. So che la legge tutti i giorni, me l’ha detto mio padre. La legge per capire cosa dico tra le righe, e credo che sappia che questo voleva essere un saluto, la mia benedizione, non so se ci sarà tempo per altro.
Quanto all’angelo custode, ho posato il mio sguardo e la mia mano su  mio figlio, provando il desiderio di essere per lui qualcosa di simile a un angelo, e quanto a dio, ogni tanto mi è capitato di pregare, di domandargli, se vede, di giudicare lui, ma soprattutto di guidare il mio tram verso qualche certezza e qualche rettitudine.
Quanto a Dario, sapevo tutto di lui allora, ho sentito leggendo che le parole sono una cura, a volte; e quando una frase parla del dolore, questo si allevia, come dalle parole venisse una carezza.
Ma come eravamo giovani, Dario, allora, quando le parole sembravano sempre essere anche quelle di un altro, a volte vivevamo come stessimo rifacendo i Quaderni di Malte, il romanzo di Rilke, un libro che avevamo amato tanto.
Ora è tutto così diverso, ora sento il peso delle parole, a volte ho paura, e sento la responsabilità e la solitudine di rappresentare solo il mio punto di vista. Quanto alla cura, qui, sta nel mischiarsi alla dolcezza indiana con dolcezza, nel camminare tra la folla a bordo dei miei sandali.
Oggi, qui, mi domando perchè tanto affetto per gli Indiani che incontro, perchè amo sprofondare nei loro occhi dai quali così spesso vengono insieme forza, umiltà, rassegnazione, una grande e quasi incomprensibile dolcezza. E anche se solo dio può dire se la loro sofferenza sia comparabile alla mia, io sento che in fondo loro insegnano che non c’è altra via che l’umiltà.
Sono ormai passati alcuni anni da quando sono stato separato da mio figlio. E ho lottato perchè non fosse così, per anni ho cercato di negare la realtà delle cose. Ma il tempo passa, e la sua infanzia ormai l’ho vista nei fine settimana, o d’estate, guidando per andare a prenderlo, guidando per riportarlo a casa, quel viaggio triste della fine d’agosto di ogni anno, quando l’estate finiva e lui tornava dalla madre e non c’era rimedio alla mia nuova solitudine...
Così c’è un momento che senti che una lotta è finita, e ciò che è stato è stato, e riconosci finalmente che sì, c’è stata violenza e l’hai subìta. Ma non la vuoi restituire. Di qui, da questo punto, da questa accettazione di ciò che è, cominci a sentire che la non violenza ti evita almeno la pena che si infligge chi non sa perdonare: la rivalsa, il desiderio di vendetta. Veleni, per il corpo e per l’anima. E allora basta: guardati intorno, guarda quanto subisce e sa subire la gente. Rinasci. Per questo sto bene qui, e pur pieno di amebe dico al mio boy, Peter, cattolico, che mi chiede se voglio birra:
-No grazie, mi sto purificando.
Sto bene come può stare chi si svuota, lontano come sono dalle radici del dolore.
E adesso è ora, buonanotte.
 
Mi sveglio presto, al suono dei camerieri che disfano i loro letti, e ancora disteso riprendo in mano i fogli gualciti nel viaggio del diario di Dario.
 
Madras, primo ottobre 1981. Ho impiegato anni e anni della mia vita a individuare i miei desideri, a farli germogliare nonostante il gelo della colpa, a impostare da essi le scelte autonome e conseguenti; in una parola, a legittimarmi come avente diritto in una società di eguali. Ora, qui in India, anche nel più marginale raccontino mitologico, anche nella più insignificante battuta di un shadu, ritrovo viva ed operante quella mia primordiale volontà di annichilire il desiderio, quella sensazione innata che in esso fosse la causa del dolore, quella visione della vita come necessaria, ma per fortuna temporanea espiazione di colpe altrui. Insomma in oriente mi trovo in minoranza come già in occidente, ma almeno ora ho il piede in due staffe, e l’altro può andarsene dove gli pare.
 
Poi, ancora la solitudine...
 
Nadine scrive: tu n’es pas seul, pour le " simple fait que toi, pour moi, tu existes.
 
Il suo diario continua così, e tra un discorso sulla solitudine che lo accompagna e qualche ricordo dell’Italia e dell’infanzia si fanno spazio aneddoti Indiani. Poi parla di Reg, un australiano che sta chiuso in albergo.
 
La prima volta che mi sono accorto di lui era in mezzo al cortile che faceva schioccare una frusta non sua. I movimenti erano perfetti, da domatore, illuminati dalla solenne indifferenza con cui li compiva. Gli stessi occhi sornioni, la stessa faccia insolente gli ho visto fare quando gioca a scacchi o mostra le posizioni del frisbee. E così dev’essere anche con le donne. Non vi trovo però affettazione, nè brama di primato. L’altezza delle sue gesta ordinarie sta piuttosto nel modo in cui appaiono, distaccate e liturgiche, come di cose che sapeva tanti anni fa e che ora gli ritornano per caso. Reg tiene anche una specie di diario che, come tutto del resto, tratta con sufficienza e lascia spesso sul tavolo comune. Io l’ho letto a pezzi e qui riporto la pagina di oggi, da cui scopro che deve tornarsene a casa.
 
E’ un pò triste accettare che probabilmente devo lasciare il centro Asia, e il Broadland. Come dice Steve Sly, ‘non c’è al mondo un altro albergo come questo’ , un vecchio harem con la moschea e un bel prato oltre le mura, i suoi tre cortili, la sua immagine di albergo accogliente...Mi domanderò cosa vuol dire tornare a casa, dove il sole tramonta alle due perchè davanti mi hanno costruito i grattacieli, la stessa mancanza di soldi, gli stessi vecchi giorni pieni di ansia, annoiato e disteso davanti alla Tv o giù al bar a bere e a guardare le donne. Le stesse vecchie domande: Stai combinando qualcosa? Hai una specie di lavoro? Cosa hai intenzione di fare per i soldi, Reg?
 
E’ stato così, leggendo questo diario nel diario, che ho scoperto che il mio incontro con il viaggio di Dario, l’idea di andare a vedere la stessa spiaggia del sud per dirgli poi se c’è ancora un certo bar e se ancora le donne vendono frutta sulla spiaggia trasportandola nei loro cesti sulla testa, non si attuerà a Kovalam Beach, perchè in modo più fortunoso e intenso, per un regalo del destino è già avvenuto. Non come frutto un pò forzato e macchinoso della mia volontà di seguire i suoi passi, un’idea in fondo molto letteraria, ma per il motivo stesso che ci aveva fatti amici, affini, vicini nelle passioni: i Beatles e in genere la musica, il Milan, i mitteleuropei, la pittura moderna, il cinema, viaggiare, che ci ha portato a distanza di diciassette anni a scegliere lo stesso mitico hotel, il Broadland. Dove sono passato senza sapere che ci fosse stato anche lui. Questo è un incontro! E questa sorpresa mi dà il piacere intenso di un’agnizione quasi postuma riguardo alla nostra amicizia, ma qui ho riconosciuto i motivi più autentici per cui siamo diventati amici.
-Lo stesso meccanismo, direbbe lui che è sempre stato iperbolico parlando di noi due, per il quale John e Paul si sono incontrati, per una forma di attrazione più grande delle reciproche durezze.
Sì, Dario, anche se noi insieme non siamo riusciti a fare molto di più dello spettacolo che la nostra amicizia ha comunque offerto a chi ci abbia in quegli anni lontani guardati. Altro che John e Paul...
 
 
Rispetto alla deiezione (dunque famme raggiunà no pocariello cor filosofo)...quella malinconìa di chi vede un altro allontanarsi, abbandonare lo sgu
ardo prima posato su di te, qui avviene, al contrario, il reincontro virtuale di chi ha sentito il bisogno di seguirti, di rincontrarti nel viaggio lontano che hai fatto. E ti dico che ti sono stato fedele, pagando alla fedeltà il mio prezzo perchè non è stato sempre facile.
Poi, tornato solo, mi viene in mente anche che siamo gente che ha fatto fatica. Ma mentre lui è riuscito a ricomporre nella sua vita il desiderio e l’agire, e si è circondato di quei figli di cui anch’io avrei voluto la presenza, io oggi sono veramente solo, come chi spesso ricorda la gioia nei momenti tristi, come chi ama un figlio da lontano. E così come faccio solo oggi il suo viaggio indiano, mi sento in ritardo anche riguardo a tutto il resto, ad una casa che sia una dimora, a una donna che si senta amata e che ami, al calore quotidiano dei bambini. C’est tout.
 
 
Sulla spiaggia un gruppo di ragazzi gioca al calcio, mi siedo lì e poi come un bambino chiedo se posso giocare. Quando mi capita una bell
da palla faccio qualche palleggio al volo per liberarmi in area, mi giro e insacco netto. Applausi, ma l’ho fatto al modo di Reg, senza affettazione nè brama di primato, ma distaccato e liturgico, come una cosa che sapevo fare un tempo e ora torna per caso.
Mi sento meglio, oggi partirò.
 
 
Vado da Mama Doc a ritirare le analisi, l’ameba è sparita dal mio sangue, sembra che sia guarito.
-Ti sentirai debole ancora per qualche giorno. Mangia in buoni ristoranti, bevi solo acqua in bottiglia.
-Mama Doc, grazie, per tutto quello che ha fatto. Però volevo dirle...guardi...la storia dell’erba è stata proprio un caso...non sono un consumatore abituale...
-Yes yes, fa lei scuotendo dolcemente la sua bella testa in qua e in là. Yes yes forse vuol dire che a giudicare è il cielo.
 
 
Mollo la bici davanti al tavolino sotto l’androne di cemento che fa da reception e ment
re il boss fa il conto telefono in Italia, e parlo con mio figlio per la seconda volta da quando sono qui. Mi chiede che ore sono e dove sono.
-Ti cerco sull’atlante, fa lui.
E mi ricordo di come nell’infanzia il mondo possa stare in un libro. E adesso nel suo libro ci sto anch’io. God bless you.
Parlo anche con lei, la mamma, con la quale in fondo ho cercato senza mai riuscirci di parlare. Ma adesso, da questa grande distanza, mi pare serena e si dispiace per la storia dell’ameba e mi chiede dove andrò e le parlo di Pondicherry, di Madurai e del Kerala.
-Vai a Mysore...
-Sì, dopo il Kerala ci andrò.
-Oh Mysore... è bellissima Mysore...
E capisco che a Mysore è stata felice.
 
 
Tento di lasciare Mahaballipuram per Pondicherry con un
bus ma quando arrivo è già partito, fino a stasera non se ne parla.
-Ma perchè è già partito! faccio a un gruppo di taxisti che staziona in piazza.
-Era pieno, che senso aveva aspettare?
-Già, che senso aveva. E adesso?
-E adesso prendi un taxi. Non ci sono bus fino a stasera.
-Mi piacerebbe trovare un taxista che dice che il prossimo bus è tra dieci minuti. Vado a vedere.
-Noi siamo qui a dare informazioni e offriamo un servizio.
-yes yes
-yes yes.
Autobus meno di zero e informazioni scarse, una coppia di svizzeri ha perso lo stesso bus, OK si parte insieme, si contratta e si divide il prezzo. L’auto fa un lungo giro intorno alla città e poi si spinge a sud per una pista che attraversa foreste di palme, coconut tree, banani, villaggi nascosti nella jungla rosso verde, squadre di edili asfaltano tratti di pista. Alle donne spettano i lavori più umili, pala e carriolate di asfalto, le donne manovale hanno in comune il viso contratto in un’espressione che non è già più dolore, ma una specie di astio. Da una radio portatile viene Bob Marley, no woman no cry.
Saline, immense distese di acqua salmastra luccicante di cristalli di sale e montagne, piramidi di sale. Squadre di uomini dalla pelle mangiata dal salmastro si accaniscono col badile, camion carichi si incolonnano nel tremolìo della fata morgana, spariscono gli orizzonti. A un ponticello su un fiume viene ad abbeverarsi una grande aquila dalle penne rosso-brune, penso a mio figlio, se fosse qui, l’aquila...
Spiagge, capanne, alberi di cocco, banani, motorette, villaggi Indiani, la strada li taglia in due e mentre il traffico aumenta coi suoi mezzi improbabili, si affacciano sulla via i rumori di un povero artigianato che ricicla il riciclabile: saldatori di tubi, venditori di bidoni, cordami, vecchi copertoni, dappertutto il suono del martello, officine più simili a installazioni di trash art che a laboratori, il colore della ruggine dei pezzi di ricambio si riflette nelle pozzanghere; terra, grasso, benzina, variazioni sul tema del rosso e del marrone, del bluastro, del nero; e i muri, i cancelli, i pilastri verdi e azzurri, e ovunque l’impressione di un attivismo difficile da decifrare: dove vanno, perchè? Avanti e indietro per le strade coi loro mezzi di fortuna, persino comici. Come se l’andare fosse un’altra maledizione religiosa da prendere con un sorriso.
Siamo nella periferìa di Pondicherry, cerco un certo Palm Beach Bungalows che sta ai confini di Auroville, scendo, saluto gli svizzeri che vanno in un ashram di Aurobindo.
 
