Delusar

 

LUCA CITTADINI

 

DELùSAR

 

  

 

L'uomo era libero quando scelse questa vita. Ora, è certo, non può più tornare indietro.

Franz Kafka

 

 

C'è la bellezza e ci sono gli oppressi. per quanto difficile possa essere io vorrei essere fedele a entrambi.

Albert Camus

 

 

 

 

Questo è un romanzo di gente delusa e perdente. Chi non voleva essere come loro se n'è andato prima che cominciasse.

 

 

 

 

 

 

 

Mi chiamo Richter. 

Mi chiamo Richter perchè un giorno telefono a un amico. 

-E con tua moglie?

-Scosse di assestamento, faccio.

-Uei Richter...

Per questo mi chiamo Richter.

 

 

 

I

 

L'anima di un uomo ha quattro movimenti: uno verso l'alto, dove cerca denaro, affermazione, una donna, dio. Uno verso il basso, dove cerca il piacere, il dolore, un'altra donna, se stesso. Uno verso l'infanzia, dove trova promesse, inganni, illusioni e rimorsi. E uno verso la morte. Nel centro stanno l'equilibrio, la stasi, lo sguardo, la saggezza. Pochi sanno rimanere fermi a guardare il movimento con lo sguardo benevolo di un dio. Ma questo misero tentativo di consapevolezza non può che stare fuori di qui. 

Questa è la storia di un uomo che dopo essere stato preso in giro dalla vita sfiora la sua occasione senza riconoscerla, scambia la vita per la morte e insegue questa, senza capire, allucinato. 

Dal suo stereo uscivano le note di Charlie Parker, If I should lose you, erano le sei del pomeriggio di un giorno freddo di novembre e suonavano alla porta. Era il postino con una raccomandata di sua moglie. Diceva che voleva separarsi. Lo ribadiva, lui aveva aspettato che tornasse tutte le notti, alcune le maledì, altre sperò. 

Era dimagrito dieci, undici, dodici chili: aveva un viso magro, l'occhio triste, evitava gli specchi, la strada, si chiedeva se sarebbe stato un solo viaggio, un'unica notte, se ridere ancora fosse peccato. Aveva incontrato una donna disposta ad amarlo com'era:

-Io sto qui e aspetto la mia famiglia- le disse- Ma so che non verrà. 

Avevano un figlio. L'aveva portato via dicendo 

-torno presto. Non sarebbe tornata più. Stava da qualche parte, non sapeva dove. Aveva un altro uomo e un progetto. Sarebbe stata lontana per un anno, al figlio avrebbe parlato di quest'uomo finchè fosse diventato almeno un nome, avrebbe spiccato il volo verso di lui senza dirgli niente. L'avrebbe convinto, prima o poi, che era stato giusto così. Lui lo sapeva. Poi, forse, avrebbe fatto un altro figlio. Ma non sarebbe più stata capace di parlargli. Per lei non c'era bisogno, era tutto finito. Lui non credeva che non ci fosse bisogno e non credeva che fosse tutto finito.

La sua solitudine gli parve incommensurabile, infinita. 

Gli saliva la febbre e pensava a come sarebbe stato duro salire tutte quelle scale e si chiedeva se avrebbe saputo sopportarlo: dolore, odio, miseria, non riusciva a leggere il giornale, balbettava, la vista gli si era annebbiata nelle penombre di una casa da dove non usciva, perse i peli della barba, la febbre rimaneva lì, trentasette e mezzo, trentotto, era inverno. 

A primavera si impose lunghe passeggiate, allora inviò alle cime degli alberi qualche latrato di spiritualità, invocò dio, la sua pietà, cercava nella Bibbia le prove che fosse stato commesso un delitto contro ciò che lega il padre al figlio. Camminava per casa senza riuscire a stirare una camicia e cominciare a dipingere un quadro che abbandonava per scrivere una lettera che non finiva, accendeva il televisore, cercava un libro, telefonava a un vecchio amico pregando che lo ascoltasse. Cercava di capirla, ma la verità del dolore lo sollevava da quest'obbligo: aveva aspettato che la sua furia si abbattesse su di lui come una catastrofe naturale, come si teme il mattino dopo una notte insonne, qualcosa di ineluttabile. E chi ha attratto qualcuno in un legame carnale, se lo vuole ha il potere di punire. Lei puniva e lui sentiva di avere chiuso.

-Vivo col mio peccato originale, diceva. Nessuno condivideva nè il suo modo di vivere, nè il suo punto di vista. Smise di parlare. Cominciò a scriverle una lettera cercando di spiegarle cosa sarebbe successo se fossero tornati insieme, tra qualche tempo, dopo che si fossero mondati dell'odio e del dolore. La sua riconoscenza sarebbe stata tale che l'avrebbe fatta felice per sempre, doveva fidarsi. Non capì che qualunque donna ricevesse una lettera del genere si chiederebbe se davvero avrebbe voluto stare con un servo. Quando raggiunse la pagina sessanta gli venne il sospetto che non l'avrebbe letta. Telefonò al padre di lei spiegandogli il problema. 

-Cerca di venderla, gli aveva risposto. 

Voleva separarsi in modo civile e lui non doveva vergognarsi di avere fallito. 

-La civiltà non ha un cazzo a che fare! la civiltà non ha un cazzo a che fare con il furto di un figlio! Un tempo per queste cose si uccideva! Cazzo! E adesso si muore.

Urlava, rantolava di dolore. Il male faceva un tale sconquasso, le ondate di veleno rimbalzavano pesanti e gelatinose nelle volte del suo cervello, divenne impossibile non accorgersi che era rovinosamente cambiato. 

Quando pagava i conti del telefono si rendeva conto di spendere milioni per stare lì a farsi insultare. Lei non scherzava e c'era poco da scherzare. Gli anni si accumulavano sopra di lui con la velocità di un crollo in Borsa. Uno dei migliori. 

Quando ci si convince di avere fallito non si hanno vent'anni. 

Gli occhi erano scavati, liquidi, spinti fuori dalle orbite a cercare rifugio chissà dove. 

Si stirava le camice, l'aveva imparatato da lei. La pensava stirando. Se fosse vissuto altri cent'anni nulla sarebbe riuscito a mangiare nel suo cuore il porridge di sangue triste e nero condito di un paio di dischi che ascoltava ossessivamente. La donna che voleva amarlo com'era era andata a trovarlo

-come va? gli aveva chiesto

-stiro, le aveva detto, e lei:

-hai gli occhi più tristi che ho visto. 

Non aveva risposto. 

Aveva spostato dei mobili, chiuso la stanza dove dormiva con sua moglie mentre le cose peggioravano, era rimasto lì ad ascoltare quei dischi che sarebbero piaciuti anche a lei, a guardare il pavimento dove aveva giocato suo figlio: non c'era più, non c'era più nessuno, non telefonava nessuno, gli amici che stavano da quelle parti avevano smesso di cercarlo, ogni tanto si chiedevano di lui, si sentiva i loro occhi addosso, guardavano dalle colline e non lo cercavano. A mezz'ora da lì c'erano il mare, la costa.

Verso le due di ogni pomeriggio si stendeva sul letto, guardava dalla finestra, ricordava: gli aveva chiesto di andare a vivere in uno studio che avevano affittato. Puzzava di muffe, senza riscaldamento e senza cesso. .

-Il geometra non vuole che ci si dorma, aveva detto.

Il geometra.

-Tu alzati presto al mattino, nascondi il sacco a pelo... 

-Ma sono tuo marito... pago l'affitto di questa casa...  dello studio... 

-Appunto, dovresti sfruttarlo di più, vacci a dormire.

Le discussioni erano diventati litigi, i dialoghi scazzi, il sesso per lei un dovere mal sopportato, per lui una speranza di riconciliazione. Lei capiva che lui non pensava ad altro e aveva cominciato a negarsi con ostinazione. Naturalmente lui non pensava ad altro perchè lei continuava a negarsi. Invece di pensare a come fare per sedurla, aveva cominciato a cercare di convincerla che se avessero fatto l'amore, avrebbe smesso di chiederglielo. Poi erano cominciati i traslochi, come fosse possibile ritrovarsi da qualche altra parte. 

Gli era venuto un ghigno freddo: partire era diventato il peso, era stato una leggerezza. 

 

-Cosa dovevo fare? Me ne sono andato. E' andata da un avvocato e mi ha accusato di abbandono del tetto coniugale. Perchè quelli che si sono amati si sbranano a questo modo? Sai rispondere? 

La donna che voleva amarlo com'era non rispose. Si era alzata infilandosi il cappotto, aveva fatto un lungo sospiro pieno di fastidio ed era sparita per le scale.

Era andato a trovare un amico. 

-Hai la faccia da pazzo.

-Posso dormire qui?

Alle quattro si era svegliato, aveva aperto la finestra e aveva visto un corvo spiccare il volo. Si figurava d'essere un falco con le ali spezzate e prima dell'alba le aveva scritto una lettera di cinque pagine. Era uscito per imbucarla ed era tornato verso la loro vecchia casa. La lasciava libera di andarsene. Finiva così: 

-... alla fine, l'amore che prendi è uguale all'amore che dai. A un incrocio non difficile, stupido, in aperta campagna, era andato diritto, aveva attraversato la strada e aveva finito il suo viaggio contro un muro. Lo schianto si era sentito fino alla casa di un contadino che era venuto a tirarlo fuori da un'auto nera. Aveva sentito il sapore caldo del sangue e le mosche avevano cominciato a volargli attorno, faceva un gran caldo. 

Stava disteso sul letto, il trauma cranico aveva sprofondato la sua esistenza in un dolore inaccessibile, lei aveva telefonato. Era terrorizzata, spaventata da tutto: soldi, futuro, sarebbe stata dura e urlava.

-Calmati, ho avuto un incidente.

-E la macchina? Aveva fatto lei.

-Distrutta.

-Oh no! testa di cazzo. 

E aveva messo giù.

Stava lì. 

Quando aveva sentito di poter di nuovo camminare era risalito a piedi per un fiume di sassi bianchi e aveva chiesto perdono per l'odio e pietà per il dolore, seduto su un sasso con i piedi nell'acqua. Da molti anni non nominava il nome di dio se non invano. 

A dicembre era finito in ospedale. Una banalità: il tendine dell'anulare sinistro. 

-Proprio quello dell'anello si doveva rompere lei? Adesso per operare bisognerà segare l'anello.

-E seghiamo l'anello.

-Comunque sarà una banalità, l'intervento.

-Già, una banalità, aveva risposto, toccandosi l'anello. Sto per svenire, comunque.

Si era risvegliato disteso per terra, lo guardavano, aveva sognato che sua moglie e il suo amico lo buttavano in un pozzo, ridevano. 

-Il più è fatto, disse un medico con indifferenza. Trovò il coraggio di dire che non se la sentiva. 

-Ma è una cosa da niente. Si fa un taglio qui, si infila un filo d'argento, si annoda il tendine, dall'altra parte si ficca una vite che tira il dito verso l'alto, si stecca e in un mesetto è tutto finito. 

-In un mesetto, già. No, grazie, ribadì, umile ma deciso.

Lo portarono in una camerata buia, dormì. La donna che voleva amarlo com'era venne. Lo portò a casa. Quando furono a casa lei si spogliò, gli salì sopra e lo montò, per bene, finalmente. 

Sarà stata l'anestesìa, lo svenimento, la tensione o il dolore generale, ma non appena la sentì venire si addormentò di botto. 

-Sei di quelli che girano la faccia dall'altra parte e dormono! Quanto ti odio, te e tua moglie.

-Lei cosa c'entra, disse, ero svenuto sotto anestesìa non più di quattro ore fa! Non puoi pretendere.

-Tu l'ami ancora! E io vedo morire ogni giorno la gente di Aidiesse.

Faceva l'infermiera e questa volta se ne andò per sempre.

Camminava, faceva passeggiate in bicicletta, cercava di farsi opinioni e di mangiare più lentamente, dormire. Adesso si svegliava alle cinque, era un progresso. Lavorava, passeggiava per la città, lo guardavano e non lo salutavano, poi aveva smesso di dimagrire. 

I mesi passavano, era venuta la primavera e ancora non riusciva a leggere il giornale senza distrarsi, gli si stava bruciando il cervello, poi lentamente smise di bruciare. Gli si abbassò la febbre, ma i fine settimana continuarono ad essere i suoi killer. Le cose continuarono così fino all'estate, pian piano ricominciò ad essere gentile con le cameriere dei bar che lo servivano, sempre allo stesso tavolo, era un tipo solitario, uno che oggi c'è, domani chissà, di lui non sapevano nulla.

Nel frattempo, lei cominciò a lasciargli vedere loro figlio. Si incontravano, e in due minuti si dicevano tutto quello che un uomo e una donna si possono dire, se non hanno fatto per tre mesi che pensarsi. Avrebbero avuto altri tre mesi per capire cosa si fossero detti. Misurava lo stato del suo umore generale dal modo in cui era vestita, dal taglio dei capelli, dal trucco degli occhi. L'aveva vista vestita di nero, poi pastello, prima gli occhi truccati, neri, pesanti, poi era tornata a una linea sottile, azzurra. Quanto sarebbero andati avanti a vedersi così, scambiarsi loro figlio e guardarsi, stavano uno di fronte all'altro il tempo di un cambio di gomme al box della ferrari, si sparavano addosso di tutto credendo di stare solo facendo valere le proprie ragioni. Aereoporti, stazioni, si incontravano lì.

Il bambino dimostrò di amarlo, di riconoscere i suoi sforzi, lo tranquillizzava sentirsi chiamare papà, o daddy, anche daddy andava bene. Quanto a lei, banalmente, l'amava e l'odiava, pensava solo a lei.

Andò di nuovo dall'amico, e gli disse solo così:

-Voglio tornare a Milano. 

Aveva una casa. Pensò che sarebbe tornato per non andarsene più, telefonò agli affittuari.

-Dovreste andarvene. 

Cominciò a pensare se prima di evacuare gli inquilini avrebbe dovuto aspettare una risposta dal Ministero a cui aveva inviato una domanda di trasferimento e rischiare di dover vivere in albergo per qualche mese mentre quelli trovavano una casa. Oppure rischiare di tenere la casa sfitta per qualche mese, se loro se ne fossero andati prima della risposta del Ministero. Stava ore a pensarci, era cotto. 

Gli era andata male. No, niente Milano, niente posti. Gli inquilini se ne erano andati e il Ministero l'aveva ritrasferito in un posto qualsiasi, sulla costa, dove avevano abitato insieme e aveva visto morire le speranze che lei tornasse ad amarlo. 

-Dall'angoscia alla nostalgìa, pensò, era un progresso. Si trovò con la casa da affittare e un affitto da pagare, due traslochi, due case da pulire e un casino di documenti da fare. 

Per un anno aveva aspettato di tornare a quella vita seria e faceta di Milano, le chiacchiere, gli amici fidati, la città malinconica e cruda, la casa dove chiudersi. Voleva riprendere a trattare le cose con amore, un giorno anche se stesso. Comunque il posto era quello, prendere o lasciare. Trovò un progresso che la crisi di panico che lo colse quando apprese la notizia fosse durata solo sei ore. Poi cominciò a cercarsi una casa. Il terzo giorno la trovò. Sarebbe stata libera il primo di settembre. Fece dei calcoli, poi chiese:

-Posso portare dei mobili l'ultimo giorno di agosto?

-Vada per l'ultimo di agosto, disse il tipo dell'agenzia.

Era il ventidue, il caldo stava sfacendo la vita, i fichi e le foglie, i matti e gli omicidi mostravano il mese barocco. 

Sua moglie veniva a prendere suo figlio. 

Avevano passato insieme un mese teso e felice, peregrinando tra vecchi amici in vacanza, i loro problemi e i loro figli. 

Oliveti, spiagge, chilometri, letti, zanzare. 

Un giorno, alle sei di mattina, il figlio finalmente glielo aveva chiesto:

-Tu lo sai chi è Maurizio?

Stavano nudi nel letto, dormivano insieme.

-Sì, l'ho visto qualche volta, tanto tempo fa. E tu, lo sai?

-E' l'amico di mamma.

E alla malinconia che intravide negli occhi del bambino pensò a lungo, cercando di capire come comportarsi. 

Fine delle vacanze.

Salutava gli amici seguito da un sospiro di sollievo. Lei, venne a riprendersi the kid, come lui lo chiamava con gli amici. 

Restituiva un bambino verde oliva, con un taglio d'occhi orientale. Quando apriva la bocca diceva cose buffe e intelligenti, ogni tanto si lamentava. Lei aveva un paio di jeans corti e stracciati fino all'inguine, una malinconia estiva negli occhi e muoveva le sue lunghe gambe con l'imbarazzo di chi sa che si è parlato a lungo di lei, aveva avuto uno scatto di nervi mettendolo a tacere davanti ai suoi amici e partendo gli aveva chiesto di baciarlo. 

Quanto era fica.

Quanto non era più sua.

-No, aveva detto lui, guardando il bambino.

-Ci salutiamo così?

-E come vuoi che ci salutiamo?

Aveva sbattuto la portiera ed era partita. Lo stava portando dall'altro. 

-Sono stanco di partire, voglio stare qui, aveva detto il bambino.

-Un giorno, ma adesso devi andare dalla mamma. Starai bene con mamma. 

Poi era andato in un campo di olivi e aveva pianto sotto il sole. Piangere al sole di agosto è un'esperienza sana per il corpo, dolce per la mente e delicata per la memoria. Né tanto orribile da volerla dimenticare né del tutto inconfessabile. Poi era partito.

 

Guidava, guidava, guidava. A Milano entrò dopo tre anni nella propria casa. Lì si erano amati e conosciuti, poi era nato il bambino.

La pesantezza gli parve il segno dell'esistenza e cominciò a pulire. 

Pulì per tre giorni e due notti, la terza andò a vedere giocare alla pelota, cenò in un ristorante africano, tornò a casa e pensò a come avrebbe caricato il camion la mattina dopo. Cosa lasciare e cosa prendere. La solitudine lo irritava e gli faceva bene. La mattina seguente parlò con gli inquilini che se n'erano andati senza pagare l'ultima rata dell'affitto. Lo insultavano. Voleva quel milione e si trattenne.

Gli avevano lasciato una casa sporca. 

Adesso era quasi pulita. 

Scese per strada. 

Milano.

Un incubo, lungo da giugno a settembre.

Era la fine di agosto. 

Entrò nella prima agenzia che vide e si trovò davanti due ragazze carine.

-Il capo non c'è...  

Le porta a vedere la sua casa.

-Che bella, sembra di stare in campagna. La vorremmo per noi. Si misero a fare dei conti. Capì che non ce l'avrebbero mai fatta. Si fecero firmare un mandato e quando uscirono cominciò a caricare mobili sul camion, ne scaricò altri, li tirò su sudando, sistemò le cose, comprò qualche tappeto, mise le tende, fece il letto, quelle ragazze gli sembravano parecchio sprovvedute. 

E quella casa vuota conservava l'atmosfera. 

Bella atmosfera.

Pensava lui. 

Era una casa vuota da affittare che nessuno voleva più affittare.

Era tutto. 

Avrebbe voluto liberarsi di tutti i pensieri, ci doveva essere un sistema per farlo, forse più d'uno. 

Svegliarsi dall'incubo, sognare, vendere la casa. Sognava spesso che lei tornava. Quei sogni lo lasciavano in una malinconia morbida per ore, uno stato di sospensione. La notte successiva erano incubi, lo sapeva da tempo.

Gli aveva dato tenerezza. 

Gliel'aveva tolta. 

Scese le scale e partì. 

Aveva speso milioni per farsi insultare al telefono, poi per pagare debiti di una disatrosa vita coniugale. Arrivò a casa.

Salì le scale e guardò la montagna di scatole che aveva preparato.  Era il trentuno di agosto. Dormì tra mobili e scatole. 

Il giorno dopo venne un ragazzo, l'avrebbe aiutato. 

Gli guardò le braccia, sembrava forte. 

Lo guardava fisso in faccia. 

Caricarono per qualche ora. Mobili. E un centinaio di scatole. Acquerelli, schizzi, studi, notti insonni, tele; non buttava via quasi niente. 

Il camion non bastava.

Telefonò a un amico che aveva un Fiorino. 

-Bene, disse. Stasera si scarica 'sta roba. Poi si va a prendere il Fiorino. Si viene qui, si carica, si fa l'ultimo viaggio. 

Era un esperto di traslochi a basso costo e per riuscirci si costringeva in ragionamenti complicati.

Quando arrivarono alla casa il ragazzo disse

-E invece è una bella casetta, proprio bella. Sa di mare. 

-E' umida, disse. Ti accompagno.

Il giorno dopo salì per le colline dove abitava il tipo del Fiorino. 

-Sarà l'estate, sarà che ho fatto quel che ho potuto, o sarà il tempo che passa, o che cambio casa. Sarà uno di questi motivi. Sia quel che sia non sto male come l'anno scorso. 

Lasciò il Fiorino a casa dell'amico.

-Tutto a posto e grazie infinite, m'hai fatto un bel servizio, grazie davvero.

-Di niente. 

-E' una bella giornata, vero? Non fa troppo caldo, l'aria è tersa... 

-E' settembre, l'estate è finita. Vuoi delle prugne?

Andarono nel campo sotto casa a prendere le prugne. Il tipo del Fiorino parlava, raccontava la storia della madre che gli aveva lasciato qualche soldo in eredità dicendo: 

-Non cambiate la macchina, rifate il tetto.

E lui aveva rifatto il tetto. 

-Ragazzi io ho trentadue milioni, dico agli operai. Beh sono in due, uno lavora bene, l'altro è una ragazzino un pò tonto. Ma trentadue milioni sono trentadue milioni.

-Già, trentadue milioni, fa lui, masticando una prugna.

-E come va?

-Sono contento di lasciare quella casa, senza troppa eccitazione ma sto meglio. La depressione serve.

-Verrò a trovarti, dove vai ad abitare tu c'era palude, un tempo. Zanzare, umido e caldo, le zanzare sono le ultime a andarsene. Anche dovesse crescerci una città, ci saranno le zanzare: lì c'era palude.

-Già, le zanzare, la palude. Ho preso una casa col giardino per mio figlio. Quando viene gioca. Ah senti... ho lasciato una ventina di quadri nel tuo garage. Non è roba che ho voglia di guardare. Trans bieco, mi sembra. Non so neanche come ho fatto a dipingerli. Ma chi lo sa. 

Vorrei lasciarli qui. Vorrei lasciarmi dietro tutto.

Li ho dipinti perché... li ho dipinti. 

Te li lascio nel garage. 

-Lasciali nel garage. Prima o poi gli dò un'occhiata. 

-Adesso devo andare, ho le ultime cose da prendere nella vecchia casa. Grazie ancora.

 

In quella casa non c'era più niente, solo un armadio, un bell'armadio di fine ottocento, fatto da un giovane artigiano di Brescia, finì la sua carriera a Vienna, al servizio della borghesia austroungarica del tempo della fine dell'Impero. Così aveva scritto alla padrona di casa, inventandosi tutto. Avrebbe dovuto ringraziarlo, era un bell'armadio. Invece l'aveva cercato, riempiendolo di insulti. 

-Venga a riprendersi il fottuto armadio, lo porti alla discarica, è un armadio ENORME! 

 

Era uno che la gente che passa prende a schiaffi, per scaricarsi un pò. Comunque lasciava lì l'armadio, senza pensarci, pieno dei vestiti di sua moglie. Fece il giro delle stanze. Tutto vuoto, tutto pulito. Qualcuno avrebbe preso il suo posto. Addio anche a quella casa. 

Stava suonando il telefono. Una ragazza gentile voleva lezioni d'inglese, cercava sua moglie. Non succedeva da un anno. 

-Non c'è.

-Quando torna?

-Non torna.

-Non torna?

-No, non torna più. Me ne sto andando, sto chiudendo la casa, mi ha trovato per caso. 

Mise giù. Lasciò cadere le chiavi sul pavimento, uscì e chiuse una porta pesante con un tonfo definitivo.

Rimase sul pianerottolo. 

Scese le scale, salì in macchina e andò alla casa nuova. 

 

La luce di settembre entrava in cucina, debolmente, disegnava ombre sui muri, ombre di foglie, riflessi tremolanti, mise a posto il giradischi, era sempre la prima cosa che faceva, traslocando. 

John Lennon, Walls and Bridges. 

Sedette in giardino e fumò una sigaretta, soddisfatto. 

-Vedrai che è finita, stavolta è finita davvero. 

Sting, Fields of gold. 

Avrebbe messo a posto un pò il giardino. 

Lenny Kravitz, i Pogues, Chopin, Puccini. 

Guardò il giornale, il disco dei Pogues era finalmente uscito. Uscì di casa e andò a comprarselo. Avevano buttato fuori Shoan Mc Gowan, troppo ubriaco. Gli era costato parecchio ma si erano presa un pò dell'anima dei Clash, questo pensava sotto il sole. Attraversò la piazza con il disco sottobraccio e arrivò al bar, era il tramonto. Pieno, neanche una sedia vuota. 

Così tornava sulla costa. Il barman lo salutò senza sorpresa. 

Era un bar dove la gente va, viene, da tutto il mondo, scultori, vengono per il marmo, studi, fonderìe. Quando uno è lì va al bar ogni sera e poi sparisce, da un giorno all'altro. Poi torna, o non torna mai più. Tutto normale. 

-E come va? Dipingi?

-Qualche volta... 

Si guardò intorno. C'era un tavolo con nove sedie. Ciapàti, Alì, Dominique, Fred, Moon, Trevor, Rachel, li conosceva tutti. E una donna dai capelli neri, agitava le braccia come un grande uccello, mostrava le fotografie del suo lavoro, sculture e quadri, parlava con una voce roca. 

Una donna americana. 

Di fianco a lei c'era una sedia vuota. 

Sta lì fermo in mezzo ai tavoli senza dire una parola, pensa che sta per succedere qualcosa. 

Guarda l'americana con gli occhi piegati. 

Conosceva quel tipo di donna, era geniale e aveva un tarlo nel cervello, un'allegria strana per essere vera e il bisogno di stare sempre in mezzo, beveva troppo e avrebbe dato confidenza a tutti facendosi un'idea meravigliosa dell'Italia. 

L'avrebbero trattata gentilmente perché l'avrebbero creduta intelligente e stramba, il tipo che piace avere intorno d'estate, tanto, se ne sarebbe andata. Era sui trent'anni. Stava seduta con le ginocchia larghe, la schiena arcuata e i piedi stretti sulla sedia.  Non era felice. 

Guarda a lungo quella sedia vuota:

(Sta per succedere qualcosa ma io non mi siederò su quella sedia).

-Hey man, cosa fai in piedi in mezzo al bar? Relax! Sit down! have a drink! gli disse, e gli allunga la sedia con un piede. 

Si siede, senza dire una parola. 

Aveva traslocato.

 

 

 

 

 

II

 

Un anno intero, o due, a pensarci tre, gli si stavano depositando nel cervello. 

-Venite a casa mia, disse. 

Musica, si erano messi a ballare. 

Lì questa donna americana con i capelli bruni gli aveva detto di chiamarsi Tess. 

L'aveva fatto formalmente e aveva rotto un bicchiere. 

Così cominciava la grande festa che non sarebbe finita mai. Si era tirato in casa tutta la gente che aveva potuto. Americani, del nord e del sud, giapponesi, canadesi, russi, francesi, finlandesi e irlandesi, bravi artisti, mediocri, Paula: un'inglese bella e disperata, gli aveva portato in casa un vecchio gangster che andava pazzo per le ragazzine. Andavano e venivano ad ogni ora del giorno e della notte per fargli dimenticare d'essere vissuto in una casa vuota.

Qualcuno era partito, ma a ottobre arrivavano i sudamericani: discreti, gentili, poveri, ospitali e chacachaca. 

Aveva il monopolio della mondanità d'autunno. 

E tutti erano lì quando Tess aveva acceso il video dopo aver rovesciato un paio di bicchieri. 

Aveva schiacciato l'incenso con le dita, si era bruciata e aveva detto 

-Shit! 

Poi aveva fatto partire una cassetta.

Era il suo video. 

Il primo giorno Tess aveva preso possesso della sua stanza all'Hotel della Posta e aveva a lungo vagato con la telecamera sopra i tetti e la luna d'Italia, e il giorno dopo, una mattina di settembre, girovagava con l'occhio elettronico e la sua voce roca, ballando ovunque: sulla montagna, nel cielo, nella strada, la piazza, la mano incerta e la voce eccitata tremula e infelice come le stesse tutte perdendo, le cose. Sylvia Plath, pensò. Più Janis Joplin, ma anche Meredith Monk, e comunque assomigliava a Patty Smith.

Due giorni dopo la trovava intelligente.

-Certo che lo è, gli disse Trevor alle sei del pomeriggio. Ma è anche matta da legare!

Trevor. Compagno di lunghe passeggiate sulla spiaggia.

-Cosa vuol dire matto? 

-Perchè, ti piace?

-E' talmente difficile.

-Non credo che farai fatica a portartela a letto.

-Già fatto, Trevor. 

-Fiuuù, aveva fatto Trevor. 

 

 

Si erano seduti su quasi tutti gli scalini del paese ma poi erano finiti a casa sua, si erano seduti, stavano vicini, ridevano, si alzavano a prendere da bere. Era settembre, la porta aperta sul giardino, faceva ancora caldo, le ombre della notte: foglie, tremolii, la luna, la brezza, piedi nudi. Per lei doveva essere una grande vacanza da tutto, e musica e musica, c'era stato uno sfiorarsi di mani, tutto lì, e poi le aveva detto che gli sembrava scesa da una diligenza, avevano scelto un pezzo di terra e domani avrebbero cominciato a segnare i confini e ad arare, lui con la Bibbia in una mano e una Colt nell'altra.

-E io spingo l'aratro vero? Non funziona. Aveva detto lei. 

-Comunque, sei il quarto uomo con cui vado a letto. 

Gli parve tanto strano che lo dimenticò.

Prese un foglio e scrisse le cose da fare l'indomani:

Idraulico, elettricista, legna.

-Cosa hai scritto tesoro?

-Plummer, electrician, wood.

-Ha ha! Plummer, electrician, wood, you're a poet, you are a fucking poet, rise lei versandosi del vino.

Andò a distendersi sull'erba del giardino, aveva addosso solo un vestito di cotone grigio, abbandonata nell'erba sotto la luna le disegnava i seni, la pancia, l'ombelico, le cosce, era pallida, sottili venuzze azzurre le percorrevano i polpacci nervosi, il pallore del viso lo invitò a farsi un'idea della sua ospite. 

-Ofelia, disse, e l'erba alta parve uno stagno, Ofelia galleggiava sospinta da acque morte.

La sfiorò con un piede, si lamentò e mosse le dita di una mano. 

Tornò in casa lasciando Tess lì abbandonata. 

 

E venne Richard, detto Dick. Aveva avuto successo, per un pò, Dick. Era da poco divorziato: gentile, dunque; aveva un repertorio di freddure. Ma presto la sua stima era scemata, e dalle sue battute al sangue era emerso l'altro: piccino, abbastanza meschino da diventare ben visibile a tutti. Si era messo con un'altra noiosa come lui e si era ritirato. Qualche volta venivano, si sedevano in un angolo e guardavano con disappunto a quel che succedeva. 

-Ti disturba la musica a questo volume, Dick?

-Non c'è nessun problema... 

Dick entrò, sedette, chiese un bicchiere e si accorse che Tess ne aveva rotti una decina. 

-Ha rotto anche il vetro della lampada... 

La lampada non era di Dick e i bicchieri non erano di Dick. Che importava a Dick se Tess rompeva tutta quella roba?

-Il vetro era già rotto, Dick, abbiamo preso i pezzi, li abbiamo messi su quel mobile, adesso sono un'opera d'arte. Li abbiamo anche filmati, stanno nel video, vuoi vedere?

-Ma dai... per una settimana sei stato qui a pulire e ordinare tutto e non è successo niente, niente di niente. Adesso arriva lei e d'improvviso sta tutto collassando, tra un pò cominceranno a cadere i muri a questa casa... Guardala... guarda come ti guarda...  dammi retta è pazza... 

-E' pazza è pazza è pazza! Qui siamo tutti pazzi! Anche tu! Vedi una persona che ti guarda al modo in cui non sogni di essere guardato e subito dici che è pazza. Anche chi dice pazzo al pazzo è pazzo!

-Ok Ok... relax, please..relax..Mi sembri molto teso... 

-Ma sono felice, Dick. Lo puoi capire questo? E non è una settimana che ordino e pulisco, sono due anni che lo faccio, due anni che ordino, pulisco e ascolto il silenzio di una casa vuota, enorme. Fantasmi! Voci! Più profonde di quanto tu non ti sia mai concesso di ascoltare, di credere che esistano, voci così, voci di bambini, Dick, di donne, voci. E silenzio. E adesso ho voglia di ascoltare il rumore di un vetro che si rompe nella notte mentre me ne sto qui disteso in giardino, perchè significa che c'è qualcuno qui che rompe i bicchieri nella notte Dick, Qualcuno, capisci? E quello che mi ha tenuto in vita è stata la speranza che prima o poi, prima di essere vecchio o di non crederci più, qualcuno venisse qui e senza nemmeno chiedermelo portasse la sua valigia e restasse sino al mattino, OK Dick? E prepararle un caffè, mettere un disco, e sentire che l'aria e il colore del cielo fuori dalla finestra piacciono anche a lei come a me, e anche il disco, e non mi importa un cazzo se rompe i bicchieri. Hai capito adesso, Dick?

 

E se ne era andato, perché era stato un buon monologo. Eppure mentiva, i suoi sogni erano stati altri. Li aveva lasciati lì a gozzovigliare e se n'era andato a pensare alla sua Tess. 

 

Vetro lampada. Schiuma da barba. Carta igienica.

 

Una giornata in giro, inconcludente.

 

Stava seduto al bar e l'aspettava.  

-Ok Ok mi hai trovato. Dovrei andarmene. Ma se mi offri un vino bianco resterò. Tra poco è il crepuscolo. La mia ora. 

Si era comprato un quaderno nero per scriverci sopra lettere per lei. Stava seduto di fronte a lei. Anche lei aveva un quaderno nero. Lo teneva aperto sulle ginocchia. Anche lui lo teneva aperto sulle ginocchia. Cominciò ad avere paura, perché facevano le stesse cose, avevano le stesse idee. E il giorno prima, quando avevano finito di fare l'amore, lui aveva detto

-Senza televisione mi sento... 

-Nudo! avevano gridato  insieme. 

Uscivano di casa soli sapendo prima o poi si sarebbero incontrati.

-Sono stata alle cave, oggi. 

Fece danzare tra le dita un burattino fatto di pezzi di latta ritagliati con le forbici e uniti insieme con due borchie d'ottone: una per la testa e le braccia, l'altra per le gambe. Sei pezzi in tutto, grande come il palmo di una mano. 

-L'ho trovato per terra. E' un uomo.

Se ne andava in giro per il bar e lo metteva in mano a tutti. Poi li guardava, studiando il modo che avevano di usarlo, di giocare. Le loro mani, la bocca, gli occhi, come anche loro fossero fatti di sei pezzi e due borchie. 

-Qui mi comporterò come un uomo. Disse mentre la guardava. Voglio che mi rispettino. Che si accorgano che voglio questa donna. Che ci rispettino. 

Li avrebbero lasciati liberi di muoversi sul palcoscenico per un pò di tempo. Li avrebbero fatti sentire liberi. Avrebbero pensato che quello era un posto libero, un paese libero. E poi, lentamente ma inesorabilmente, avrebbero delimitato la sfera d'azione del loro personaggio, concesso loro di comportarsi solo secondo quel cliché, studiandolo, stando a aspettare uno sbaglio. Finché un giorno qualcuno, un ubriaco, un passante, avrebbe dato loro un nome. Sarebbe esplosa una risata, e da allora sarebbero stati Quei Due, e la libertà di esistere sarebbe apparsa quello che era stata, il modo più efficiente e rapido di fare anche di loro due personaggi comuni, alla portata di bocche, di lingue. Non sarebbero mai potuti salire più in alto di dov'erano, e la gente si sarebbe annoiata della loro presenza finché nessuno si sarebbe accorto che erano usciti di scena. Altri, da tempo, avrebbero preso il loro posto molto prima di quel giorno.

-Sfiorami la bocca, baciami subito! 

-Penso che ci stiano guardando, Tess.

-Ma certo, hai ragione. But a movie is a movie. Torniamo a casa adesso, il crepuscolo è finito. 

E Richter la seguì soffrendo, ma gli sembrava di non avere scelta,  non poteva. 

 

Il giorno dopo.

Direzioni per la giornata. Fare una passeggiata. Idraulico. Avvocato. Motosega. Video. Lavanderia. Centro Assistenza Sony: fare aggiustare telecamera. 

 

Non gli venne in mente, non badò al fatto che nemmeno una delle cose che doveva fare gli avrebbe fatto incamerare qualche soldo. Era una lista spese e somigliava alla sua vita. 

-C'è qualcosa che posso fare per te oggi? disse guardandola, si vestiva di corsa, era in ritardo. Scrisse qualcosa su un biglietto. 

Lavanderia. Latte. 

Dunque abitava lì.

Every grain of sand. Dylan, The Bootleg Series. Volume 2.

Si era alzato sotto l'effetto dell'erba di Trevor e di quel vino bianco in una specie di ipnosi e aveva attaccato i cavi della telecamera al televisore; l'aveva acceso, si era messo al tavolo della cucina con il suo quaderno nero. Si era seduto su uno sgabello alto e aveva cominciato a guardare il video e scrivere. Voleva dire a Tess come fosse la casa nella quale vivere: descrizione di una casa favolosa dove la poesia della vita quotidiana e l'amicizia facessero da sfondo all'amore. Lunga, la descrizione. Quanto ai muri, al giardino, agli oggetti di casa, aveva descritto quella in cui stava seduto, ma non se n'era accorto. 

Motosega, tabaccaio, registratore. Lavanderia, Latte.

 

Avevano bevuto parecchio tutti i giorni che aveva settembre. Aveva bevuto con l'idea che bere in fondo non fa male, e se fa male poteva anche andare a finire così, in allegria. Ma aveva i nervi a pezzi. 

Tess non stava mai zitta, mai ferma, avrebbe dovuto riposare, ma il tempo era poco. A fine settembre sarebbe partita. Dormiva poche ore raggomitolata su se stessa stringendo gli occhi in modo innaturale, con la sveglia stretta nella mano come tenesse un sasso. 

 

Le aveva detto:

-Penso che sia un punto di svolta nella mia vita, vorrei gustarmelo a mio modo. Vado in montagna. Su per le valli sopra Carrara c'è un piccolo paese afgano. Lì, molti anni fa, sono stati uccisi degli anarchici. E' un paese anarchico. C'è una trattoria. Vuoi venirci? Ti amo. 

Lei aveva risposto:

-Maybe.

In montagna ci era andato da solo. 

 

L'aveva fatto incazzare. Il suo modo di parlare era così intenso, tortuoso e difficile, pretenzioso! così insolente nell'interrompere tutti, bisognava starle dietro, ai suoi giochi di parole, trovarli divertenti, sempre, e se qualcuno si fosse azzardato a continuare a esistere a proprio modo nonostante i suoi inviti ad accedere all'infinito, il suo odio, la sua offesa, la sua furia, allora, cazzo! Oh cazzo! ma lui era proprio così? Cioè no dico quando gli diceva cose del tipo che lei era il suo doppio il suo diabolico cherubino l'alter ego e ognuna di queste stronzate voleva dire che lui era come lei cioè così? Così Impossibile? E allora, dopo qualche chilometro di curve, disse

-Adesso capisco. 

E cominciò a emergere dal passato la figura esile alta e silenziosa di sua moglie. 

Non l'amava più, ma aveva zappato la terra dell'orto di casa, e per un pò di tempo aveva cercato senza convinzione di restaurare qualcosa che era stato un amore. 

Si era torturata senza dire una parola.

Per un anno. 

Lo guardava.

Stavano cadendo in un mare di guai.

Lui non sarebbe riuscito a risolverli.

Erano terrorizzati, tutti e due.

Lei non aveva altra chance. 

Aveva imparato a ragionare in silenzio, e l'ombra lunga del calcolo l'aveva penetrata. 

Si erano versati addosso gli incubi, il fiele della memoria di quel che avrebbero potuto essere... 

Poi aveva deciso di lasciarlo.

Ma aveva fatto fatica. 

Aveva dovuto essere cattiva, per riuscirci. 

Ferirlo fino in fondo, mortalmente, tradirlo, in casa loro, nel loro letto, con arroganza, sfacciatamente, raccontargli tutto, entrare nei particolari, vederlo rantolare, deprimersi, perdere la voce, la sicurezza, riempirsi il viso di tutte le ombre, e quando se l'era bello cotto tutto quanto allora, finalmente, faceva lo schifo che si sentiva di essere, allora l'aveva mollato, c'era riuscita, sì. 

L'aveva lasciato agonizzare con la nausea i giramenti di testa le richieste di TAC al cervello. Svenimenti, conati di vomito, ulcera gastrica e gli aveva detto fottiti, vai a cagare, fottiti, vai a farti fottere. Aveva girato i tacchi e se l'era filata. 

Non senza piangere, ma aveva pianto sola. 

Perché lui non era più lui e lei voleva evadere da quel disastro, era giovane e bella. 

Buoni motivi per odiarlo. 

-Cazzo! Gridò Richter, Ridevi, e battevi le mani quando entravo dalla porta! Fare la spesa insieme era più divertente che andare al cinema,  facevamo tutto insieme! Ti amavo ti amavo ti amavo, stronza! La luce della sera...  e i rumori della città... .quando facevamo l'amore... Cristo... 

 

I trent'anni gli erano suonati in testa come quando si aspetta l'ufficiale giudiziario e suona qualcuno ed è l'ufficiale giudiziario. Poi erano venuti gli altri, anni che non passavano mai, che passavano in fretta. Viveva poco al di sopra della decenza economica, di quel conflitto erano rimaste alcune rughe sul viso, ombre cupe che gli solcavano gli occhi e una serie  numerosa di vizi. 

Si vergognava. 

Era in cima alla montagna, dove la valle si allarga  verso il cielo e si scollina, si va dall'altra parte, tra buchi enormi di cave abbandonate, e le nuvole nere tirate oltre dal vento che le schiacciava in basso, a spazzare la strada, gli sembravano ciclisti che scollinavano e si fiondavano giù, verso valle, in un giro D'Italia degli anni sessanta: Imerio Massignan, Vito Taccone, Vittorio Adorni, Gimondi. Merckx. Lui stava dalla parte di Gimondi. Ma vinceva sempre Merckx. Sarebbe stato difficile spiegarlo. Ma le nuvole erano quei ciclisti, e scollinavano. 

Era ora di tornare. 

Guidò sotto la pioggia, doveva stare attento. 

Dove si era cacciata, Tess. 

Le piaceva camminare a piedi nudi sotto l'acqua ma pioveva troppo forte, anche per lei. 

Sarà al bar, sbronza al bar. 

Tess era lì, seduta con le gambe poggiate alla sedia di fronte, sola, fradicia, a piedi nudi, le belle scarpe turchesi nella mano destra, un bicchiere vuoto trattenuto appena sghembo da dita prive di forza nella mano sinistra,  ubriaca; 

-Stronza, le disse.

-E sono Gemelli, rispose, senza guardarlo, stringendo il bicchiere come volesse romperlo.

-You will have the double of the trouble.

 

 

 

 

 

III

 

 

Dove voleva andare? la macchina segnava rosso, benzina e olio, sedili arancione macchiati di pizza, coca, vino, sperma, appiccicosi di ciuinga e caramelle impastati di sabbia, polvere e cenere. E lattine di birra,  rotolavano sotto i sedili ad ogni curva, coca che beveva al mattino, sgorgare lo stomaco, un lavandino intasato, e pagine di giornale, ingiallivano al sole e inumidivano d'autunno, puzza di fumo stantìo, la maledetta puzza di rancido era il liquido amniotico della sua attuale vita. 

Si sgranocchiava le unghie invece di lavarsele e si lisciava i capelli con le mani. La marmitta aveva un buco.

Andava a Milano ad affittare la sua casa, la loro casa, e divorziare, guardava un pacco di lettere levarsi in volo all'aria del finestrino, lettere agli avvocati, al quarto tentativo ne aveva scelta una che riusciva a parlarci, con lei. Il conto del telefono dell'avvocato, quello era pesante. 

E lettere che gli facevano male abbestia perché non c'era più scritto ti amo e non capiva il perché, guardava la sua faccia nello specchio retrovisore e sperava di non incontrare nessuno, nessuno che conoscesse, lì a Milano, perché cazzo aveva una fottuta vergogna di tutto, della sua faccia, delle unghie, della sua storia, del passo pesante. E di essere solo.

Irrigidito nei movimenti si stava incamminando sotto la pioggia che lavava la città all'agenzia di compravendite e affitti Domus. Tremando e balbettando e sudando. Perché nulla di nulla gli era riuscito. Nella sua buffa vita.

 

-Ha visto? ce l'abbiamo fatta, signor Richter. 

Grasso, untuoso, cravatta dozzinale rossogiallorosa, comprata dalle parti di piazzale Loreto, bancarella, interpretazione viscida e sprezzante della cortesia, foffora sulla giaccabblu, pantaloni di vigogna grigia strapazzati sulle palle, grattava spesso, herpes o candidosi, a scelta, comunque sudatissime, ciondoli d'oro, scarpe a punta e tacchi alti, tentativi di gnagnerare milanés traditi da accento di mafia, esibiva l'aria di chi gente come lui ne vede tutti i giorni, piccoli borghesi pieni di paure, preoccupazioni, fobie, se li mangiava. 

Era stato sempre così, lui? No, forse, ma cos'era rimasto all'infuori di questo uomo comune impaurito, trecento chilometri di strada a pensare a se stesso se l'erano di nuovo mangiato.

-Speriamo... disse.

-Bravissime pessone, una coppia, c'ho già l'assegnino con la caparra, un mijoncino. Okkei? Alloa...  lei mi deve quindici peccento sui primi tre anni di fitto, che so...  dodici milioni peqquindici diviso cento pettre. Cinquemilioni quattrocentomila più spese di registrazione di contratto quattrocento fa cinquemilioni ottocentomila più IVA, al 18. 

Sosseimilioniottocentoquarantaquattromila meno uno di caparra fanno un totale di Cinque milioni ottocentoquarantaquattromila lire che mi deve, se mi voffare l'assegnino.

Con la e apertissima, la o arrotondatissima, nell'insieme un gnagneratissimo calcio nelle palle con punta rinforzata in acciaio da parte del signor Mancuso Giggi Totonno per i familiari versus Richter, che accusò il colpo e scoppiatosi a piangere mestissimo aspettava la fine della sua amarissima vita.

-Via Signò Richter, vedremo di farle comode rate, c'abbiamo il finanziamento: pò onerosetto, ma di questi tempi chi presta vuole ripagarsi il rischio, sa, gente come lei ci si fida, ma può finire male. 

Comunque, il signor Lataglia l'aspetta  quaffuori con la moglie, gente pebbene, e seppoi volesse vendere, guaddi, nella sua situazione, qui avrei peparato un mandatino. ... Facciamo che...  lei me lo firma... eppoi se si vende si vende, e finché non si vende lei riscuote il suo fittino, non c'ha mica da lamentarsi: pensi al Lataglia che non c'ha casa, che è disoccupato e deve tirare fuori il suo mjioncino al mese, inpiùleschpese. 

Richter, dia retta, firmi qui e intanto firmi pure qui che domani ci faccio trovare il finaziamentino pronto, che prima della fine dell'anno lei ci ha l'assegno in tasca.

Poi l'ex faccia da pugile Lataglia Codardo entra con moglie: Cazzo un mafioso vero! ecco che finalmente il Richter vedeva per la prima volta un manovale della mafia vero con giacca a quadri gialli e azzurri gel e stivaletti, il tremito nella mano sinistra e dell'occhio quando s'emozionava, dovevano averlo licenziato e adesso lui si nascondeva. Una storia di donne, aveva lasciato la moglie fedelissima, a lui, alla Cupola, alla Sicilia, a tutto, e queste cose non si fanno, Lataglia! Uno che scappa s'era tirato in casa, uno che si nasconde, e la donna per cui stava rischiando di farsi sparare nei coglioni in casa sua l'amava amando il rischio, la faceva godere quando tornava a casa che sapeva di polvere da sparo. Diceva 

-Dove te la sei messa tutta 'sta polvere da sparo, Coda? Dove te la sei nascosta?

-Nelle mutande! faceva il Lataglia. E lei buona buona s'inginocchiava e gli succhiava l'uccello, al Lataglia. Se lo succhiava con l'occhi chiusi senza amore, pura passione carnosa sulle labbra rosse, corvina, pancia e culo, cosce forti di cellulite, se la faceva nei bagliori accecanti del neon.

Squadrata dal livido Richter lei s'era risentita. 

-Molto lieto. 

Molto lieto? Cazzo, era un borghese, Richter, lo era stato! Ma adesso scendeva, scendeva, si vedeva scendere, risucchiato dal vortice dei discendenti, coi malati terminali, gli alcolisti, i tabagisti, i divorziati che non si ripigliano, le casalinghe ripudiate dai mariti con la ditta aggressiva col giro sulla miliardata che rimediano nelle disco di terza sgarambole sui ventotto, trenta, carriera sul finire, ansie di piazzamento.

 

-Facciamo presto. Domani vado a divorziare, sa, sono stanco, voglio dormire.

-Beh, complimenti. Signor Richter.

-Complimenti de che?

-Non la prenda così. Soddivorziato anch'io. Checcrede... E guaddi qua! Guardi pòqquà la Samantha. E allora sa che le dico? chissenefrega di quella zoccola di quella prima moglie, la seconda me la sono presa Moderna, mia figlia ci piace uscire più con lei che con Sora Lacrima, la Ciabattona, piange davanti al televisore. Ecchepianga, la Sciacquona, vero Samà? 

Ecco con quale cazzo di compagnia stava raggiungendo le sfere basse.

Il Richter.

Da ultimo, il Mancuso ebbe la faccia tosta di proporgli un affaruccio

-Tu ci dai la casa, noi ti giriamo un monolocale al sesto senza, ex abbaino, ma ben tenuto, affittato già a seicentomila sicure e con la possibilità di liberare con comoda buonuscita, compreso solaio ordinato senza altezza che guarda: quattro cinesini a trecentomila ci stanno. Senegalesi no che sottroppo alti, perdoni la battuta, ma bisogna ridere. 

Pensava a Heidegger, Richter, all'uomo senza dimora, a Nietsche, al viandante, a Rilke, al figliol prodigo, alla parabola di Gesù e di Smerdiakoff. L'odore di smog e di città fetente andava tutto a ristagnare là dentro l'ufficetto nel retro di formyche bianche, poltroncine vinylpelle nera. Lo stavano uccidendo.

-Comunque tu domani vai alla polizia a denunciare la tua presenza presso la casa del signor Richter, diceva Mancuso al Lataglia.

-No che non ci vado, faceva il Lataglia facendolo rinvenire da pietose digressioni letterarie.

-Tu ci vai se no lo dico allo zio che non ci vuoi andare e tu lo sai che ne pensa lo zio nostro.

-Zio? 

-Massì, siamo cugini.

-Guardi che se lui va alla polizia poi io ci devo pagare le tasse, e che mi resta? Pago anch'io l'affitto, lo sa? 

Minchia, cugini.

-Così non vuole che ci vada?

-Meglio che non ci va alla polizia.

Meglio un mafioso in casa clandestino che un mafioso dichiarato come ospite. Cosa cazzo poteva succedergli, ancora.

Il Lataglia cominciava a respirare aria pura in quella Milano. 

Zio. Cugini.

 

-Come vede abbiamo dipinto tutto dibbianco! disse il Lataglia quando furono soli, nella casa dove una notte d'inverno, forse su quel tavolo lì, avevano concepito un figlio, e per un pò si era respirata un'aria di Sacra Famiglia anche lì dentro, dio ha voluto, e lui aveva dipinto le pareti di ocra e geranio e appiccicato alla parete giù in fondo una tappezzeria che era un remake di Morris, nell'intenzione del Richter un'ampia citazione della casa di campagna di Virginia Woolf.

Ed eccole lì, le sue pareti, bianche, immacolate, lucide, a smalto, solo all'ospedale aveva visto un bianco così. 

-Uei Lataglia, ce l'hai una mamma pure tu o proprio ti è andato tutto storto storto dall'inizio? 

-Eccheccazzo vorrebbe dire questa uscita shcusi?

-Cazzo! quelle pareti! se l'avevo fatte così era perchè mi piaceva così, cazzo! Cazzo ti è saltato in mente, Lataglia?

E lui gli era tremato il dito mignolo e il sopracciglio e aveva tirato fuori una voce da checca e aveva detto

-Oh minchia non cominciamo a farmi pesare il fatto che sono ignorante eh, Cazzo! 

E l'aveva detto a un modo che il Richter si era quietato e la donna il Lataglia se l'era mangiato e aveva fatto un movimento dei fianchi come per andare a prenderselo, perché stava vincendo, e lei non vedeva l'ora, di prendere possesso dell'appartamento e di lui, biblicamente, sì. 

 

Poi aveva tirato fuori la storia della caparra e n'era venuto fuori che l'assegno firmato Lataglia era più gonfio di quanto gli aveva detto il Mancuso Totonno, 

-Due milioni altrocheuno, creda sulla parola, mister!

E poiché ce l'aveva sul culo il maneggione vendutosi alla causa della città lumbarda il Richter afferra il telefono e con aria professional e accento purosangue ci aveva detto che doveva subito restituire il maltolto al signor Lataglia Codardo, restituirglielo, e poiché Mancuso cascava dalle nuvole dicendo 

-Ma quale due milioni! ce l'ho ancora in tasca, l'assegnino... , il Richter prese carta e penna e vergò che nulla era dovuto per la prossima mensilità da parte dell'affittuario al sottoscritto locatario perché così diceva la legge degli onesti, e lui lo era, eziandio. E mentre vergava con mano coscienziosa alzava gli occhi e vedeva di striscio la scena: lei arrizzata strusciava dal sotto in su il Delinquente  e lui la tramortiva con gli occhi suoi pieni di polvere da sparo: sguardo al fulmicotone a due centimetri dalle labbra che voleva dire: 

-zitta, porca, che ce l'abbiamo in tasca questo fetuso, ce lo arrostiamo come vogghiamo nuijatri bbasta che stai zitta.

Questo vedeva. E si insospettiva, Richter.

 

Portineria vuota e laconico messaggio quasi in codice: i fiori per Luigi li raccoglie la signora Del Monte, terzo piano scala B. 

Così era morto, lo si vedeva vagare stanco, grigio, vago gli ultimi giorni, tanto triste per scale e cortili senza capire dove andasse, il portinaio Luigi, ormai non ci capiva più molto di niente, pensava alla moglie che se la stava mangiando l'osteoporosi, e adesso che era morto, Lei, se c'era arrivata, trasportata come una cosa, stava in ospizio, la pietà meccanica delle giovani infermiere albanesi, la trasportavano cercando di romperla il meno possibile. 

Aveva lasciato la casa il cortile la via la città da un anno. Il portinaio era morto e la moglie malata chissà dove stava. Disperazione, pensava Richter, brutti pensieri.

Pensava anche a suo padre. 

Insomma sì, il Patrigno.

Stava andando da lui.

 

Disteso sul letto, sepolto da giornali schedine e Tuttosport, Il Lotto, il Trotto, il Galoppo. Trotta e Galoppa, Richter. 

Non capiva se sarebbe stato meglio per lui sapere che quel figlio non era neanche figlio suo: anche se l'hai cresciuto, gli hai dato le buone maniere, hai lasciato che si comprasse i pennelli, le tele, il colore; o sarebbe stato meglio averci un figlio degenerato dall'inizio, uno che magari si guadagna i soldi al poker, ma almeno amarlo come un figlio. Invece la madre l'aveva fatto con uno tzigano bello e balordo e impossibile da ragionarci. Quando l'aveva capito se n'era venuta al nord. Si era sistemata, aveva pulito le scale, aveva sculettato sui gradini di pietra quanto bastava a farsi sposare, e quando lui aveva avuto dieci anni era morta di cancro ai polmoni senza quasi fiatare. 

Al patrigno era rimasto questo figlio e se l'era fatta sotto: questo figlio di chi, che nemmeno gli somigliava, che voleva dipingere, che cantava, cantava sempre, e non lavorava.

Lui sì che lavorava. 

Corse di cavalli, corse di cani, la pelota. Il totocalcio, il totip, la sisal, il supertotip, l'enalotto, adesso c'era anche il superenalotto e una volta c'era Canzonissima, te la ricordi, Richter, Canzonissima? Solo di Dalida, con un vestito bianco. Quell'aria da cantante francese. E poi il poker, la telesina, la roulette, insomma le carte, il casino, il gioco, i cavalli, le sigarette. Un lavorone. E gli si era strapazzato il cuore, al patrigno.

Stava a letto, coperto di schedine, lo chiamava lavoro, andava al casino e diceva sono fuori per lavoro, la chiamava la Ditta. C'aveva un box da bookmaker, a Porta Venezia, i giardini dov'era cresciuto, prima delle siringhe, delle puttane, le nigeriane, prima dei vieni qui Filippo, non parlare a nessuno.

Ma ci campava, e l'aveva fatto campare.

 

Senza abbassare il giornale: 

-Divertente allora la cena? belle donne? Affari?

-Che cosa stai dicendo, papà?

-Che ti aspetto da tre ore, che la sera cerco di dormire perché la notte mi sveglio e prego che tutto finisca, e tu ti fai aspettare, come sempre, i tuoi comodi prima di tutto, e io adesso non dormo più, passerò una notte che tu non sai, tu non t'immagini, non puoi capire!

-Oh sì, posso capire benissimo. Anch'io, credi, non dormo neanch'io. 

-L'unica cosa di cui ero certo era che non saresti riuscito a non parlare di te stesso.

-Sono venuto a trovarti, sono venuto da te perché non c'è più nessun altro da cui posso andare. Se tu potessi capirmi.

-Capire te? E chi capisce me, allora? Me lo sai dire? Chi? 

-Papà, ho fatto un viaggio lungo per venire a trovarti.

-Vieni da qualche cena delle tue, dove e con chi non so, ma basta immaginare. 

-Ho affittato la casa, ho fatto il contratto, è stato difficile, dettagli, comma, particolari... 

-E' difficile pensare che non ti abbiano fregato. Particolari, comma, certo, dettagli. I dettagli della cronaca di un'altra fregatura.

-Papà, non sono venuto fin qui per farmi trattare a questo modo, è proprio l'ultimo posto questo dove pensavo mi si potesse trattare a questo modo,  credevo ci fosse un pò d'amore, qui dentro, anche per me, almeno a casa mia... 

-Casa tua? Casa tua? Questa è casa mia! E' tutto quello che ho da dirti. 

-Non hai il diritto di rivoltarti così ...  non ti ricordi niente di buono di me? Sono stato un bambino anch'io!

-Sembra che sia la sola cosa che ti è riuscita, quella. Il bambino,  il bambino pieno di sogni e di speranze, eccolo qua. Ma chi sei? Ma ti sei guardato, recentemente, negli ultimi vent'anni? Assistere alla tua adolescenza è stato sgradevole come guardarsi invecchiare allo specchio, assecondare i patetici eufemismi di tua madre è stato ancora più doloroso: un bambino difficile, diceva, e forse è anche colpa nostra. 

-Diceva così? Non l'ho mai saputo... 

-Diceva così? Che cosa cambia! Adesso! Lavoravo venti ore al giorno, e capivo dai tuoi fulgidi esordi che saresti stato un debito, per tutta la vita. Cosa che poi si è verificata con la precisione di una catastrofe, al di là di ogni più rosea previsione non sei mai stato capace nemmeno per un mese di guadagnare più di quello che eri capace di spendere. E sai come condivi le tue imprese? Di aforismi sulla viltà del denaro, manco tu fossi stato Oscar Wilde, e la cosa peggiore è che credevi di esserlo, una specie di Oscar Wilde. Ad alimentazione eterosessuale, però, comodo! e credevi di essere divertente... 

-Era Adorno, Theodor Adorno. Minima moralia. Ho cercato di educarci la mia giovinezza, sopra quegli aforismi. 

-Se dovevano insegnarti a non fare niente dal mattino alla sera rompendo i coglioni a tutti sul destino amaro della civiltà borghese, obiettivo raggiunto, figliolo caro!

Ho sopportato non so quanti anni l'offesa di tornare a pezzi dal lavoro e doverti ascoltare... la tua diarrea di insulti... A volte mi dicevo Cristo! è troppo! Non può non accorgersi che sta mangiando la mia minestra. Ma ero tanto stanco che non riuscivo a dire niente, avevo voglia di buttarti fuori e tu mi soffocavi con questioni nobilissime che nella tua bocca...  la Velleità, diventavano, nella tua bocca. E i tuoi progetti... capitolo inquietante, i progetti. E  intanto passavano gli anni. Una giovinezza irrequieta e inutile come il movimento di un tarantolato. Sai almeno dire da quanti anni ti guardano con sospetto, quando racconti quel che vorresti fare da grande? Passami la medicina, che sono le undici, devo prendere la medicina, devo dormire, fai almeno quello. 

 

(Tossiva, bofonchiava lamenti e invocazioni ai santi del cielo che lo accogliessero lassù, se potevano. Si rigirava, non c'era che dolore, là intorno. Poi disse 'tirami su'. Era il cielo, su).

 

-Sai ricordare un giorno nel quale tu possa dire di avermi dato una soddisfazione? UNO? 

Si aggiustava nel letto, si tirava un pò su, poi si abbandonava, parlava al soffitto.

-Ti facevi grande dicendo di conoscere qualcuno che aveva fatto carriera. Chissà perché erano sempre gli altri, a fare carriera. E tu? Ah tu eri contro la carriera. Doveva esserci un altro aforisma di Adorno, qualcosa contro l'idea di fare carriera in questa società di vermi. Intanto lui stava in qualche università a insegnare, immagino, mentre tu chiedevi soldi dicendo che li avresti presto restituiti. E volavi via ancora prima di averli messi in tasca. Era la cosa più dolorosa di tutte, sentirti dire che li avresti restituiti.  E anch'io da giovane ho sognato un mondo migliore. 

Ci credi? 

Beh cosa vuoi?

-Pensavo che un padre. 

-Sì, pensavi che un padre stesse tutta la vita a farsi prendere a calci nei coglioni da uno che ha sentito parlare di Freud verso i quindici anni  e da quel giorno ha pensato a come sbarazzarsi del suo edipo. Principalmente hai fatto questo, con me, tu. Mai uscito dalla tua maledetta insopportabile adolescenza finita da quasi due decenni. E sai cosa voglio dirti?

Si era alzato sui gomiti, lo guardava negli occhi, lo guardava.

-Tu non conoscerai mai la tranquillità del sonno di chi ha dato da mangiare a una famiglia, ecco. E nemmeno lo sai.

-Cristo santo ti sembra il caso... no dico ti sembra il caso... Divorzio domani mattina, Cristo Santo. 

-Mi sembra il caso. Quando vogliamo parlarne, di quello che ti sta succedendo? O vogliamo dire che poverino tu eri così dolce e carino e lei uno schifo di prostituta d'alto bordo che s'era sbagliata d'indirizzo? 

-Mi stanno portando via tutto, tutto, moglie, figlio. 

-E chi ti sta portando via tua moglie, se è lecito... 

-Oh papà, papà... 

-Papà papà. Non sono nemmeno tuo padre.

Beh che vuoi. Stavamo parlando di che vuoi. Veniamo al dunque.

-Mi sembra che ci sei già venuto, al dunque.

-E adesso non cominciare la tua lagna. Dimmi cosa sei venuto a fare, fammi dormire questa notte.

-Domani... pensavo... stasera... di dormire qui. Di radermi, domani, mettermi una camicia stirata, convincere il giudice che posso vedere mio figlio, qualche volta. Ma visto che mi sputi addosso tutto il tuo rancore, mi viene da chiederti se ti sei mai chiesto se non sia difficile uscire di qui col desiderio di fare qualcosa di grande, dopo uno di questi... dialoghi. 

-Adesso è colpa mia. Adesso vedrai che è colpa mia. Vattene, almeno, vattene, devo dormire adesso, la medicina sta facendo effetto. E guarda che lì sopra il comodino c'è il mio portafogli. Prendi centomila lire. 

Merda, il massimo dell'umiliazione, quella. Cento carte per la benza. Ma non era mai stato capace di dire veramente di no. Non c'era mai stato il giorno che non ne avesse avuto bisogno. 