 
Se ne dicono molte, sulla comunità fondata da Sri Aurobindo e The Mother il 28 febbraio del 1968 con una cerimonia alla quale presenziarono il Presidente dell’India e diplomatici di 121 paesi. Quel giorno si disse che:
-Auroville sarà un esperimento di convivenza internazionale dove uomini e donne vivranno in pace e in progressiva armonia gli uni con gli altri, a prescindere dal credo religioso e politico, dalla cultura, dalla nazionalità.
Molti stranieri sono venuti qui a fondare il più grande sogno dell’umanità: francesi, inglesi, tedeschi, olandesi, spagnoli, italiani, messicani. Poi sono venuti gli Indiani, provenienti più che altro da classi medio alte.
Qui sono stati costruiti quartieri residenziali, enormi sale di meditazione, parchi, giardini, scuole. Sono stati piantati migliaia di alberi in quei giorni di carica ideale. Poi, nel 1973, the Mother, l’indiscusso capo spirituale, è morta.
I membri della Sri Aurobindo Society, l’organo di gestione di Auroville, dicono naturalmente che le sue ultime parole sono state ‘Auroville appartiene alla Sri Aurobindo Society’, ma gli abitanti di Auroville dicono che The Mother  morendo ha detto che  Auroville non apparteneva a nessuno in particolare, perchè Auroville appartiene all’umanità. E sono incominciate le lotte per il potere tra la Sri Aurobindo Society e la comunità di Auroville, due cose difficili da distinguere, ma i due gruppi si lanciano accuse acrimoniose e acide e ogni sorta di veleni, si allontanano senza avvedersene dagli ideali dell’inizio, subiscono il destino comune a tante sette religiose: occultano fondi, i membri della Società vengono accusati di manovrare per negare il visto di soggiorno ai membri di Auroville. I primi accusano gli Aurovillians di fare sesso libero, di usare droghe, la vecchia storia degli anni settanta si abbatte sulla città, nel 77 e 78 i gruppi si scontrano fisicamente, la polizia interviene, i membri della Società sfruttano le amicizie dei politici, ministri più o meno interessati a fette di potere... Insomma un vero disastro, e tuttavia il libro della dottrina ideale degli inizi continua a fare proseliti in India e in altre parti del mondo. Il governo interviene, si tentano mediazioni, gli interessi sono vasti, viene creato un comitato di controllo sopra le parti, i progetti continuano, il governo è interessato a nazionalizzare Auroville, si discute ancora.
Intanto i residenti sono ottocento, si sviluppano tecnologie alternative, culture alternative, sport alternativi, piantagioni alternative, informatica alternativa, cooperazione alternativa coi villaggi Tamil, scuole ospedali e industrie alternative.
Io non lo so, ma mi sembra di usmare un odore, quella puzza di bruciato che si usma quando si va in un posto molto ispirato, troppo, e l’umano finisce con il venirsene fuori più prosaico della poetica dei proclami, e magari la gente alla fine non si ricorda più perchè sta lì, e ricordargli le origini è come parlare di Marx a Breznev, una cosa così.
Dicono che è interessante, fiorita, pulita, Auroville. Il posto dove ho trovato un letto è appena fuori dai suoi confini. Io qui ho due scopi: vedere Auroville e trovare Charlie Mc Angus.
 
 
Il giro per il campo lo faccio in compagnia di un inglese muscoloso e gentile che va e viene dall’India ogni sei mesi, da dieci anni, intanto si è sposato con una ragazza tedesca bella quanto lui e hanno l’aria di amarsi. Staranno qui un mese intanto che capiscono se i profumi alternativi prodotti a Auroville avrebbero successo a Goa, dove hanno intenzione di andare a stabilirsi col loro bisinèss. L’idea è di riciclare bottiglie di vetro di Coca e Pepsi e Fanta e infilarci profumi naturali da vendere ai turisti. Può funzionare, a loro interessa il business, gli ideali di Auroville meno, comunque è gente che sa abitare in India.
Davanti a una tazza di tè lei dice che quando si sono incontrati lui era magrissimo, era qui da sei mesi e non mangiava quasi niente, se l’è portato in Germany dove gli ha insegnato un pò di educazione democratica.
-Era una specie di punk, sai? adesso lo vedi, com’è gentile? la Germania gli ha fatto bene. Beh sono dieci anni che si fa avanti e indietro insieme.
Lui intanto mi fa vedere la mia stanza.
-Non ho niente a che fare con la proprietà, però già che sono qui dò una mano... stai attento ai topi. Beh qualche topo gira, sì, è un villaggio indiano.
..
Vado verso la spiaggia... capanne che emergono tra i rifiuti, plastica soprattutto, sacchetti di plastica mangiati dal tempo e verdura marcia, cani che difendono il loro territorio richiamati dai loro padroni, frotte di bimbi che giocano tra le barche dei pescatori, se non ci fosse tutta questa merda in giro potrebbe persino somigliare ai poster delle agenzie di viaggio, questa spiaggia. La luna è piena questa notte, un gruppo di bambini danza per me.
Il punto di riferimento più vicino al modo di ballare dei ragazzini Indiani è Michael Jackson, e l’attitudine al contorcimento pelvico del bacino catapultato in avanti a mimare una specie di minaccia di stupro fa un pò ridere al pensiero che fino al matrimonio la maggioranza di loro non vedrà una donna, cosa che fa degli Indiani compresi tra i diciotto e i venticinque anni una specie di sottocasta contraddistinta da un tale allupamento che fa pietà. Stanno fissi a guardare le donne con le orecchie all’ingiù e l’occhio languido venato da una mestizia che sembra dire: Maronnaaa...
Intanto qui la luna ha un’altra faccia e la spiaggia è piena di merda di ogni specie e là in fondo si illumina la città di Pondicherry, e a me sarà la merda o la stanchezza ma adesso piacerebbe un bar. Torno che è buio verso la mia stanza, non c’è da mangiare perchè non è la season, intorno a un tavolo rotondo sotto una palma stanno seduti l’ingles e la ragazza tedesca, i capelli lunghissimi raccolti in treccioline, la pelle scura, gli occhi azzurri.
Mi presentano John, americano sui cinquanta, un tipo di Auroville, due ragazzi di spalle si girano verso di me nella penombra: riconosco i due tedeschi di Mahaballipuram, il gatto e la volpe con cui ho fumato l’erba  maligna. Contenti di vedermi, sano e salvo. Mi siedo con loro e chiedo a John se vuole raccontarmi un pò di Auroville, ma è troppo ubriaco, non si regge in piedi, farfuglia qualcosa che l’inglès traduce:
-E’ qui da vent’anni, ha piantato ventimila piante e ne ha i coglioni pieni. Di piante di Auroville e dell’India. Ma sta qui, gira le bettole oltre il confine della città ideale cresciute all’ombra di un piccolo traffico clandestino di alcoolici. Sì, l’alcool gira dovunque giri un tipo di Auroville in libera uscita.
-Whiskejjjjj...Parties....farfuglia John, dov’è il whiskej? dove sono le feste!
L’idea che vent’anni di Auroville abbiano ridotto quest’uomo a cercare feste e alcool fa tristezza, apparenze di spiritualità vicine allo zero. Viene un cameriere indiano e gli inglesi ordinano Special Tea per tutti, arrivano teiere piene di birra e whiskej.
Arrivano quattro tipi di Auroville in libera uscita. Si allungano una sedia e siedono con noi, siamo l’unico tavolo, è buio, stiamo alla luce del petrolio.
Un americano sui trent’anni, la moglie incinta di otto mesi, uno spagnolo che si occupa di tinture naturali e parla con l’inglès. Un hippy quarantenne, lo spagnolo, tinge tessuti con tinte naturali che trova camminando nei boschi, nelle foglie, nelle radici. Per dire la verità gli hippy più tosti, quelli che sono qui da vent’anni e sanno perchè, oggi si mischiano coi shadu. Li ho visti aggirarsi per i mercati e i templi chiedendo la carità. Lo spagnolo si ostina a vendere una visione del mondo invecchiata presto e un esperimento di Indianizzazione fallita.
La quarta è una ragazza indiana, una ventina d’anni dall’Andra Pradesh, ha letto il Libro ed è partita, lasciando la famiglia, gli studi e la città. Ha l’aria emancipata, i capelli corvini le crescono liberi in ogni direzione, veste come gli occidentali in India: braghe larghe di cotone dorato e canottiera nera; ha gli occhi d’oro, è diffidente verso tutto ciò che non è Aurovillian, le chiedo da quanto è qui.
-Cinque anni, e quando le dico che anch’io vivo nello stesso piccolo paese da molto tempo mi guarda come dicesse ma che cazzo dici, qui siamo a Auroville, gira la faccia dall’altra parte. E’ bella, bellissima, per lei Auroville significa innanzitutto sono una giovane donna emancipata.
L’ingles sparisce, va a prendere un amico. Torna dopo qualche minuto, mi alzo a salutare l’amico dell’inglès: è indiano, niente di strano in India. Ma l’atmosfera cambia, si fa un gran silenzio e non si capisce perchè. Viene
 il cameriere, l’ingles chiede Special Tea per due, il cameriere nega, dice che non capisce.
-Come on...Special Tea...non fare finta di niente...
-La cucina è chiusa, sir...
-Come on, sono le dieci e mezza, qui non ha mai chiuso niente prima delle due...
-Spiacente sir, la cucina è chiusa...
-Il problema è lui, fa l’americano, puntando il dito in direzione dell’indiano.
-Cazzo dici, il problema è lui? Lui è amico mio, è nato qui, è uno del miliardo di Indiani che abitano l’India!
-Non fare lo spiritoso, tu, tu non sei di Auroville, tu non puoi capire.
-What?
-Voglio dire quello che sto dicendo. E cioè che lui è indiano. E se il padrone gli serve uno Special Tea lui parlerà, come tutti gli Indiani. E domani qui ci saranno cinquanta Indiani che vogliono bere alcool e dopodomani ci sarà una rissa e il terzo giorno la polizia chiude il locale. Niente alcool e niente Palm Beach Bungalow, ok? E dato che noi vogliamo la libertà di bere l’alcool che gentilmente il gestore di questo locale ci offre, niente Indiani qua dentro, chiaro?
L’americano sputa le sue parole avvelenate guardando fisso negli occhi l’indiano, che sorride e non dice una parola mentre l’inglese ormai ha tutti i muscoli irrigiditi dalla voglia di spaccare la faccia a questo americano testardo zuccone e razzista.
-Alla faccia di Auroville...Già pretendere di bere liberamente alcool in un paese dove bere è una bestemmia non è la cosa più carina che uno possa fare. E poi, via, un Aurovillian...ma non siete la guida spirituale del mondo? Fa l’inglès.
-Bloody hell, gli faccio. Così tu baratti una pinta di birra col razzismo! Da dove vieni, Auroville?
Sulle facce illuminate dalle lampade a petrolio si fa un silenzio molto vicino a quello della rissa, vengo guardato con disgusto, ma in due facciamo più muscoli dei loro. La moglie tedesca si alza, raccoglie le sue cose, dice che deve andare.
-Niente di personale, ma siamo stanchi, è ora di dormire...
Tutta la scena mi sembra un film di Tarantino, l’idiozia sublime del dialogo iniziale tra i membri della gang di Reservoir dogs, Le Iene in italiano.
Ho voglia di andarmene al più presto e tutta la voglia di vedere Auroville mi è passata, mi basta questo giro nelle sue derive. L’inglese se ne va, vado via anch’io, John dorme con la faccia sul tavolo, ma almeno lui ha piantato ventimila alberi, chi lo può giudicare. Mi alzo, i due ragazzi tedeschi, quelli incontrati a Mahaballipuram, vengono via con me. Ci sediamo un pò davanti alla mia stanza, lui dice:
-L’anno scorso mi era sembrato diverso questo posto, ma adesso forse sono cresciuto, non lo so... tutto mi sembra molto falso, stupido, idiota.
-Le sette sono così, il tempo corrompe gli ideali, ci si incancrenisce come certi uomini che invecchiano male, alla fine la vince la sindrome dell’assedio, prima o poi si comincia a sparare.
Dice che partono domani, se ne vanno dal vecchio Peter, sì, quello dei Magic Mushrooms.
-Perchè non vieni anche tu....
-No. Grazie per l’invito ma non vengo, devo cercare Charlie Mc Angus, è per questo che sono qui. Comunque buonanotte, domani è un altro giorno, conoscervi è stato un piacere.
 
Accendo lo zampirone, mi chiudo a chiave e per la prima volta dormo coi soldi addosso. Atmosfera di merda, shit, me l’aspettavo.
 
 
Sta seduto lì a guardarmi fare colazione, quando mi alzo mi chiede dove vai.
-Cerco un inglese.
-Si chiama?
-Charlie Mc Angus.
-Aspetta.
Chiama un ragazzo in bicicletta, parlotta, il ragazzo mi fa segno di montare.
-Dove andiamo? faccio al tipo che mi guardava mangiare.
-Da Charlie Mc Angus.
Il ragazzo magro comincia a pedalare.
Io Charlie non lo conosco, non l’ho mai visto ma ne ho sentito parlare. Intanto è il padre di Peter, e questo basterà a farlo entrare nella storia. Peter è un ragazzo alto, magro, biondo, ha gli occhi azzurri, le mani lunghe e curate, ha modi raffinati, veste elegantemente e non si è mai capito come entri in possesso di proverbiali giacche bianche, camice di seta, scarpe fatte a mano. Perchè Peter, da quando è nato, pur avendo imparato dal padre a seminare debiti e casini, non ha mai fatto una lira. Adesso vive a Londra, da dove fa giungere di tanto in tanto contradditorie notizie disperanti, sembra che abbia un lavoro per il British Museum, sembra non l’abbia più.
Si dice che passi il tempo mangiandosi le unghie seduto di fianco al telefono di un monolocale che paga come non si sa, aspettando telefonate di commissioni che tardano a venire.
Poi si fa vivo a Lione, agghindato e splendido, come sempre, sembra di non potere andare a una festa senza incontrarci Peter.
E’ amato dalle donne: grandi, piccine, madri, bambine, è affabile coi padri e coi mariti, se lo portano in casa come si porta il pannettone a natale. In fin dei conti è un gigolò mancato, per esserlo gli manca la scaltrezza di chi non avendo morale calcola il modo migliore di mettere a frutto i modi, il corpo, il sorriso. Invece è puritano, un bell’impiccio per tutto quel talento.
Fa il formatore,è bravo. Il formatore il mestiere di chi fa calchi perlopiù in gomma e in gesso da sculture in marmo in creta in gesso in bronzo. Dai calchi si fanno copie di bronzo. Il calco, per essere perfetto, dev’essere il tramite di una copia che non si possa distinguere dall’originale. Si tratta di non lasciare traccia, di sparire. Ed è così che Peter, dopo aver occupato per un anno o due in perfetta solitudine l’intero Hotel Italia, un albergo della Versilia abbandonato dove ha esercitato l’arte del dandismo, si è dato all’Inghilterra lasciando qualche conto da pagare. Quanto a questi, Peter non è riuscito a imitare l’abilità del padre. Si è comportato da professionista, Charlie, e quando ha lasciato l’Italia, otto anni fa, se i suoi creditori avessero fatto una cooperativa, ci avrebbero messo in piedi un’azienda di medie dimensioni, col buco che ha lasciato Charlie. Eppure, il vuoto nella memoria di chi li ha conosciuti è grande come quel buco.
-Ah... Charlie, where are you, crazy man?...biascicava Sean ubriaco quando gli h
o detto che sarei andato a cercarlo, in India.
 
 
-Cercare un uomo in India può non essere facile, diceva Giuliano dandomi l’indirizzo di Charlie, ma mi sono lasciato guidare dall’istinto e sono stato fortunato. Sono molto più grande dell’indiano che pedala in piedi mentre mi attacco a lui seduto sulla sella. Quando mi fa scendere è sudato, indica una serie di capanne tra gli alberi e dice:
-Yes yes, sei arrivato.
E’ domenica. Poche centinaia di metri dalla fine della pista sta un gazebo, sotto il gazebo un’altalena, alla sua destra una capanna, due letti, giochi per terra, due tavoli, cartelle per la scuola, vestiti di bambini, per un viottolo lastricato si entra in un giardino tropicale, due capanne più grandi, una piccola, un tavolo all’aperto, la terra rossa rastrellata, tutto è così ordinato e pulito. Niente recinzione. Uccelli. Cantano. C’è più fresco che altrove. Voci di due bambini, rumore d’acqua corrente, i bambini sgranocchiano pistacchi, seduti per
terra come fosse un gioco. Di spalle una donna indiana con una lunga gonna scura e una T Shirt bianca con scritto GAP.
-Sono un amico di Peter, cercavo Charlie.
-Charlie non è qui, viene tra un pò.
E’ talmente poco sorpresa che sembra normale che uno che cerca Charlie sia qui, con la sua faccia da italiano. Sta lavando del riso, ha i tratti del viso netti e regolari, gli occhi guardano lontano, profondi, limpidi, sicuri, parla poco. I bambini sono suoi, nati da un precedente matrimonio. E’ una donna dalit, senza casta, Charlie le ha dato una casa.
Charlie arriva per un sentiero che attraversa la jungla con le gambe troppo corte e la pancia che spunta da una Enfield 5OO. Non me lo immaginavo così. Per me Charlie era stato per anni alto e secco, più alto e secco di Peter, forse perchè Peter diceva sempre che tra lui e suo padre era finita col tono di chi si arrende a un padre più alto e più secco di lui. E invece è piccolo e grasso e riccio e scompigliato quanto Peter ha i capelli lisci e sempre pettinati. Di tanto in tanto molesta un bel paio di baffi biondastri. Mi chiedo se in fondo nasca da questa differenza di fisionomìa la rottura di Peter con suo padre. Definitiva, senza appello, mi fa quasi soffrire.
Spegne la Enfield 500 nera e viene verso di me. Nervoso. Ridacchia, non sa che dirmi. So che ha avuto casini con quelli di Auroville. Sua moglie taglia carote davanti a una finestra e gli sorride.
-Così sei qui.
 Peter mi aveva parlato di te. Diceva che avremmo dovuto incontrarci. Diceva che scrivi.
Guardo quest’uomo che Peter descriveva come un uomo che:
-E’ andato in India per aiutare gli Indiani. Ma io credo che siano gli Indiani ad aiutare lui.
Eccoti qua. Scoperto. Stappa una birra e siede al tavolo all’aperto. Io non bevo, rigido su questo. Fuori dalla terza capanna, dove stanno gli attrezzi, una cassa di bottiglie vuote. Birra indiana.
-Cosa potrei fare per te.
-Nulla, dimmi di Auroville.
Esercita sarcasmo inglese.
-Mi piacerebbe che Gandhi fosse qui. Dice. Li sbatterebbe fuori dal paese come ha fatto con gli inglesi. C’è gente che sta a Auroville da vent’anni e non è mai stata a Pondicherry, which is remarkable, ci sono cinque miglia. E non sanno dov’è il tempio di Madurai. Il fatto è che molti di questi miei dirimpettai pensano che Auroville è fantastica, peccato che sia in India. Gli ho suggerito di andarsene in Italia, ma non so se gli italiani sarebbero tolleranti come gli hindu. Però in Italia potrebbero almeno andare a vedere il Vaticano. Quello sì è un posto spirituale, isn’t it?  Non si può venire qui e imporre un’idea a gente che ci vive da alcune migliaia di anni. La loro è un’India che potrebbe funzionare in California, forse. Adesso si sono messi in testa di fare una piantagione di rose. Ho cercato di spiegargli che le rose non crescono perchè fa troppo caldo. C’è un proverbio indiano che dice che non si trovano le rose dove non crescono.
Se da queste parti vuoi combinare qualcosa, devi farlo crescere insieme alla gente, devi ascoltarli, capirli, fare compromessi.
Si sono completamente isolati dal mondo e dettano legge, sono talmente ridicoli che credono di conoscere la verità.
Hanno un sacco di soldi, hanno un piano per comprare un sacco di terra.
La prima generazione era gente a posto, ma questi...
Eccoci qua, piove. E oggi è domenica qui in India, in Italia sarà domenica domani. La cosa strana dell’India è che siamo sempre nel futuro. Così quando viene la fine del mondo ce ne andiamo per primi, e tutti gli altri ci staranno a guardare. Morire è un pò andare fuori fuoco, è un detto indiano.
Andiamo nella terza capanna.
Nella terza capanna ci sono un tavolo, un tappeto, un sitar. Charlie lo accorda e poi lo cede alla bambina. La bambina riaccorda, Charlie si lamenta,
-Non ti fidi di me...
Scherza, ma fino a un certo punto. La bambina comincia un esercizio. Charlie le chiede di suonare Chikibaboo, un pezzo che gli piace. La bambina ha un vestito di cotone bianco a fiori, le sta bene, magra, delicata, bella. Piccolo conflitto sugli esercizi e sul maestro che le dice di fare solo scale cosa che esclude ogni sorta di Chikibaboo. Gioco sottile con il quale la bambina sottolinea limiti e distanze: perchè ha dodici anni, perchè è indiana, perchè il sitar lo suona meglio lei, perchè anche la madre è così: serena, riconoscente, ma molto paritaria, sa cosa prende e cosa dà una bella donna indiana nel letto di un inglese. Più vecchio di lei. Più grasso di lei. Più matto. Comunque, alla fine la bambina intona Chikibaboo. Lui sta a guardare, seduto al tavolo come si conviene a un vecchio signore inglese in India.
Usciamo a vedere il laghetto artificiale. Un uomo cammina un centinaio di metri fuori dalla piantagione. Ogni tanto emette un fischio strano. Si accuccia. Si rialza. Riprende a camminare.
-Sylvie....
Sylvie non viene. Sbuccia pistacchi in cucina.
-Sylvie...
Sembra nervoso e preoccupato.
Sylvie viene, asciugandosi le mani in un grembiule.
-Sylvie chi è quell’uomo?
Sylvie lo guarda. Guardo Sylvie. Allunga lo sguardo, lo segue tra le fronde dei coconut tree.
-E’ un uomo che cammina.
-Perchè fischia?
-E’ un uomo che cerca qualcuno.
Sylvie serve a Charlie a capire quello che Charlie non sa dell’India. L’immagine di Charlie nervoso e preoccupato mi rimane in testa.
Andiamo a vedere la terra.
Charlie camminando indica dove sorgeranno i progetti del suo piano quinquennale. Da sognatore complicato parla della scuola di danza, indica il camp
o dove sorgerà, cerca di definirne i contorni, cerca spingendo gli occhi in questa piana brulla, si è perso. La terra dove sorgerà la scuola è divisa dalla terra che ha intestato ai bambini, the children’s land, la chiama.
-La compreremo, dice, ma è molto cara. Però dovranno venderla a noi, perchè noi daremo il passo ai confinanti, se non la vendono a noi non avranno accesso alla loro terra. Abbiamo studiato le cose in modo da tagliare fuori tutti. E’ una partita a scacchi. Non tutto è stato facile. Abbiamo dovuto essere furbi. Abbiamo dei nemici. Comunque la scuola di danza si farà. Faremo anche una scuola di scultura, laggiù, vedi dove stanno quegli alberi? la forma della nostra terra è piuttosto strana, e ci è costata un sacco di soldi. Siamo alla fine del primo piano quinquennale. Nei prossimi cinque anni sorgeranno le scuole, poi costruiremo le barche di vetroresina, i pescatori hanno sovvenzioni dal governo per comprarle. Le costruiremo laggiù, le proveremo in questa piscina. L’acqua della piscina servirà per irrigare la terra, è una storia che va avanti a ciclo continuo, quando piove. Ci vuole pazienza. Tutto in India prende una quantità diabolica di tempo e di pazienza. In questo l’India è un paese Classico. Nel senso che devi credere in quello che fai. Ci devi proprio credere in modo assoluto. Altrimenti l’India si gira e ti morde al collo. Non puoi venire in India a cercare te stesso. Devi conoscerti bene prima di venirci. O sei perduto. La vita qui è un modo di imparare a morire. Quando qualcuno mi chiede che cosa sia la vita, rispondo che è una cosa che ha a che fare con la morte. La vita e la morte, nient’altro.
Ride.
Camminando, di ritorno verso le capanne, il vento asciuga il sudore, l’aria profuma di terra e di mare. Un’anguria sotto il gazebo. Silvye, la donna indiana di Charlie, se la mette sulla testa. Stasera sarà festa, fette da un orecchio all’altro, sognano i bambini. Lo guardo roteare gli occhi parlando di scuole che ancora non esistono, indicare tra gli alberi edifici, studenti, rumori, lavori che vede solo lui. In lontananza un uomo sta seminando. Gli chiedo se lavora per lui.
-Chi?
-Quell’uomo, Charlie, è un’ora che lo guardo lavorare...
-Bloody hell...non l’avevo mica visto...
Troppo impegnato a tessere, tessitore del vento.
 