 

E come era stato nel tempo usciva sgangherato nella notte senza capire di essere ridicolo, ma in quella casa non poteva, no, non poteva dormire. E allora camminava. Via, fuori, la città e la notte. Marciapiedi, asfalti, tram, tuoni di fine estate, afa, pizzerie che chiudono, il suk, il buio al neon, sacchi di plastica neri, odore di pattume, Rifiuti Solidi Urbani e una città difficile e quasi uguale per tutti. 

E alzava gli occhi ad invocare un dio che si era dimenticato sempre di servire e adesso piangeva, lacrime calde, ma per quanto si facesse schifo voleva concedersi di avere pietà, invocarla almeno, avrebbe voluto avere il coraggio di chiederla a chi gliel'aveva accordata un tempo e poi gliel'aveva tolta: lei. 

Guardami adesso. 

Scalciava, passò la notte scalciando nei muri e anche quelli l'avevano respinto, aveva cercato di rompersi un piede e aveva rimediato solo una caviglia gonfia. Erano le otto del mattino e l'aspettava da Taveggia, un bar dove era spesso andato a fare colazione la domenica mattina leggendo Flashart, ma gli faceva schifo il modo in cui era scritta e non aveva torto, almeno qui,  poi la New York Review of Books, l'Indipendent Sunday Magazine e più di recente qualche Rivista Cyber, ma non era riuscito a capire quale fosse la migliore, non era abbastanza Cyber e non avrebbe mai potuto esserlo. E adesso stava lì, a pensare che non poteva permettersi il lusso dell'amarezza col quinto mozzicone della giornata tra le dita gialle di nicotina, le tasche piene di rasoi Bic blu doppia lama e una confezione Mignon di crema da barba Gillette, il mento insanguinato. 

 

E pioveva come pioverebbe se piovesse in eterno, una pioggia grande a lavarci ogni colpa e ogni peccato, da chiedere pietà al cielo: piovi ancora, cielo, apriti, facci dire la verità, su questa pena, sul dolore autentico di uscire per sempre dal letto coniugale, dove riposarono le nostre laiche speranze di una vita sola, ma salva anch'essa come la chiedono gli altri, coloro che guardando in alto pensano a lui, chi per chiedere, chi per ringraziare. Io ti ringrazio, perché laverai tutto, ci lascerai nella calma, torneremo bambini, ad avere pietà, ci spoglieremo della nostra boria.

Noi che ci costringiamo a vivere in una valle di lacrime. 

Noi che abbiamo condiviso le carezze, i baci, la dolcezza del sonno. E infine, se puoi, assolvi il mio peccato e mitiga il compito dell'anima che mi hai assegnato. 

Entreremo là dentro, dove si alzano le grida di chi chiede giustizia davanti a un giudice che ostenta impotenza a darla, perché nessuno prima della fine saprà toglierci il male. Amen.

 

 

Ma non riuscirono a esimersi dal dovere di insultarsi a colpi di clausole, arrogante lei, recitavano gli atti, ma da quanto lontano venisse la sua arroganza, dove quando e perché era sorta, cresciuta, come l'aveva coltivata, non l'avrebbe saputo mai. E avevano speso anni buoni, a cercare di venirne a capo.

Uscendo dal tribunale lei guardò in alto il cielo sopra di lei, sopra le case alte, squadrate, massicce, grigie. Disse

-Che giorno orribile, e stava parlando del tempo, sinceramente. Portava un vestito leggero, sobrio, grigio chiaro, estivo. Sembrava calma, e aveva freddo. Ma qualcosa le era andato storto. Aveva dovuto cedere su un punto che non le sarebbe costato niente. Ma aveva ceduto dove non aveva lui. Era uscito dal tribunale tripudiando. Ho vinto ho vinto ho vinto! Gridava tra sé. Era uscito con l'idea di avere vinto. Vinto cosa?

 

E poi si offriva di accompagnarla alla stazione con la sua vecchia auto come non fosse successo niente di importante facendola inviperire perché Cristo! siamo Divorziati, 

-Va beh ma dai sono sulla strada, anzi ti potrei portare fino a Pisa e poi lì prendi un treno, mi racconti un pò come vanno le cose, come sta nostro figlio, dovremmo mantenere i contatti... 

-Guarda no! Cristo santo NO! 

I coniugi vivranno separati nel reciproco rispetto

Il marito si impegna a versare alla moglie

La somma mensile

Indicizzabile ISTAT

Durante la stagione estiva il padre

Tre settimane

Natale e pasqua

Ogni ulteriore possibilità di frequentazione tra padre e figlio.

La scuola.

I coniugi si impegnano nel riconoscere le modalità che potrebbero attualmente derivare al figlio nel caso in cui gli stessi instaurassero nuove relazioni... 

 

E non sapeva più che ore fossero, dal Palazzo del Tribunale sciamavano  e si capiva a stento chi, Gente Corrotta, Ladruncoli, Padri e Madri, Avvocati, Uscieri, Assassini, Innocenti rimasti dentro un certo numero di anni, e che sarà mai, il giudice aveva risposto qui ci si deve venire con le idee chiare, se non è contro la legge noi approviamo. La casa restava di proprietà esclusiva del marito. Esclusiva era aggiunto a penna, dall'avvocato. 

Vomitò all'angolo della strada, vedendola sparire.

 

E andò al mercato di Benedetto Marcello a comprare vestiti per il bimbo che ne avrebbe avuto bisogno e la gente era cupa, litigava cogli ambulanti che rispondevano male, e gli uni e gli altri portavano lì l'angoscia dei soldi, del tempo e dei soldi, il trenta per cento erano arabi e africani, e c'erano migliaia di persone che cercavano di spendere meno di quanto guadagnassero ma era difficile. Era lì, la brutale commedia. Era inutile lamentarsi. 

E guidava. 

E tornava a casa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV

 

Gita a Firenze, il giorno dopo. Gita per dimenticare. 

-Vieni anche tu che ti tiriamo su. 

Trevor, Tess, Richter. 

Poi sarebbero andati alla stazione, Jude arrivava col treno della sera, da Roma, Amsterdam, S. Francisco. Jude, la ragazza di Trevor.

Trevor camminava cercando una pensione per la notte, eh già, perché arrivava Jude. Jude, la ragazza di Trevor.

Sali, Tabacchi, un manifesto con una nera enorme diceva touch my favourite aerea. Nient'altro. La gente si chiedeva cosa volesse dire. Pensavano tutti a quella. Era forte. 

-Vorrei farvi vedere la Cappella dei Pazzi, il Cristo di Cimabue. 

Cercare di guarire in fretta.

-Vorrei rivederti negli Stati Uniti, Trevor. 

Tess.

-Dovrò scriverti per invitarti?

Tess leggeva con la telecamera una scritta sul muro: Rebel with a cause. 

-Non ho lo stay still, nella mia camera.

Richter.

-Don't stay still, just go.

Tess.

Poste, banche, cancelli, vetrine.

-Puoi fare qualcosa per me? Voglio filmare. 

Lasciò le scarpe per terra e attraversò la strada. 

-Tess si perde spesso.

Trevor.

 

Un bar.

Due ispano americani, tre americani, tre birre, occhiali blu, lenti riflettenti, riflessive. Due koreani, un calendario di Firenze appeso al muro, non c'è posto. 

Tess tornava sui suoi passi e si metteva a filmare: telecamera a spalla, si muoveva come una danzatrice afro-giapponese. Trevor assomigliava a un angelo del Canova. L'americana anziana sorrideva, l'uomo pensava, aveva un'aria depressa; la figlia sbadigliava. Si scambiarono i posti. Nessuno stava fumando. 

Richter in bagno si lavò la faccia. Niente asciugamani. La faccia sotto un phon a botta; poi uscì, depositò la chiave e prese quattro fazzoletti di carta, uno scivola dalle sue mani e svolazza, raggiungendo il pavimento rosso del bar. Tre birre, tre panini, 39.000 lire. Caro qui. Guardò il muro azzannando il panino: Scuola serale di taglio e cucito Marelli, la locandina stava incollata sopra quella del concerto dei Velvet Underground.

-Grazie del panino e della birra.

-Grazie di esistere.

-Il Museo Marini è qui, dietro l'angolo.

Tess aveva le scarpe viola, verde, rosa, giallo, arancio.

-Amo questa donna. E' così forte, con una piccola testa. Potrebbe avere tremila anni, questa statua.

-Pomona, 1940.

-E adesso capisci, disse Richter a Trevor, come mi sento. Mi sembra di essere in acido da quindici giorni, qualche volta vorrei scendere, ma non posso. Qualche volta sento che sto morendo, qualche altra che sono in paradiso.

-Il paradiso è così, disse Trevor, e fece un gesto con la mano.

Tess riprese a filmare e Richter pensò che stesse esagerando. 

-Finito, disse Tess. Batteries, energy, power, vanished. Ppppfffff... .

E sorrise, senza battere ciglio. 

-Guarda cosa c'è scritto sulla mia cassetta

Aprì la telecamera con il residuo delle batterie, ci mise molto, come un'ippopotamo che muore si aprì con un Bzzz sordo e ne uscì una cassetta da tre ore, lesse la marca:

FANTASCIENZA.

-Alta tecnologia hippy.

Lei voleva spiegargli.

-Un video, in sè, è leggerezza assoluta, nastro magnetico. Ma può essere peso. Io voglio fare dei video che facciano tesoro dell'atmosfera dei video familiari... una certa imprecisione... un certo colore intimo, ma di una tale professionalità che... 

A Richter gli si rizzavano i peli del culo, a sentire parlare di professionalità. Roba da agenti di commercio, la professionalità. 

-Sai che mi piace quello che fai, è inutile che me ne parli sempre.

Richter.

-Qualche volta ho bisogno di approvazione, è incoraggiante. Faccio domande.

Tess.

-Qualche volta le risposte sono stupide.

-E' per questo che non mi hai risposto?

-Vado su e giù, non ho un umore stabile.

Trevor li abbracciò e tutti e tre si abbracciarono. Lei cominciò a ballare. Un valzer risuonava in Piazza S.Croce, Richter si fermò a guardare da lontano e lei svanì in un cerchio di folla. Uno Charlot faceva i soliti numeri con due bambini. 

The kid. 

Aveva sempre sognato di farlo, per le piazze d'Italia, con suo figlio. Gli caddero i biglietti del Museo Marini, scivolati fuori dal quaderno nero, si chinò per raccoglierli. Importante. Ricordi di una vita nuova, investimenti.

Cominciò a cercarla nel cerchio di folla, la gente stava applaudendo. 

-Questa settimana finirai la tua statua, disse lui. 

Lei non aveva risposto, tirando via. 

-Andiamo a vedere le statue, gridò dietro di lei.

-Andiamo  a toccarle, disse lei, senza voltarsi.

Una carrozza a cavalli. 

Nel Duomo lei chiese di prenderle la mano. 

-Grazie, disse lui.

Statue restaurate, copie in polvere di marmo, cemento e legante. Penombra. Rimbombi. Antichità. Calma. Bellezza.

-Lo so che vuoi rispetto

-Quando lo hai sei così dolce.

-Ma lo voglio anch'io

-Forse possiamo averlo entrambi.

Fuori. La luce sulla porta.

-La pietra è malata, malata. Disse sfiorando la parete esterna della cattedrale. Sarebbe stato un lungo, infinito tramonto, fino al collasso. 

Ogni scena poteva essere quella finale, nel film di Tess. 

Avrebbe potuto aggiungere ore di riprese e il sapore non sarebbe cambiato, sarebbe stato quello della fine. 

-Voglio una birra, disse Tess.

-Ti accompagno. 

Camminava verso il bar, l'aveva guardato, un lampo negli occhi neri. 

-In quel bar mi sono ficcata in gola una pasticca di LSD.

-Ma quando? ... .Quand'era?... .

-It was my honey moon. Disse lei, lasciando cadere la voce.

-Luna di miele, disse in italiano, arrotolando la lingua nel miele con amarezza.

 

-Ha da accendere? chiese un uomo con un cappello a cilindro di cartone rosso con su scritto: COCA COLA. 

-Questa cattedrale hanno cominciato a costruirla settecento anni fa.

-In Australia la casa più vecchia dell'intero continente ha centonovant'anni.

-Ma le capanne degli aborigeni ne hanno diecimila

Piazza della Signoria. Discussione antropologica sugli scalini. 

-Linea a Udine.

A Roma al 47° erano in pieno recupero, ma ancora zero a zero.

Non poteva che finire così, spingendo disperatamente per fare un punto senza riuscirci. Niente gol oggi all'Olimpico. centomila persone sciamano verso casa digerendo delusione.

-Sai Tess, quest'estate hanno portato a Pietrasanta un'enorme statua di Moore. Dal Texas, è stata là trent'anni. L'hanno portata nello studio di Sam, per restaurarla. Vedere l'enorme statua di donna tornare a casa malata, farsi curare dov'era stata fatta. Lì sapevano di cosa aveva bisogno. E' stato l'ultimo lavoro di Sam. La fondazione Moore ha offerto al comune di comprarla, là nel Texas non la volevano più. Bastava pagare il marmo. Gli hanno detto di no.

-Che pensi?

-Pensavo a Sam, la sua vita che finisce al bar anno dopo anno. Che bevi? Fa. Paga il conto. Paga a tutti. 

-Benvenuto Cellini.

Trevor.

-Ha scritto un libro straordinario sulla propria vita, tutto in italiano slang del tempo.

Guardò le scarpe di Trevor. Bellissime scarpe americane. 

-Dexter's, sono Dexter's, sì.

-Andiamo a Piazzale Michelangelo prima di partire.

-Stanotte. Abbiamo tempo.

-Andiamoci con Jude. Arriva col treno delle sette. Abbiamo tempo.

-Abbiamo tempo perché siamo usciti dal tempo. 

-Abbiamo perso tempo. 

-Abbiamo perso il tempo. Ora. Now. Now is infinite.

Tess cambiava soldi in un cambio grande un metro quadro. Il cielo.

Uscì ballando e cantando Money money money, Cabaret.

Sarebbero andati alla cappella dei Pazzi.

-Una parola che comincia con la effe.

-Freedom, libertà.

-Father, padre. 

Da una finestra al secondo piano esce una canzone. Parlando di poesia con l'agente delle tasse. Billy Bragg.

Sentirlo qui, camminando per questi viottoli antichi. 

S.Croce.

-In S.Croce mi sono confessato da bambino.

-Catholic?

-Da bambino.

-Come è andata?

-Beh gli ho detto che mi facevo un sacco di seghe. Ma lui mi ha detto che non c'era niente di male, a farsi le seghe. Però il sesso era fatto per unirsi con una donna. Avevo otto anni. Mi ha fatto sentire libero da un enorme peso. Il prete. 

-Quanti anni hai?

-Trentatré

-La vita di Cristo.

-Passata a farsi seghe

-Oh shut up.

-Ticket ticket ticket! Tremila. Sir!

-Sono italiano.

-Lo dico in tutte le lingue.

-Quei bischeri dei fiorentini si sono fatti fregare.

-Uno a uno?

-Uno a uno, all'ultimo minuto.

-Merda!

L'uomo dei souvenir disse che Tess era bella.

-E' brava.

-Ha un bel carattere.

-E lui che ne sa? disse Tess.

La luce trapassava i vetri e trascinava le loro riflessioni nell'intonaco. Ombra leggera come solo la luce naturale.

Le campane.

-Un'esperienza religiosa, Tess disse in italiano.

Passò l'arco che dava nella cappella dei Pazzi dicendo tre volte La Bellezza, la Bellezza, la Bellezza.

-Qui a Firenze  c'è stata un'alluvione tremenda. Ecco perché il Cristo è così. 

-Quando?

-Nel 66. L'anno che Dylan faceva Blonde on Blonde, i Beatles Revolver.

-E gli Stones?

-After math? Forse?

-Ah... look at all the lonely people... 

-Where do they all come from?

-STANLEY?! 

Un'americana chiamava suo marito.

-STANLEY? 

Stava lì, di fianco a Richter, non rispondeva. Lo guardava. Stanley, perchè non rispondi? Ti sei rotto, forse?

Tess si era distesa nell'erba della corte. Richter pensò che fosse bella.

-Siamo a un museo mica alle Cascine! Senza scarpe poi! Dio bono!

La custode.

-E' lo stesso in tutto il mondo, disse Tess con passo da sonnanbula. 

Non toccare le sculture. 

Non sederti nell'erba. 

Non fumare. 

Non bere. 

Consulta un medico. 

Posso fumare qui? Si può fumare dappertutto in Italia no? 

Il dì 3 novembre 1844 la piena dell'Arno arrivò fino alla presente linea. 

Sopra i loro occhi. 

Novembre 1844

Novembre 1966

-Novembre 2O88, forse?

-Guarda il cielo.

-Se trovassi un lavoro rimarrei qui, disse Trevor

-Se trovassi un lavoro andrei in California. E vorrei vendere la casa, disse Richter.

-Non venderla mai, disse Trevor.

-Ci ho vissuto con mia moglie

-Adesso è tua

-E' piena di lei. Non ci posso più vivere

Si sentiva arrivato.

-Sono un uomo arrivato

-Che significa?

-Speso, bruciato.

 

Un cucchiaio da tè caduto per terra stava lì, stagno sulla pietra. 

ICE CREAM PIZZA BAR. Anche pizza era una parola americana. Baciò Tess sulla bocca e lei lo morse. Sanguinando pensò se doveva farle una scenata o giocare amore e morte. 

-Guarda le nuvole, disse succhiandosi il labbro, sull'Arno dev'essere qualcosa. 

-A che pensi?

-Sto pensando a Virginia Woolf, a Orlando, all'unico libro felice che ha scritto.

-Dev'essere bello scrivere un libro felice, disse Trevor

Richter si sentiva male e non diceva niente, il cuore, il cervello. Beveva Martini, fumava Lucky Strike.

-Il giorno è finito, e l'Arno è lì.

Brindarono alla loro felice tragedia.

-Koo koo ku chuuu, fece Trevor.

Richter andava in bagno, si guardava allo specchio cercando di vomitare e apriva il rubinetto

-Me ne lavo le mani, diceva.

Uscito fuori chiedeva a Trevor cosa pensasse di Tess, perché per lui era difficile.

-Non impossibile, ma difficile.

L'Arno. Luci si distorcevano allungandosi nell'acqua lenta. Il profilo delle case si rifletteva formando una città inaccessibile protetta dalle acque del fiume. Il principe sogna Sirenetta, là sotto sola.

-Se hai questo, di cos'hai bisogno? Urlò Tess

-Guarda quei grattacieli immaginari nell'acqua... 

-Fanculo disse Tess, questo è gotico gotico GOTICO! Vai in America se ti piacciono i grattacieli! Io resto qua!

Sentì una coltellata raggiungerlo nei reni. Ripetizione di tutte quelle già prese ma questa più gratuita, Tess faceva male senza che il male venisse da qualcosa di deludente e di incompreso depositato nel profondo dell'anima da anni di convivenza finiti in arroganza. 

Quando si volta Tess non c'è più, sparita nei lungarni. 

Trevor stava lì, gli parlava del cielo, dei colori del cielo. 

Con una voce dolcissima. 

Delle immagini riflesse nell'acqua. 

Trevor gli prese una mano e gli disse che era felice di averlo incontrato. 

Richter aveva la tentazione di baciarlo.

Rimasero così, la mano nella mano, senza capire cosa stava succedendo. 

Tanto, sarebbe arrivata Jude.

-Ci vai, tu, Trevor, tu da solo o ci andiamo tutti? Trevor? Jude? 

Brividi. Qualche goccia di pioggia. Il rumore di una motoretta, il flusso delle auto quando il semaforo diventa verde e poi di nuovo silenzio, il flash dei fari entrava dall'occhio destro. Un rullo di ramblas, e di tamburi africani, lontano.

-Trevor?

-Yes?

Lo baciò. Sfiorandolo prima sul lato destro delle labbra, poi sul sinistro. 

Camminavano, dall'altra parte dell'Arno. Un altro bar senza un cliente, un chiostro di bibite, un gruppo di thailandesi. Bevevano vino in bicchieri di plastica seduti sull'erba. Qualcuno aveva gridato

-Ciao belli. 

Il piacere di sedurre un uomo e una donna nello stesso giorno. Si piacevano in tre. Equilibrio quasi perfetto. Finché fosse durato. 

Il suo doppio e il suo angelo. Quanto era stupido. Non era mai stato gay neanche per scherzo.

Sulla piazza del mercato Senegal, Camerun, Marocco, gruppi di tre, di cinque, di due. 

Qualcuno stava preparandosi ad andare a casa, ravvoltolando pacchi, a destra bevevano guardando il buio, a sinistra due parlavano appoggiati a una colonna. Nella luce fine millennio della notte sotto le volte del rinascimento risuonavano voci africane, carte stracce svolazzavano sul ciottolato, sacchi di plastica. 

-Pensi anche tu che Tess sia la donna più... 

-Aggressiva? Trevor. 

-Beh insomma, abbastanza distruttiva... 

-Oh Tess non è distruttiva per niente... 

-Non posso dire di non soffrire, con lei, mi prende al sistema nervoso, ma lo trovo eccitante.

-Farsi saltare sui nervi da Tess? La trovo un'aggravante. Dovrebbe prendere una pillola al giorno. Dovrebbe trovare qualcuno che mentre va a letto le dice: Tess? hai preso la tua pillola? 

Ridono.

-Io penso che tu sei quello che penso di buono dell'America, Trevor.

-Io la guerra non l'ho guardata. Non ero d'accordo, così non l'ho guardata. 

-Jude starà arrivando.

-Jude... Qualche volta la chiamo Juditbetter, o Skinbegin, qualche volta la chiamo Judelove... 

-Quando non hai più un nome nuovo per chiamarla vuol dire che è finita.

-Vado a prendere Ju e tu vai a prendere Tess.

-Chissà dove... 

-Chi ha le chiavi della macchina?

-Io... 

-Allora Tess sarà alla macchina. Ci incontriamo tutti alla macchina. 

Era pragmatico, l'angelo americano.

 

Scese nel tunnel. Tess era lì. 

Come ogni volta che sembrava sparire, ricompariva. 

Seduta per terra, in mano una bottiglia di acqua minerale francese vuota e blu. 

-Guarda il video. Disse. Si era data agli effetti speciali, e solo qualcuno che avesse provato l'LSD nella sua vita avrebbe potuto filmare le cose così. Strisce di colore futuriste portatrici di energia e attenzione si susseguivano ad alta velocità mentre le loro voci spingevano ad ovest. Poi si erano fermati a guardare un gruppo di paracaduti che sfioravano scendendo l'autostrada. La telecamera si spingeva in cielo a cercare l'ultimo paracadutista, solo, lo trovava e lo seguiva danzando docilmente al ritmo sincopato dello strobe mentre avevano spento il motore, e il rumore del lampeggiante dava il suo ritmo alla caduta finche non veniva spento, e il paracadute spariva, dietro il guard rail, nel silenzio. 

Fotografie di cartelli, alberi, nuvole, insegne stradali, il soffitto di un ascensore illuminato da un neon mentre qualcuno dice ascensore per il paradiso e qualcun altro ascensore per il patibolo.

Ombre e luce, piedi, posacenere vuoti e pieni, scarpe, e poi lui diceva:

-Non ti sembra di filmare troppo?

E le batterie erano finite, l'immagine diventava uno scretch prima grigio e poi nero e a luci spente lui 

-adesso qualsiasi cosa filmerai sarà dopo la fine di tutto, puoi aggiungere chilometri di nastro ma non cambierà il senso, sono immagini della fine.

Non sapeva cosa volesse dire la fine, ma erano immagini della fine e l'atmosfera era lì, dappertutto, e poi le batterie avevano avuto un sussulto ed erano comparse le formelle delle porte dorate del battistero di Firenze oltre le sbarre, knock knock knocking on heaven's door. 

-Niente opere d'arte, nel mio video.

Aveva detto Tess.

 

Come due angeli che scendono all'inferno attraversavano il tunnel del parcheggio e li incontravano, o forse Orfeo e Euridice, così gli disse: 

-Non guardarla, Trevor! 

Ma lui la guardò, bella, Judelove rideva baciandolo con la borsa a tracolla, gli occhi larghi e verde chiaro e tanti capelli lunghi e biondi e tante tette ondeggianti e culo e cosce, ginocchia, fino ai piedi curati e i tacchi, le scarpe. La pelle abbronzata di una bionda, cosce depilate di fresco, vestituccio nero appena sotto l'inguine. Una specie di schianto e tanti please to meet you hehehe.

-Andiamo a mangiare, Jude ha fame.

-Abbiamo tutti fame. 

Trattoria da pochi soldi dove la mala gioca a poker. Pesce fritto, felicità di Jude in Europa per la prima volta, accenti californiani e rumori di posate.

-Dopo giochiamo a poker con quei tipi lì, fa Trevor.

-Quei tipi lì faranno di te un pollo allo spiedo, altro che pesce.

-Io so giocare a poker, basta che segui me. 

Giocano. Vincono. Tanti soldi. Sei, settecentomila. Poi perdono un pò. Vanno quasi a zero, gli altri sentono odore di vittoria, poi risalgono, agli altri monta la rabbia. Si gioca più forte, si cerca la botta dura. Si alza la posta. Cheap e controcheap, buio e controbuio, flash, gordon, due mani a telesina. Fanno quasi tre milioni. Sopra. Jude e Tess stanno parlando di sesso. Entra un bel bluff, scala buca contro doppia coppia. Passano. Ce li hanno in mano. Jude dice che ha molte difficoltà a eccitarsi. Tre milioni e mezzo sopra. Jude dice che in aereo ha parlato con una coppia di sessuologi di Philadelphia. Le hanno dato consigli. Tecnici.

-Insomma non godo. Non riesco a eccitarmi. Trevor dice che sono fredda e lui non riesce a far l'amore con una bambola gonfiabile. Mi trucco, mi vesto sexi. E lui mi dice che sono insicura e che odia il make-up e che mi vuole nuda perchè ama la natura. Ma io sto nuda ma sono lì senza la testa. E' da un'altra parte la mia testa capisci quel che voglio dire?

-Oh se capisco... 

-Capisci?

-Oh yeah, of course... 

-E allora dico che vorrei perdere la testa e loro... dico loro, i sessuologi di Philadelphia... loro fanno: come sono le tue fantasie? E beh io sto lì un pò imbarazzata e poi li guardo e faccio Beh. Penso che ci sono due uomini che mi scopano. E io mi faccio un pò con un'altra donna, mentre loro mi scopano. Ma vorrei dimenticarmene. Vorrei stare qui con la testa. E loro fanno: portala qui, ma certo, comincia col portarla qui. E io faccio portala qui che cosa. E loro fanno la testa. La testa con tutte le sue fantasie. E allora io gli faccio beh. Volete dire che.

Insomma loro dicono che se sogno di fare l'amore con due uomini devo farlo. Devo convincere Trevor. Ma io. Io non voglio far del male a Trevor, però se non godo lui sta Veramente Male, e allora non so che fare, mi capisci?

-Oh altroché, fa Tess, l'aria distante di chi pensa guarda questa, bella e cretina.

Sono quasi le quattro e sono quasi quattro milioni. I due dicono basta. Fine del gioco. Richter e Trevor si guardano, Richter ha paura. Adesso cazzo succede, ci scannano? Trevor gli strizza l'occhio: visto?

-E allora? fa Richter. 

-E allora paghiamo. Chetticredi?

Non crede ai suoi occhi. Tirano fuori una mazzetta e contano 38 biglietti da centomila. Ringraziano per il divertimento e fanno per andarsene.

-Il conto lo paghiamo noi.

-Vorrei anche vedere, fanno sull'uscio, Quello era l'Incasso. La parola incasso prese un significato strano. Incasso, si ripeteva nella testa. Scasso ed Incasso, l'Incasso, sembrava una parola della mala per designare le entrate di una ventina di buste di eroina, l'Incasso, soldi sporchi, Incasso.

-Uaiauahauiahooo! 

Trevor.

-Che succede? 

Jude e Tess.

-Che vi portiamo in albergo. 

Richter.

Perché Richter ha ascoltato e c'ha un'idea in testa. Bevuto Whiskej. Anche Jude ce l'ha. Ma lui la stessa idea di Jude ce l'ha sporca e cattiva, venuta su come un conato di vomito da tutti quei giorni indigeribili che facevano gli ultimi anni della sua vita. E voleva togliersi lo sfizio. Aveva messo le orecchie addosso a Jude lungo le mani di telesina. E Jude era qualcosa che lui non aveva mai toccato mai, mai assaggiato, e voleva assaggiarla, alla faccia di tutto quello che gli era successo, c'aveva ancora l'odore addosso, era solo ieri, si sarebbe fatto una doccia e si sarebbe scopato Jude sotto gli occhi di Tess, al diavolo, al diavolo tutto.

-Prendiamo due stanze e poi ci vediamo a bere tutti insieme.

-Prendiamo UNA stanza.

Jude.

Un sorriso elettrizzato negli occhi larghi e verdissimi sotto la massa di capelli biondi, zitta, ad aspettare Erezioni.

-OK UNA stanza.

Trevor.

Richter guarda Tess. 

Tess:

-La suite royal.

Era la soluzione. 

Esplosione di gioia.

Docce, profumi di Jude per tutti. Si riveste con il cazzo duro. Esce dal bagno. Se ne stanno sul letto, Trevor e Tess. Nudi. Guarda Tess: Jude la sta leccando tra le gambe. Tess fa gli occhi di chi non sa cosa possa succederle ma sta succedendo. Trevor guarda.

Jude si toglie il vestito nero ridacchiando. Le scarpe. Resta lì con un body di seta nera a guardarli. Cazzo... 

-Come on Jude, fatti sotto. 

Trevor.

 

Nota 1

Mi scuso con i Lettori della Rete ma sento l'esigenza di interrompere la lettura per inserire oggi questa Nota.

Ho scritto questo capitolo nel 1998, quando la pornografia stava invadendo la Rete. Ero colpito dal fatto che la moltiplicazione seriale di una rappresentazione monotona del sesso lo rendeva impotente, indesiderabile, uggioso, triste, privo di effetti. Ho voluto allora, con questo capitolo, cercare la risposta a una domanda semplice: perché le parole appaiono ancora scandalose quando le immagini perdono quest'aura? Perché 'cose' che si guardano senza più emozione possono fare arrossire in letteratura? Di più, volevo mostrare come nominare atti e parti del corpo con la stessa volgarità finiva col rendere questo modello di sessualità assolutamente patetico. Da questo contrasto poteva nascere un elemento poetico, dato proprio dalla separazione dolorosa tra 'anima e corpo'. Così ho scritto quanto segue guidato da questo primo intento, e per quanto riguarda lo stile era un esercizio di metonimia assoluta, le parti sostituiscono ovunque il tutto. Era un tentativo che alcuni giudicarono riuscito di usare lo zoom e uccidere la metafora, con ovvie conseguenze, che erano del tutto ricercate: la narrazione della sessualità a questo modo risulta dapprima comica, poi triste. Questo era esattamente l'effetto che allora cercavo, riuscire a descrivere un'orgia come una partita di calcio dalla quale fare evaporare la tristezza della pornografia, e nel caso dei personaggi di questa finzione letteraria la loro personale tristezza, la loro incapacità di trovare un amore che infatti sta fuori da questo romanzo, nel quale dell'amore si recita la patetica inutile ricerca. Oggi non sono d'accordo con questa scrittura, che nasceva allora da circostanze storiche ben definite, che qui ho cercato di riassumere. Ma per quanto pubblicare in Rete conceda all'Autore il diritto di modificare il proprio lavoro come un infinito work in progress, resta pur vero che allora nacque così, e così fu pubblicato da Fazi Editore. Oggi che i diritti di quel contratto sono ricontrattabili, decido di lasciare quel capitolo com'era, prendendo per me però la libertà di inserire questa nota, accompagnata dall'avvertimento che si consiglia la lettura a un pubblico adulto, intendendo con 'adulto' un pubblico in grado di comprendere il senso di questa nota....

 

-Come on Jude, fatti sotto...

Si toglie il body sorridendo di nuovo e la simmetria del suo corpo non cambia di una virgola, mai niente di simile davanti ai suoi occhi. Jude avanza verso Richter dinoccolando con un sorriso aperto, gli si inginocchia davanti, la perfezione, e gli apre i pantaloni, lo prende in mano, lo guarda dal sotto in su e gli sorride, lui e il suo cazzo, e se lo infila tra le labbra. Rosse morbide carnose e altri aggettivi stupidi che gli venivano in mente mentre alzava gli occhi al cielo e cercava di prenderle tra le mani i seni, pensando a tutti quelli che non avevano mai sentito nel palmo delle mani due tette per le quali stava cercando un paragone per dire di qualcosa di così languidamente perfetto; senza trovarlo, il paragone. I capelli gli sfiorano le palle, sente una prima fiondata di sperma salirgli verso l'alto, la ferma. Pensando a mucchi di rifiuti odorosi sulla strada. Abbassa lo sguardo, si incolla a quello livido e nero di Tess, brucia di gelosia. Gli si affloscia un pò. Jude ride e torna da Tess, per rincuorarla.