 
Viene la sera, sono stato a Pondicherry, torno con un pollo. Si mangia pollo seduti per terra.
-Bambini lavatevi le mani e la faccia, per favore.
Il maschio si alza dal letto dove stava già dormendo e si lava diligente e assonnato, nel lavandino dove ci sono le pentole usate da Sylvie per cucinare. Riso, spezie, tanto curry.
Fantastico: ho fame, di nuovo, per la prima volta. Penso di essere guarito.
Dormo qui, disteso per terra nella capanna living room, la notte più bella da quando sono in India, silenzio, animali notturni, un letto così comodo, così pulito, pensieri di benedizione per Charlie, che forse ce la fa, a vivere ancora una vita in questa vita, se ce la fa a pagare i debiti. Ogni tanto va in America a vendere granito, e odia l’America. E lo sento ridere in cucina dove è sistemato il loro letto coniugale, con la sua bella moglie indiana, poco lontano dormono i bambini. E anche i suoi sogni dormono, venuti a cercare in India le radici. E per quanto ne so non è mai stato così felice, si è lasciato indietro tre figli che ormai fanno da soli ma forse l’hanno sempre fatto. A sessantanni c’è ancora speranza, penso che gli dia gioia avere tolto dalla strada questi due bambini e li ama, ama la sua fattoria magica e folle nella jungla e Charlie ce la farà. Gli manca il vino.
 
Il mattino dopo lo vedo carica
re i bambini sulla Enfield nera che fa fatica a accendersi e poi parte; spariscono, salutando con la mano nella jungla, vanno a scuola. E’ lunedi.
Ieri sera, fumando l’ultima sigaretta nel buio, mi ha raccontato dell’ultimo monsone. Pioveva come dio può mandare pioggia in India da due settimane, tutto allagato, la terra una risaia infinita senza riso, e arriva il primo giorno di scuola che sta ancora piovendo. Charlie carica i bambini sulla Enfield e via, nell’acqua alta: si parte alle sei, si arriva alle otto, puntuali, la scuola è importante. E a scuola non c’è nessuno.
-Not even the headmaster. He said.
 
 
Cammino per la strada lunga e dritta che va verso Pondicherry. Bambini a centinaia passano in bicicletta con le loro cravatte blu, i pantaloni corti, la camicia bianca e l’olio di cocco nei capelli. Puliti, ordinati, gentili, carini, dolci, gente che va al lavoro qui come in tutto il mondo, formando lunghe file da qui all’orizzonte, sembra il passaggio del giro d’Italia molto presto di mattino, quando ancora la bagarre non è iniziata, si va piano e si riconoscono le facce dei campioni, Merckx che chiacchiera con Gimondi. Un’apparizione. L’aria è fresca, al sud fa meno caldo, il monsone è arrivato ma non piove. Provo l’emozione che provavo andando a scuola la mattina presto, in bicicletta, o correndo nella neve. Sono molto giovane. Credo di avere l’età che aveva mia madre quando un giorno siamo andati in montagna, io e lei, camminando nella neve all’alba. Qualche anno dopo mi ha detto che quel giorno era stata felice.
Le periferìe indiane sono villaggi di capanne e di stranissimi negozi, e come in ogni altra parte del mondo il traffico va verso il centro, dove raggiunge infine la paralisi. Solo che è fatto perlopiù di biciclette, risciò, roba spinta a forza di gambe, campanelli che suonano tutti insieme con l’intento di fare una musica più che di segnalare una presenza. Mi sembra un canto di cicale...
Secondo me nessuna cicala canta per essere ascoltata. Lo fa per segnalare il suo stare nell’infinita cicalità dell’essere, senza pensare a sè vive il suo atmàn nel brahma, da vero insetto induista. Forse anche nel cuore del magma indiano la vita è così, si pedala e si suona il campanello. Ma a guardarli bene gli Indiani incolonnati sulle loro biciclette sembrano formiche che nell’indiana illusione suonano il campanello perchè sarebbe bello essere cicale.
Sale il sole, sale il caldo, sale la calca, salgo sul bus per Tanjavur, siedo in prima fila. Un uomo si accascia sull’asfalto, nel mezzo della piazza, prima gli si fa il vuoto intorno, e lui sta lì a rappresentare una sospensione del tempo, una fermata, un tentativo di andarsene abortito. Il caldo, la fame, forse ha bevuto, poi gli si fa intorno una piccola folla, guardo le loro facce: tutto normale, tutto sotto controllo. Gli versano dell’acqua sulla faccia. Lui si appoggia a un gomito, si guarda intorno come stesse disteso in un campo a guardare oltre la siepe l’infinito, come Leopardi ma più magro. Invece sta tramortito in mezzo al casino. Gli autobus in partenza gli scaricano in faccia i loro gas pesanti, che rimangono lì. Si ha spesso l’impressione che per dichiarare la propria esistenza si debba mettere in scena qualcosa di simile alla morte: se non mi date retta guardate che muoio. L’autista mette in moto. Sono le otto del mattino, ma sembra mezzogiorno in Sicilia a Piazza Armerina nel Cinquantatre.
 
 
Otto ore di autobus possono ammazzare. Perchè l’autista suona la tromba ogni tre secondi in media per quattro cinque secondi sempre in media, dipende dalla sua visione del pericolo. Capre, cortei funebri e cortei di Partiti Politici Indecifrabili, cortei di festa religiosa, camion pieni di mattoni con seduti sopra operai che sobbalzano sui mattoni, perizoma e lunghi e nientecchiù, stazioni con milioni di aspiranti passeggeri, chioschi, Pepsi, biscotti, dolci. Fermate di fianco a latrine maschili en plain air, odore di merda da far sognare l’ospedale psichiatrico, risaie, schiere di studenti in attesa di qualcosa per andare a casa, bailamme di mercati e negozi, barbiere, dentista, sari shop, caramelle, templi del sud, macchie di donne in attesa, bambine rasate che accattonano, autobus che prendono l’ultima curva in derapata con gomme di mescola dura: due, trecentomila chilometri per gomma. Sosta in piccolo villaggio con verdure, cetrioli, manghi, donna musulmana sexissima con velo nero e occhi aggressivi di  bellezza coatta. Bere e pisciare, sudare, bere e pisciare, è fatta anche di queste cose la via della purificazione. Shadu, venditori di patatine in vassoi di stagno, salgono e scendono dal bus, centinaia di volte al giorno, centinaia di giorni, migliaia di uomini e donne raggruppati per famiglie, scendere dall’autobus fino a svuotamento, salire sull’autobus fino a riempimento, uomini che dormono dappertutto ciondolando teste, straccio per detergere sudore dell’autista, sua presa leggera sul volante impiantato verticalmente sull’asse, acquitrini nei quali il cielo e le mucche, le capre, le nuvole e le motorette, niente chiacchiere, mestizia e rassegnazione, sorriso del compagno di ventura che mi guarda guardare, incidente stradale taxi-autobus, polvere sollevata dal vento e fumo dal motore, meccanico chiave inglese e semiasse a mezzaluna, donne dall’aria paziente, caschi di banane, vigili in torretta nei rondò, fiumi, piscine dove si lavano, un uomo che caga sul ciglio della strada maestra, carri trainati dai buoi, un uomo con gli occhiali spessi, una donna butterata, uomini che dormono dappertutto spiegano perchè dappertutto ci sono Indiani che dormono: non perchè non sappiano dove dormire quanto perchè invece lo sanno: qui, o lì, dove capita, è lo stesso, non c’è luogo dove non si possa dormire perchè non c’è luogo per dormire nè pietra dove poggiare la testa. Donne che stupiscono per il decoro che comunque mantengono, bambini educati alla pazienza così da grandi saranno pazienti, scene di esodo ad ogni villaggio ma verso dove. Ogni dove un villaggio, ogni villaggio una sosta, di nuovo di fianco alla latrina dove gli uomini vanno a cagare, cinque-diecimila stronzi tutti insieme caduti dal ciglio della piazza nella fossa comune degli stronzi, domanda: come faranno le donne; ipotesi di risoluzione di problemi energetici del subcontinente: e se bruciaste gli stronzi? Dopo otto ore di bus sono ancora puliti, gli Indiani, come faranno, ammirazione silenziosa per il buon autista sudato a cui non viene nessuno a dargli il cambio. Se si addormenta, bus distrutto da incidente con conseguenti fiamme mostra sua fragile carcassa ai margini della strada, seduto in prima fila non ho speranza in caso di frontale, sensazione di frontale ogni volta che si incrocia mezzo proveniente opposto senso di marcia, volante a destra e tenere la sinistra, tanto per ricordarsi che qui gli hanno insegnato a guidare gli inglesi, ma poi guidano gli Indiani. Uomo con nero bitorzolo enorme sulla guancia destra, color ocra della terra che si mangia l’asfalto dai due lati, file di contadini in risaia, bananeti, acqua, templi e capanne dal tetto di frasche di coconut-tree essicate color creta senese, bizzarrìe di cemento dove è arrivato il cemento, tentativo di centro commerciale insomma cubo vivacemente colorato, tenuità dei colori all’interno del bus, pastelli ottenuti per decolorazione naturale causa sole, polvere e mani sudate, sensazione di esserci sempre più in mezzo, ogni ora, mezz’ora, all’impasto umano medio hindù, resistenza alla fatica, senso dell’onore e della dignità, seguire l’esempio, spirito di adattamento, ultima stazione e ultimo mercato umano, Tanjavur, ma dove andranno questi se quegli altri venivano. E quasi tutti hanno una casa e dei parenti, difficoltà psicologiche e rapporti complicati col padre o con la madre, qualche dubbio sulla religione e idee sulla politica del governo, voglia di fare l’amore e progetti per l’avvenire. Moltiplicato per un milione. Credo di avere visto un milione di persone, oggi.
L’uomo del ricsciò è quasi cieco, i suoi occhi stanno diventando bianchi di polvere e sole e sforzi per spingere: bellissimo dravidico, vecchio austero, e poi io vorrei andare al Tamil Nadu Hotel ma non gliel’ho ancora detto. Lui mi guarda e dice:
-Tamil Nadu Hotel?
-E come facevi a saperlo? Buonuomo?
Doccia, stanza, bella, grande, lettone, fine della giornata in ristorante di lusso con quattordici camerieri e un cliente, io. Come alzo un sopracciglio mi sono addosso in quattro, un incubo, cammino nella pioggia e finisco in un enorme cortile sul quale danno stanze di un Lodge, dentro le stanze le famose famiglie di Indiani in viaggio, luce fioca di lampade a petrolio e di neon a mezza forza, effetto Finestra sul cortile indiano. E  io rimango lì, a bagnarmi nel buio.
 
 
Alle cinque del mattino Tanjavur è rosa. Vado al tempio.
 
Ho camminato nell’alba che Tanjavur era ancora deserta. Quelli che dormono sulla nuda terra si stanno svegliando, e al modo di chi dalla terra assuma non solo sofferenza ma la forza si guardano intorno, tranquilli, davanti al giorno che viene.
Sono arrivato camminando così fino al fiume che divide la città in due parti e per un ponte porta alla città nella città, il tempio, la città sacra nella città dolente, corrotta, profana. Alte mura rosate nel mattino le separano.
 
Poi ho visto le donne.
Altri diranno dell’inferno della vita femminile nelle mura di casa. Ma io dirò di come esse si lavassero nel fiume che bagna le m
tura del tempio, che fa sacre le acque che scorrono a occidente, mentre a oriente sta sorgendo la luce.
Qui, nell’ombra delle mura e del ponte che lo sovrasta, scendendo per un ghat di marmi rosa, si conducono le donne a lavarsi, degnamente vestite del loro sari. Poi indossano tuniche larghe, prive di spalle, strette sopra i seni, e fatto ciò sciolgono il sari. Lo posano sull’ultimo gradino, e con le dita di entrambe le mani, raccoltisi i capelli, chinandosi al fiume puliscono l’acqua in superficie, che presso agli argini scorre melensa e ristagna in vortici cupi.
Più in là gettata l’acqua impura, dove riprende con il fiume il suo cammino, esse riprendono il sari, e con entrambe le mani lo lavano  con la lentezza e la cura di chi si dedica con amore. Quindi lo srotolano all’acqua, finchè la striscia di colore fluttua appena sotto l’onda del fiume, che rimanda all’occhio onde di rosso, blu, verde, giallo, arancione.
Fanno tutto come lo facessero da secoli, da quando sono bambine, senza una vera tregua tra un gesto e l’altro, come detergere il sudore e ravviare i capelli neri e lunghi e lucenti facesse parte di un movimento incessante ed unico. Strizzano i capi con delicatezza, ripiegano e ripiegano e torcono con  forza, ma delicatamente,  finchè levando gli occhi al cielo pongono il sari ad asciugarsi al vento nell’alba.
Qui dispognono dunque l’attenzione al proprio corpo senza una parola. Ripuliscono l’acqua ancora con le dita che ne scorrono la superficie, con gesto circolare, a creare l’idea di un centro nel quale si sono collocate. Piegano lentamente le ginocchia, sollevano la tunica sott’acqua fino a raggiungere l’inguine, e ruotando la schiena e guardandosi attorno con sensuale modestia prendono cura dei propri segreti, con la mano sinistra, come vuole dio.
 
Si sollevano in piedi, mostrando la schiena lucente e muscolosa, che bagnata così mostra ai pittori il suo segreto: fatta di terra rossa e  blu oltremare, la loro pelle, sotto la quale scintilla una muscolatura che emana forza pacifica, sensualità segreta.
Con intento serafico si prendono cura delle gambe, lisciando col sapone, graffiando con le unghie, risciacquando con l’acqua senza toccare la pelle, facendola cadere goccia a goccia dai palmi delle mani strette a cuneo.
Poi nuovamente puliscono l’acqua, e si prendono cura delle spalle e dei seni, di nuovo immerse  fino alla testa. Quindi si alzano, si risciacquano il viso senza toccarlo con le mani e con l’indice della mano destra lavano i denti bianchissimi, concedendo finalmente gli occhi alla superficie dell’acqua più lontana. Risciacquano la bocca, lanciando un flutto che le fa simili a fontane.
E dall’acqua riemergono, finalmente, quando il sari al vento si mostra nella sua riacquisita trasperanza, e l’acqua di cui era intriso è ritornata  all’aria e al vento. Con mosse decorose, con equilibrio principesco, agendo sotto una seconda tunica asciutta si tolgono quella bagnata, si infilano con movimenti destri pijama e choli, i pantaloni stretti dal ginocchio in giù e la blusa a coprire dalle spalle all’ombelico. Così vestite dispongono la tunica bagnata ad asciugare al primo sole ormai sorto. Quindi si levano la tunica leggera e asciutta portata al solo scopo di cambiarsi.
Prendono il sari, si fanno intorno ai fianchi un cerchio di stoffa fatto a gonna, che legano in un semplice nodo sull’anca sinistra. Quindi riprendono o cinque o sette volte la stoffa in lembi larghi da un’anca all’altra e la rivoltano nella prima gonna in modo tale che da sola tutta la stoffa si sostenga, con la destra prendono il lembo corrente, lo girano sopra la spalla sinistra, lo fanno scendere lungo la schiena fino a riprenderlo sotto l’ascella destra, e la stoffa che rimane ripongono nuovamente sulla spalla, o lo riprendono ancora avvolgendo senza stringerlo il viso, il velo si posa sui capelli come a una madonna. Tutto è successo lentamente ma senza un attimo di tregua, come officiando un rito.
Così finalmente vestite se ne vanno, ed hanno così purificate un tale portamento che mentre camminano si sentono laudare.
 
 
(Quando ero bambino, andavo alla dottrina, e là mi parlavano della vita dei santi, ma quelle storie rimandavano a un passato remotissimo nel tempo, finchè guardando negli absidi, e lassù nelle cupole, la fantasia faceva muovere le lunghe barbe, i capelli bianchissimi, le vesti immacolate. Ma non avevo mai visto un santo, nè sapevo immaginarmi dove mai l’avrei potuto vedere, finchè mi ero fatto l’idea che la santità fosse di un altro tempo, e se mai, nei miei pensieri di bambino restava il desiderio di reincontrarli un giorno visitando il paradiso. Poi, intorno ai quindici anni, ho lasciato la religione. Ho preso a camminare nella vita guardando uomini e donne presi da questo tempo come a uomini e donne a cui è dato questo tempo soltanto, e dei santi mi sono dimenticato).
 
 
Alle porte del tempio sta un vecchio che mi prende le scarpe ed entro attraversando il lungo porticato che si apre sotto le mura colossali che lo circondano. Entrato, sulla destra, gioca con le monete un elefante con gli occhi e le orecchie truccate, vaste righe nere di cajal attorno agli occhi e le orecchie a grossi punti neri. E sembra che sorrida. La porta si erge al cielo sereno sormontata tutta di statue antiche, scavate negli stessi blocchi che montano in alto e reggono la potente guglia a piramide tronca. Qui, per i campi di erba curata, tra alberi, camminando su viali lastricati vanno e vengono uomini e donne antichi, silenziosi, soli, a gruppi, guidati dalla stessa solenne letizia, perchè al cielo gli alberi e le pietre e gli uccelli oggi qui parlano della loro leggerezza.
Un uomo versa un secchio di latte sul grande toro di pietra lucida e nera che portò Shiva nel suo viaggio universale, un altro ruota a mani giunte su se stesso fermandosi in preghiera ai quattro angoli del mondo, un discepolo giovane avvolto nel suo lunghi del colore della pelle porta in un thermos d’alluminio le sue offerte di cibo, traversando scultoreo la piazza finchè si perde tra i porticati delle dimore dei pujab. Altri vengono come lui carichi di offerte, i lembi di sari colorati delle donne volano in cielo, dove volano i corvi, planando d’albero in albero. Due sorelle vestite dell’azzurro che ho già visto negli azulejos manuelini di cattedrali portoghesi. Latte che scorre dalla schiena del toro sacro fino a terra, dove un fedele intinge le mani e succhia il latte sacro, seguito da altri e altri. Un gruppo di donne si fa fotografare per scomporsi poi ad angoli diversi del campo enorme nel quale sorgono le varie parti della città templare. Quello alla destra, dove il pujab mi accoglie e disattende ai  suoi uffici per mostrarmi la sua cella: un leggìo dove si scrive seduti a terra, un piccolo tavolo per mangiare, una luce oblicqua tinge di blu i legni, fino al soffitto dipinto di mille scene, mille divinità. Poggiate alle pareti statue dravidiche di granito grigio. Poi benedice, mentre una donna anziana dai capelli bianchi lucida piatti e candelabri d’ottone, mentre sotto il colonnato della navata principale si alza la musica di un oboe accompagnato da un tamburo. Seduti i musicisti stanno sotto la statua di Parvati sinuosa e danzante, una donna sta raccolta in preghiera, il viso nelle mani, rivolta al muro, sin quando si distoglie e mi guarda. Il viso rigato di lacrime e inclinato in un sorriso.
Nel tempio, in fondo alla navata, ai lati della quale stanno enormi statue di animali d’argento, canta un pujab e la sua nenia sale. Uscendo, il cielo si mostra pieno di cirri raggrumatisi nel tempo in cui mi son perso là dentro. Cammino verso un albero, non il più grande, ma ben curato,  dai frutti rossi che attraggono un nugolo di uccelli. Poggiata alle mura  un’enorme statua del Toro di Shiva, di granito grigio chiaro. E sotto la statua,  severo, i lunghi capelli bianchi pettinati con un pettine dai denti grossi che ha lasciato segni nella chioma, la lunga barba scorsa dal vento, tutto vestito di bianco, la tunica fino alle ginocchia a ricoprire il pijama di cotone grosso, la pelle scura a incorniciare gli occhi chiusi, le dita della mano sinistra raccolte verso l’alto e poggiate al ginocchio, il piede posato sulla gamba destra, fermo, il busto eretto, le mani lunghissime, i piedi nudi, gli occhi socchiusi, sta seduto il Santo. Sta lì seduto immobile da ore, da quando sono entrato nel tempio.
L’energìa che emana nella sua immobile mutezza chiama a raccolta i pellegrini che s’inchinano, e senza disturbarlo fanno segno di devozione e se ne vanno. Io resto lì, in una posa che non ricordo, perchè davanti a lui mi dimentico di me, preso da uno stupore bambino che potrei chiamare adorazione.
A lui vorrei forse chiedere: come è stata la tua giovinezza, ricordi tua madre e tuo padre? quando hai sentito di voler vincere per sempre il peso del tuo Karma, e volgere la tua vita presente nell’ultima vita. Quando hai sentito, insieme, l’estrema forza e l’estrema stanchezza che spinge un uomo a finire la partita col destino e incamminarsi verso la purezza, a rinunciare, a non avere nulla. Finchè senza sapere entri nella vita la vita del santo, nel corpo la sua icona?
Non mi ha sfiorato l’idea di rompere il silenzio della sua meditazione,  dura da ore, da molto prima che il sole toccasse la sua fronte, ora la scalda, la fa sudare
Poi ha aperto lentamente gli occhi, tornando lentamente al mondo, risvegliandosi, gli immensi occhi più in là della bontà e della dolcezza. Più in là di questo mondo. Più in là della mia incredulità. E mi ha guardato guardarlo, e senza un cenno, senza una reazione, forse con un  semplice battito delle sue lunghe ciglia nere, ho letto in lui la sua sorpresa, perchè come chi è santo veramente non capiva lo stupore, l’adorazione di un uomo tanto poco sacro.
L’opera del santo tra gli uomini è dunque quella di essere santo. Nient’altro.
 