-Senti il sapore del tuo uomo, Tess. 

La bacia in bocca. Finiscono sul letto, cominciano a mugolare. Non c'è storia, Richter vuole la figa di Jude. Si butta sulla figa di  Jude. Jude si prende in mano le palle di Trevor e in bocca il cazzo di Trevor. Trevor bacia Tess tra le cosce. Anche Tess adesso ci sta, si lascia baciare senza più un velo di apprensione, Jude succhia le tette di Tess, Tess prende il cazzo di Trevor, Adesso Richter guarda Tess negli occhi, Tess con il cazzo in bocca. Dove è finita la figa di Jude? Trevor da dietro raggiunge la figa di Jude. La lingua di Trevor. Jude in ginocchio a gambe larghe sta limonando con Tess, la lingua di Richter raggiunge la lingua di Trevor, due lingue e una figa, sente il suo fiato; ha-ha-ha-ha, cercano di respirare ma sono due lingue pazze per la figa di Jude. Jude comincia a gridare, Jude dai che ce la fai. Senti com'è bagnata. Le dita di Jude nella figa di Tess. Poi Trevor lascia la figa di Jude, cerca la figa di Tess con lingua e dita. Le dita di Trevor nella figa di Tess. Richter! dov'è finita la figa di Jude? Dov'è finita in questo casino di figa cazzo tette palle gambe bocche mani lingue culo? Cerca Richter, è lì, lì, proprio dietro di te, che se la tocca Jude, a gambe aperte, e ti guarda, con quegli occhi verdi acqua di Ios, isola tra le Cicladi. E' la fine del primo tempo. Manca solo il gol. A decimo del secondo tempo Richter sente di essere rimasto solo a darsi da fare con la figa di Jude. Ma sente le labbra di qualcuno sul suo cazzo. Non sono quelle di Jude. Tess sta baciando le labbra dolcissime di Jude. Trevor! Questo è il mio cazzo! Trevor, angelo del Canova! mi stai baciando il cazzo! Anche se beh, no, dico...  lo fai come si deve... 

-Me gl'ha inscegnatho Judelove. ..

E poi si divincola Trevor, gattona come ha fatto da bambino sul lettone a tre piazze, si dirige verso la figa di Tess. Richter si rialza sui ginocchi e guarda Jude negli occhi. Jude lo guarda e gli dice Dai. Dai dai. L'assalto finale. Una specie di calcio di rigore alla finale dei mondiali, quando si capisce che ormai il primo che segna ha vinto. Differenza: il portiere sorride al centravanti e vuole il gol. Si gonfia Richter, e le fa huuuagh, ruggisce da leone alla monta. E Jude gli fa yes, yes, yes.

Gira dietro di lei. Le prende le tette strizzandole i capezzoli tra gli indici e i medi e la cerca tra le natiche. Oltre le natiche. Avanza, indietreggia, indugia e la trova, dentro e si sente un angelo, dapprima, caduto tra i mortali a respirarne per primo la delizia assoluta, dei mortali. Carne carne carne.

-E' grosso! grida Jude, è grosso! è bello! è GROSSO! grida Jude, sempre più forte, e se ne fotte del viavai dei corridoi dell'albergo. Dell'alba. Dell'odore di cappuccino. Della cameriera che canta. Che poi non canta più. Che ascolta.

-TREVOR! TREVOR! Il tuo amico mi sta SCOPANDO! E' OK per te? TREVOR! E' OCCHEI per te? 

Con la voce che non sa più contenersi. Gioia di prenderlo. Trevor la lecca, Trevor le grida

-Prendilo Jude! O lo rimpiangerai!

E fotte e fotte e fotte e fotte e fotte e fotte e fotte.

E lo prende Jude, per un quarto d'ora. Di colpi ben dati, di su e di giù, di qui e di là, di rallentamenti da impazzirci e scorribande prepotenti, tutto dentro di lei, la stringe e la strizza, la spinge e la riprende, la prende per le anche, la prende per la vita. E come si può perdere il corpo per un corpo si perdono. Brutto guaio, per Richter e Jude. 

Perchè non sarebbero più riusciti ad amare niente, e non avrebbero mai capito il perché. L'avrebbero fatto a modo loro, ma l'avrebbero fatto. Quella composta di input la cui inestricabile razionalità va tanto diretta dalla cute al profondo della macchina anima-cuore, che poi svolgere la matassa diventa lavoro di anni, di pianti, frustrazioni, notti insonni, scazzi col partner, di tentativi col-primo-che-passa, separazioni, psicanalisti, nuove religioni, diete, assopimenti, trasalimenti senili: li aveva infine toccati. Quel sesso frazionato, ridotto a nomi, inventario, elenco di parti alle quali attingere e dare momentanea pienezza, il sesso-jet-lack sbattuta in un altro continente, la gioia che si rende devota alla bellezza, operavano in loro, nel corso di un'ora in tutto di sabba, una separazione dall'amore. 

Dall'aria duratura. 

Nuovi amori, nuove relazioni sempre più rapide caduche frigide e frammentarie, in corsa col tempo, per quanto avessero potuto vivere sarebbero state lo specchio di un'anima ferita dall'aver toccato il piacere nel suo grado più alto di astrazione da ciò che si dice essere il desiderio dell'amato-amata. Non avevano mai amato così ma senza amare. E senza che avessero avuto il tempo di capirlo questo amore scendeva giù, a nascondersi dove sa di non essere riconosciuto. Ma lavora lì, lavora lento. A combinare sistemi binari di guai. E la pelle di Jude, i suoi occhi felici, erano un conto che avrebbe fatto pagare a se stesso e alle altre; e la brutalità di Richter, omaigad! La sua disperata forza amorosa! Lo chiamava sweetheart, lo chiamava baby, girandosi a baciarlo con la sensualità di chi si sente finalmente presa; lui infilava la testa sotto la sua spalla e la baciava nella bocca così, stringendole una spalla con la sinistra, abbarbicato ai seni, alla pancia, lei lo chiamava sussurrando tra i baci come nessun altra l'aveva chiamato e lei, che non aveva chiamato così mai nessuno, con tanta sensuale felicità riconoscente, babe babe babe, my little babe, ritta sulle ginocchia a gambe appena larghe, rivolta all'indietro a inghiottirselo tutto, lo stava sentendo, e ascoltando, dentro, e senza proprio saperlo le stava offrendo il più insigne tentativo di farsi accogliere e accettare e comprendere che avesse mai regalato a chiunque. Nudo, disarmato. 

Ed era una donna, Jude. 

E Richter non sapeva dire perchè Jude riuscisse a capirlo così. Ad amarlo così. E se fosse riuscito a parlarle avrebbe cercato di spiegarle che lo stava salvando, che l'amava, come amava la terra, la vita, il mare. La luce del cielo. Un figlio perduto che viene a scardinare la quiete della madre, che le avrebbe reso, di qui in avanti, più incomprensibile, più negativo, più tetro il mondo. Ma non l'avrebbe mai saputo. E la donna felice prendeva il disperato. 

Tess fa venire Trevor in bocca e rimane lì, seduta sul divano, a guardare. 

E infine Trevor prende per mano Jude. Jude si gira a guardarlo. La porta via. Dove lo sentirà andare avanti a sbatterla e sbatterla, dove sentirà le sue grida, ancora e ancora, ma neanche una parola. E lui rimane lì, pietrificato, ad ascoltare.

 

-Andiamo a Amsterdam. Partiamo stamattina.

-OK Trevor. Lo capisco. 

 

Sotto un cielo giapponese le colline che stanno a sinistra, sono verde scuro, se si va a sud, verso Pisa. Stavano sotto nubi leggere, umide e basse. 

Tess gli aveva chiesto di tornare a casa e avere un pò di tempo. 

Qualche ora. 

Raccogliere una valigia. 

Magari chiudere un conto. 

Salutare un  amico. 

Poi aveva rotto un paio di bicchieri nell'erba del giardino. Si era sentito il rumore sordo di vetri rotti nell'erba. 

Poi erano partiti. 

-Adesso penso di avere amato una donna. Adesso posso morire. 

Richter dice così, solo così. 

Check in, check out.

Tess gli prende la mano.

-Good bie, Richter. It has been... 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V

 

Ci sono uccelli neri, volano alti nel cielo, poi c'è un'ora del giorno che il sole comincia a scendere, qualche nuvola si rapprende e porta un brivido nell'aria; e loro piegano l'ala, scendono a lambire le spighe e si rifugiano giù, nella segale, dove il volo è finito, dove nessuno li cerca. 

Richter sentiva il volo di quegli uccelli neri dentro il buio della sua esistenza. 

Aveva ancora speranza che la fortuna girasse, una muta speranza senza appigli.

Cantava sotto la pioggia, chiuso nella sua macchina, si era licenziato. 

L'avevano guardato fisso negli occhi, bisbigliando qualcosa che aveva fatto finta di non sentire. Avrebbe voluto dire che sarebbe stato l'inizio di tutto, lo guardavano come stesse marciando verso la fine. 

Aveva digrignato i denti, gli aveva regalato un riso isterico, erano piccoli, meschini, maledetti impiegati. 

Era stato tutto facile. 

Si era portato via dei quadri che nessuno voleva. Firmato qualche modulo, qualche altro modulo, ancora qualche modulo. Firma qui e qui e qui, Richter. E qui. 

Ecco fatto.

Morte dell'impiegato. 

Vita Nuova.

Guidava e non si capiva dove volesse andare. 

Per lui perdere era un imperativo, un dovere, un'etica, un credo. E alla fine perdeva, perdeva quando stava per vincere. Come quando era riuscito senza nemmeno sforzarsi, vivendo la sua vita, a fare innamorare di lui quello sfarzo di donna, la più bella, un sogno, con quei capelli biondi e corti e gli occhi verdi larghi e le gambe lunghe lunghe, i fianchi da donna, la vita stretta, le piccole tette coi capezzoli rosa, su quella pelle biancabbianca... 

Mai cercare di abbrancarle, le cose, la vita, lei, mai possedere. E invece gli era presa la maledetta paura, paura di perderla, e si era messo in guerra. Con lei, con la vita, se stesso, tutta una guerra. Tutta una guerra persa.

Azzerò il contachilometri e pigiò l'acceleratore in un sorpasso inutile e pericoloso. 

Gli bastava una macchina.

Gli stranieri che venivano sulla costa volevano andare qui e là. Vedere le cave. Comprare marmo. Risolveva problemi, spolverava la costa d'estate e d'inverno. 

E lui era gentile, e loro ringraziavano, tutti, non lo pagava nessuno, qualcosa al bar. Ma era promozione, lui lo sapeva. 

E presto gli inquilini sarebbero stati costretti a pagare, l'avvocato l'aveva rassicurato. Gli inquilini. La sua casa. Incubo, speranza, certezza, peso.

L'avvocato. 

Pagava la benzina, il resto sarebbe venuto da sé, bastava sfangare l'inverno. 

La primavera sarebbe venuta.

La primavera.

Si accendeva una sigaretta. 

Parcheggiava la macchina, camminava come il suo viso fosse in credito col tempo. 

Apriva la porta del bagno, lo specchio. 

Ecco chi era. 

Ecco la verità sul suo conto. 

Aveva telefonato a sua moglie.

Chiedendole di smetterla con il massacro.

-Ma quale massacro, idiota? Dico quale massacro? deficiente e cretino! Manda dei soldi, piuttosto, quelli che mandi non bastano, testa di cazzo!

E lui aveva risposto che la sua educazione sentimentale si era svolta tra femminismo e psicoanalisi ma lei aveva messo giù, non sopportava neanche sentirlo nominare, il femminismo e la psicanalisi e la concezione del padre democratico, ci bestemmiava, e poi aveva messo giù prima che lui li nominasse perché sapeva, stava per cominciare la sua tiritera e godeva a lasciarlo lì,  urlare nel vuoto di un telefono vuoto. 

Non poteva trattarlo così. 

E perché no, se le faceva un immenso piacere. 

-E allora che ti ho fatto, dimmi almeno perché, che cosa ti ho fatto per trattarmi così. 

E poi invitava ospiti, molti ospiti a cena, molti più ospiti di lei, facevano la fila, per andare da lui, e quando era lei al telefono faceva rispondere qualche Jane o Phoebe o Susan o Martha, che facevano Prontou, adessou vienei, e lei lo trovava patetico. Perché era patetico, patetico il dolore e gli urli e la rabbia.

 

Adesso, era novembre, e a novembre pioveva.

 

Gli pioveva dal soffitto dritto sulla scrivania che aveva fatto passare dalla finestra, quando aveva affittato quella casa. Gli pioveva sulla lavatrice che aveva messo sotto la veranda e sulla legna che aveva raccolto rubandola di notte a un deposito del comune, tagliavano gli alberi troppo grandi e li portavano lì, dove marcivano. Li portava a casa a pezzi sul tetto della macchina. Pioveva sul bucato che aveva steso. Sulle tele, aveva ricominciato a dipingere e dipingeva a cielo aperto. Sui pigmenti indiani, e stava lì a guardare l'effetto che lasciavano le gocce scivolando sul colore ancora fresco.

Pioveva sul tavolo del giardino che aveva aggiustato in ottobre, una grondaia si era rotta e nessuno sarebbe venuto ad aggiustarla, così pioveva dappertutto. 

Gli pioveva sui pensieri e aveva l'effetto di lavargli il cervello. Stava bene, diceva che aveva una pietra nel cervello ma stava bene. 

Quando non pioveva e non c'era proprio niente da fare si sedeva in giardino, guardava gli alberi, il cielo, le montagne, pensava alle statistiche sugli infarti da stress. 

-Ditemi che sono stupido, diceva.

Intanto i mandarini in giardino erano cresciuti, si chiedeva se a dicembre se li sarebbe mangiati. Poi c'era un fico. A Tess piacevano. I mandarini e il fico.

Gli era venuta voglia di telefonarle, a Tess. 

Ci pensava quando andava a letto e ci pensava quando tornava a casa e si sedeva in giardino, o mentre comprava verdura, carne, sigarette, il giornale, pensava a Tess. 

Aveva comprato una lente, una domenica di ottobre, una lente da cannocchiale, l'aveva pagata venti carte al mercato dell'antiquariato perché a settembre aveva avuto una conversazione tranquilla, con Tess, lì al mercato. 

Lei gli aveva parlato dei suoi quadri, di uno dove c'è l'ombra di un glicine sul muro di una casa. Tess l'aveva fatto in un momento speciale, era un'ombra che nessuno aveva visto, solo lei.

Un'ombra da salvare all'oblio.

-E c'è la luce e l'ombra di San Francisco, nel mio quadro. 

-Sì, la luce.

-Già, la luce.

C'erano rossi, gialli, ocra, un pò di verde e l'ombra. 

Il mercato era tutte le prime domeniche del mese. Il mese dopo aveva trovato una palla di cristallo di rocca, la più pura, aveva cinque veli leggerissimi di bolle d'acqua quasi invisibili che la percorrevano nel mezzo.

Faceva strani effetti con la luce. Anche la palla. Come la lente. Come la lente ma diversa. A Tess piacevano la luce e le ombre che fa la luce e a lui piaceva Tess, pensava di essere l'unico a capire quanto fosse interessante e bella. 

Ma non le aveva mai scritto. 

 

Tess gli aveva scritto. 

Decine di pezzi di carta con tutto quello che le era passato per la testa, quando era ubriaca la sua calligrafia diventava grande e storta. 

Aveva scritto sui dépliant delle gallerie d'arte, su riviste locali piene di informazioni sull'area, su settimanali femminili che aveva trovato in aereo, su biglietti del cinema, su quello dell'aereo e sulla pubblicità del suo negozio. 

Aveva un negozio di cornici a Emmeryville che la intristiva. 

Gli aveva scritto anche sulla busta fino all'ultimo istante prima di imbucarla ma non gli aveva mai dato il suo indirizzo. 

Aveva cominciato a studiare tutti quei fogli. 

Aveva cercato di mettersi in contatto con L'Emmeryville Art Center dove lei aveva fatto una mostra, si teneva davanti agli occhi un invito a un opening dove il suo nome compariva tra quello di altri artisti. 

Era uno di quei posti che aprono due tre volte l'anno, quando c'è una mostra. 

Allora qualcuno risponde al telefono. 

Non era uno di quei periodi. 

Aveva messo giù pensando ai suoi trilli di telefono risuonare in quel posto chiuso dall'altra parte dell'oceano e di un intero continente. 

Non aveva altri elementi. 

Chiamò la Telecom. 

Al 17O gli avevano detto di fare il 17 90 e lì c'era un tipo gentile, gli aveva detto 

-Faccio questo numero, ma sono senza speranza.

-Non mettiamo il carro davanti ai buoi, io credo che ce la faremo.

Ma di Tess Willer non c'era traccia in tutti gli elenchi dello stato. L'uomo si scusava.

-Sarà sotto il nome di qualcun altro. Grazie lo stesso, disse, lei è stato molto gentile, mise giù. 

Non era mai stato in California. 

Andò al bar. 

Quella era la stagione che cominciava il gioco del tendone. E' il tendone del bar, d'estate protegge dal caldo ma quando è torrido lì sotto è un bel bollire, a sera lo si arrotola perché la gente vuole guardare il cielo, ma d'inverno qualche volta qui non è male il tempo, la gente sta ai tavoli là fuori, e la tenda resta lì, si riempie d'acqua e bisogna svuotarla spingendo da sotto con la scopa, centinaia di litri, e gli schizzi piovono addosso ai tavoli e si divertono tutti, locals e stranieri, pensano che l'Italia sia un posto molto funny, forse quello che gli italiani pensano del Messico. Se sei un cliente affezionato puoi prendere la scopa. 

Venne buio e cambiò tavolo. Fred, Alì, Dominique. Dominique e Fred stavano insieme. Dominique aveva occhi splendidi piegati all'ingiù che sorridevano sempre, malinconici ma sempre.

Gli chiese di Tess. 

Fred stava seduto con la schiena ben appoggiata allo schienale, il busto rigonfio e i piedi da qualche parte, tra le luci gialle e blu della notte disse che Tess gli aveva scritto. 

-Tess ama anche me, cosa cazzo ti credi? Amare non è mica solo far l'amore, e a lui gli era venuto da tirargli due cazzotti, perché quello credeva che lui pensasse cose imbecilli dell'amore.  

Lo guardava e pensava ma guarda questo stronzo ha ricevuto una cartolina da Tess. Tess aveva il diritto di scrivere a chi voleva, pensare a chi voleva, fare quel che voleva ed esistere come voleva perché lui l'amava così, Tess. Non c'era da vantarsene, per avere avuto una cartolina da Tess.

Dominique ha sempre l'aria di non sapere dov'è e cosa sta succedendo, porta la leggerezza quando si siede al bar, a volte è pallida e a volte beve troppo, ma ha sempre un gilet nuovo e ti chiede come stai in un modo che fa voglia di risponderle. 

Dominique gli disse che la cartolina ce l'aveva in macchina. 

Rideva di gioia e di soddisfazione. Si alzò e andò a prendere la cartolina. 

 

L'aveva comprata a New York, scritta nel Meryland, i francobolli li aveva comprati a S. Francisco ma l'aveva imbucata a Emmeryville. 

 

A Emmeryville aveva aggiunto una frase: sono qui, nel mio local bar Carrara's. La cartolina non era indirizzata a Fred, ma a Dominique. Di cosa si vantava quello stronzo? 

Diceva che voleva tornare presto ma non aveva soldi. 

Dunque lei andava al bar Carrara's.

 

Torna a casa. Si siede. Guarda un tavolo basso. Gli cadono gli occhi su una lettera di Tess scritta su una pianta di Emmeryville . 

-Tre ottobre, diceva, sono tornata a Emmeryville, capitare qui è stato difficile come pensavo, sono stata salvata da qualche amico prezioso. 

Oggi attraverserò il Bay Bridge, vado a trovare il mio amico che sta morendo di AIDS, filmerò un opening; ti manderò i nastri appena posso. 

Dall'altra parte c'era un elenco delle cose importanti a Emmeryville. 

Ristoranti, Bisco's cafè, una catena di Charlie Brown con tre negozi, un posto che si chiamava Color's cafè, una pubblicità di un bar aperto tutto il giorno, un'agenzia che pubblicizzava week end nel parco, un Lyon's club, all'Oaks corner c'era un sacco di roba, questa era Emmeryville, guardò la piantina e pensò agli americani: Access road, Captain road, Commodore road, Admiral road, Anchor road si stringeva in una lingua di terra, fin dove poteva starci solo una strada che si chiama Powell. Era il quartiere del porto, dalla terra andando verso il mare si incontravano quei nomi di ufficiali.

Fu tra gli sponsor che trovò l'indirizzo del Carrara's. 

1290 Powell Street, 547-6763, erano le undici di sera, a Emmeryville erano le due del pomeriggio. 

-Okkei, telefoniamo.

Fece lo OO1 e poi quel numero. Rispose una ragazza, stava pulendo, ascoltava Jungle music a tutto volume e non capiva molto, disse che Tess Willer non era lì, non c'era nessuno lì, il bar apre più tardi, telefona più tardi.

-Ma è meglio che passi, disse, qui c'è sempre un tal casino.

-Telefono dall'Italia, disse, ho bisogno del numero di Tess.

-Sì, e io sono un agente della Cia e stasera ammazzo il Presidente. Ciao bello, io sto lavorando.

Okkei, avrebbe cercato ancora.

Gli italiani: si portano a letto le americane di passaggio e promettono la luna tanto poi quando sono senza soldi tornano in America. 

Non era così, voleva dirglielo. 

Cominciò a sfogliare la sua lettera. Erano quindici fogli. Sull'ultimo aveva aggiunto con un pennarello arancione: 

-Fatto, adesso tocca a te. A penna c'era scritto: 

-Mi fracasserò di lavoro fino al prossimo settembre. Fai in modo che la tua vita senza di me non sia dicembre. Mi manchi. Dev'essere tutto questo alcol che ho in pancia. Resto in attesa di notizie. Ti amo, Tess. 

Una sera lui le aveva detto:

-La mia vita senza di te sarà dicembre. Lei se n'era ricordata, questo gli piaceva di Tess.

 

Aveva letto quella lettera tre volte, ma non si era mai accorto che su quel foglio era stampigliata un'iguana. Passarono dei giorni. 

Arrivò un'altra lettera di Tess. Lì c'erano sedici fogli. Tess scriveva sui giornali locali, il primo era una pagina di annunci personali. La lesse qui e lì e poi trovò un annuncio:

 

-Sieropositiva, sesso femminile, 37, cerca uomo sieropositivo, qualsiasi razza, per farsi compagnia e di più. Sono sana, lavoro, e mi piace divertirmi: film, musica, tenerezza. Dove sei? Poi c'era un numero di telefono. 

 

Sottolineò quell'annuncio con un evidenziatore rosso. Lo ritagliò, lo mise nella tasca della giacca. La sua giacca.

Nella busta c'erano due fotografie. Una ritraeva Tess, camminava davanti a una delle sue sculture, l'ombra del suo profilo si mischiava a quella delle foglie di un albero e finiva sul muro. Dietro l'altra Tess aveva scritto: 

-Questo è il mio bambino: ha quattro anni e mezzo e tuo figlio sarebbe felice di conoscerlo. Voltò la fotografia e arrampicato su una statua c'era un'iguana. Gli venne un brivido, Tess gli aveva detto di essere troppo egoista per fare un figlio. Lui aveva detto

-Io sono bravo coi bambini, lo cresco io. 

-Non funziona. Aveva detto lei.

Ma il fatto che Tess chiamasse il mio bambino quell'iguana di quattro anni e mezzo l'aveva messo di cattivo umore. Le aveva scritto una lettera priva di notizie, la descrizione della luce di novembre e poi le aveva detto

-un giorno, e spero che sarà un giorno che ci capiremo, ti parlerò dell'iguana. 

Ma non aveva il suo indirizzo. 

 

Forse gli iguana sono creature adorabili, forse avrebbe dovuto abituarsi all'idea di avere un'iguana che girava per la casa, con quella coda avrebbe rotto un sacco di bicchieri. 

L'iguana, l'iguana. 

Dove l'aveva visto l'iguana ?

Riaperse la grossa busta con la prima lettera di Tess e trovò l'iguana di pagina quindici. Non ci aveva fatto caso, aveva visto solo 

-Fatto, adesso tocca a te. 

 

L'indirizzo lasciato lì con noncuranza, piccolo, sotto il disegno dell'iguana, il logo del negozio.

La vedeva vestita di bianco sfilarsi la maschera e gridare soddisfatta:

-Touchè! my friend, touchè! Ah haaaa!

Tirava di scherma, Tess.

Willer and Hockney, creative and unusual Framing. 2O20, 34nd Street, Emmeryville, CA. 422-561-7333. C'era anche un telefono.

Trovato.

Ci aveva messo parecchio, ci aveva messo diverse settimane. 

Un altro avrebbe ringraziato dio che tutto fosse finito lì. 

Lui no. 

Lui era serio.

Ostinato.

Trovato.

 

Tess era sposata. 

Glielo aveva detto il giorno del mercato. Erano seduti a mangiar pizza e bere birra sulla piazza e lei gli aveva detto che era sposata la mattina dopo aver dormito lì. 

Aveva accolto la notizia con una certa indifferenza, guardandole le gambe. 

-Non sono molto ottimista sull'esito di questo matrimonio, gli aveva detto. 

-Non so bene cosa sia un matrimonio in America ma... 

-Un matrimonio è la stessa cosa dappertutto. Romperlo è duro qui come là, gli aveva detto.

-E lui?

-Lavoriamo insieme. Sai cos'è stare ventiquattro ore su ventiquattro insieme? E se le cose vanno male, cazzo è una prigione senza scampo. 

 

Si era messo a leggere tutti quei fogli.

Sulla via del ritorno Tess si era fermata nel Meryland  a trovare sua madre e il suo patrigno. 

-Ho finalmente duellato col mio padre adottivo sulla mia vita, è una bestia di uomo quando è incazzato, specialmente se è fatto di Martini, ma per la prima volta non mi sono inginocchiata. Mi sono ricordata di essere anch'io una bella duellante e il duello è cominciato. La mia cara mamma ha cercato di fermarci, ma ha trovato presto il suo posto. Da spettatrice. Ci siamo sbudellati senza freni e alla fine eravamo amici. Senza questo non avremmo mai saputo cosa abbiamo nella testa. Ero felice di sentire, ma soprattutto di dirgli, che adesso mi conoscono. E' il mio finanziatore per la mia parte del negozio e doveva sapere quali sono i miei progetti. 

Poi diceva:

-Ieri ho finalmente parlato con lui. Chiamiamolo B.H. d'ora in avanti. 

Bi Eich. stava per Bob Hockney, il nome del marito. 

-Non c'era niente gioia nelle nostre voci. Lui ha detto

-Avresti dovuto chiamarmi. 

Io ho detto

-Non ne avevo voglia finché stavo là.

Poi gli ho chiesto di non parlarmi di lavoro, di lasciarmi vivere in pace gli ultimi giorni e lui mi ha chiesto se tornavo. Io gli ho detto

-Ho un biglietto d'aereo, e sono qua. Lasciami in pace qualche giorno prima del diluvio. 

-Tutto bene?

Volevo dirgli tutto bene, e molto di più. 

Oggi era stupendo, qui nel Maryland. 

Abbiamo mangiato granchi blu sulla spiaggia e stanotte c'è un'infernale luna piena. 

Ho ballato con lei con la musica dei Com-Pah. 

Una danza felice. 

Ho parlato con questa luna, e con questo albero di fico questa notte. 

E' stata una conversazione triste. 

Lui pensò alla sua bella voce bassa e roca e alla sua ombra dardeggiante in quel giardino del Maryland sotto la luna. 

Quante cazzate avrebbe fatto B.H. prima di capitolare, perché non aveva speranza. Avrebbe urlato come una bestia ferita e avrebbe cominciato a rivendicare il diritto di essere amato e si sarebbe ridotto a un bambino che piange convinto di offrirle uno spettacolo sublime. Gli spiaceva sapere che le stava armando il braccio, ma era così e non c'era niente da fare. In un'altra pagina da qualche parte Tess diceva: la cosa triste è che B.H. mi ama disperatamente.

Adesso aveva il numero del negozio, ma non poteva chiamarla. 

 

Andò alla piazza sperando di trovare Dominique. Non capiva perché con Fred ci fosse tutta quella tensione. Doveva essere per via di Dominique. O di Tess, che cazzo ne sapeva. Gli stava sul culo, quel Fred. Con quello sguardo freddo. Da idiota. Credeva di avere la faccia da duro. Aveva la faccia da idiota. Invece. E si lisciava sempre i capelli con le mani. 

Venne Dominique, aspettava Fred. Le chiese se poteva telefonare a Tess da casa sua, e chiederle dove potesse rintracciarla, voleva un numero. 

Venne Fred e Richter disse

-Ho delle melanzane e un pollo, ma non ho vino. 

-Il vino lo portiamo noi. Disse Dominique.

Fred ribatteva il chiodo della cartolina.

-Tess mi ama, Tess mi ha scritto.

-Ma se non era nemmeno indirizzata a te la cartolina, disse

-Non era indirizzata a me?

-No no è vero, era indirizzata a me! disse Dominique

-Beh che c'entra, mica ho guardato l'indirizzo, disse Fred.

Che stronzo, pensò Richter, un giorno o l'altro lo rompo, a questo stronzo.

-Non eravamo venuti per telefonare a Tess? disse Fred, le parlo io.

-Un cazzo! le parla Dominique, tu sei un uomo.

-Ha ragione parlo io, sono una donna, disse Dominique.

Insomma fece quel numero. 

Dalla telefonata ottenne un indirizzo a cui scriverle e un'ora e un giorno in cui LEI avrebbe telefonato. 

Dominique era davvero bella.

 

 

Stava montando vecchi video, registratore e telecamera. Li stava montando da un mese nei week end, era vicino alla fine. Erano vecchi filmati, ore di riprese dalla macchina. Aveva messo la videocamera su un cavalletto poggiata sul sedile di fianco al guidatore e a questo modo aveva attraversato l'Europa: Inghilterra, Francia, Belgio, Germania, Svizzera e l'Italia. Un vecchio viaggio. Aveva montato tutto insieme e aveva aggiunto Laurie Anderson, Sean Mc Gowan, Nick Cave, Nina Simone e Jimi Hendrix. Lo stava facendo per Tess, le avrebbe mandato il nastro. Un giorno Tess gli aveva detto

-Non ci scriveremo mica lettere vero?

 

Audio Dub. Insert.

Aveva schiacciato il bottone.

-E' sabato notte e sono di nuovo solo. 

La pioggia ha fatto cose belle e terribili in questi giorni, ho montato un pò di vecchi video nel frattempo, come vedi, Laurie Anderson è un regalo per te, ti ricordi il treno? l'ho sentito fischiare centinaia di volte in questi giorni, i pioppi suonano la loro musica, il cielo è stato d'oro, d'argento, grigio, buio, poi più niente. 

La banda ha suonato stamattina all'inaugurazione degli affreschi di Botero, una merda di affreschi, una donna ha detto io non riesco a pregare, guardando quegli affreschi. 

Quando sento le campane nella piazza penso a te. 

E adesso, dico adesso, sto ascoltando un disco, la canzone è Little wing. 

La TV è accesa, danno Lolita, Stanley Kubrick. 

La piazza è quasi vuota, l'aereoporto è pieno. Comincia il tempo della cattiveria. 

Qualche volta vado in piazza, qualche volta no. 

Sono le due del mattino, in America sono le cinque della sera. 

Stai facendo la spesa? 

O chiudendo il negozio? 

Le pulizie? Io le farò domani. 

Che fai stasera?  Le tue scarpe sono sul mio tavolo, i bicchieri che hai rotto sono sul mobile all'ingresso, i tuoi occhiali dove li hai lasciati, anche il cristallo che hai messo sulla lampada è al suo posto, il gatto sta entrando timidamente dalla porta, un lenzuolo bianco è appeso al filo nel giardino. 

Le ombre degli alberi ci danzano sopra, danza anche il lenzuolo. 

I suoni della notte sono quelli che conosci. 

Il rubinetto perde qualche goccia d'acqua, adesso c'è un tuono lontano. 