 
Quando poi sono uscito dalla città sacra e mi sono immerso di nuovo nel mondo dolente, avrei voluto chiedere: forse un uomo può spiegare la propria attuale sofferenza attribuendola a una colpa remota, terribile ed enorme, commessa in una vita precedente se non sa perchè. Ma se il peso del Karma si allevia nel tempo pagando il prezzo che si paga, come è possibile, santo, spiegare la diuturna, inestinguibile, infernale sofferenza che colpisce un popolo intero,condannato da sempre e per sempre. Se non facendo ricorso a una colpa metafisica, superiore, tremenda e inaccessibile alla logica, neanche alla logica di causa e effetto che governa la vostra religione?
Tornavo così ad essere l’incredulo di sempre, il profano, l’osservatore devoto della religione come di cosa altrui. Perchè, se la pena è effetto della colpa, dove e quando e quale è la colpa terribile dei popoli dell’India?
 
 
Camminavo, senza saper per dove, e prima mi appariva un immenso albero la cui ombra copriva tutto il cortile di una scuola, e sotto il suo manto, sull’erba, nell’ombra, stavano centinaia di ragazze raccoltesi lì tra un’ora e l’altra di lezione. Tutte vestite di una sari viola e verde che le rendeva un’unica macchia di colore. Le loro voci sommesse e sussurrate simili a quelle di una specie rara di uccelli più che a ragazze vocianti in libertà.
Poi le più coraggiose mi venivano incontro, e con loro ho chiacchierato un pò. Dell’India, della scuola, della tradizione, del futuro, del fatto che anche alla scuola dove insegno a primavera viene il carretto dei gelati.
-Teacher?
-Yes yes...
-Perchè porti il lunghi?
-Perchè è comodo, non sono abituato a questo caldo...
-Il mio ragazzo non lo vuole portare, vuole essere moderno, porta i pantaloni...
-Anche il mio ragazzo...
-Anche il mio...
-Così avete tutte un ragazzo?
-Tutte no, ma tante sì...
-E vi volete sposare?
-No! Prima la laurea...
-Prima la laurea?
-Prima la laurea, dopo il matrimonio.
-Anche tu?
-Sissì...prima la laurea, dopo il matrimonio.
-Allora volete lavorare...
-Sissì, lavorare. Per una donna indiana è molto meglio lavorare.
-E cosa volete fare?
-Io il medico.
-Anch’io, medico anch’io.
-E tu?
-L’architetto
-L’ingegnere
-L’avvocato.
-Anch’io l’ingegnere.
-Volete essere donne emancipate...
-Oh sìììì!
Poi le chiama un’insegnante, sono rimaste le ultime, e rapide corrono cicalando bie bie bie bie. Rimangono due ragazze sedute sulle scale a chiacchierare fitte.
Di lì proseguivo, entrando nel cortile della scuola maschile, dove migliaia di ragazzi facevano lezione sotto gli alberi, compitando insieme filastrocche guidati dal maestro, o in capanne di legno, che ne facevano la scuola più dolce che abbia mai visto.
Altri cortili, altre mura in una parte semideserta della città dove sorge un’alta torre, ho salito le scalinate di porfido bianco fino a raggiungere l’aula. Lì non c’erano campane, oggetti, segni, solo finestre dalle quali, stando seduti per terra, gli occhi passano a guardare l’aria del cielo, il colore tra l’azzurro e il bianco del mezzogiorno. L’aria è fresca, e finalmente lì non ho provato nè noia nè dolore, nè solitudine nè angoscia, nè gioia, nemmeno amore, ma qualcosa di simile al mio nulla e lì dentro la mia anima ha vagato fino alla noia assoluta.
Al far della sera sono sceso, sono andato alla posta e finalmente ho spedito le cartoline, che avevo scritto tanto tempo prima, sulla spiaggia di Mallipuram. Era ormai sera, e nel centro di una piazza mi sono seduto insieme agli altri a guardare la luce che scende, e sono stato lì fino a notte, mangiando verdure fritte. Lì ho preso a pensare, con la libertà che prende in questi viaggi lontani dal proprio mondo. Ho pensato alla vita per mare, alle migliaia di notti che per mia fortuna ho passato guardando le stelle.
Ho amato navigare la notte, seguire una stella per volta, quella verso la quale si fa rotta, la si deve tenere a filo dell’albero finchè il moto terrestre l’allontana. Allora un’altra stella, e un’altra, e un’altra.
Poi ho sentito amore per le città, e mi ci sono trasferito, e per anni le stelle le ho sentite sopra di me senza vederle.
Ma le città indiane sono luoghi nei quali la notte, seduti sul ciglio di una strada o nel centro di una piazza come questa di Tanjavur, levando gli occhi si vede il cielo stellato come nel mare e in campagna. Scende un grande buio, appena interrotto da fiammelle di lampade a petrolio da dove qui viene un canto, là un chiacchierare tranquillo.
Ho chiacchierato anch’io, con un indiano che parlava un buon inglese, condividevo il tono di voce, l’incontro casuale. Ho cominciato ad apprezzare negli Indiani il gusto che la vita sia qualche volta così, come la chiacchiera notturna di due adoloescenti, cosa che fa di loro un popolo antico e bambino. E mi è venuto in mente allora di provare a vedere se capiva, non le parole, ma dal loro semplice suono, dalla lalìa, il senso di quella parte del Canto di un pastore errante per l’Asia, di Giacomo Leopardi. Così ho letto in italiano per lui la parte dove dice:
 
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? Ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.
 
Poi gli ho chiesto se aveva capito, e lui mi ha detto, con un sorriso, che yes yes, aveva capito. Quindi, indicando il piatto dove avevo lasciato a metà le mie verdure fritte, mi ha detto:
-E quelle? Non le mangi più?
-No no, mangiale tu.
Poi gli ho detto
-Vedi, secondo me è meglio misurare il cammino degli uomini, quel che chiamiamo progresso, alla luce della vita di tutti i mortali. Ci sono oggi ancora quelli che non hanno niente o muoiono delle malattìe più stupide. Stupide perchè ci vorrebbe poco, basterebbe una parte dei profitti delle case farmaceutiche per salvare tutte queste vite. D’altra parte quelli che si salvano hanno qui cose che noi abbiamo perduto. Perchè è faticosa la vita anche di quelli che sembrano avere tutto perchè hanno riempito il nulla di cose, la noia di cose, il dolore di cose, e nel farlo si sono persi di strada, fino a non saper più cos’è la notte passata a guardare le stelle in una piazza. Il tempo è dunque contradditorio, dicevo, e ogni volta che qualcosa si guadagna qualcosa si perde. 
-Yes yes ha detto lui. Il futuro è nel passato e il passato è nel futuro.
Allora a me è venuto a mente l’Angelus Novus, nel senso del quadro di Paul Klee, e le pagine dedicate a quel quadro da Benjamin. L’angelo che va verso il futuro con lo sguardo rivolto al passato è l’Angelo Nuovo.
L’indiano qui mi ha salutato, e sono rimasto lì a sentirmi solo di non avere a chi dire questi pensieri. Da quanto tempo non scrivo una lettera, da quanto tempo non mi dò liberamente al tempo. Allora ho preso il mio quaderno e la mia penna e queste cose di una giornata a Tanjavur le ho scritte nella notte di Tanjavur.
 
 
Tiruchiripalli detta Trichi ci sono andato perchè aveva un nome troppo bello. E poi una città che può permettersi un diminutivo dev’essere molto amata.
Sul treno sale un nugolo di bambine uscite da scuola che si sono messe a vociare nel mio scompartimento. Un bambino mi si appiccica addosso, mi guarda dritto negli occhi e ride ride del colore della mia pelle. Ci siamo fatti le boccacce e poi è sceso. Ripartendo il treno va così piano così a lungo che per un paio di chilometri una bambina con la cartella sulle spalle ci cammina di fianco, solitaria. Ho sentito il rumore dei suoi passi e anche quello dei suoi pensieri.
(Da casa a piedi a scuola ci andavo anch’io. Si ritornava a piedi, tutti insieme fino alla chiesa, poi ognuno dalla la sua parte).
A Trichi ho visto il funerale di un bambino cattolico, la bara bianca e il lungo corteo della famiglia, accompagnato dai suonatori. Due ragazzi mi hanno chiesto quanti anni avevo
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-Do you do a lot of excericse?
Gli Indiani ci guardano così, i nostri muscoli devono toccarli quanto ci tocca la loro pelle lucida, la loro magrezza impeccabile.
Corro. Spinto dalla voglia di vedere e vedere, ma ho un treno per Madurai poche ore dopo. Alla stazione incontro due ragazze di Insbruck ossessionate dalla sporcizia, cercano villaggi sempre più piccoli.
-I villaggi più sono piccoli più sono puliti.
 
Certo partire da Insbruck per venire qui dev’essere dura. Avevano gli occhi tesi della paura, dicevano che a Madurai c’era un’epidemia non si sa di cosa e contavano i giorni che gli mancavano per ritornare a Insbruck. Seduto ad aspettare il treno mi avvicina un ragazzo che si mette a chiacchierare, ne ho voglia anch’io e mi racconta un sacco di cose, tra l’altro dice di essere cattolico.
Sul treno ho scritto cartoline piene di gioia e chiacchierato con un militare. Andava a casa, fanatico di Sonia Gandhi.
-La vorresti for President?
-Yes yes
E poi, due ore dopo aver lasciato Trichi...
-Da dove vieni?
-Agra.
-Ah-ha
-C’è il Taj Majal, ad Agra.
-Ah-ha, oh yes I know...
-Business or tourism?
-Well...
-You should go to Mysore. I am going to Mysore. I was born in Mysore. I have a wife there.
-Ah-ha...
-Are you a writer?
-Why...
-I saw you writing.
-Where?
-Outside the toilets of the station, in Trichi.
-Possible.
-I was in the Army.
-How was it?
-It was beautiful,
 but i cannot stand it anymore. Con chi chiacchieravi alla stazione?
-Un ragazzo, un ragazzo cattolico, si chiama Peter e lavora nelle ferrovie.
-Stavate facendo una conventicola cattolica, è così?
In piedi, tra il lavandino e il cesso. Trembling.
 
 
Da molti anni soffro di vertigini ma vado al Devi Hotel per via della terrazza che si affaccia sul Sri Menakshi Temple, uno dei più belli, grandi e importanti dell’India. Il mio amico Felipe di Barcellona ci ha passato due giorni poi dicendo bellissimo e dice che ci passano diecimila fedeli al giorno. Il boss del Devi parla un inglese con accento americano troppo perfetto, mi prende male e vuole offrirmi un sacco di servizi di cui non ho bisogno. Mi faccio portare qualcosa da mangiare e tanto tè sulla terrazza e sto lì tutta la notte fino all’alba a guardare il tempio, le cinque grandi torri a piramide tronca che grondano statue colorate.
L’alba sul tempio e la città e le montagne e i corvi, sarà qualcosa, ma è soprattutto il tempio, la sua aria pagana, i suoni che emette e l’aura strana che si impossessa di me, mi intimorisce, mi cattura e mi ossessiona. Sei ore a guardarlo: è stato un caso di ipnosi templare.
 