 

Poi passa un giorno dove non succede niente. Niente di niente fino a sera. Pioggia soltanto. E niente.

Squillò il telefono. Prese una sigaretta, il portacenere, un bicchiere di vino.

-Sono Giovanna.

-Aspetto una telefonata.

-Vieni al cinema?

-Aspetto una telefonata.

-Lavoro?

-MMhsì, lavoro.

-Ok ti lascio.

Guardò l'orologio. Erano le otto. A Emmeryville dovevano essere le undici. 

Era presto. 

Doveva venire mezzogiorno, doveva chiudere il negozio, allontanarsi, trovare una scusa, buttare via bottiglie vuote, avrebbe preso un sacco di plastica e ci avrebbe messo dentro le bottiglie, B.H. avrebbe fatto qualcosa per aiutarla e lei con una sigaretta stretta ai denti avrebbe detto

-Lascia stare, faccio da me. 

Sarebbe salita in macchina e avrebbe buttato via quei vetri in un contenitore per il vetro, li buttava dentro una ad una con forza per sentire il rumore del vetro che si rompe, poi si sarebbe calmata e sarebbe andata a casa, avrebbe preso il telefono e avrebbe fatto il numero. Nell'ultima lettera Tess scriveva 

-Io sono rapida, veloce, quick, capisci? Lui non lo è. 

Squillò il telefono. Stava seduto lì da tre ore. Spense il televisore, prese una sigaretta, un bicchiere di vino, il posacenere. Ci mise quattro squilli.

-Italy?

Si mise a ridere, come ogni volta che la vedeva arrivare dicendo 

-Hello honey, I'm hooome... aveva sempre un fiore in mano che rubava dai giardini per la strada e camminava a piedi nudi, aveva piedi lunghi, magri. Diceva Italy con eccitazione, e lui sentiva di avere il paese dalla sua. 

Erano due mesi che non la sentiva. 

-Mi piace sentirti ridere. Mi piace che per prima cosa ridi. Posso vedere la tua faccia mentre ridi. 

Qualcuno bussò alla porta. 

-Puoi aspettare un attimo? C'è qualcuno.

Ciapati, Alì, Rachel. 

-Cosa succede lì?

-Oh c'è sempre qualcuno che va e viene. Ciapati, Alì, Rachel. 

-Non ne conosco neanche uno.

-C'è sempre qualcuno che va e viene. Sai com'è qui... 

-Vai avanti

-Tess, vengo a trovarti.

-Non ne vale la pena.

-Tess, domani compro il biglietto.

-La California non è più come una volta, soldi buttati.

-Ho da fare a S.Francisco.

-Ah ha! Sei diventato un uomo importante?

-Voglio vedere dove vivi.

-Non c'è niente da vedere qui.

Sentì lo stomaco che gli si chiudeva, gli venne in mente quando pregava sua moglie di tornare ma andò avanti. La conosceva, ci voleva tempo; e qualcosa di forte, di delicato e forte.

-Senti...  tu, disse lei. Non rovinare tutto venendo qui a crearmi un sacco di guai. Ho un bel ricordo di te. Lascia che rimanga un bel ricordo. OK? Risparmia i soldi perché può darsi che ne abbia bisogno. Torno a settembre. 

-Tess siamo alla fine di novembre.

-L'inizio di dicembre.

-Sai quanto manca a settembre?

-Trecento giorni, più o meno, suppongo?

Si mise a ridere, ma pensò a dicembre gennaio febbraio e tutto il resto, fino a settembre. 

-Tess non posso aspettare fino a settembre. A settembre chissà dove sono. 

-Io sarò lì, non so tu.

-Tess non è un amorazzo estivo...  

Pausa.

E' qualcosa di più molto di più, non voglio fare pressioni non voglio rompere ma domani prenderò un biglietto e verrò a S.Francisco perché ho voglia di vederti. Conosci Serghej? Andrò da Serghej a Sausalito ...  non ti starò alle costole. Ma voglio vederti e non disturberò e so che hai un lavoro e un marito e tutto e voglio vedere S.Francisco prima di morire!

-Per quando è prevista la morte?

-Oh sta zitta. 

Disse. 

Silenzio. 

-Tess sto ridendo, l'ho detto ridendo. 

 

Un giorno le aveva detto di star zitta e si era messo a ridere. Lei aveva risposto

-Il giorno che mi dirai di stare zitta senza ridere sarà il giorno che me ne andrò. 

Poi in una lettera diceva:

-Mi avete lasciato esistere per quello che sono tutti voi. Grazie a tutti.

 

-Puoi richiamarmi? disse Tess. Fra un quarto d'ora. Mi lasci un quarto d'ora OK? Compro le sigarette. Sono al negozio hai il numero, giusto?

-Ho il numero, tra un quarto d'ora.

In giardino Rachel Ciapati e Alì stavano seduti sopra un tavolo e Rachel gli chiese se aveva intenzione di morire dissanguato dalla Telecom.

-Chiamava lei, adesso la chiamo io.

-Allora?

-Beh dice di non andare ma io vado. 

-Ma sì vai, al massimo ti fa a pezzetti cosa vuoi che sia?

-Ci sei anche abituato.

-E poi in fondo meglio essere fatto a pezzetti a S.Francisco che a Sarzana. 

-E la soddisfazione di avere speso tutti quei soldi per farsi triturare sai che bello?

-No non sarà così e io ci vado. Sarà passato un quarto d'ora?

-Più o meno.

-Potete restare ancora un pò in giardino?

-Ma certo è splendido qui, fa un cazzo di freddo e ho i piedi congelati ma posso restare qui in giardino, e voi?

-Sìssì, possiamo restare qui in giardino mentre tu ti fai sbudellare da Tess e dissanguare dalla Telecom.

Tornò dentro e prese in mano il foglio numero quindici della prima lettera con il logo dell'iguana e il numero. 

-Scusa per prima Tess ma sono giorni e giorni che cerco il modo di chiamarti e sentirsi dire così... 

-Mi hai buttato addosso tutta la tua merda vero?

-No non è merda è solo che ti amo.

-Mi hai buttato addosso tutta la tua merda ma mi ami. OK posso accettarlo. Così insomma vuoi venire a S. Francisco. Sarà Natale avrò da fare sai com'è.

-So com'è, lo so. 

Cominciò a parlarle dell'autunno e delle luci dell'autunno.

-OK stai pagando tu. Se paghi tu puoi parlare tu. It is your dime.

-Tess, non verrei mai solo per te. Vengo a S.Francisco e questo è tutto. Se avrai voglia di vedermi bene, se no mi ficcherò in un bar a bere brandy e mangiare cioccolato finché succederà qualcosa. 

-Era questo che volevo sentirmi dire. Senti. Puoi aspettare un attimo? Prendo una birra. 

Prese una birra. 

-Senti bello. B.H. parte domani e se ne sta fuori per una settimana. Ho una settimana libera. Se vuoi telefonarmi puoi farlo domani sera e anche dopodomani. Io devo lavorare, devo fare anche il suo lavoro perché lui ha fatto anche il mio per più di un mese. Così sono qui. Non telefonare quando il negozio è aperto. C'è gente che va e viene e non potrei parlare. Telefona diciamo dopo mezzogiorno, tra mezzogiorno e l'una che lì saranno le nove o le dieci.

-So che ore saranno qui.

-Lo dicevo per me, voglio sapere che ore saranno lì.

 Era il momento.

-Tess, ti ho comprato una lente di cannocchiale, al mercato dell'antiquariato, e una palla di cristallo, te le spedisco all'indirizzo che mi hai dato. 

-Lui è un buon amico.

-Ti comprerò una cosa ogni volta che c'è il mercato. Avrai dodici regali alla fine dell'anno.

-Hmmmh, fece Tess. You're so good to me. 

-Qui è pieno di foglie morte, è autunno, piove.

-Anche qui è pieno di foglie, volano dappertutto, sono così rosse. Ho attraversato il Bay Bridge con una luce... Senti, mi ha detto Trevor che hai pagato tutti i conti... beh grazie, quanto ti devo?

-Lascia perdere ne parleremo un'altra volta.

-Quanto ti devo?

-Saranno centocinquanta dollari.

-Ti ho spedito un assegno da cento dollari, aspetta un buon momento per cambiarli. 

-So che devo aspettare un buon momento, possiamo parlare d'altro?

-Quanto ti costa il biglietto?

-Sette, ottocento dollari.

-Non male. 

-Ti volevo anche dire: sono contento che non torni in Italia per me. Che vuoi solo vivere qui e fare le tue cose. Contento, capisci? mi farebbe paura se venissi solo per me. Perché qui c'è tutto, tutto quello di cui hai bisogno per star bene.

-C'è tutto da voi eh?

Era triste, le mancava tutto.

-Non tutto. Manchi tu.

-Oh I like that... 

Così tra un mese sarai qui. Oh è incredibile.

-Tre settimane.

-Non conto le settimane, conto solo i mesi.

Parlavano, non importava di cosa, gli piaceva la voce di Tess e a Tess piaceva la sua, ridevano. E parlavano sempre della luce, prima o poi.

-... Questo mi piace, sì questo mi piace. Sei grande.

-No non sono grande, nessuno è grande. Siamo tutti marionette, puppets, siamo quello che siamo. Verrai all'aeroporto?

-Beh posso dire che arriva un amico dall'Italia.

-Sicuro così tuo marito mi invita a cena sai che bello.

-No, non sarebbe divertente, non funziona.

-Un amico italiano, figurati.

-B.H. se ne fotte dell'Italia, sei furbo però, dove hai imparato tutte queste cose?

-Beh quando mia moglie mi tradiva inventava molte di queste storie: amiche. Quando andava da una certa Patti guardavo l'orologio e dicevo beh ecco, adesso stanno scopando, e ... 

-Non vogliamo sentire questa storia vero?

-No, non vogliamo.

Ma forse era per questo che nella lettera che le stava scrivendo da due mesi aveva preso le parti di B.H. Le aveva scritto: B.H. odia l'Italia perché Italia per lui significa che ti sta perdendo. Sì forse beve e fa un sacco di cazzate e ti fa soffrire ma è perché sente che ti sta perdendo. Cerca di capirlo. Se lo capisci soffrirai meno, e anche lui un pò meno. 

-Tess, compro il biglietto e forse resto a vivere per un periodo lì. Tess, riusciremo a stupirci ancora a lungo? oppure un giorno abbiamo l'influenza e invece di litigare su chi va a comprare l'aspirina ci vado io, e tu intanto metti su un brodo? Oppure un giorno vengo a sapere che ti piace il pesce affumicato con la birra, e un giorno torni a casa e trovi pesce affumicato e birra lì sul tappeto, e stiamo lì seduti mangiando e bevendo e chiacchierando finché non ci viene voglia di baciarci? Che ne dici di questo, puoi sopportarlo?

-Questo volevo sentirti dire. 

Erano tutti e due più tranquilli.

 

E domani è domenica e Ciapati dice se voleva salire da lui in montagna per pranzo. Va bene, domenica per pranzo. Va a dormire e dorme fino a mezzogiorno. 

Sonni agitati e blu. 

Incontrava sua moglie su un transatlatico che stava affondando nella laguna di Venezia.

-Parti anche tu?

Diceva lei.

-Anch'io.

-Che bello, si fa il viaggio insieme.

Si sveglia in preda alla malinconia. Stava sul letto a guardare il cielo grigio. 

L'una. 

Sale su per la collina, seguendo le indicazioni di Ciapati. 

Piove. 

Lascia la macchina davanti a un cartello: Proprietà privata. 

Prende per un sentiero. 

Arriva a una casa con il cancello chiuso. 

Sembrava quella, non era sicuro. 

Chiama, pensa di scavalcare, ma resta lì troppo a lungo, e guardando fisso la casa gli vengono in mente i cani. 

Cani pastori tedeschi neri. Una rarità. Cani che mordono. Cani  che l'avevano morso da bambino. La mamma non c'è. Arriva tardi, correndo. Troppo tardi. E il padre, troppo tardi. Perde sangue. Molto sangue. Schizza sul cruscotto della macchina. Ficca il dito nella ferita. Lo percorre un brivido lungo, terribile. Ha messo le mani dentro la sua carne. Ospedale, trasfusioni. Consolazioni. I cani mordono. Consolazioni. 

Esperienza primaria.

Fottutissima paura dei cani. 

Stava sotto la pioggia terrorizzato all'idea di trovarsi dentro quel giardino con un cane che lo faceva a pezzi. Torna indietro. Torna in paese. Vede un tipo al bar alto con gli occhi azzurri. Un ungherese.

-Sì so dove abita. Sì, quella è la casa. 

No, niente cani.

 

Lascia la macchina e comincia a camminare sulle foglie, nel pantano, traversa pozzanghere, una pianta enorme, quattro metri di circonferenza, un giorno sarebbe scoppiata, a metà tra le radici e i rami, le piante cominciano a morire dalla vita, gli uomini dalla testa. Scavalca il cancello e scende per una scalinata stretta tra i pini.

-Ciapati! grida allegro. 

Era stato in India, Ciapati, poi gli era venuta un'idea che l'aveva convinto a vivere in Versilia come in India, così mangiava ciapati e si chiamava Ciapati. D'estate faceva le feste e ballava; d'inverno, lesinava i risparmi. 

Dominique stava distesa sul letto del piccolo paradiso di Ciapati contro la parete; a destra un tavolo sotto una finestra, a terra tappeti, di fronte il camino d'angolo, davanti una bella porta a vetri, regolare, precisa, senza spifferi. La stanza non misurava più di due metri per tre. Fuori il bosco, la valle, i paesi, il mare. La giornata era buia e la stanza era buia. Una candela accesa. Calma, sonno. Trovò da sedersi. Si mangiava riso, piselli, lenticchie, non sapeva come li avesse cucinati, capitava in un posto e c'era da mangiare. 

Niente sale. 

Mangiava. 

Certo, senza sale era tutto più difficile, però mangiava.

-Cazzo Ciapati, buono. Ma 'sta storia del sale... 

Dominique aveva voglia di parlare e di dormire. Si distese sotto una coperta, cominciò a ridacchiare. Rachel stava seduta in terra, teneva al suo essere un'israeliana alternativa, una che Israele c'era sempre la guerra e lei cresceva hippy e adesso stava lì perchè aveva una storia con Ciapati. 

Ciapati guardava il camino, ogni tanto ci metteva un ciocco e si toglieva la camicia, poi si tolse anche una canottiera bianca, restò a torso nudo. Era tutto un muscolo magro e sodo. Era quasi inverno. Venticinque anni prima un'americana di vent'anni, Un'hippy figlia di un avvocato di Washington l'aveva amato per una sola estate ed era tornata nel New Jersey, dova si era comprata una fattoria e poi si era seduta a pensare al da farsi. perchè era incinta. Così gli aveva scritto perché Ciapati non ha telefono e gli aveva detto, nell'ordine: sono incinta. Non torno in Italia. Cresco la bimba da sola. Perché sono sicura che è una bimba. Non cercare di fare scenate. La legge inglese sarebbe severa con te, non ti fanno mettere piede in Inghilterra se vieni con l'intenzione di portarmi via la bimba. Non sto con te, se non s'era capito. Manda i soldi che puoi. Ma cerca di mandarli. Se vuoi vedere tua figlia. Qualche volta. Quando sarà grande. 

Non aveva mandato soldi ed era stato buono buono. Quando la figlia fu grande volle conoscere suo padre. Era venuta, un'estate. Lui cominciò a dirle devi fare così devi fare cosà. Lei disse uei aspetta un momento ho vent'anni e non ti ho mai visto prima. Non cercare di fare il padre. Lui aveva smesso. Verso la fine dell'estate lei, che aveva limonato con gli amici di suo padre, conobbe un ragazzo spagnolo bello e suonato. Alla fine dell'estate tornò in patria. Ciapati adesso aveva una nipotina ispano americana che ogni tanto veniva a trovarlo con la mamma. Gli assomigliavano, la figlia e la nipote. Adesso lei stava con un inglese giovane, suonava il basso in un gruppo che faceva una musica tipo quella degli Smith. Era bravo con la bambina.  Ciapati era contento. 

Alì stava seduto su una sedia e non diceva niente. Viveva a casa di Fiona e Fiona aveva un cane. Fiona era brava, faceva un lavoro delicato sulla pietra, era svedese, la sua scultura nasceva pensando al panorama svedese ma adesso non aveva un soldo, non era riuscita a farsi pagare una fontana, aveva speso per la pietra più di quanto avesse guadagnato. Abitavano insieme, avrebbero diviso questo inverno magro.

Alì faceva zuppe, Fiona diceva che era acqua con l'aggiunta di sa dio quali spezie.

 

-Ho bisogno di vitamine Alì, lo sapete cosa sono le vitamine voi arabi del cazzo? e mandava giù una pillola svedese.

-Quali vitamine faceva Alì ridendo, non vedi che non abbiamo soldi, mangia la zuppa, buona la zuppa.

-Alì, facciamo a pezzi il cane? eh? vuoi che facciamo a pezzi il cane? Alì rideva, Fiona voleva stare sola e Alì girava per le case a cena fuori. Mangiava e stava zitto.

-Ma quanta gente conosci? Alì? 

Alì rideva e aveva ripreso un pò di peso. Adesso stava lì seduto su una sedia e non diceva niente.

 

Dominique dormiva sul letto di Ciapati, Alì dormiva sulla sedia. 

-Che cosa dice Tess? disse Rachel guardando la finestra.

-Dice che vorrebbe tornare, ma ha problemi coi soldi, non ha nemmeno i soldi per pagare le pietre che ha spedito. Dice che deve trovare quei soldi, pagare i debiti, cominciare a risparmiare. Ma se avesse i soldi tornerebbe, è una questione di soldi.

-E' una questione che è sposata, che ha un negozio e la sua vita e il suo mondo ed è sposata.

-Senti Rachel, si inginochiò davanti a lei e le disse:

-Ieri ho speso cento dannatissimi dollari per telefonarle e se vuoi ti dò il prezzo in valuta italiana o israeliana o in franchi svizzeri, ma le ho telefonato, e forse è tutto un gioco che finisce ma io voglio giocarlo, non ho niente da perdere e tutto da guadagnare e forse soffrirò ma fa parte del gioco ok? Hai capito ok? Così, ti prego, non pisciarmi sulla torta, OK? niente pipì sulla mia torta... te ne prego... 

Dominique era uscita dal sonno e stava lì a guardarlo e tutti stavano lì a guardarlo perché l'aveva detto bene, sembrava uscito da un corso di recitazione ieri, sì, l'aveva fatta bene la sua parte. Testo del cazzo, ma ben interpretato.

-Siamo qui tutti affamati e disperati, disse Alì, abbiamo le nostre storie familiari che ci fanno soffrire e non abbiamo un soldo ma qualcuno di noi è grande, fra vent'anni lo si vedrà, chi era grande. Io sono due anni che ti guardo, come stavi male, non parlavamo neanche, stavi seduto al bar e stavi male, ma io ti guardavo.

-Grazie Alì, disse lui, grazie.

Dominique aveva ricominciato a ballare, anche Rachel ballava, anche Ciapati,  Alì parlava. Alì che era stato seduto zitto tutto il giorno: 

-Io volevo passare una giornata così, stare seduto su una sedia a guardare fuori dalla finestra e chiacchierare con gli amici, mangiare e bere vino e stare al caldo. E questo è successo. E' proprio successo. E' andata come volevo. 

Sì, era stata una bella domenica di fine autunno.

Prese Dominique per mano e scesero giù, in paese,  fino a casa sua. La baciò sulle guance, la strinse forte. Risalì in macchina, fece le ultime curve senza fretta e parcheggiò tra una Ford nera e un Citroen scassata. Faceva freddo, ma rimase in giardino per pisciare.

Il vicino aveva un camper e curava sempre il camper. Sabato aveva revisionato le trombe e per tutto il pomeriggio aveva suonato le dannatissime trombe. Adesso pioveva, la luce del lampione filtrava tra le foglie del fico dei vicini e si vedevano foglie di fico in trasparenza, quel pezzo di strada in salita con l'asfalto che luccicava e un fiume sottile di pioggia che scendeva giù. I vicini si erano fatta una casa ma stavano sempre nel camper. Lui stava seduto in giardino fino a sera, scrivendo lettere a Tess. Passava il tempo e non aveva quasi più niente. Neanche un soldo. 

La televisione non la guardava più. Guardava video, video familiari fatti in casa.

 

Tess nell'ultima lettera scriveva:

-Ho guidato guardando il cielo dell'occidente inzuppato in un budino di burro scozzese, chiaro abbastanza da rivelare la silhouette della città. Niente nebbia a S.Francisco questa notte. E le macchine volavano sul ponte con un sorriso sinistro. Il tocco finale: una voglia del cielo: sì, un piccolo e delicato frammento di luna che spinge la luce giù verso il profondo blu della notte, l'ombra di una finestra. E' la mia ora preferita, è giorno e notte, quando solo le essenze si rivelano, e tutto ciò che è brutto indietreggia nell'ombra. Buonanotte.

In un altro foglio faceva un lungo elenco delle cose che le mancavano.

-E poi mi manchi tu, yes you. Eppure so che sai essere un bel pezzo di stronzo; grande così.

Alla fine diceva che forse avrebbe dovuto buttar fuori B.H dal negozio e che il suo paese non era più quello che era sempre stato. Citava i Talking heads: it's not as it ever was, diceva. 

La luna era la stessa luna dappertutto, tutti hanno una luna sola.

 

Suonarono alla porta. Era il postino. Un telegramma di Tess

-Ti prego, non venire. Sai come siamo fatti no? 

 

Voleva comprare un biglietto. Non voleva pensare ai soldi non pensare a sua moglie alle tasse risparmiare non  fare questa vita senza un balzo non ripensarci, sedersi in un'agenzia di viaggi e ascoltare il bi bop cli cloc di un computer che gli diceva che c'era un posto, sì, su quel volo per S.Francisco c'era il suo posto, voleva firmare un assegno e sentirsi nella testa il rumore dei reattori e giù le nuvole oceaniche e il ghiaccio del polo e i laghi e acquitrini primordiali della Groenlandia e i fiumi del Canada e l'Alaska e le rocce Californiane e atterrare a S.Francisco e ridere e fluttuare nella luce.

A Richter gli piaceva la luce. Anche a Tess le piaceva la luce. Era tutto.

Erano le tre del pomeriggio, vide Dominique girare sola per la piazza, senza Fred. Da qualche giorno Fred non si vedeva, mandava avanti la baracca. 

Dominique girava come uno spettro e disse 

-Non sto bene, non sto bene in questi giorni, ieri sono andata dal dottore e lui mi ha portato all'ospedale, e lì mi hanno detto: 

-Ma vuoi andare a casa? Ma lo sai se vai a casa muori, puoi morire, è una cosa grave, e io dicevo Ma cosa sto a fare qui? Voglio andare alla mia casa, alla mia casa nuova... .

Beveva brandy alle dieci del mattino, l'aveva vista proprio male. Era lì, Dominique, seduta al tavolo, fuori, con la pioggia, il freddo, pallida, aveva gli occhi spenti. Stava seduta lì con questo e quello.

-Dominique, vado a Viareggio a comprare il biglietto

-Vengo con te. Si sì ci vengo. 

Guidava lentamente sotto la galleria di alberi, turbinavano le foglie e tutto era umido, fradicio, le nuvole facevano vortici d'argento. 

-Non ho tabacco, voglio fare una canna, disse Dominique. Era pallida, non stava bene, si vedeva.

-Dominique, dovresti riguardarti. 

Le voleva bene. Ricordava la sua schiena forte; la sua pelle, un hôtel, il proprietario dell'albergo che si beveva le loro bugie, il letto, i muscoli del culo di Dominique. Ma amava sua moglie, era durata una notte. Fred lo sapeva. Avrebbe anche potuto capirlo, quel Fred. Richter tradito. Richter traditore. Richter solo a cercare di venire a sapere chi è Richter.

-Sì sì mi riguardo

Bagni Europa, Coluccini, bagni Sirena, bagni Orchidea, il Tropicana, bagni Antonio, Bianca, Italia, il TukTuk, bagni Sergio, la Bussola, chissà se la conoscono, in America, la Bussola, Mina, gli scontri con la polizia. Era un bambino. 

Riprese a piovere, scrosci brevi e violenti e poi entrarono nell'agenzia, c'era uno studente di turismo brufoloso. 

-Mi aveva detto un certo prezzo... 

-Avrà parlato con la mia collega, certo non con lui, non tratta i prezzi...  se vuole aspettare la mia collega... ma torna tra due giorni... .

-No non voglio aspettare la sua collega. Mi aveva detto un altro prezzo ma va bene così. 

Un prezzo migliore non l'avrebbe trovato. Staccò il suo assegno e uscì zampettando con Dominique nella pioggia, due passi al mare. 

All'orizzonte una striscia di sereno, stavano lì fermi a pensare a come si chiama quel colore, quel tipo di blu-grigio che finisce nel giallo violento della luce che scende dalle nuvole che nascondono il sole. Avrebbe preso quell'aereo e sarebbe montato sopra alle nuvole, e pioggia o neve avrebbe navigato fino alle Americhe. La sabbia era bagnata e stavano lì, coi piedi nell'asfalto, un maxibus parcheggiato con i vetri scuri rifletteva nuvole gialle e distorceva

-Alla fine a me piacciono più i vetri del bus che il cielo vero, voglio dire senza quel bus dove le nuvole fanno effetti speciali non mi basterebbe il cielo, per dire che sono felice.

-Sei felice?

-Bah, vado a S.Francisco.

-Andare a S.Francisco non è come andare in Oklahoma o nel Tennessee o nel Nebraska, vai a S.Francisco.

-Sarà natale, tutti in giro, i tram e le discese e i ristoranti e i bar, le promenade e i malati di AIDS, e la sua macchina scassata che attraversa il ponte.

-Waw.

-Già, Waw.

-Sono contenta che vai, mi ricordo due tre mesi fa, non si poteva avvicinarti, eri un ammasso di fatica e dolore, facevi pena, c'era poco da fare.

-Anche l'inverno scorso non è stato male. 

Avrebbe voluto parlarle di una spada di plastica, di bamboline rubate all'asilo, di pennarelli e penne che ritrovava sotto le poltrone, di due o tre palle, di camice da bambino che escono dalla lavatrice, di una pistola, un teddy bear, dei pezzi di spago per saltare la corda, dei disegni su fogli di carta, di piccole navi di plastica che galleggiano nell'acqua della vasca, e forme per la sabbia, di un pinguino che fischia quando lo metti nell'acqua, un telefono di plastica giallo, palloncini colorati, un puzzle, e di un bambino che da un giorno con l'altro non c'era più. Proprio più.

Tornavano a casa, lui col biglietto in tasca nuovo nuovo.

Guardava il lungomare e pensava ai chilometri che aveva fatto sulla spiaggia per calmarsi, e non si calmava. Poi erano venute l'estate e lunghe conversazioni con Trevor, lì distesi sulla spiaggia ad asciugarsi dei dolori e dell'inverno. Così poteva tornarci senza guai, lì sulla spiaggia. 

Dominique:

-Ho perso un bambino.

Tolse il piede dall'acceleratore e la macchina scivolò lenta lenta nell'infinita galleria di foglie, in fondo c'era un punto azzurro, lì c'era il mare. Grigio, verde, giallo. Come aveva fatto a non capirlo. Cristo. Così Dominique aveva perso il suo bambino, e lui parlava del biglietto e l'aveva incontrata pallida e gliel'aveva anche detto, che stava male, e non se n'era manco accorto. Lui sapeva cos'era un bambino, una cosa miracolosa che cresce, parla, dice che ti vuole bene qualsiasi cosa tu sia, ti giudica e ti costringe ad essere migliore, tagliare la legna, fare caldo, lavare, stirare, far da mangiare, la spesa, giocare, e dire qualche cosa di importante, ogni giorno, stando attento a quel che dici, questo è un bambino. E quando se lo portano via ti entra una pietra nel cervello e non se ne va più, vivi con quella pietra. 

-Mi spiace. Lo volevi? 

-Lo volevo, sì... è la seconda volta, ti ricordi, anche due anni fa lo volevo, ma mi succede così, il dottore dice che devo riguardarmi, ma non ci riesco... 

-Sì, non devi sollevare nessun peso, se è necessario devi stare a letto.

-Ma come si fa, la legna è lì, la spesa è lì, dovrei lasciarla lì, è ridicolo.

-Non è ridicolo Dominique, tuo figlio è una cosa importante.

-Penso che lasceremo questa casa dove ci è andato tutto storto, io voglio tornare nella nostra vecchia casa. E' stata una brutta storia, me la sentivo.

-Sì, se torni nella tua vecchia casa piano piano puoi fare come non fosse successo niente. Meglio ancora sarebbe un posto tutto nuovo.

-Sì, un posto tutto nuovo, disse Dominique chiudendo gli occhi come un fantasma pallido e dolce. Bella e Dolce  aveva perso il suo bambino. La vide allontanarsi nello specchietto retrovisore e poi sparire. Una folata di vento o un'auto di passaggio le scompigliava i bei capelli corti e biondi. 

Cosa ci faceva una come Dominique con uno come Fred? 

Non lo capiva, ma nemmeno Dominique capiva perché Tess e lui stavano insieme, e Dominique, sinceramente, non giudicava né l'uno né l'altro. Un giorno gli aveva detto di non capire perché si infilava sempre in una storia con tipi come Fred. 

Però stava con Fred. Che aveva qualcosa di cattivo nello sguardo. Questo pareva a lui. La metteva sotto, geloso abbestia. Ma Dominique stava con lui, e Fred se la sarebbe portata via. Lontano, dove nessuno l'avrebbe insidiata e dove sarebbe stata sua per sempre, non importava il prezzo. E così sarebbe stato. Se ne sarebbero andati a vivere in Portogallo dove avrebbe continuato a spaccare le sue pietre e lei l'avrebbe aspettato ogni sera e ogni sera avrebbero provato a fare un bambino. Finché sarebbe venuto, sarebbe nato, sì, un bambino biondo come Dominique. E il giorno che fosse tornato, Fred gli avrebbe detto che ce l'aveva fatta, aveva fatto il bambino e si era tenuto Dominique, e tu che cazzo hai fatto? Ti sei fatto fregare, stronzo. Gli avrebbe detto così, e gli avrebbe detto così perché lo odiava e non dimenticava. Ma non si sarebbero rivisti più. Dominique spariva e spariva con Fred perché voleva così, e ormai voleva quell'uomo, non ci pensava più, spariva in fondo allo specchietto retrovisore in un turbine di foglie e di vento di dicembre.

E lui aveva comprato un biglietto per gli States. 

 

 

 

 

 

 

 

 

VI

 

Squillò il telefono, si chiese se doveva dire hello o pronto e disse 

-pronto?

-Prrontou, it's...  meee... .

-Tess

-Yesss... .Tesss

Guardò l'orologio, in California erano le quattro del mattino. 

-Devono essere le quattro lì ma dove sei?

-Sono al negozio, sì, non ho neanche acceso la luce, è tutto buio, dark, dark, dark, come la mia vita qui, oh se tu vedessi, ma tu vedrai com'è buia la mia vita qui... 

-Sei ubriaca vero?

Tess decise di gridare

-Tu sei l'unico figlio di puttana che può dirmi una cosa del genere in questo pianeta, sei l'unico bastardo che può farlo, sì, e mi domando perché sai farlo in un modo che ti lascio farlo, perché c'è un piccolo amico che vive dentro di te che mi vuole proteggere e io sento che lo vuole, sì, mi vuole bene questo piccolo amico che sta dentro di te... ah come ti odio... Sì, sono ubriaca, e domani è il giorno del Ringraziamento e tutto è chiuso e io salterò sulla macchina di B.H. e andremo dai suoi genitori and we will have... Turkeyyy! Oh... Tell me something good, my love, dimmi qualcosa di bello te ne prego... 

-Sei una gran donna Tess, non farti del male... 

-... Oh faccio schifo qui in America... Verrai qui e vedrai quanto faccio schifo in America. Te l'avevo detto di non venirci qui in America a vedermi... dimmi qualcosa di bello adesso... 

-Ti posso richiamare? 

-No, non mi puoi richiamare. Dimmi qualcosa di bello adesso o metto giù.

-Che ho voglia di sederci per terra a chiacchierare, di passarti le  dita tra i capelli mentre guidi traversando il Bay Bridge e che mi porti dove hai dipinto il tuo quadro sulle colline di S.Francisco. 

-Adesso va meglio. OK, ti chiamerò. Devo mettere giù

-ciao

-ciao

-ciao

-ciao

-Tess? 

Non c'era più. In una lettera Tess diceva

-Siamo andati dai genitori di B.H. Guardavamo il video dell'Italia e B.H. rideva, mi ha insultato, abbiamo litigato duro. Adesso i suoi genitori sanno cosa sta succedendo tra di noi.

 

Prese la macchina e andò al mare con la sua ascia nuova e la sua sega per fare un pò di legna. Lì c'era Moon col cane. Moon era tornata, ma aveva passato un duro inverno a Brighton: sua madre era morta e poi lei era stata male, una di quelle cose che è facile dire psicosomatiche ma stai male, non sai che cazzo hai e nessun medico ti aiuta. 

-Si fa due passi?

-Li abbiamo fatti, stavo andando in piazza. 

-Ci puoi andare tutti i giorni in piazza, oggi non piove, guarda che sole, fa caldo

-Sì fa caldo, fa proprio caldo qui al mare, ok, dieci minuti.

Le raccontò di Tess e del fatto che beveva e quando beveva diventava insopportabile.

-Chi è questa Tess?

-E' stata qui a settembre.

-Come on, è stata qui un mese ed è partita e non puoi richiamarla ed è sposata e tu stai qui ad occuparti dei suoi problemi... io penso che le hai parlato del tuo divorzio, dovrebbe sapere quanto ci sei stato male, è la prima volta da quando ti conosco che non parli di tua moglie.

I mean che non sei ossessionato con lei e vieni qui e mi dici che sei daccapo, come on, prenditi una vacanza.sono la più adatta a parlare così ma non pensi che finisci sempre dentro la stessa storia? Un mese... il primo mese dovrebbe essere il più bello, ci si tratta come si stesse maneggiando porcellana e tu mi dici che è aggressiva quando beve?

-Siamo stati bene insieme, e Tess sa stare attenta, sta attenta ai dettagli, la vita è tutta lì, nei dettagli, quasi direi che è fatta di luce, la vita, dettagli di luce... 

-Ma non si può buttare addosso tutto agli altri. Ok è depressa perché la sua storia con suo marito sta andando a rotoli e ti telefona e ti fa stare male, no non può farlo e non si può diventare la vittima di qualcuno, se uno diventa una vittima sono fatti suoi, se sta al gioco.

-Moon... Moon. Ascolta Moon... Volevo fare una famiglia meglio di quella dalla quale vengo, volevo impegnarmi. E invece ho dovuto dirmi ok, non ho più niente. Niente di niente. 

E allora un giorno chiudi una casa e ti accorgi che è finita, e apri la porta sul giardino della tua nuova casa e guardi gli alberi e guardi la spiaggia e dici Dio mio, come sono belli questi alberi, come è bella la spiaggia, e il vento, il sole, l'aria e l'acqua. E trovi la gente interessante e stai lì a guardarli e ascoltare come fosse un bel film, proprio bello, e adesso sto qui a parlare con te e mi dico: Moon sa tutto di me, e io so tutto di lei, e siamo amici e ci trattiamo come adulti, due che sanno le cose e che alla fine insomma è dura, ma è bello. 

Accese un'altra sigaretta, si alzò, fece due passi verso il mare, tirò un bastone per il cane e si sedette di nuovo lì, di fianco a Moon, sopra il tronco che voleva segare.

-OK OK. Non possiamo aspettare che tutto sia perfetto per cominciare a vivere. Oh dio... stai meglio? Io devo andare... 

-No... Era meglio se mi dicevi che domani in America è il giorno del Ringraziamento e la gente si ubriaca... 

-Massì, prendila così che è meglio. Ci vediamo.

-Sì, ci vediamo. Adesso sego questo tronco.

-Questo tronco con questa sega?

La guardò andar via col cane e cominciò a segare e si accorse che ci sarebbe voluta almeno un'ora. Voleva farlo. Segava e trasportava tronchi e quando veniva qualcuno si metteva a cantare, una donna gli disse che era tanto tempo che non vedeva qualcuno segare tronchi sulla spiaggia.

-Sì, molti anni, dal tempo della miseria.

-Ci siamo.

-Sì, ci siamo, ha ragione, ci siamo.

E poi gli disse

-Forza.

Ma lui pensava che era tutto così bello, andava sulla spiaggia per segare tronchi e incontrava Moon e qui un tempo c'era la miseria e adesso tutti facevano finta di niente, vedere un uomo che taglia legna sulla spiaggia faceva paura, un segno: oggi ho visto un uomo che tagliava legna sulla spiaggia!  Era un segno di morte. E lui scaldava senza spendere un soldo, suo figlio l'aveva visto maneggiare l'ascia e lo guardava con ammirazione,  l'avrebbe pure detto a mamma, e anche lei avrebbe saputo che lui faceva le cose che diceva, spacco legna da ardere; diceva; glielo aveva ripetuto, lui faceva le cose che diceva, e adesso tutti lo sapevano, che era vero. Spaccava legna. Per scaldare. Checcazzo.

 

E così va a prendere il figlio. Ci va colla macchina scassata, che fuma, che perde olio. E il giorno dopo piove, che sfiga, e loro vanno alla spiaggia, anche se piove. E lì sulla spiaggia raccattano rifiuti, straccale, roba buttata su dal mare, espulsa dagli umani ed espulsa dal mare: scarpe, bottiglie di plastica rimaste a mare due inverni, tre, ombrelli, mani di bambola, pezzi di legno, alberi, alberelli. E loro ci fanno una scultura, giocano all'arte povera, ci fanno un bel recinto intorno, passa un vecchio, si fanno fare la foto, sorridono, si tengono nella mano e sorridono. E poi si ammalano, si sono beccati la pioggia e si ammalano. E allora eccoti un altro scazzo.

-Stronzo, l'hai fatto ammalare, stronzo. Con la pioggia che fa, sei proprio uno stronzo, portalo qua. 

-Ho la febbre, stavolta vieni tu.

-Ho la febbre anch'io. Abbiamo tutti la febbre e vieni tu.

Così lo copre bene, lo avvolge in una coperta, lo mette in macchina, lo fa dormire, lo sa, alla seconda curva si addormenta, e lui si fa i chilometri, i chilometri, i chilometri. E arriva. Si affaccia alla finestra. Bionda, con gli occhi azzurri. Bella. Sana. Si affaccia anche il suo uomo. Biondo, con gli occhi azzurri. Bello. Sano. Anche lui. E gli consegna suo figlio, biondo, con gli occhi azzurri, gli era venuto biondo con gli occhi azzurri anche se lui era nero. Nero dentro. Il bimbo sale le scale e lui non entra, non entra mai nella casa di suo figlio, non può entrare. E salta in braccio a mamma e se ne stanno lì, tutti e tre, biondi, con gli occhi azzurri, a guardarlo, a fare ciao con la manina, dalla finestra, e lui è nero, con gli occhi neri, nero dentro, e mette in moto. E si fa i chilometri i chilometri i chilometri, con la sua febbre, con la sua tristezza. Tristezza di vedere quelli con gli occhi azzurri, biondi, stare alla finestra, mentre lui si faceva i chilometri, con la sua febbre, con la sua testa nera, nera di fuori e nera dentro. Nera.

 

Voleva ascoltare dischi di un'atmosfera che non lo lasciasse, nei prossimi giorni; e non sarebbe più uscito molto di casa, sarebbe stato lì ad aspettare gli esiti di pomeriggi solitari, non aveva scelta. Scegliere dischi, da un disco all'altro si andava con coerenza, perché c'era una parentela, tra i dischi, no? Si muoveva alla luce del fuoco e spulciava, e man mano che ne trovava uno lo tirava fuori, per ricordarsene domani, sentirli domani e cominciare stanotte, voleva sentire Joshua tree perché gli era venuta una fissa con Joshua tree, ce n'erano alcuni che non ascoltava da tempo, David Sylvian, i primi Cure, True stories, Talking heads, Billy Bragg, Nick Cave, anche i Joy Division, quella linea lì, e alla fine All things must pass, George Harrison, perché tutto deve finire.

Erano scelte eclettiche ma coerenti, era un'abitudine, lo faceva, era anche felice di essere libero di farlo e nessuno gli rimetteva a posto i dischi. E il giorno dopo, lei avrebbe fatto la stessa cosa, tirava fuori dischi e uno per uno li ascoltava, non era forse vero? 

C'era una persona sola in tutto il mondo che poteva capirlo, e lui l'aveva trovata, fanculo l'aveva trovata. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VII

 

Da più di due mesi aveva affittato la sua casa al signor Lataglia Codardo in arte mafioso licenziato dalla mala. Da più di due mesi mister Lataglia non ci dava una lira, al Richter. Richter cominciò a telefonargli e a dire che se non pagava l'affitto se ne doveva andare. Quello rispondeva che era venuta la polizia a dire che da molti anni nessuno pagava la luce di quella casa e lui aveva dovuto pagare milioni e non ci aveva soldi per l'affitto.

-E quali soldi, minchia me li devi teammè, cornutone, qui ho pagato tre milioni di luce elettrica, sottremesate. Shtronzo.

-Ma quale cazzo di polizia, mica viene la polizia a tagliare la luce.

-Beh qua è venuta la polizia, m'ha chiesto chi sono, ci ho dato un nome falso, ci ho detto Richter, ti ho salvato.

-Cosa cosa hai detto? Richter? Usi il mio nome adesso, pezzo di stronzo tu te ne devi andare! tu non paghi l'affitto e te ne devi andare. 

Cazzo io la vendo, la vendo quella casa.

Poi aveva cominciato a telefonare il Lataglia. 

-Senti non posso stare al telefono a parlare con te che trovi scuse per non pagare e non andartene. 

-Pago io e chiacchiero quanto voglio, diceva il Lataglia. 

Telefona anche il Totonno dell'agenzia, a un certo punto.

-Uei signor Richter dice mio cuggino che lo stai rompendo, cosa c'è che non va con mio cuggino?

Ci pensa su.

-Uei Richter, ti sentibbene?

-Senta Totonno, se lo ricorda il mandato?

-Alloa?

-Venda la casa, Totonno. Cacci fuori il cugino e venda la casa. Contanti. Subito, quel che riesce a vendere, ma subito, tra dieci giorni parto per l'America.

-Minchia complimenti l'America, c'ho i parenti in America.

Lo immaginava i parenti che c'aveva il Totonno in America.

Sentì un bisbigliare di persone, dall'altra parte del filo. Massì, chi se ne frega. Bisbiglino.

-Senta Richter, sarà una coincidenza, ma ci avrei un cliente che mi sta qui davanti, brava persona, sposato figlia unica, direttore di filiale, vorrebbe comprare la casa per la figlia, un domani che si schposa. Offrirebbe duecento. Il sei so' dodici milioni. 

Qualche conto. Le tasse. I debiti. Gli restava qualcosa come centocinquanta, su per giù. 

-Me lo passi, Totonno. 

Parlarono della questione dei contanti, della fretta, dei contanti. Gli era sembrato un tipo onesto. Era riuscito a comportarsi come una persona che ha una casa da vendere, una persona decente.

-Mi ripassa il signor Antonio... Senta Totonno, il Lataglia se ne deve andare. 

-Il Lataglia se ne va domani, io glielo dico stasera e lui se ne va domani, ci ho trovato una portineria, casa e lavoro, soluzione ideale, la donna la lascia alla portineria e lui se ne va in giro a imbiancare, quello gli piace imbiancare.

-Sissì lo so, gli piace imbiancare. Totonno, per quando si fa? 

-Mercoledì? Venga col documento mercoledì. Io il notaio l'avevo già preparato nell'eventualità, le carte sono tutte apposto.

Stare a pensare che gli avevano preparato una gran sola, il Totonno e suo cugino, non gli sembrò una bella idea. Che il mercato immobiliare non volasse lo si sapeva da tempo. Centocinquanta erano una mezza miseria ma c'era chi stava peggio. Erano centomila dollari in America. Con centomila dollari si poteva cominciare.

Martedì sera era lì, quarto piano senza ascensore. Il Lataglia s'era portato via tutto, frigo e lampadine, e il letto coniugale, ma ci aveva dormito il mafioso. Per terra c'era una bolletta del telefono. Indirizzata a Richter, non aveva disdetto mai il contratto. Gentile: il Lataglia gli lasciava una stecca di soli quattro milioni. Telefona all'avvocato.

-Guardi che le è andata bene, guardi che se ne è andato. Avrebbe potuto rimanere lì un paio d'anni ancora e lei la casa non l'avrebbe venduta. Io la consiglio di pagare e stare zitto.

-Grazie.

Si siede. Pensa a tutto. Pensa ai muri bianchi e nientecchiù. C'è una palla da basket, è l'unica cosa rimasta in quella casa. Prende la palla da basket, la tira contro il muro qualche volta. La palla rimbalza dritta nelle sue mani. Poi rotola da un'altra parte. Si alza, le tira un calcio, la palla rimbalza contro il muro, ruota sul piede destro e colpisce di sinistro con tutta la forza, contro il muro. Gol. E poi un altro Gol. E un altro. Nella sua casa vuota rimane lì a fare l'ultima cosa che fa nella sua casa vuota. Gioca a calcio con una palla da basket, contro i muri, a pallettate, a bombe, a sventole, a mine, a sborde, a cannonate li prende i muri, di destro e di sinistro, finché suda, suda provando a dimenticarsi di tutto, cadere in trance, cadere nell'oblio di se stesso, nell'oblio della palla, cadere e basta.

Suona il citofono.

Marietto. Ci mancava Marietto. C'aveva spesso la coca, Marietto. Riforniva le feste, Marietto. 

-Uei Richter cazzo è successo tutto vuoto qui... 

-Me ne sto andando. Faccio l'atto domani. Prendo i soldi e scappo, me ne vado in America, ci voglio dare un taglio secco, Marietto. 

Insomma stanno lì a parlare e Marietto è sempre stato generoso. Tira fuori la coca. Solo un tiro, fa Richter. Ti lascio un grammo, fanne quello che vuoi, fa Marietto. Te la tiri piano piano quando vuoi, ma bisogna festeggiare che hai venduto la casa e bisogna festeggiare che vai in America.

-Già, c'è sempre un buon motivo per festeggiare, Marietto.

Dorme lì, per terra, sopra il cappotto. Vestito. Quelle due ore che gli riesce di dormire. Si alza e va a firmare l'atto.

Il direttore di filiale.

Sua figlia. 

Tutto vero. 

Soldi veri. 

E in tasca c'ha la coca vera. 

Comincia a tirarla nel cesso del notaio. Sale in macchina. Si ferma a tirarla nel cesso dell'autogrill. Si riferma sulla Cisa. Corsia di emergenza. Arriva a casa. Apre una bottiglia di Whiskey che ha comprato sull'autostrada. Ci tira sopra un altro tirello. Comincia a stare male. Più sta male e più beve e più beve e più tira e più tira e più fuma Marlboro. Che bello. Va in bagno che gli occhi ce li ha rossi. Due fessurine rosse. Prova a vomitare ma niente. Prova a ficcarsi le dita in gola e ancora niente. Fa un altro tirello. Sigarette e tirello e due dita di whiskey. Ogni dieci minuti. Non capisce più un cazzo. Sente una vampata al cervello. Gli scoppia un alveare, al cervello. Pensa che muore. Esce per strada e si aggrappa al citofono del vicino. Quello esce, per non raccontargli nulla stramazza a terra, sta lì finché non sente l'ambulanza. Lo caricano. Gli provano la pressione, gli danno l'ossigeno. Il medico bussa al vetro dell'autista. 

-Passa col rosso, avanti, fai in fretta e vai di sirena ma fa presto.

A sentire il dottore sta peggio, la morte eccola qua, eccola davvero. 

Pera di valium. 

Dorme.

Si risveglia il giorno dopo, si sente tutto strano ma è lì. 

Due donne, stanno parlando.

-Domenica abbiamo fatto i tortellini sapesse com'erano buoni. 

-Io la pasta la tiro in casa, è molto meglio.

Si sente un grido enorme, un rantolo primordiale.

-Sta buono Dario, fa il bravo, ma che cos'hai.

AAAAAAAHHHHHHHH. Ha le cannette nel naso. Ha uno scheletro con sopra la pelle. Ha che muore. Dario. 

-Beh le stavo dicendo di domenica, la mia nipote è venuta anche lei, si è fatta proprio carina.

-E' fidanzata?

AAAAAAAAHHHHHHH. Il marito dell'altra. Ha le cannette anche lui. Stanno uno di fianco all'altro e stanno morendo. 

L'infermiera. 

Una donna sui trenta, trentacinque. Bionda. Camice bianco. 

Corto. 

Si china a controllare la flebo. Le si alza la gonna. Giarrettiere bianche. 

AAAAAAHHHHHH. 

Gli diventa duro. Cioè insomma l'ha sfangata, non è morto, c'ha in corpo un grammo di coca e uno di valium, sta davanti a due che gridano AAAAAAAHHHHH e due donne che parlano di cibo. E l'infermiera che gli rimbocca le coperte è figa abbastanza da farci sopra una sega e lui che dice non potrei andare a casa che ho solo bisogno di dormire.

-Meglio star qui, qui ci sono io. 

Rimboccando la coperta gli fa sentire le tette sul braccio, grandi abbastanza, abbastanza dure. Comincia a toccarsi che lei non ha ancora finito di fargli il letto. Comincia a godere. Sarà la coca col valium, sarà la morte scampata, sarà la vita. Sarà la morte, sarà la vita. E pensa a quanto è bella l'infermiera e a quanto sarà bello andare a trovarla questa notte mentre fa la notte. Fotterla sul lettino dell'infermerìa, aprirle il camice e fottersela tutta così senza parole.

AAAAAAAHHHHHHHH. Fa il primo che muore.

AAAAAAAHHHHHHHH. Fa il secondo che muore.

AAAAAAAHHHHHHHH. Fa Richter. E se ne viene nel lenzuolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II

 

Il volo BA 287 lasciò il sole andarsene in America e se ne andò su per la notte polare. Per un paio d'ore volò alto quanto non era mai andato, sul lato sinistro una striscia di luce rossa depositata sulla curva terrestre all'infinito indicava la presenza di un luogo dove era sempre il crepuscolo, presumibilmente a una distanza costante dalla parabola che il volo stava disegnando, sul lato destro era la notte, una luciastra grigia indicava presenza di nuvole, sotto un enorme ammasso di ghiacci e qualcosa come nient'altro, entrarono in quella notte e fecero silenzio, smarriti, saranno stati quattro-cinquecento. Non ne avrebbe rivisto nessuno, nemmeno il suo vicino di posto, non gli aveva ancora rivolto la parola. Si era infilato calze di cotone che passava la BA e cercò di addormentarsi, ma era nervoso. Guardò ancora quel crepuscolo senza fine e poi la notte polare col viso reclinato fuori, all'ingiù, e gli parve che il grande silenzio freddo che veniva dalla terra e dal cielo raggiungesse i motori dell'aereo. Fumò un'altra sigaretta e si addormentò, una californiana si lamentava per il fumo e Clint Eastwood stava per andare a letto con un agente dell'FBI che faceva parte del suo gruppo di guardie del corpo presidenziali. Tutto filava liscio, una fuga riuscita su un gigantesco aliante, anonimo, senza aggiustare l'orologio, quattro del pomeriggio ora di Londra, ma non aveva più alcun senso. Che cosa lasci, se lasci l'Europa. Un elenco di problemi. Alcune banalità. Piccole schiavitù. Frustrazioni. Qualche cosa di bello. Si svegliò dieci minuti dopo in una crisi di claustrofobia e la percezione che stava cadendo, sentì il suo corpo sospeso a undicimila metri e sudò freddo: la crisi di panico in corso l'avrebbe portato a chiedere aiuto all'hostess o a rimanere fedele alla linea materna della sua famiglia che prevedeva una sofferenza silenziosa fino alla fine? Clint Eastwood stava rivestendosi mentre squillava il telefono, era il suo persecutore, voleva uccidere il presidente e parlava al telefono con lui ogni cinque minuti. Quanto aveva dormito? Si chiese se Tess sarebbe venuta a prenderlo. Avrebbe avuto tempo o sarebbe schizzata sulle tracce dei sospetti di B.H.? Avrebbe aleggiato come una colomba nera lasciando quella storia nel suo equivoco o ne avrebbero parlato apertamente? mettendola tra quelle chiare e morte del passato in breve tempo?... .. Chiarire è un pò morire?... .. L'aereo era passato sopra il polo e cominciava a scendere sul sole, lentamente, dal lato destro ricominciava ad albeggiare, aveva attraversato una notte illusoria di due ore, il sole si rialzava lento dal crepuscolo senza essere riuscito a tramontare mai del tutto, era possibile: non abbandonare mai lo stesso giorno. Se avessero seguito sempre il sole cosa sarebbe stato del tempo? Sotto, montagne tagliate col coltello bianche e rosa, la Groenlandia, ci si poteva giocare tranquillamente a football, là in cima, e valli, distese di ghiaccio battute da venti costanti che aprivano crepacci nella direzione della loro rotta, e rocce arrotondate come fango che bolle e fiumi che disegnano serpenti annidati dentro la crosta della terra, lunghi, a perdita d'occhio, ghiacciati e arrotolati su se stessi e poi laghi, come nel giorno della creazione, nessuno ci aveva messo i piedi, mai, e strane coltivazioni  circolari dall'aspetto segreto militare o alieno, non c'era traccia di una casa, una strada, niente. E poi la California e il compagno di viaggio cominciò a parlare. Era di Brighton, laurea in fisica, aveva fatto l'ingegnere del suono e adesso progettava casse acustiche. 

Era stato nel jazz.

-E odio il jazz, disse, ma ho girato il mondo a registrare jazz per quasi dieci anni. Se dovessi dire un nome, beh, Nina Simone, una donna mica facile ma grande, la sera dell'ultimo concerto a Londra non aveva i soldi per l'albergo né per un taxi, niente, mi sono ritrovato in casa con questa donna che svuotava una bottiglia dopo l'altra chiedendomi 

-Dove cazzo mi hai portato, inglese?

-A Brighton, questa è Brighton, è casa mia.

-E dove cazzo è Brighton?

-E' a sud di... oh... lascia perdere, dimmi dove vuoi andare... 

-Non so dove voglio andare non so dove cazzo siamo! Erano le dodici del mattino e barcollava nel salotto col suo vestito di lamé d'argento e la voce più straziante che avessi mai sentito, straziava qualsiasi cosa le passasse per la gola. 

Poi ho smesso di girare, sto chiuso in casa a costruire le mie casse. 

Le montagne della California del nord, qualche nave, il mare che in America si chiama oceano da qualsiasi parte dell'America uno si trovi. Prese il bagaglio e uscì con la faccia di uno che non ha nessuna faccia.

Pensò che non ci fosse nessuno ad aspettarlo mentre usciva tra tutte quelle facce americane, pensò all'ultimo fax spedito dall'Italia: se vuoi i tuoi attrezzi telefona entro stasera, domani è troppo tardi, sarò partito. Il messaggio di uno che Pisa-S.Francisco lo fa tutte le settimane.

Trevor stava appoggiato a una colonna e Tess a un'altra. Lo guardavano con l'aria di chi mette in mostra lo sguardo di chi guarda. Trevor aveva i suoi pantaloni corti e Tess un'aria intimidita, sembrò più magra e sciupata e l'abbracciò senza strafare. 

-Così sei qui, disse.

-Così sono qui, disse.

-Felice di vederti, disse Trevor.

Guidava una Dodge blu nuova di pacca col pianale scarico della Ditta di Giardinaggio e Manutenzione Piscine dove lavorava, cominciò a correre col cambio automatico e suonare con quell'affare stupendo rigido e potente, 5000 cc, e più che grattacieli e gente di ogni razza cominciò a guardare trucks e lorries, facevano traffico: potenza, bellezza e durevolezza dell'onesta sublime meccanica celeste americana tenerezza e storia, e scivolavano su e giù sulle note di tutto quel bee-bop che Tess aveva pensato di sciorinargli nelle orecchie a titolo di colonna sonora di questa grande lunga e privata decadenza americana.

Dalla freeway che porta verso la città sul lato destro guardavano in silenzio un enorme cimitero, migliaia di croci bianche allineate nel verde tra gli alberi a perdita d'occhio su e giù per le dune riflettono la forma di San Francesco, le stesse strade, le stesse case bianche, dolce serena pulita immagine della morte scorre davanti ai loro occhi la Sanfranciscodeimorti, così come siete vissuti nei boulevard nei boulevard riposate serenamente per l'eternità. 

 

Arrivavano al Tosca mentre al di là della strada perdevano l'alone mistico le vetrine di Citylight. Era un film già visto, ma adesso ci stava dentro. Doveva fare l'inebriato e si lasciò inebriare, Tess ogni tanto gli accarezzava un braccio e gli diceva

-Così sei qui, e questa è S.Francisco. 

Brandy e cioccolata e chiacchiere col barman tra le case bianche della città bianca e il cielo, l'intenso blu che fa di Santo Francesco un posto dove poggiare i piedi mentre si levano gli occhi all'alto. Tess parla col barman. 

-Come sta Dario? 

-E' in buona salute, ogni tre settimane passa a ritirare la sua posta, incontrarlo è difficile... sai... geloso della privacy... sai... era di quelli che parla coi clienti, Dario, e adesso sembra che non voglia parlare con nessuno, la pensione è stata per lui un cambiamento di stato irrevocabile che l'ha coinvolto tutto, tutte le cose. Puoi lasciargli un biglietto, oppure parlane a Corinne, la proprietaria, viene ogni giovedì. Sì fai così, chiedi a Corinne.

-Dario... gli disse Tess, Dario era uno che dopo un pò ti chiedeva e allora, cosa vuoi da bere? e tu dicevi beh dammi un brandy e lui allora diceva oh no... tu non vuoi un brandy, tu vuoi un Martini non è vero? E tu allora rispondevi Già, perché no... al diavolo il brandy meglio il Martini... era così, li faceva parlare e capiva cosa andasse bene per lo stato della loro mente, oh non voleva affatto interferire, ma se uno era nella sua tristezza lui NON serviva un cocktail triste, per lui non c'era cocktail whiskeji brandy o cappuccino, tutto serviva solo a approfondire lo stato della mente del cliente, e non sbagliava. L'ultimo anno non diceva quasi più niente, non ne parlava con nessuno ma si vedeva: guardava i tavoli e le sedie e gli angoli del banco e pensava ai suoi clienti seduti lì nel tempo. E' buffo, ma nella storia di un cameriere c'è una sera in cui alle due servi l'ultimo brandy, vai a casa, ed è tutto finito.

Era dolce lasciarsi andare mollemente al quarto brandy senza sapere che ore fossero, tanto per lui era ormai sempre un'altra ora il tempo, dal juk box veniva musica d'opera italiana, sentirlo lì Puccini uscire dal jukbox faceva tutto un altro effetto, fuori i neon si accendevano facendo ombre di colore sulle case bianche mentre il crepuscolo disegnava contorni blu e dorati nelle finestre ovali di un palazzo d'angolo tra la Columbus e la Lombard. Scelse Duke Ellington, Puccini, Verdi per un dollaro al jukbox, tornò a sedersi al tavolo con gli altri, avevano pensato a lui:

-So che recentemente hai avuto qualche problema al cuore, ma in via del tutto eccezionale ci sarebbe una pista anche per te, stasera, forse ti può aiutare. 

Tess per prima poi lui e Trevor andarono nei bagni delle donne e zitti zitti arrotolarono un dollaro e tirarono su una pistarella bianca bianca, una a testa come bravi studenti al college la sera prima della vigilia di natale. Tess salterellava su e giù per il locale.

-Mi sento bello stonato, disse, sarà il fuso, disse.

-E forse anche il quinto brandy posso suggerire? disse Tess. 

Aveva l'impressione che Tess gli stesse in qualche modo sotto. Sto fatto che non era libera, che il tempo era un furto mentre lui ne aveva. Lasciò 58 dollari sul tavolo e uscì con loro, salirono sul Dodge e si persero per strada baciandosi nel ritmo degli anni cinquanta, Trevor guidava verso sud, passò il ponte, Emeryville passando lasciava l'impressione di una specie di enorme quartiere industriale dall'altra parte della Baia, Tess si fermò a prendere non sapeva che davanti a casa, correva come una bimba che fa le cose di nascosto, Tess abitava in quella casa di legno bassa, la seconda a destra della strada e la strada dava su una grande Avenue piena di trucks e limousine che passavano lisce da Emmeryville e finivano nelle colline della gente ricca, o molto più a sud. 

Erano le cinque del mattino sul suo orologio ora di Londra, girarono a est e furono a casa di Jude. Faceva freddo e Jude stava mettendo a letto un mazzo di riccioli biondi e un bambino di nome Adam. 

 

Pensò a suo figlio, Batman e Robin volavano e volavano sempre più in alto finché lui si metteva a ridere dicendo che quella non era una storia vera ma una storia buffa e si addormentavano nel grande letto, il padre tenendo stretta la caviglia al figlio. 

 

Fa freddo, e Michael Jackson sta parlando alla Tivù, si difende, dice non c'entro niente con la storia dei bambini. Sono ubriachi e fatti, guardano Michael Jackson che ha l'aria dell'uomo finito. Jude aveva gli occhi azzurri ed era bionda ma era triste e impaurita come lui.

-Trevor vuole lasciarmi, disse Jude, dice che vuole di più. 

Guardava Jude pensando che forse non l'aveva mai tenuta tra le braccia con amore, una donna così bella, domandandosi cosa Trevor volesse di più. 

Aprirono un paio di birre e gli chiesero di raccontare di lui e Tess. Bighellonava in giro con le orecchie aperte dalla cucina al bagno, Tess; Jude diceva che le piaceva quella storia. Tirarono giù un divano letto ed ecco tutto: quello era il letto dove lui e Tess avrebbero fatto l'amore quella notte. Tess era più bella in Italy, Jude uscì dalla sua stanza e chiese se era già tutto cominciato, lui le baciava i piedi, le caviglie, sotto le ginocchia, e quando fu alla pancia Tess disse 

-Stiamo iniziando adesso, 

-E' quello che Trevor vuole sapere, disse Jude. Tess gli lanciò un preservativo. 

Si arrotolarono in un'unica coperta e si strinsero uno contro l'altro  e fuori dalle grandi finestre tirava il vento freddo della California e il ghiaccio si formava sull'asfalto e sui vetri delle auto parcheggiate ai bordi delle strade ordinate e sugli alberi, una presa d'aria sopra il letto lanciava un getto caldo sui loro corpi nudi e così sarebbero stati, nudi uno vicino all'altro, pensava alle piccole vene azzurre disegnate sotto la sua pelle bianca e trasparente e la stringeva, e i loro respiri si confondevano e non ebbero il tempo, non avevano mai avuto il tempo di capire che questa era l'ultima la sola e più profonda ragione per la quale lui aveva buttato tutti quei soldi e attraversato la notte polare e la Groenlandia e il Canada e la California del nord e il Tosca e Emmeryville e la casa di Jude: perché dormivano bene, insieme, come due cani avvolti uno nell'altra. Due o tre volte lei si girò nella notte e due o tre volte lui si svegliò stando lì ad ascoltare il suo respiro arrotolandosi tra le sue gambe e aderendo alla sua schiena e il suo corpo pallido e nervoso fu l'unica cosa con cui scaldarsi, quella notte e da molti anni.

 

 

-Mi è piaciuto tutto, tutto quello che mi hai mandato, tutte le lettere.

Stava in piedi fuori dall'uscio della casa di Jude fumando una Lucky dopo l'altra, le scale aperte di un piccolo condominio di quattro appartamenti spazzate da un vento gelido alzava un pulviscolo ghiacciato, il pianerottolo dava su un piccolo giardino. 

-Oh mi è piaciuto! disse ancora dopo un minuto di silenzio. I mugolii di Jude raggiungevano la strada, poi silenzio, poi di nuovo qualcosa che lui e Tess fecero fatica a stabilire se fosse un vagito di donna che si consuma in un orgasmo interminabile o un pianto disperato. Adam stava seduto a un metro dal televisore guardando un video come tutti i bambini come lui del mondo mentre i grandi finiscono le loro cose, fanno un caffè, si lavano. Abituato ai mugolii di mamma.

Tess stava fuori a fumare e lui non aveva il coraggio di andarle vicino, era con lei e quella era l'America, era tutto più vero e più definitivo. Tess ripeteva come fosse un ritmo jazz suonato con le spazzole sul charleston

-What to do what to do what to do... 

Prese una decina di preservativi e li lanciò sul letto.

-Non si sa mai, potremmo anche rivederci, oppure non ci rivedremo e potresti aver bisogno di preservativi.