 
(Ho perso incontri con templi importanti perchè mi interessava stare seduto a un ciai shop. Andare lontano dal centro, perdermi nelle periferìe dove si incontrano cose poetiche. Periferìe, catastrofi. Abitarci dipinge un ritratto più netto sui volti, il contrasto tra chi le a progettate, tra chi ci vive. Da questo conflitto nasce una poetica.
Alzarsi presto al mattino, vedere l’alba, prendere un bus e un metro. Gli ultimi quartieri parlano del misterioso potere che hanno tutte le città di attrarre. Fino a stregare e uccidere. Ma si resta nella grande città, finchè si vive, a vivere là, prigionieri di un sogno di cui non si conoscono più nè i contorni nè la consistenza).
 
 
Dunque io vado al tempio solo quando sento voglia di andare al tempio. Esco eccitato dalla notte insonne e giro l’angolo e lo vedo davanti a me, folle e possente, con l’aria di un essere che inghiotte, e l’atmosfera delle chiese cattoliche, ormai luoghi di turismo assai più che di culto, esce distrutta dal confronto, si impallidisce chiusi in chiesa a contemplare tanta bellezza abbandonata dal divino. Perchè sia quel che sia, nell’anima di un laico c’è il desiderio di ogni avventura dello spirito, e al tempio si va per respirare la religiosità.
Qui ho visto cose che non so descrivere, mi sono perso decine di volte nelle sue viecere e nei suoi labirinti. Ho visto uomini afferrarsi l’orecchio destro con la mano sinistra, quello sinistro con la destra e cominciare a saltare, girando su se stessi, davanti alla statua di Ganesh. Ho visto lanciare palline bianche di una sostanza viscida che rimanevano appiccicate sulla statua di Kali, e centinaia di divinità, luoghi sacri, altari, riti di cui non so, uomini dal viso dipinto, il battesimo hindu di due gemelli undicenni inginocchiati seminudi davanti al pujab e circondati da una nobile famiglia. Li ho visti ricevere la benedizione in fila, il padre accompagnare i bambini nella piscina d’acqua sacra a bagnarsi, la madre rivestirli in tutta fretta, devoti, probi come solo la pubertà sa essere, e poi mercanti ed elefanti. Gente distesa in adorazione a terra, per ore,  rompere noci di cocco con l’intento di manifestare il desiderio di rompere il proprio ego, dissolvere l’atman nel brahma, e poi ho visto l’uomo più magro che vedrò mai, perchè era solo una pelle accartocciata sopra le sue ossa, aveva occhiali spessi, fondi di bottiglia, e mi ha guardato a lungo aspettando la carità senza mancare mai al sorriso. E in tutti ho visto ciò che ho visto in ognuno, non solo la devozione, ma il lavorìo che questa compie nel corpo di un uomo.
L’anima del tempio ne esce mistica e inaccessibile, e gli uomini che si fermano a chiacchierare e a pregare seduti a terra, poggiati a colonne o alle mura, rendono il luogo abitato e familiare. E poi mi sono spinto al di là del primo cerchio di mura e ho visto centinaia di negozi affacciati sul corridoio buio del mercato che fa parte del tempio, e le duecentocinquanta macchine da cucire Singer nere intarsiate finemente d’argento dei sarti, e poi ho guardato a lungo gli occhi dei mercanti.
Nel tentativo dell’impassibilità, hanno dipinto in viso l’ambiguità con la quale sono cortesi e falsi insieme. Là dove noi pratichiamo l’arte cinica della dissimulazione con tanto distacco da esserci dimenticati di mentire, quando vendiamo qualcosa, qui la coscienza della messa in scena è tanto presente all’essere dei commercianti, che la loro doppiezza disegna un tipo di viso, nel quale la luce degli occhi è davvero, quasi sempre, con estrema onestà, quella della menzogna.
<Ma anche la menzogna è un Karma.
 
 
Così venuto a vedere l’induismo mi è apparsa invece nello schermo della mente la pagina del Vangelo nella quale Gesù caccia i mercanti dal tempio. Giovanni dice che era prossima la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. E trovò nel tempio mercanti di buoi, di pecore e di colombe, e cambiavalute seduti al banco. E fatta una frusta di corde li cacciò tutti dal tempio con le pecore e i buoi; disseminò la moneta dei cambiavalute e rovesciò i loro banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qua questa roba; e non fate della casa di mio padre una casa di traffici”.
Così guardando la moltitudine che mercanteggia dentro al tempio sacro ho visto Gesù rovesciare tavoli e gettare in aria monete. Mi è apparsa lì, vivida, reale, una scena di proporzioni gigantesche e di immenso scandalo che non avevo visto da bambino, quando istruito su ciò che aveva fatto Gesù avevo creduto che quattro o cinque mercanti si fossero infiltrati al tempio e Gesù quelli avesse cacciati. Qui ho visto Gesù che ribalta tavoli, spintona, urla, lancia anatemi, elargisce verdetti, stabilisce regole e leggi e caccia, con la muta dei venditori, un’intera religione per affermarne un’altra. Il tumulto di uno contro tutti.
E’ nella città degli uomini che ha asilo quella degli dei, è nella città di dio che ha asilo quella degli uomini.
Cristo impone la separazione. A Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio, a cominciare dalla sua casa e dalla sua città. Ma qui ho sentito anche le grida, le proteste e le offese, la forza terribile di un uomo venuto a cacciare una folla intenta al traffico e al lavoro. Ho rivisto il Cristo di Pasolini, aspro, forte, crudo, violento, conscio del proprio destino. Rivoluzionario e intollerante. Dev’essere apparso un invasato. Ma ho anche amato in lui il desiderio di far nascere un’altra tragedia, stanco che la nausea per la vita facesse nascere solo un’aspirazione al nulla, al riposo. Gesù voleva riempire la città di opere e il tempio di santi,  parlare a chi soffre del suo amore gratuito, vedere il proprio sangue e quello dei martiri. Insomma, l’amavo sì e l’amavo no, Cristo, al tempio indù pieno di sarti e di mercanti. Ma mi godevo lo spettacolo dell’enorme casino che deve avere fatto.
 
 
Alla fine i visi dei mercanti mi sono sembrati lontani anche dallo spirito della loro religione, stazionano nel meraviglioso ingresso del tempio, tra statue e pitture sacre, seduti a vendere cestini colmi di offerte per le divinità del tempio, banane cocchi e ananas.
Una vecchia calva, altissima per un’indiana, ricurva, aggrappata a un bastone con entrambe le mani, trascinando una gamba dopo l’altra lascia il bastone per chiedere carità, lenta come la fame.
Ma la vita è così: in occidente si sta seduti al bar a guardare donne e impiegati, qui pellegrini  sdentati, stremati, cadenti.
 
 
E mi sono seduto lì, a ripensare a tutti i mendicanti che ho visto quaggiù. Così diversi dai beggars degli Stati Uniti, che portano evidenti, nei tratti somatici, nel taglio del vestito, nella moda di abiti vecchi e strappati, il loro decennio. Li guardi e vedi dove e quando ha avuto inizio la loro caduta. Raccontano tutti una storia privata, quella di un individuo, una crisi ciclica del capitale e la propria discesa, da anello a anello nel girone infernale della morte, tutti trascinando con sè la loro storia.
Com’è diverso il mendicante indiano, che non ha altra storia da raccontare che quella del mendicante indiano. Egli è ciò che è fin dalla nascita, lo è senza speranza. E’ un dalit, un oppresso, una parola, un marchio della nascita, ne prende coscienza prima di imparare a camminare. I suoi cenci sono uguali ai cenci di tutti i mendicanti, lo sono i suoi gesti, la sua postura, il suo sguardo. Non ha altra scelta che di rappresentare un tipo universale. L’uomo che mendica.
Bambini e vecchi, le donne che trascinano con sè la prole, ho cominciato a vedere in loro l’attore che recita il viaggio.
Sono tornato dentro il tempio. Ma il cuore, il centro, quello recluso dentro enormi porte, chiude i battenti tra le due e le quattro. E lì, dentro all’anello, in fila, stanno distesi poveri e shadu ad aspettare, dormendo, mischiati gli uni agli altri. Ho camminato tra loro nello spettacolo estremo della povertà, finchè mi sono trovato davanti un uomo vecchio, disteso a torso nudo, ricoperto di un lunghi immacolato, bianco, magro, le mani conserte depositate in petto, al modo in cui da noi si compongono i morti, e ho pensato che più che l’attitudine a addormentarsi così, valesse il desiderio di morire al tempio. Porre fine alla propria tragedia, al viaggio più lungo, quello della sua vita, che dalla nascita conduce i mendicanti in un percorso obbligato, una ritualità precisa, che ne fa infine l’attore assoluto, colui nel quale la recita coincide con la vita. Eccoli dunque, i mendicanti. Gli Attori del Karma.
 