Trevor prese la Dodge e andò per il suo giro di piscine, il ghiaccio aveva fatto saltare qualche tubo.

Jude girava senza trucco, il destro dei suoi occhi algidi sembrava stanco, lievemente tumefatto sopra lo zigomo. Emanava calore, gli passava vicino e gli lanciava vampate da un corpo che non aveva uguali, non c'erano tette più belle e più innocenti delle sue e Jude le portava a spasso dicendo

-Sono dispiaciuta, sono così dispiaciuta per tutto quello che sta succedendo, colle mani all'altezza del viso le dita lunghe piegate sulle tempie, in mutande.

-Jude, sei così gentile... 

Trevor aveva fatto l'amore con lei quella mattina, poi l'aveva picchiata. Lei aveva pianto e lui si era scusato e lei non aveva avuto il coraggio di dirgli niente, nemmeno quanto fosse stronzo, girava per casa chiedendo perché le storie finiscono, chiedeva se era successo anche a loro di vivere una storia che comincia sotto i migliori auspici e poi resta solo sesso e la ricerca ossessiva di un piacere sempre più distante e distante.

-Lascialo Jude, disse Tess. E vedrai se ti cerca. Ma lascialo sul serio. 

Si può vivere amando qualcuno che se n'è andato tristemente, si può farlo, è meglio che stare lì a farsi picchiare e sbattere cercando di rabberciare una cosa che giorno dopo giorno chiude tutte le porte sui tuoi sensi, finché non senti più niente, niente quando ti scopa e niente quando ti picchia e ti insulta perché lui vuole di più. 

Lascialo duro, lascialo sul serio. Cambia casa.

-Oh cerco di tirare su questo bambino meglio che posso e di mandarlo a scuola. 

Diede un occhio ai disegni di Jude. Un autoritratto nudo con occhi più violenti di quelli che Jude sarebbe mai stata capace di tirare fuori...  uno di cinque junkies neri mezzobusto, matita, di precisione iperrealista,  al centro stava quello cieco da un occhio, un occhio bianco, il candore del foglio in quel punto centrale illuminava tutto il quadro, erano migliaia e migliaia di segni a matita e non c'era un segno di gomma, niente. In America c'erano persone come Jude: bella, da fare impazzire, da commuoversi al pensiero, le sue gambe e pancia e tette e occhi e bocca e capelli erano così belli ed era sola, tirava su un Adam che prendeva la mano di qualsiasi maschio adulto e Trevor la sbatteva e la picchiava, e lei stava lì, a prendersi tutto pur di tenersi lui. 

-Ti piace?

-Trovo che è bellissimo.

-Pensi che ho qualche possibilità come pittrice?

-Penso che hai un casino di talento.

-Trevor dice che non ho chance, che disegno come una stupida studentessa di una stupida scuola d'arte.

Piangeva come una bambina triste e sexy. Salirono sulla sua Honda nera e cominciarono a vagare per superstrade e colline e ville troppo care per loro finché vicino a una stazione Bart entrarono in una tavola calda. Fame, eggs and bacon, patate fritte, frittata, Jude mangiò dal piatto di Adam. Due chiacchiere con la cameriera con la faccia da attrice di serial basso costo circondati dalla classe media americana che mangiava e mangiava. Fecevano fatica a trovare l'ingresso della stazione Bart. Jude disse

-E' tutto così grande in America; e infine li lasciò, al loro destino, lei tornava al proprio; Tess aveva addosso una giacchetta di cuoio caffelatte con uno strappo sulla spalla destra, niente di buono nello sguardo.

 

Poi Jude aveva preso Adam: suo figlio che saluta con la mano come Adam poggiando il corpo al fianco della madre che se lo porta via. 

 

Aspettando il treno che li riportava a S.Francisco Tess parlò di affari.

-Non ho una lira. Per dirla più precisamente ho meno di una lira. Le nostre cornici sono certamente le migliori. Peccato che le facciamo a Emmeryville, dove nessuno vuole spendere quel che sarebbe giusto per incorniciare le foto di famiglia e il primo acquerello del nipote che va all'asilo. Abbiamo provato a spostare il giro di clienti verso S. Francisco ma le consegne fanno salire troppo i prezzi, siamo fuori mercato. Aprire un negozio in città non è nemmeno da pensarci. E poi non è questo. E' che B.H. si è bevuto ventimila dollari, riesci a farti un'idea? ventimila dollari in bottiglie di gin, vodka, whiskji e quando è in buona Beaujolais d'annata, perché bisogna celebrare. Lo guardo e penso che l'unica cosa che si possa celebrare qui è la nostra rovina. Così ho bisogno di ventimila dollari per pagare i conti di B.H., altri ventimila per pagare i debiti residui del negozio; e ventimila per il divorzio e dare a B.H la buonuscita, se gli parli di soldi traduce in bottiglie e diecimila possono bastare per un pò;  suppongo di altri quarantamila per andare a combinare qualcosa da un'altra parte. Non so neanche quanto fa, non riesco a fare un conto all'apparenza così semplice al quale penso giorno e notte. Ti avevo detto di non venire in California. Se fossi in te prenderei il prossimo volo per New York.

Non aveva molto da rispondere, pensava ai centomila dollari che aveva in tasca, avrebbe potuto pagare tutto e sparire con lei per una luna di miele che sarebbe finita molto presto. 

Salirono sul treno e lui le chiese:

-Per il resto, sì insomma a parte questo tu come stai?

-Il resto non è molto, direi che non esiste, quando B.H. è intorno non riesco a combinare nulla, si litiga in negozio come furie, quando un cliente entra la mia faccia non è esattamente quella che un cliente si aspetta di trovare in un negozio.

-Pensi di essere innocente? Le chiese  alla stazione di Pleasant Hill.

-Certo che no. E parlando razionalmente dico che si potrebbe parlarne razionalmente ma parlarne razionalmente è impossibile, B.H. è sempre ubriaco e parlare significa litigare, così cerco di stare zitta, quando sto zitta va meglio. 

Walnut Creek, Lafayette, Orinda. Aria fredda, montagne grigioverdi, grandi vetri, le linee Bart sono sempre in orario.

-Non pensi che beve perché è depresso ed è depresso perché va male con te? 

-No io penso che ha a che fare con tutta la sua vita, tutta la sua vita è piena di morte. Suo padre è morto quando era bambino e poi è morta sua sorella gemella e anche la sua ragazza è morta in un incidente d'auto, per fortuna almeno quella volta guidava lei e l'ubriaco era quello che li ha centrati con il camion, e il suo migliore amico sta morendo di AIDS in ospedale e adesso è morto anche il suo cane. Sembra la trama di un grottesco noir ma purtroppo è la stupida verità. E allora beve per questo e perché si sente in colpa perché lui non muore, non è riuscito a prendersi neanche l'AIDS e quel che gli resta da fare è cercare di distruggere almeno questo matrimonio e me il suo fegato e il suo cervello, distruggersi il cervello è diventato lo scopo più nobile della sua vita. 

Rockridge, MacArthur. Tess scendeva lì, alla MacArthur c'era la sua macchina, tornava a Emmeryville, al suo negozio e alla sua angoscia.

-Comunque senti, questo non è un paese fatto per la filosofia, in quanto a questo vale poco più di zero. Qui ci si sbatte, l'unica cosa che sai è che vai avanti coi denti e col culo, si cambia casa e lavoro e uomo e ambiente, e chi gli brucia la casa deve solo sapere dove e come si ricomincia, dallo zero, e chi non ha l'assistenza medica deve sapere come fare a non finire in ospedale e scegliersi un posto carino per morire, questo è il suo problema. Sono milioni a vivere così, facendosi ogni sera un letto tra una Buick e una Dodge, una Christler e una Cadillac.

Rimase sul treno e la vide sparire sulla piattaforma numero sei, non si voltava a salutarlo, si mangiava le unghie della mano destra accartocciata. L'avrebbe richiamato, le aveva lasciato l'indirizzo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II

 

Serghej Kaushiswili era un ebreo georgiano emigrato negli Stati Uniti che spesso veniva a fondere i suoi bronzi a Pietrasanta. Era l'uomo più bello che conosceva. Gli aveva prestato duemila dollari e stava andando da lui sperando che li avesse. Scende al Civic Center con la valigia sulla spalla e si trova lì solo senza un'idea precisa. Tira vento caldo da sud. Vedendogli la borsa ogni tipo di junkjie lo ferma per una sigaretta e qualche spiccio. Comincia a rispondere, 

-Ho le scarpe che porto e questa borsa. E sto partendo. 

All'incrocio tra la Settima e la Market gira a sinistra e siede ad aspettare, insieme a un pazzo che assomiglia a Isaac Hayes e un rasta bianco con orecchini dappertutto, una vecchietta gli chiede l'ora e lui le dice quella di Londra che aveva appesa al polso. A un bianco elegante chiede se il dieci passa di lì e il rasta bianco chiede al driver nero se andava a Santa Rosa, una nera esce da un Seven Eleven e grida

-Mark! Ehi Mark! Dove cazzo stai andando?

-A Santa Rosa. Sto via una settimana ma questo fottuto 80 non ci va, devo aspettare.

-Divertiti a Santa Rosa, Mark!

-OK farò il possibile. 

Entra in un MC Donald, paga una birra e un Burghy e si siede al sole, il nero che assomiglia a Isaac Hayes parla da solo a ritmo di blues, e tanta gente passava senza diventare mai una folla, tutti soli con ampi spazi intorno tra uno e l'altro, poco traffico, caldo, si toglie la giacca, conta il denaro mentalmente e pensa che avevano quaranta, cinquanta, sessant'anni, e le rughe disegnavano facce di gente che aveva tirato dritto per la strada, e forse non se ne erano nemmeno accorti in quel paese senza filosofi ma pieno di scrittori macchine aerei e musicisti blues. 

Sale sul dieci e il dieci scende giù, lento per la Van Ness, gira a sinistra nella Lombard ed esce piano dalla città, abbassa i giri del motore salendo il Golden Gate rosso nell'azzurro e nel blu, a sinistra scogliere grigioverdi e sulla destra Alcatraz: un tempo si doveva vederle le facce appese alle finestre di chi va a morire, perciò state attenti, liberi figli di un paese libero, Alcatraz fa ancora la sua impressione, cazzo se ne fa.

Dalla radio la musica faceva I'll remember you, I'll remember you are the one who told me i love you, Chet Baker e jazz, circondato dal jazz gli viene in mente di non averle mai detto ti amo, di non averle chiesto se l'amava. 

Sale una donna, impermeabile verde e bella faccia stretta in foulard di plastica trasparente. 

-Voglio scendere alla junction di Mill Valley, prima del ponte, proprio di fronte al Pizza Pie perché è lì che devo andare OK?

-Si sieda e si rilassi, so dove deve scendere. La vedo scendere ogni sera.

-Mi raccomando... quant'è il biglietto, un dollaro?

-Uno e venticinque.

-Uno e venticinque? oh mio dio uno e venticinque... se fosse un dollaro o ancora meglio 25 cents sarebbe più semplice ma così, con l'autobus a cinquanta miglia, prima una banconota nella fessuretta e poi un quarter nel buchino non ci riuscirò mai ho paura di cadere.

-Quando saremo fermi alla fermata lo farà, adesso stia seduta e si rilassi. 

-Oh non voglio cadere, non voglio cadere mai più... al Pizza Pie, mi raccomando.

-Stai solo seduta e rilassati non può succederti niente, niente di male. Al Pizza Pie, certo, al pizza Pie sulla Junction per Mill Valley, prima del ponte. 

-Mi raccomando, proprio davanti al Pizza Pie, non voglio scendere sul ponte OK? Ma proprio al Pizza Pie.

-Ti farò scendere proprio lì davanti al Pizza Pie.

-Tieni un dollaro intanto.

-Non posso prenderlo adesso, sto guidando.

-Guarda l'hai quasi preso allunga un pò il braccino.

-Non posso! Siedi e rilassati.

Stava seduta sul sedile dei disabili, il posto migliore, si vedeva tutto.

-Sei disabile?

-Pardon Me?

-Ho detto sei disabile? Sei seduta nel posto dei disabili sei disabile o sei sorda?

-Ho solo paura di cadere, se devo camminare fino alle file dei non disabili potrei cadere, rompermi il femore, allora sì che sarei disabile.

-Io SONO disabile, disse l'uomo.

-Oh no no, che guaio, dio che brutto guaio mi dispiace... beh adesso mi alzo, quando finisce la curva mi alzo e vado là dietro,  ecco pronti...  e via!

L'autista prende un'altra curva e l'impermebilino verde finisce sulle ginocchia di Richter.

-Oh mi scusi mi scusi tanto... 

-Non importa non è niente... 

-Non importa non è niente... non importa non è niente... ma lei... lei è italiano... 

-Sono italiano... 

-Dio mio... l'Italia... negli anni cinquanta stavo su una Vespa venivo da La Spezia e andavo a Firenze. Beh stavo su questa Vespa che guidava un marinaio che avevo conosciuto a Genova e stavamo bene, stavo attaccata a lui e parlavamo e ridevamo e quando non si parlava sentivo che quella notte a Firenze stanchi per stanchi avremmo fatto l'amore tutta la notte e poi facciamo una curva e cosa c'è? Un tipico matrimonio italiano con i tavoli in mezzo alla strada e noi con questa Vespa ci infiliamo dentro i tavoli, un vero macello, siamo finiti in terra davanti al tavolo degli sposi con bambini feriti e sangue che imbratta calze rotte. Insomma io mi sono sbucciata qui e là e dico oh mio dio non parlo italiano e mi portano al pronto soccorso e il medico aveva studiato negli Stati Uniti. E' stato lui a dirmi che il mio bel marinaio era morto. Così non ho visto Firenze e non ho mai avuto un boy friend italiano. Erano gli anni sessanta.

-Stavo nascendo, credo.

-Hai un figlio?

-Uno. 

-A Mill Valley vai alla Biblioteca e non dimenticarti di prendere un libro scritto da un uomo che ha cominciato a scrivere sui settant'anni, è un libro meraviglioso per bambini che si chiama Beever Skin the mountain man. Sì, un libro fantastico sui castori, su come fanno le case e tagliano gli alberi eccetera.

-I castori erano gli animali che amavo di più da piccolo: i castori, l'armadillo e l'ornitorinco, ma i castori li amavo più di tutti e sognavo di essere David Crockett non so se mi capisci.

-Bisogna insegnare ai bambini a vivere come gli animali, la vita delle formiche è molto istruttiva per un bimbo.

-Ho sempre preferito le cicale.

-Conosci le favole antiche? ma certo, sei italiano. La cicala è così italiana, così romantica... 

-Beh canta tutta l'estate e poi muore, è generosa, la formica è stronza.

-Terribilmente romantico.

Marine City, si saliva un pò tra le colline e si vedevano le luci delle case scendere verso valle e più lontano luci sempre più rade e fioche fino alle brulle montagne della California e buio. Parlavano del cinema italiano e di Fellini, lei parlava dei Clown e lui parlava de La strada ed erano arrivati. Sull'angolo della Juncion tra la strada che prosegue verso San Anselmo e la costiera che attraversa le sequoia lui le diceva che l'aveva rivisto un mese fa e poi era uscito nella pioggia ed era andato a un bar a parlarne con un'amica argentina innamorata del cinema.

-Così bello, così semplice, così poetico, così amore e morte e così originale... 

Si guardarono un pò, forse lei sperava che andasse dalla stessa parte e lui pensava di andare da quell'altra. La guardò in viso, aveva gli occhi blu, giovani e dolci, i capelli bianchi, tanti capelli bianchi, si era tolta il foulard trasparente con un gesto sensuale e adesso stavano per dirsi addio è stato un piacere, ma lo percorre un brivido strano e le accarezza i capelli morbidi e bianchi e la bacia e sente la sua bocca calda giocare felice nella sua.

Poi lei lo guarda e dice

-Hai mai visto The red baloon?

-Oh mio dio... Il palloncino rosso...  è il primo film che ho visto, l'ho visto con mia madre, avevo quattro anni. Non potrò mai dimenticare.

-Già, unforgettable. Addio.

 

124 Shoreline NW Sausalito, California 94751. Serghej Kaushiswili abita qui. Davanti al cancello di legno che divide la strada da un giardino secolare in salita pensa a sua madre e un bambino che guarda un palloncino rosso salire tristemente verso il cielo, era tutto quel che ricordava del primo film della sua vita, insieme al fatto che aveva provato la tristezza, un sentimento caldo. Pensa a suo figlio che un giorno gli telefona e gli dice sono andato in un posto dove c'erano tanti bambini con le mamme e i papà e c'era una big big big tivì! Dunque l'aveva portato al cinema. 

Serghej viene al cancello, un uomo con le mani sporche di grasso, la stessa faccia di Maxim Gorkyi salvo i baffi ma gli stessi occhi d'oro cha scavano profondo e carne scura con una vecchia tuta blu, un sorriso solo; lo fa salire per i viali parlando del giardino, a destra quasi appoggiata all'alta staccionata una vecchia Buick nera con il cambio automatico. La staccionata aveva cominciato a piegarsi e cadere qualche anno prima che Serghej la comprasse insieme al giardino fitto di piante e siepi antiche. Una Chevrolet 56 rossa e beige era morta lì  e stava sontuosa e dignitosa come un bonzo americano, lì era planata con una targa del New Jersey: oltre la costa non c'era altro che Pacifico non c'era più niente da fare ed era morta. 

Un giardino indiano abbandonato a Sausalito da una coppia in crisi. 

-C'è un grande potenziale in questa proprietà, ma anche un sacco di lavoro. Comprare la casa di due che si separano è un ottimo affare. Questi erano pure vecchi, volevano solo vendere, dividere e andarsene in pace da un'altra parte, lontano da qui, capisci? Bisogna seguire un pò i tribunali se si vuole comprare una casa: aste, fallimenti, divorzi, tutto buono.

Lo conduceva su per un sentiero dolce tra gli alberi fino alle quattro costruzioni a un piano immerse nel verde cupo delle piante. Nella più grande la cucina e un salotto e la sua stanza, più in su la stanza dove avrebbe dormito Rchter, più a destra il bagno, tutte case di legno di sequoia, bagnate da una luce che non aveva mai visto, neanche nei film più belli c'era una luce così. 

-Qui faccio lo studio, sto facendo una piccola fonderia. 

Aveva tirato via le pareti al bagno per rifarle e divelto i tubi. 

-Mi dispiace ma si caga così, a cielo aperto, si prende l'acqua a un rubinetto e la si butta nel cesso, con una certa arroganza, mi raccomando, cerca di pensare che qui l'inverno è mite, non avrai freddo.

-Vado a cagare.

-Ci vediamo dopo. In cucina c'è Flora con suo padre, mi sta aiutando a rifare la casa.

Vicino al cesso c'era una rivista: comincia a leggerla spingendo, dove andare al cinema e perché, chi era l'artista più vicino all'obbiettivo, dove comprare un'auto a 500 dollari, è libertà la TV? più sei schiavo più sei libero con tutti quei canali, Nastassia Kinskyi rilasciava un'intervista e Derek Jarman aveva fatto il suo ultimo film chiamato Blue, tutto blue come il colore che vede un uomo che perde la vista perché sta morendo di AIDS, e Doc Watson era un folk guitar player al quale si era recentemente ispirato Dylan e Lucien Freud era effettivamente un pittore eccellente e lo veniva a sapere cagando in quella stanza aperta ad ogni eventualità, a quella che si mettesse a piovere e quella che il vicino di casa si mettesse a chiacchierare con lui per sciogliere un pò l'imbarazzo mentre lui spingeva, spingeva e leggeva, poi va in cucina. Serghej non lavava un piatto da tempo, non usciva di casa e stava lì a lavorare, aveva fatto una mostra, aveva venduto bene e si era rifatto tutti i denti. Sua madre gli aveva mandato tremila dollari da New Orleans perché si ricordava di quando la casa l'aveva fatta lei e così aveva soldi per tutto, c'era un tavolo rotondo e pentole e pattume e polvere sul CD player e sulle cassette video, e sparsi qui e là meravigliosi attrezzi di una tecnologia obsoleta. 

-La tecnologia obsoleta ha qualcosa di meraviglioso, di poetico. Disse Serghej. Negli anni cinquanta da queste parti avevano attenzione solo per la funzionalità e ne è venuto fuori un design del marchingegno di puro fascino e non se ne rendevano nemmeno conto, scaldini per il letto e boiler e cucine a gas e falciatrici che diventano poltrone e motori buoni per ogni uso. Sono sculture, adesso, puro design buttato fuori dal mercato, vale a dire bellezza, basta guardare. Questi ingegneri sono scomparsi senza lasciare scritto il loro nome.

Stava tutto lì, ammassato nel giardino insieme a macchinari per le analisi del sangue e la dialisi.

-Ho comprato un container dell'esercito americano, i militari qui stanno sul mercato come qualsiasi altro, così la roba vecchia la vendono a comuni cittadini, volevo comprare attrezzi per costruire la casa ma insieme mi hanno mandato tutta questa roba. E questi macchinari che vengono dall'ospedale militare di qualche posto nel Tennessee, prendere o lasciare.

Serghej li aveva lasciati nel giardino insieme a montagne di bottiglie vuote e casse di brandy tra le foglie morte, e tutto intorno quel giardino indiano silenzioso, crepuscolare e macchiaiolo e in definitiva americano, fatto d'ombre d'inverno.

-Ho comprato un niente, ho comprato un giardino. 

Aveva sonno e fame.

-Ti dispiace andare a comprare una bottiglia di brandy?

-Non è chiuso?

-No. Attraversi la strada e lì c'è un supermercato enorme aperto ventiquattro ore ventiquattro. Una bottiglia di brandy la trovi a qualsiasi ora del giorno e della notte. E' il mio guaio. 

Esce, attraversa la strada. Si sentiva come un polacco povero che attraversa l'Europa ed entra in un supermercato tedesco, stava lì a guardare le patate, patate rosse e nere e bianche e blu, spezie da tutti i continenti, e la verdura! oh la verdura rigogliosa e lussureggiante! avrebbe voluto innalzare un inno alla verdura americana e alla pasta di tutti i colori e fogge e ai quintali di riso e alle oche, anatre e pesci freschi e surgelati, quintalate di pesci dall'oceano generoso e un carme ai polli e alle bistecche alte come polli, e ai formaggi alle insalate già pronte e ai vini della California e al latte, latte di ogni tipo di grassezza, pane francese e pane toscano e arabo e elementi per cucina indiana messicana thailandese giapponese cinese africana e colori infiniti e le sigarette e i preservativi e i giornali e mise giù trentadue dollari alla cassa e si portò via due bocce di brandy in un sacchetto di carta, entrò in cucina e dalla radio Julie London e Chet Baker, Billy Holliday e tutta la lista dei bluesman migliori e pensò che era in America. Ya-hoo.

Flora stava cucinando e chiacchierava con suo padre. Brevi cenni di saluto, poi si continua.

-Da dove ti viene questo senso che è così e non c'è niente da fare? Avanti, cerca di dirmelo papà... questo senso del destino come una cosa piatta, una malattia ereditaria che non è possibile evitare... 

-Non c'è niente da fare, Flo, perché le cose stanno proprio così... prendila com'è...  dico che io da cinquantanni vivo al di qua di una staccionata e lì sopra c'è scritto Questi sono i confini della bravura e del coraggio  e io vivo qui in questo NO nero e lì davanti a me c'è questo SI bianco; lo dico alla maniera dei simbolisti francesi alla Rimbaud capito? non mi si fraintenda, c'è la gamba di Achab e c'è il biancore della balena bianca e c'è la linea della costa della California che è lì e non c'è niente da fare, l'America finisce qui, l'Oceano o il Messico, prendere o lasciare, e poi c'è l'AIDS faccio un esempio, capisci quel che voglio dire? 

-Adesso cosa c'entra l'AIDS! Puoi farcela se vuoi papà, sei ancora giovane papà, OK la mamma è morta e tutto, ma questa è ancora l'America non credi?

-Tu vieni dall'Europa, bambina mia, tu vieni dall'Europa. Tua madre era francese e a te è rimasta attaccata addosso l'Europa. Che è un posto dove ci sono teologia e filosofia e psicoanalisi che sono tutti modi per cambiare il corso della vita chiacchierando. Ma qui qui si può solo sfondare, è un fare con regole del fare l'America no? Queste sono le regole se vuoi vincere devi superare le regole stando nelle regole se ce la fai questa si chiama vittoria; oltre la vittoria non c'è niente, il nulla.

-Bullshit. Siamo un paese puritano anabattista e quacchero e schiavista di schiavi liberati. Questo sia detto fondamentalmente. E tu fai parte di quelli, papà, sei uno wasp. White anglo saxon protestant. Gli altri, quelli che magari possono parlare come parli tu, dico gli ispani i sudamericani i messicani portoricani cubani italiani ebrei russi e arabi polacchi e africani ma soprattutto filippini e vietnamiti e cinesi quelli sono venuti dopo. E noi puritani questo senso del limite ce l'abbiamo forte, molto forte, qui abbiamo dovuto guadagnarci la terra, andare oltre, conquistare in lunghezza quello che in Europa non eravamo riusciti a guadagnare in altezza, qui dovevamo essere dinamici, per servire dio. E tu hai smesso di essere dinamico il giorno che la mamma è morta e hai smesso di servire dio. E te ne stai a bere con gli ispani. Se non ci fosse questa casa da rifare e Serghej che ti dà lavoro extra... oh papà.

Mangiavano, e Serghej stava zitto. Serghej stava quasi sempre zitto. Otteneva le cose senza chiederle, gli bastava stare lì col suo fascino di immigrato giorgiano. Flo se ne stava lì con le sue gambe lunghe, gli occhi neri, i capelli neri, i denti bianchi e le sue tette grandi grandi. Quando il bicchiere si svuotava Serghej lo riempiva fino all'orlo di brandy, poi il suo e quello di suo padre. Pollo con gli zucchini e brandy.

-Sono una donna terribilmente noiosa, disse Flora come a se stessa. Non bevo e non fumo.

Guardavano quest'uomo di sessant'anni che faceva il fattorino in una ditta di consegne rapide a Sausalito e aveva dato i natali ai più begli occhi neri della California del nord, Serghej le accarezzava la schiena con la mano grande e forte, mentre quest'uomo solo aveva bevuto tutto il pomeriggio piantando chiodi e mangiando questa zuppa di pollo pasteggiava a brandy e sentiva d'essere ubriaco, si mette a piangere e Flo dice adesso ti accompagno a casa. Partono, vanno via in silenzio una curva dopo l'altra fino a una strada di Sausalito alto. Fermi davanti casa. E lui sta chiuso in macchina tra le sue braccia a piangere davanti alla porta, fa fatica a entrare, e dice:

-Lo so che è ingiusto dirti così, ma hai lo stesso odore di tua madre, Flo, lo stesso dolcissimo profumo umano di pelle bianca come il latte, e quando mi stai vicino non è che perda la testa, è che vado via nel tempo. Non mi sento finito Flo, ma lei mi manca da morire, ogni giorno e ogni notte, e questa è la vigilia di natale e io voglio benedire dio che ha dato tua madre a un poveraccio. E se poi me l'ha tolta è perché forse la voleva lui. Flo. 

La luce intermittente di un Seven Eleven illuminava le loro facce e i fari gialli delle auto in transito e i lampioni. Il padre aprì la portiera della vecchia Buick nera di Serghej e disse

-Tientelo stretto quel ragazzo, Flo, è un bravo ragazzo e ti ama.

-Buon natale Slim, gli disse Flo.

Aprì il cancello della sua casetta e il vicino di casa fumava una canna sul terrazzo e disse

-Cazzo! Slim! Hai rimorchiato grosso questa notte! 

-Fanculo Steve, vattene a fanculo. 

Steve si alzava ridendo, buttava il filtro nel giardino di Slim e non faceva in tempo a vederlo cadere con la faccia nelle foglie d'autunno, lì nel giardino dove un tempo stava a chiacchierare con sua moglie. Non aveva più il suo salario d'autista. La vigilia di natale era un momento classico per licenziare, e lui era stato licenziato.

La mattina dopo si sarebbe alzato e non avrebbe fatto a meno di notare che la baia era d'argento fino alle colline, che, viste da Sausalito, a quell'ora sono sempre d'argento. Nondimeno, questo non sarebbe bastato a distoglierlo dall'idea di impiccarsi.

Cosa che aveva fatto all'alba della vigilia di natale, appendendosi alla cinta dei calzoni, seguendo un cliché dopo l'altro.

Flo se l'era sentita. Andando verso la città per comprare del salmone fresco era tornata a casa sua e l'aveva trovato caldo. Il vento faceva ondeggiare il suo corpo lievemente. Impiccarsi è tremendo, a morire ci si mette un sacco. 

Non sapeva nemmeno bene perché, ma guardando il padre appeso al trave del soggiorno aveva deciso di lasciare Serghej al suo destino. Faceva l'avvocato, Flo, in uno degli studi più importanti del centro faceva il giovane avvocato e aveva un sacco di chance, con quella testa e quel fisico avrebbe fatto la sua strada. Ma non era questo. Le piaceva lavarsi sotto la doccia all'aria aperta e farsi scaldare nelle lenzuola di Serghej e nel suo alito di brandy, le piaceva il modo in cui Serghej la prendeva tutte le sere, senza parlare, le piaceva il modo in cui le mani piene di calli di Serghej le afferravano le tette in un misto di dolcezza e forza che le faceva male, e bene, le piaceva stare a ridere con la testa appoggiata al petto di Serghej, dopo. E le piacevano i tipi che parlano poco, sembra che non facciano niente e stanno sempre facendo qualcosa, le piaceva guardarlo cucinare e le piaceva Serghej. Ma qualcosa le aveva detto di lasciarlo, ed era tutto più definitivo e più semplice perché non avrebbe mai sentito il bisogno di spiegargli perché, né lui l'avrebbe chiesto. 

Quando lo viene a sapere, l'italiano guarda Serghej: sta scolando il fondo di una bottiglia di rum e lui sente di essere di troppo 

-oh no, no, stai pure tutto il tempo che ti pare. C'è un messaggio per te sulla segreteria. Da parte di Tess. 

-Pigia il bottone verde in alto a destra

-Da parte della fonderia Pollock. I bronzi sono pronti. Lunedì può venire per le patine. Buon natale, signor Kaushiswilji.

-Così adesso mi hai visto nel mio environment, hai visto un'altra Tess, e non so dirti quale sia quella vera. Ti aspetto a mezzogiorno nella hall dell'Hôtel Wyatt. Prendi un Ferry a Sausalito. Scendi all'ultima fermata, sotto il Bay Bridge, sali trecento metri a piedi e quello è il Wyatt, non puoi sbagliare.

-Serghej mio padre è morto impiccato. Non cercarmi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III

 

La hall del Wyatt è un immenso androne vuoto e nero, con ascensori di vetro che salgono veloci e silenziosi al ritmo di Vivaldi, Bach, Boccherini. Spread out in such a space.

Un brandy. Seduto su una poltrona di cuoio rosso, si è comprato un cappello, ha cominciato a parlare coi mendicanti della Market Street, di dollari e d'amore. Ha messo la mano sotto l'acqua della fontana della hall che deborda lieve come un velo e si lascia cadere sottilissima e densa come un'ala di metallo. Prende un foglio e le scrive una lettera stupida.

 

Un giorno vorrei stare sotto un albero ad ascoltare la storia della tua infanzia. Sei bella quando parli del Giappone. Ti sto aspettando in questi diecimila metri cubi di vuoto.

 

Si lascia cadere il berretto irlandese sugli occhi e si addormenta. Si sveglia al suono di una voce che annuncia messaggi delicati per i clienti dell'hôtel vaganti nello spazio. Torpidamente. I fiammiferi dello Wyatt Hôtel, una carta della città. Un bicchiere di Martell vuoto, un posacenere con qualche cicca. Prende UNA scatola di fiammiferi del Wyatt e se la ficca nella tasca della giacca. La sua giacca. 

UNA scatola.

E la dimentica lì. 

 

Tess camminava lentamente, passo leggero, alzando le caviglie, il passo della scherma, la duellante lo cercava con lo sguardo. Non fece un cenno, aspettò che lo vedesse. 

-Oh sei qui... credevo che non saresti venuto, hai preso il ferry? Hai messo la mano sotto l'acqua? So che l'hai fatto. Ti sei bevuto un brandy eh? Che bel cappello. Cosa hai fatto in questi giorni dimmi, avanti dimmi. Oh ti sei comprato una borsa nuova, ne avevi bisogno. Posso vedere? Ah...  il dizionario delle espressioni idiomatiche che ti ho regalato...  ti serve? Bene. E un quaderno americano, e cos'altro? Il viaggio nella S. Francisco di Dashiell Hammett, è un bellissimo libro.