 
Gli attori del Karma recitano sempre, per tutta la vita. Il più radicale degli attori, il dalit, recita sin da bambino. Da quando gli viene insegnata la piega delle labbra, la corrucciatezza del viso, lo sguardo amaro e privo di felicità che fa di un bambino un mendicante bambino. E’ il più pesante e il più ingrato il suo karma: reciterai il tuo dolore, imparerai a chiedere compassione per ciò che sei, saprai insistere fino all’ossessione, finchè ti sarà dato non per pietà, nè solidarietà, nè considerazione umana, ma perchè tu ti tolga dai piedi, inseguito dal grido sinistro che anche noi impariamo a dire: celo celo! vattene via.
(Un giorno, a un semaforo di Madras, una donna mi si è avvicinata piangendo i suoi figli e i suoi polmoni marci di smog, ma io avevo voglia di ridere, e così le ho dato con abbondanza ma le ho detto: io te le dò, cento rupìe, ma tu smettila di recitare la parte dell’indiana povera, con me si può farne a meno, risparmiala per qualcun altro, dai, ridiamo. E lei è scoppiata a ridere, e mi ha battuto una mano sulla spalla e si è appoggiata a me e ha continuato a ridere. Scoperta nel suo povero trucco, anche in lei la voglia di ridere aveva vinto per un attimo le lacrime, e non dimenticherò la sua faccia deturpata e ridente, rigata di pianto).
E la madre che spinge la figlia di quattro anni nuda per la città, sa quel che sta facendo. Usa la propria figlia a questo modo perchè possa sopravvivere.
Così, fin da bambini, sanno di dover recitare la propria condanna all’esistenza per poter esistere. E’ questa la tragedia che devono mettere in scena, fare apparire la propria condizione così pietosa, così disgustosa da spingere un altro a mettere mano al portafoglio.
E’ la sfera più bassa dell’umano, nella quale un bambino si costringe ad imparare una smorfia, a recitarla una volta al minuto, ogni volta che rincorre un passante per strattonargli la giacca e cambia espressione nell’incontrare i suoi occhi. Così i bambini imparano quella camminata nevrotica che li porta lungo le strade dell’India, a misurare il tempo nel tempo che qualcuno è disposto a dedicarti, mentre legge nei tuoi occhi se la pietà farà breccia, se insistere vale la pena. Perchè prima o poi, per liberarsi, ognuno di noi darà qualcosa, sì, ma quanto? quanto ci metterò a costringerti a dare? e poi, sono sicuro che ti scucirò qualcosa? E non importa perchè darai, le tue motivazioni resteranno le tue, a me verrà comunque il denaro. Così si impara l’attitudine a misurare il denaro nel tempo, non diversa da quella di un qualsiasi uomo d’affari occidentale. E la nostra propensione ad essere generosi quella sera sarà interpretata da un bambino di cinque anni con la precisione di un indovino, di uno psicologo, di un seduttore. Spesso, guardando, ho pensato che solo per un incidente del destino questa non è mia madre, quello non è mio padre, questo non è mio figlio.
Eppure, la costrizione senza speranza a questa messinscena li rende sempre più veri, di anno in anno, finchè in vecchiaia raggiungono la loro propria verità. I vecchi mendicanti non recitano più, sono. Sono ciò che sono stati e saranno, e ciò che più stupisce, in loro, è che ci sono riusciti, ad esistere a questo modo fino alla vecchiaia. Stando a guardarli negli occhi, si vede in loro come sia venuto a maturità, il mendicante bambino.
Ad ogni vecchio attore è richiesta la prova drammatica per eccellenza, la follìa, Re Lear, la morte, come all’attor giovane l’aitanza, la frenesìa del fare e del disfare, l’angoscia dell’essere senza riposo. Il vecchio mendicante non corre più dove correva il ragazzo, non insegue più niente e nessuno, non ha bisogno di muoversi per rappresentarsi, perchè è lì, dov’è, la sua tragedia si è ormai consumata.
Il suo gesto si riduce all’essenziale: una danza degli occhi. Delle braccia e delle mani, una danza antica, una danza sacra. Diventa un’icona. Ieratico, come un’icona. Perchè è nobile chi ha saputo dedicare una vita all’affinamento della propria esperienza, del proprio discorso e del proprio destino. Come un artista vero. E questa nobiltà definitiva, terminale, nobilita l’arte cialtrona
@ e imparentata col demonio dei teatranti, che ha accompagnato passo passo la loro vita.
Eppure a quest’uomo, nel momento in cui raggiunge la perfezione della sua tragedia, viene data una possibilità. Ed è quando si alza, e si mette per via per andare pellegrino al tempio. Quando sente di avere quasi scontato il proprio Karma, si illumina e fa di necessità virtù. Qui ho visto la sostanza ultima di queste parole, qui ho capito cosa vogliano dire. E allora il mendicante si fa shadu, rinunciante, e il suo digiuno raggiunge la sua anima, e si spinge fin qui, dove bivacca tra le mura mediane del tempio, e si mette in attesa di un’altra vita migliore. E qui viene protetto, e finalmente trattato con diversa premura, perchè l’intoccabile si è fatto bagliore di santità. Diventa sacro.
E mischiandomi al loro corteo rientro nel tempio che riapre e mi accorgo  che per quanto noi possiamo soffrire, se abbiamo perso un amore, un affetto profondo, o la madre, o la sorella, il padre o il figlio, e attribuiamo anche noi, seguendo un linguaggio, una fede e una moda, questo dolore estremo al nostro Karma, in noi, comunque, questo concetto si risolve spesso in farsa, paragonato alla tragedia autentica del Karma indiano.
E dunque è così, che mercanti e mendicanti e shadu, hanno dimora tra le mura del tempio, come le figure della teatralità indiana fossero care a dei così teatrali come quelli hindù. E io sono qui, seduto sui gradoni che portano all’acqua sacra della piscina del tempio, sotto un enorme altoparlante che nella notte recita, gracidando da ore, sempre uguale, come le onde che si fanno giù nell’acqua: Oooohhmmmm, il tutto.
E poi dalla caverna più segreta del tempio esce la processione, a lungo annunciata, che riporta una statua divina al suo altare notturno. Fotografare è proibito, e il fatto eccita i turisti occidentali che pensano così, con la frode, di portar via chissà quale segreto. E un cordone di polizia protegge il corteo sacro, e i pujab cantano, i musicisti suonano, le percussioni e la tensione coi turisti accentuano l’idea che si stia svolgendo un dramma. Ma perchè sia proibito fotografare resta il vero mistero, perchè nulla di così misterioso sembra svolgersi, e anche gli occhi non hindù dei pochi turisti stremati dalla giornata e dalla notte calda possono guardare. Sto per andarmene, ed è forse perchè ho fame e perchè ritorno alla mia vita, che mi sembra che il proibito sia proibito perchè anche a questo modo si governa, tenendo strette le mani sul sapere.
 
 
Cammino a piedi verso un ristorante del centro, dove si reca la classe media indiana. Fuori, proprio davanti al ristorante, sta un uomo, uno storpio, l’uomo più storpio che io abbia mai visto. Cammina sulle ginocchia e sui gomiti, ha i piedi messi all’incontrario, sembrano ali, e mentre cammina volteggiano lassù, sopra la schiena ricurva, come ali ferite di un albatros che cerchi invano di prendere il volo. E anche le mani sono state storpiate. Non ci si aspetta mai di incontrare qualcosa del genere, e io che venivo dal tempio, e penso di andare a mangiare, una volta al giorno, come mi sono abituato a fare in India, nel buio della notte un brivido ghiacciato mi afferra la schiena.
Sono entrato al ristorante e so che uscendo dovrò affrontarlo. Le mie reazioni, la mia coscienza, il mio cibo, non ci sarà modo di evitarlo. Forse quest’uomo è stato fatto a pezzi dai suoi genitori da bambino, perchè per quanta tenerezza io abbia visto sia nelle madri che nei padri, si racconta che ci siano casi nei quali il delitto più turpe viene commesso dal padre. Cosa dev’essere la vita di un uomo che oltre a strisciare tutta la sua esistenza sa di strisciare perchè suo padre l’ha ridotto così. Con quale anima mai, se è vero, e prego almeno che non sia vero, si può prendere un bastone, un martello, le mani nude, e rompere le ossa a un figlio perchè si guadagni da vivere strisciando. La brutalità del reale quando appare in un paese dove le cose sanno essere così dolci, dà un’angoscia terribile, dalla quale non è giusto evadere. Così mangio nervosamente, noto che qui gli Indiani non portano il bicchiere alle labbra, ma si lasciano cadere l’acqua in gola senza toccarne i bordi, chissà chi ci ha bevuto, ma il cibo è ottimo, davvero fantastico, e tutti mi guardano, e mi lavo le mani e me le asciugo in un canovaccio intriso d’acqua sporca e pago ed esco. E lui è lì, che mi aspetta, come
aspetta tutti i ricchi che escono di qui. E mi guarda.
 
 
Io mi aspettavo di tutto. Ma non ho visto mai e forse non vedrò mai più  occhi dolci, privi di astio, puri e disarmanti e buoni, privi di ricatto, di offesa, semplici come i suoi. Ho avuto solo voglia di sedermi per terra e mettermi a parlare con lui, ma non parlo Tamil.  E poi davanti a lui ho perso la parola. Ho perso tutto.
 
 
Il treno per il Kerala si cambia a Tirumangalam e poi si va nel Kerala con l’altro treno che va su per le montagne e scende giù per le montagne oh come si sta bene su ‘sto treno. Fermo. Alle cinque del mattino. Ma la coincidenza è alle dieci dunque c’è tutto il tempo. Alzarsi presto e mischiarsi all’India pendolare, col primo ciai prima dell’alba è una cosa che si può fare dovunque ma per vedere un’alba indiana è molto meglio essere in India. Ieri coi suoi pensieri se n’è andato e penso: dev’essere finita, la cura omeopatica: la povertà indiana ha trovato il suo teorema, credo che più che altro serva a me per viverci. Insomma fatevi un’idea e poi sguazzateci, prendete un treno, fermatevi lì, ognuno ha la sua India, ho voglia solo di godere su questo treno così funky funky. E allora dai che si va giù nel Kerala che c’è pieno di keralesi, i più miti i più belli i più ricchi dell’India, i più comunisti i più cattolici, staremo a vedè.
La ridente cittadina indiana di Tirumangalam è a pochi chilometri da qui, di fronte a me ci stanno due Indiani piccoli ma piccoli vestiti da impiegati che vanno a lavorar. E intanto che il treno non parte parlano e io leggo il mio giornal, dove sta scritto a pagina quattro che il signor Pradip Saith dal fisico atletico dell’Andra Pradesh è partito da casa sua alle cinque del mattino e ha fatto di corsa dieci chilometri che lo dividono dal villaggio di Dubalgundi dove nessuno lo conosce. Lì giunto Pradip è salito su un albero e ha cominciato a stare lì, attività che ha insospettito molto gli abitanti di Dubalgundi che si sono avvicinati credendo che volesse suicidarsi e gli hanno detto vai via, che storie è meglio non averne con suicidi stranieri figurati un pò. Allora lui ha detto che suicidarsi no non voleva anzi era lì venuto di corsa con l’intenzione di stare appollaiato finchè la Madre Terra non avesse mandato il monsone e la pioggia anche nell’Andra Pradesh, dato che in Kerala piove da molti giorni e qui ancora niente contro questa ingiustizia la mia è una protesta. La cosa non sembrava nè regolare nè giusta, diceva lui. Gli abitanti adesso lo avevano in una certa simpatia perchè faceva ridere, sembrava il suo una specie di sciopero contro la natura in favore dell’acqua nell’Andra Pradesh. Yes yes, yes yes, faceva la folla radunata lì a dire yes yes e tutti a ridere. Perchè nell’India il trucco della gente indiana per beffare la vita, è quello di ridere molto, finchè non viene notte e un altro giorno è passato.
-E state sicuri che non me ne andrò, disse lui, contento di avere nuovi amici.
Il terzo giorno il signor Saith ha smesso di mangiare perchè non aveva più cibo e la gente del posto che rideva sempre ridendo con lui e di lui ha detto:
-Puoi stare, ma mangiare non te lo portiamo e no e no e no!
Così lo sciopero è diventato anche digiuno e al giornalista che racconta la storia ha dichiarato: primo, che lui non se ne va finchè piove, secondo, che digiunare fa molto bene al suo corpo di atleta, terzo che ha solo voglia che piova così lui torna alle sue attività di atleta agonista dei diecimila metri e quarto che prima cagava ogni giorno, poi da quando ha finito il cibo ogni tre e adesso sono quattro giorni che lui non caga più. Fine dell’articolo dell’Hindu Times. Gli Indiani continuano a parlare, quello che prima parlava adesso ride mentre quello che prima rideva adesso parla. Ohohohohoho, scuotendo le loro teste ridono da tre ore questi due qui. Treno sempre fermo, sono le sette del mattino. Ciai e altro articolo. Ieri a Madras si è svolta una manifestazione di dalit che protestavano per la loro condizione. Questi poco di buono che non sanno come comportarsi oltre che radunarsi cosa proibita, hanno anche tirato sassi spaccando tre vetrine tre (che dopo tutti i negozianti hanno chiuso le serrande) e rovesciato una macchina cosa davvero inaudita questi bastardi. I commercianti? I Dalit? Poco chiaro. Il rapporto della polizia dice che solo un gruppo di facinorosi si è abbandonato a simili atti vandalici e che i dalit che hanno partecipato al corteo erano centocinquantamila circa, secondo stime del partito dalit mezzo milione. Queste cose però scritte in fondo all’articolo di quattro colonne sui vandalismi dalit. Intanto il titolo diceva Atti vandalici ieri a Madras. Coinvolto il partito dalit. Bello ‘sto giornale, democratico, soprattutto obiettivo; adesso dormo. Sveglia alle dieci: davanti a me i due Indiani chiacchierano e ridono e ridono e chiacchierano, agitando le testoline come le avessero fatte di peluche, facendo yes yes yes yes.
-Scusate ma cosa succede parte o no questo treno sono quattro ore che viaggiamo e siamo ancora a Madurai, potevo stare a casa a dormire che da due notti non dormo.
-Yes yes yes yes ma siamo in ritardo.
-Late, late, train is late.
-Ritardo sì ma quanto? Ho una coincidenza per il Kerala che parte tra un’ora tra meno di un’ora.
Ridono ridono perchè la coincidenza per il Kerala fa un casino ridere ridere e dicono:
-Late, non si sa quanto late.
-E il lavoro? No dico? No problem sul work?
-Ridono ridono e dicono late, al lavoro siamo late.
-And no problem?
-Yes yes problem problem. E ridono molto di più a dire problem che a dire late.
Così si parte alle dieci e un quarto e dico beh, tanto se questo ha cinque ore di ritardo quell’altro avrà almeno mezz’ora, così late questo e  quell’altro si arriva a Kochin. E invece il postale da Madras per Kochin era in orario che era un piacere a vederlo andare via. Questo me l’ha detto una ragazza impiegata della stazione che era così gentile che mi ha scritto sul quaderno: alle due e mezzo c&rsqu