-L'Ulisse di S. Francisco. O le istruzioni per scriverlo. 

Su di giri.

-Beh cosa hai fatto? 

-Mi sono bloccato in un piccolo triangolo tra il Tosca, il Caffè Trieste, il Vesuvio. Il Tosca ha chiuso per le feste, al Trieste non si può fumare e così mi sono fermato al Vesuvio a bere brandy e a chiacchierare con una peruviana che fa Paula di nome. Al terzo giorno il barman ha cominciato a salutarmi.

Niente di Serghej, niente di Flora, niente di Slim e niente del fatto che Jude gli aveva scritto il suo telefono sul conto del bistrò. Non sapeva perché, ma queste cose non voleva dirgliele, traccia una possibile linea di fuga, evita ogni dialogo sui sentimenti.

Una luce sinistra negli occhi neri, l'iride nero occupa lo spazio della cornea. Carica, d'entusiasmo e di calda bile nera. I festeggiamenti per il santo natale cominciati bevendo parecchio, lei e B.H., tentativo di ammazzare temporaneamente il senso di colpa per il sesso extra. Senza risultati apprezzabili, a giudicare dalle borse sotto gli occhi. Sottili vene rosse all'attaccatura del naso e sulle gote. 

-Baciami, baciami adesso. 

Sentì i suoi denti e lo morse sulle labbra. 

-Mi fai male, stronza.

Era il suo modo di baciare.

-Mi ecciti. Non so perché ma mi ecciti. Puoi toccare, nessuno ti vede, puoi toccare, toccami lì. 

Appoggia il gomito alla coscia e il mento sulla mano. Con l'altra scivola tra le sue gambe, fino alla fine. 

-Faremo l'amore in un cesso?

-Fino a che ora? 

-Hai uno di quei preservativi?

-Ne ho sei, gli altri ci ho fatto palloncini.

-Andiamo su, c'è un ristorante su.

Camminavano in un'estasi narcotica sospinti da un'acidità interiore sostenuta da un velo di rabbia. Doveva essere l'alcol. 

-Cosa hai visto?

-Niente, la Van Ness, il Ponte, Sausalito.

-Hai visto il museo sulla Van Ness?

-Ci sono passato davanti. Non posso fare il turista. 

-Sono un'ottima guida.

-Non sopporto di essere guidato. Non lo sopporto. Mi brucia tutto l'apparato digerente. Comunque ho preso il ferry. Ho seguito il tuo consiglio. 

-Sei nel mio territorio. Guido io.

-Non so se ti ho guidato quando eri in Italia. Lascio libera la gente di scoprire. 

-Comunque ti è piaciuto, dico il ferry?

-Ho visto una strada d'argento che sale su fino a Nob Hill. Luccicante. Ho visto il Bay Bridge pieno di trucks luccicanti che scendono a sud. Mi è piaciuto. 

Era di  umore nero. 

-Fino a che ora? Tess, fino a che ora?

-Posso avere uno Chardonnay? Adoro lo Chardonnay.

-Sì, vada per lo Chardonnay. Ho visto Chinatown.

-Adoro Chinatown. Entri da quel ponte e abbandoni il tuo paese.

-Molto americana, comunque, Chinatown. Facce di vecchi cinesi. C'è questo campionario di facce di vecchi cinesi. La guerra dell'oppio, il conflitto col Giappone.

-Ti piace qui, vero?

-Questa incredibile efficienza non ha altro senso che quello di creare uno spettacolo per gli occhi, è pura inutile bellezza, alta tecnologia al servizio della decadenza americana, come tutte le decadenze c'è un alto senso dell'estetica, distesi qui a contemplare il proprio sogno perduto. Guarda qui sotto, sono migliaia. Homeless, strano che in un paese che si vanta di non avere radici per dire che uno è fottuto si dice che è senza casa.  Non ho mai visto un business center dall'aria meno indaffarata di questo. 

-E' la vigilia di natale... 

-Si muovono tutti come anime del paradiso, come se tutto fosse già finito, fuori dal tempo.

-Viaggi ancora sull'ora di Londra?

-Sull'ora di Londra, sì.

-So che hai imparato qualcosa dal mio cinismo. L'hai imparato, vero?

-Anche dalla fine del mio matrimonio. E dal tuo cinismo, sì. Ho un occhio più lucido e amaro. Più cattivo, distante e freddo. Non mi dà soddisfazione, ma neutralizzo meglio.  

-Devo telefonare.

-Lavoro?

-Sì, lavoro. E' quello che mi dà la libertà di stare qui.

Ancora l'ombra nera negli occhi. 

-OK sto qui. Fino a quando puoi stare? Voglio dire, mezz'ora? Tre giorni? Un anno e mezzo?

-Fammi telefonare. 

Sparisce nella penombra della hall e lui resta lì a fare la faccia di chi sa il ruolo che sta giocando. Una faccia di bronzo che non sa bene cosa fare di se stesso. 

-Più tardi vado per un giro di clienti. Avere clienti a S. Francisco mi toglie da Emmeryville per qualche ora. Andiamo su.

Aspettavano un ascensore vuoto per baciarsi. Non ne avevano una gran voglia, ma erano lì, atto dovuto. L'ascensore emetteva il suono della macchina cuore polmone, beep beep beep. Rallentando aumentavano le pause tra un beep e l'altro. Poi silenzio, più nulla, il cuore del paziente ha cessato di battere. Senso di vuoto, un inizio di vertigine. L'ascensore buca il soffitto e si apre senza un sospiro su un ristorante circolare, tutto uno spesso cristallo antiproiettile, sospesi lassù, un mancamento, vuoto per centinaia di metri, giù le strade, le macchine, uomini e donne, beggars, giocatori di skate-board. Bambini sulla pista di pattinaggio. 

-Ho visto pattinare sulla strada a Amsterdam.

-Non da questo punto di vista. Siediti dove vuoi, tanto è lo stesso. 

-Va bene qui? Si vede il bay bridge da qui.

-Qualsiasi posto va bene, non ti preoccupare. Questa è la lista degli aperitivi. 

Paura di cadere, il senso di essere nudo e mortale, in quella luce grigia e bronzea volare e cadere. Costruiscono grattacieli da milioni di dollari per portare su la gente a guardare grattacieli da milioni di dollari. Guardò il tavolo, la balaustra si muoveva. Paura del terremoto. Suda freddo. 

-Cosa cazzo sta succedendo scappa!

Stava guardandolo, aspettando il momento in cui se ne sarebbe accorto. Una sorta di leggerezza incatenata, senza speranza, cercava di farsi largo dagli occhi stretti in un'implorazione, una ricerca d'aiuto, se fosse riuscita a volare, se l'avesse potuta aiutare a volare. Un volo mortale, un'ebbrezza favorita dall'eccesso di bellezza tutt'intorno. 

Se n'era finalmente accorto: il ristorante girava su se stesso, in cinquanta minuti faceva tutto il giro, sarebbero rimasti lì almeno un paio di giri, a occhio e croce. 

-Ti regalo S. Francisco. Disse lei. Un fondo di disperazione nera nella gioia che esibiva. Sembrava venuta per dire addio alla vita. Lui stava a distanza, non voleva saperne. Non era un bohemienne, non era americano, voleva starle abbastanza lontano. 

Nel background della sua faccia cupa girava la città di S.Francisco: la Marquet e la Columbus si univano lì sotto invase da un traffico in ascesa, vigilia di natale, il Bay Bridge era scomparso e sarebbe ricomparso molto prima che il sole cominciasse a tramontare. 

-E' meraviglioso stare qui a guardarti guardare. Sono orgogliosa della mia città. Oh sì, ti sto regalando S.Francisco.

La sentiva forzare. Si sente in dovere di guardare e rendere conto della sua esistenza di guardante.

-Quella è Nob Hill

-Nob Hill.

Per pura comodità fece in modo che la sua sorpresa per il panorama raggiungesse la sua faccia e gli riuscì di interpretare l'estasi metropolitana. Gli era costato.

-Sei come un bambino. Un bambino felice di guardare. 

Nausea.

-Vado in bagno. Puoi ordinare un altro chardonnay?

Tre lavatori di vetri a bordo di una pensilina scendevano dal ventisettesimo verso il ventiseiesimo piano, starli a guardare gli dava vertigini e nausea. 

Di ritorno dal bagno sottolinea la presenza di bambini là sotto, giocatori di skate-board, mentre i palazzi di fronte si aprivano e si intravedeva una strada, gente che cammina.

-Guarda... 

-Ho già visto... 

Bambini si dilaniavano per una rotellina invisibile, da lassù. Hockey.

-Dio forse ci vede così da lassù, dal suo elicottero della polizia. 

Prende il suo quaderno e scrive in breve la propria autobiografia. Nata nel 64 a Osaka, Giappone. A sette anni si trasferisce a Berlino, Germania. A dodici le Filippine.  Suo padre è un soldato americano. Di qui l'infanzia per i continenti. Studia al Pratt Institute of Art, Brooklyn, New York. Poi al S. Francisco Art Institute, tre anni. La madre  lascia il soldato per un venditore di auto piuttosto intraprendente, difficile adolescenza col patrigno. A. S.Francisco viene da sola, ha una relazione burrascosa con un D.J californiano. Conosce B.H. e quando l'amore finisce se lo sposa. Molto alcol, qualche canna. Acidi negli anni ottanta.

-Steven è in paranoia per B.H. Non vuole più ricevere la tua posta. Ha paura che se B.H. lo viene a sapere possa fare una cazzata troppo grossa, Steven è il suo amico.

-Sembra che B.H. faccia paura anche a te, se è per questo.

-Sembra. Sembra che B.H. possa fare questo e quello ma purtroppo B.H. non è capace di fare niente. Se fosse capace di fare qualcosa mi avrebbe già mollata, avrebbe già scoperto tutto e se ne sarebbe andato. 

Di nuovo vista sul Bay Bridge. Il profilo dei trucks  si muove lentamente sul ponte, il sole ogni tanto si riflette nei vetri e il riflesso raggiunge i suoi occhi. Anche il secondo giro era quasi finito. L'aveva baciato quattro o cinque volte a modo suo, lasciandogli piccole abrasioni dentro la bocca, trattenendo il suo viso per la nuca con eccessiva forza. 

-Cos'hai comprato per tuo figlio?

-Acquerelli lavabili, pennarelli colorati non tossici, stivali da cow boy, figurine di batman con un pezzo di chewing gum e un adesivo ogni nove pezzi. Cinque buste. Evun paio di scarpe troppo piccole. La commessa dice che a quattro anni si hanno piedi più grandi. Le ho detto vuole che non sappia quanto è grande mio figlio? Ma aveva ragione lei. Le scarpe sono troppo piccole e io non conosco più mio figlio. Mi ha preso male la storia dell'iguana, comunque. 

(Da una lettera non spedita: un giorno seduti sotto un albero ti parlerò dell'iguana). 

L'albero non c'era, e lui la guardava con freddezza, senza capire che le stava rivoltando l'esistenza mentre lei se la lasciava rivoltare. Per lui, mica per nessun altro. Il giorno che le aveva scritto quella lettera avrebbe voluto inchiodarla con dolcezza e farle dire la verità, riguardo a un bambino vero, ma ci voleva del coraggio. E adesso pensa: ti ci vorrebbe un terapista. Ma dice:

-Mi ha preso male sentire che chiami quell'iguana il tuo bambino. Ma forse è davvero una creatura adorabile e dovrei fare il callo a un iguana che gira per casa rompendo tutti quei bicchieri con la coda.

-E' così. Ne rompe più di me. Bicchieri. 

 

Pensa ai bicchieri rotti nel suo giardino, alla lettera di scuse per quei bicchieri rotti e ai piedi veri di suo figlio vero.

 

-Fino a che ora, Tess?

-Fammi telefonare.

Non sapere quel che stava succedendo lo disturbava, se fossero andati a cena insieme si sarebbe risparmiato qualche battuta per la cena, se ci fosse stata anche una notte avrebbe potuto accarezzarla a cena. Era stata una conversazione maledettamente stupida. 

-Fatto. Sei pronto?

La luce nera era più nera, somigliava al suo iguana, adesso Tess. Pensa che vive con l'iguana perché è la reincarnazione dell'iguana e forse discende in linea diretta dall'iguana, qualche migliaia di generazioni fa mamma iguana sfornava l'antenato della signora Tess. 

-SEI PRONTO?

-Pronto per cosa, Tess?

-Oh mi piace quando mi chiami per nome. Un altro chardonnay che ti racconto. Madam? Chardonnay per me e un brandy per il signore... che si entra in un film.

Attacca.

-Senti bello, ti ho parlato dei soldi, vero? OK te lo ricordi. E la mia testolina ha frullato parecchio in questi giorni... Senti... non lontano da qui, diciamo... due miglia da qui... ci sta una clinica per obesi. Obesi ricchi: s'intende. Quelli pagano migliaia di dollari per andare in clinica a bere brodo caldo sotto le cure amorose di medici strapagati per fargli perdere con successo un Bel Pò di Kili. 

Tre pugni sul tavolo da far tremare il ristorante, far girare gli occhi alla cameriera e al vicino che mangiava solo e farlo vergognare di stare lì con questa pazza. All'improvviso le sembrava solo pazza, si stavano ubriacando, lei andava su di giri e lui si immusoniva, cadeva dentro di sé e sapeva di non potere far altro che seguirla. 

-Quando hanno perso il loro bravo numero di chili sono proprio felici, vogliono tornarsene a casa per natale con la loro brava silhouette ma hanno un problema: il vestito. Il vestito adesso gli sta abbondante e vogliono un Bel Vestito Nuovo e Firmato.

Ancora quattro pugni sul tavolo per il bel vestito nuovo e firmato.

-Così c'è un tale, obeso anche lui, più obeso di loro, che ha aperto un emporio d'alta moda per obesi dimagriti, lì di fronte. Loro entrano, si specchiano in uno degli specchi deformanti che li fa più magri, comprano, pagano, vanno via contenti come ragazzini al primo appuntamento. Bello, c'è la fila fuori dal negozio. Ti va se ti chiamo bello? Beh senti bello, queste facce di culo obese con la faccia da bistecca di manzo sono pieni di soldi Okkei? E sai qual'è la ciliegia sulla torta? Che il proprietario del negozio è talmente pigro, talmente grasso e pigro che porta i soldi in banca una volta la settimana, e vuole contanti, vuole solo contanti da quando un dritto di texano gli ha fottuto un bel pò di soldi con una certa carta di credito rubata. E lui ha avuto un sacco di grane con la polizia. Cominci a capire? beh è maledettamente e dolorosamente flaccido quel tipo. Sta lì triste e malinconico mollato al terzo figlio dalla moglie perché era troppo grasso e la sfondava, le ha rotto tre costole la sera prima che lei dicesse basta. Queste cose le so da Steven, è lui che l'ha curata. Ho fatto un sacco di sopralluoghi, quello se ne sta tutto il giorno a guardare la cassa coi suoi occhi da bue che ha sentito odore di mattatoio. Non c'è allarme, non ci sono telecamere. E' natale, bello, è natale per tutti. 

-Sei pazza Tess.

-Non dirai di no alla tua bella proprio la vigilia di natale, vero tesoro? Vero che la farai questa cosa semplice semplice di accompagnarmi questo pomeriggio all'Emporio Taglie Sempre Meno Forti? Non devi dire niente. Ti basta piazzarti sull'uscio con la  pistola che tengo nella borsa comprata stamattina al negozio di armi che puoi vedere se allunghi il collo verso la Columbus laggiù, e aspettare che la tua Deliziosa Piccola Amorevole Pensa-a- Tutto-Tess salti dietro il bancone e si faccia aprire la cassa dove ci attende la nostra luna di miele da centomila dollari amore mio, vero che non la contraddici la tua amorevolmente tua piccola Tess? Vero? Vero, bello?

-Tess... 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV

 

Della vita dicevo che un giorno dice che tutto è passato, e anche le cose presenti mi sembravano già passate. Se andavo al fiume era l'ultima volta, se vedevo un'amica non l'avrei vista più. 

Ogni giorno, ogni ora, le cose entravano nel panorama di chi sa di dover morire, e per quanto sia un fatto piuttosto comune, morire, tu sai che non ti manca molto, e ti mette un'ansia tale non avere la data, che finisci col vivere in una specie di euforia suicida: tutto sta per essere lasciato, tutto ha importanza, tutto è bello. Guardavo uno spremilimoni, pensavo forse questo è l'ultimo limone che spremo. Un campo, un albero, un fiume, diventavano il campo, l'albero, il fiume.

Stava in questo pensiero a bordo di un tram che li portava su, verso Nob Hill.

-Non pensarci adesso non pensarci adesso non pensarci.

Dopo un ragionevole numero di secondi il suono delle parole di Tess raggiungeva il profondo della sua anima fino a svegliarlo dal torpore nel quale era caduto da quando aveva visto l'uomo più grasso del mondo stramazzare a terra in un liquame giallo e l'aveva preso a calci e calci e calci e con un paio di jeans taglia extraextraforte con cintura incorporata aveva aggiunto fibbiate e cinghiate contro una massa di carne inerte che non aveva nemmeno rantolato molto, comportamento clinico da terzo infarto, giù, boom, schiattato dalla paura davanti all'isterica magra impasticcata avventata sulla cassa-carogna del grande pranzo natalizio, l'aveva tumefatto di colpi dappertutto e nessuno, in nessun distretto di polizia, avrebbe potuto sospettare mai che la morte fosse avvenuta per arresto cardiaco prima, che un uomo dagli occhi annebbiati urlando il suo furore si accanisse sull'ormai cadavere, e così, adesso, non era più solo rapina a mano armata, era omicidio, e si ha un bel dire le statistiche sui delitti rimasti impuniti, era omicidio, e ce l'aveva negli occhi fatui, persi nel vuoto, da trauma psichico post raptus di follia omicida, che era omicidio, ce l'aveva giù, nel torbido, l'omicidio, e adesso era salito su, una bava alla bocca, e la scena della più idiota delle rapine dilettanti, un cliché della vigilia di natale quando anche gli stupidi pensano di arraffare un pezzo di torta, si era rivelata per la sua forma di esorcismo, e i nodi erano venuti al pettine. E si girava, lento lento, a guardarla.

-Che cosa stai dicendo?

-Mi sai dire almeno perché l'hai fatto? 

Sibilava, sottovoce, non perdere il controllo. Anzi lo accarezzava sul braccio, svegliarlo.

-Fatto cosa?

-Omaigad... .

Fu mentre navigava in questo stato che l'uomo dei biglietti si avvicinò col fare insospettito di chi pensa che questi non lo pagano, d'abitudine, il biglietto. Tess lo guarda e per un attimo pensa se non sia il caso di fare fuori anche questo, perché forse questo ha visto qualcosa o qualcosa si è sentito chiacchierare nel quartiere e forse avrebbe potuto dire di averli trovati lui, l'uomo e la donna descritti come bruni entrambi, statura media, secchi e nervosi, con ottantamila dollari sparsi nella borsa di lei, l'incasso della settimana. Così magari si fa il natale da eroe, magari c'è già anche la taglia. Comunque meglio non aprirla lì in tram, la borsa, ottantamila sono ottocento biglietti da cento, o millesei da cinquanta, o quattromila da venti. Così Tess lo guarda, e dice 

-Honey, honey dobbiamo pagare il biglietto, honey...  Scusi, signore, soltanto un momento, è imbarazzante sa ma mio marito soffre di epilessia, prende farmaci pesanti, e adesso sa li ha presi, è la sua vita, è tanto caro e tenero e sensibile e riconoscente per tutto quel che faccio ma ci sono momenti che... è così, non c'è niente da fare... Solo un momento eh... Hoonneyyyy... me lo dai il portafoglio? 

Reagisce, finalmente. Si gira a guardarli mentre estrae dalla tasca posteriore il PORTAFOGLIO. Glielo consegna. Nel fotogramma più penoso della sua esistenza Richter consegna alla sua Tess, al modo  in cui si lasciano dal giornalaio le chiavi di una casa nella quale non si vuole più abitare,  il portafoglio nel quale tiene, all'insaputa di tutti, all'insaputa di se stesso, novantaquattromila dollari. Contanti. 

Mille li tiene in tasca, perché si sente ricco, perché ha imparato che si dice pocket money.

Tess apre soltanto la zona monetine e se lo mette in tasca: aveva deciso di prendersi cura di lui, finché non si fosse svegliato. L'avrebbe messo a dormire in un grand hôtel per la notte, sarebbe andata a Emmeryville a sbrigare le sue faccende pratiche con B.H., le ci sarebbero voluti un paio di giorni e poi con tutta calma sarebbe venuta a riprenderselo e sarebbero spariti nel nulla in un altro stato, come avevano fatto alcune centinaia di migliaia di omicidi. 

E lei, ora, che in fin dei conti si stava innamorando di quest'uomo dall'apparenza disperata ed ebete, fragile, spossata, indifesa e vacua, aveva cominciato a crederci: credere che sarebbe stato possibile, e che in fondo quell'uomo era morto d'infarto e in fondo lui si era accanito contro una carcassa come un macellaio incazzato con la moglie può prendere a pugni un animale morto, niente di più. Al più disdicevole ma non punibile, e per nulla al mondo avrebbe consegnato alla giustizia americana un uomo che dio mio non si meritava la sedia, primo perché non aveva ucciso, poi perché aveva sofferto, adesso le sembrava, quel che un uomo può soffrire, e in tutti quei calci non aveva messo altro che la sua disperazione, perché infatti, adesso guardandolo con nuova delicatezza lo capiva, tutti quei calci erano calci alla sua vita, e al fatto che quell'uomo, morendo, la stava rovinando per sempre. Terzo, perché nel suo paese, l'Italia, non c'è pena di morte e lui, era italiano. E infine cominciava a crederci perché non aveva più altra scelta.

-Due per Nob Hill.

-Due per Nob Hill... Sono uno e venti. Ecco i vostri biglietti. Uno e quaranta uno e sessanta, ottanta, due. E grazie.

-Grazie a lei, grazie infinite. E' un giorno meraviglioso vero? E' la vigilia di natale!... Ha! Mi è sempre piaciuto Natale. Ehi honey, amore mio, sei a S.Francisco, e questa è la vigilia di Natale, e stiamo andando a Nob Hill... mi senti? Guarda, guarda la luce del cielo, il sole sta cominciando a scendere, sulla baia. Honey? Honey ascolta, la senti la campana del tram? Ehi, macchinista! dacci dentro con la campana... bravo! Koooo-sìììì, fai dlen dlen! Ci sai fare amico, con la campana! Sono felice, felice di essere qui, con te, e di andare su a Nob Hill... Te lo ricordi amore quando ti ho parlato del quadro che ho fatto quassù, quando ho dipinto l'ombra, l'ombra su di una scala e un glicine, te la ricordi la luce di quel quadro honey? Beh è qui, ora si scende e saremo lì, davanti a quell'ombra, e tu allora la vedrai, amore mio, e sarai la seconda e unica persona al mondo che vedrà quell'ombra e quella luce, e quel quadro starà davanti al nostro letto ogni volta che cambieremo letto e cambieremo casa, e non mi mancherai mai più un altro giorno della nostra lunga vita... 

-Dleng dleng dleng... 

-Hey! hai stile con la campana macchinista!

-Grazie.

-Oh hai stile anche con la leva se è per quello.

E dopo avergli consegnato il programma rivoluzionario di due vite di cui lui non aveva afferrato una parola, aveva ripreso ad essere Tess. L'altra Tess, quella che deve prendere le pillole prima di dormire. Si appese fuori dalla porta del tram reggendosi alle barre d'alluminio, le punte dei piedi poggiate al predellino, la faccia a rovescio a guardare cielo e palazzi dietro le sue spalle. Richter non aveva capito le parole, ma il tono lieve delicato e commosso della voce questo sì, gli si era ficcato come il suono del primo carillon che si ascolta mentre si cade nel sonno da bambini, e non l'avrebbe più lasciato, come il fischio a ultrasuoni del padrone chiama per sempre il cane.

-Mi lascerai fare la bambina? Io quando posso faccio la bambina, lasciami fare la bambina, te ne prego, non posso mai fare la bambina e fare la bambina è la cosa che mi piace di più.

E lentamente Richter cominciava a ricordare. E alle quattro e dieci pomeridiane del 24 di dicembre guardandola negli occhi attraversati dall'ombra nera reggersi al vento di natale capì che doveva lasciarla, se voleva uscire vivo di lì.

Dividersi da lei. Tornare a casa. 

-Non fai la bambina quando fai la bambina. Sei una bambina. Hai l'anima, di una bambina. E mi piace così.

E forse era l'ultima frase d'amore che le avrebbe mai più detto. Finire in effetto un pò romantico una storia che avrebbe potuto peggiorare all'infinito. Aveva saputo di recente che la sua vita breve era già rotta in un punto irreparabile, e senza dire una parola stava scendendo al nocciolo, la vita. La vita che aveva dentro e non aveva mai detto una parola. La sua vita. La sua vita vera. Quella che non aveva mai parlato, che non aveva detto niente a nessuno. Quella sepolta. Che vuole la sua fetta di gioia. La sua spanna di felicità. Un diritto sancito dalla costituzione americana. Sotterrata sotto le macerie di tutte le azioni quotidiane messe in atto per sotterrarla, quella vita lì. Finché non dice più niente. Finché nessuno sospetta mai che si sia mai agitata per esistere, dentro un uomo così. Si guardò intorno. Doveva essere così. Per tutti così. E cosa era rimasto della poesia e dei baci di settembre? Un mucchietto di ossa.

Stavano seduti lì, sulla scala di Nob Hill dove Tess anni fa aveva dipinto la sua luce e la sua ombra, il glicine e i gradini e la parte bassa della porta, e il sole che tramonta sulla baia tagliava la porta in due, scendeva per le scale con una linea spezzata, da una parte il sole, dall'altra l'ombra. 

Seduti sulle scale. 

Centosettantacinquemila dollari in due, ma in una borsa sola.

-C'è un punto in cui S.Francisco finisce, disse Tess. Lì ci sono trecento metri di terra, rocce e onde. Lì comincia l'oceano. E tu puoi stare lì ad ascoltare la città alle tue spalle, e l'oceano che ti sta di fronte. C'è una superstrada, un parcheggio, una proprietà governativa off limits, e un parco sorvegliato dove nessuno può dirti di andartene, se non disturbi. E un poliziotto che sorveglia che nessuno disturbi la tua notte. Città e oceano. Luce ed ombra. Honey... ..stiamo entrando nell'ombra... ..

-Mi sembra tutto insopportabilmente esistenziale. Disse.

Tess la capì, la sua storta al cervello. 

Erano due figure davanti al Fairmont Hôtel, e senza essere eleganti avrebbero saputo assumere l'aplomb di due che salgono per un drink sulla terrazza, indecisi sul da farsi per la notte. E lui era italiano, sul passaporto il visto aveva una data recente, sarebbero passati inosservati, un turista venuto a trovare la sua bella, un colpo di vita, l'aspetto più o meno decente. Il resto sarebbe stato privacy, e non si dava spesso che due improbabili assassini andassero a nascondersi in un hôtel così esclusivo. In un negozio interno avrebbero comprato un vestito sobrio per la sera, gli avrebbe fatto aggiustare i capelli dal barbiere dell'hôtel, e nella sua innocenza Tess ancora pensava che gli avrebbe regalato la baia tingersi nel tramonto, e lui si sarebbe calmato. Poteva stare fino alle dieci, non di più, l'avrebbe lasciato lì a dormire come un bambino e si sarebbe rifiondata nel suo incubo di negozio a chiudere la storia con B.H. 

Del suo portafogli non ricordava già più, non sospettava. 

Nell'atrio, una moquette pelle di tigre le fece venir voglia di togliersi le scarpe. Era stato lì, nel desiderio represso di farlo, che capì come sarebbe stata la loro vita nell'ombra. Ebbe paura che non ci sarebbe stato dentro. Agire con cautela, con lui. Ma si diresse al banco e chiese due Martini. Lo stavano bevendo davanti alle fotografie del Grande Incendio. Anno sesto del novecento. 

-Guarda quest'uomo, guarda questo palazzo. E' stata la nostra guerra senza guerra. Il nostro bombardamento. In America se crolla una città si va a rifarla da un'altra parte, è una cosa più semplice. Ma loro, gli abitanti di Santo Francesco, si sono messi qui a raccattare mattoni e hanno ricostruito tutto, anche questo hôtel. Che non era ancora stato inaugurato quando è venuto giù. L'hanno rifatto con lo stesso progetto, gli stessi mattoni, e quando è stato lì...  hanno fatto questo grande, sontuoso, orgoglioso, nato dal più profondo del profondo dello spirito americano READING DI POESIA! Questo qui, che si vede in questa fotografia qui. Sì... .Guarda questa qui, questa è davvero bella. E' la foto di questa collina e dove oggi ci sono belle case bianche costose e ordinate guarda: tutto bruciato, tutto crollato a pezzi come Berlino e Dresda quarant'anni dopo. Così ce l'abbiamo avuto anche noi, il nostro bombardamento, non ti scordare.

Camminava in su e in giù tra le fotografie e si capiva, si stava trattenendo, sarebbe bastato un bicchiere di troppo per farla scatenare in chissà quale direzione imprevedibile, avrebbe potuto recitare versi naturali in piedi su un tavolo di un esclusivo hôtel per celebrare il vecchio reading del novecentosei o bruciare la città un'altra volta, o prendere una stanza da mille dollari o prenderlo a schiaffi in ascensore, se ci fosse stato un numero sufficiente di spettatori avrebbe potuto anche farlo, sì.

Una fila di tavoli rotondi coperti da tovaglie di lino bianco ricamate con le iniziali del Fairmont, posate d'argento, tutto era pronto per la cena e mazzi di rose rosse bianche e gialle, il centro della sala era occupato dal bar e cristalli enormi luccicanti dal soffitto ai piedi davano sulla baia, panchine di cuoio rosso davanti alle vetrate in direzione del cielo, della città ai suoi piedi. Nient'altro. E cominciarono a guardare Santo Francesco.

-E' il punto più alto della città, puoi guardare dappertutto. Non c'è cosa che non puoi vedere, fatta eccezione per il Fairmont hôtel perché ci stai seduto sopra. Nob Hill, Alcatraz, il Golden Gate... 

Aveva una sigaretta spenta all'angolo della bocca e cercava un accendino. Una donna, una bambina sui dieci anni. Presero posto al tavolo di fianco al loro, ben vestite, ricche, non proprio californiane dall'accento. 

Beveva e fumava e parlava e lentamente si lasciava andare. Non era l'unico ad essere scioccato, Richter, là dentro. 

-Quel che voglio dire è che se abiti in uno di quei quartieri di case basse squadrati e bianchi appiccicati l'uno all'altro a perpendicolo tagliati da una strada che sale  e scende a onde... Look! Guarda! C'è una luce che sta cambiando. Ci sono mille punti di luce: vedi le cose riflettono la luce a seconda del colore, del tipo di superficie, dell'angolo di incidenza... E allora se vivi qui e hai tutto questo davanti e ti piace questa bellezza americana... .vittoriana, anche, in un certo senso, beh qualsiasi cameriere ti rispetta perché potresti anche essere Jack London, o Stevenson, Dashiell Hammett o Mark Twain, capisci? Anche lui potresti essere... anche se vesti un paio di vecchi pantaloni pieni di macchie di olio e una giacca di lana a scacchi rossi e neri... 

-Tess, penso che... 

-GUARDA! adesso si accende il rosa. Prima non c'era niente rosa, tra qualche minuto sarà rosa tutto. Sì... Tutto sarà rosa... .Ma ci saranno CENTO tonalità di rosa e ciò che non è rosa adesso Sarà Rosa! e puoi stare qui a fissare LOOK! LOOK! vedi quel punto bianco, fissa quel punto bianco finché non sarà rosa e allora ti chiedi: come si può dire che quel muro è bianco se dopo sarà rosa e dopo sarà tra il rosa e il blu e quella sarà la mia ora preferita. Ti ricordi? Honey ti ricordi la lettera sulla mia ora preferita? 

Capisci il rosa e il blu sono colori distanti OK? Rosso giallo e blu, i colori sono tre capisci, e centomila, ma quelli si dovrebbero più propriamente chiamare toni, e poi tonalità, dividendo, capisci? ma troverai sempre un tono rosso se quella cosa viene dal rosso; e un tono giallo se un colore nasce dal giallo e insomma se vivi qui e tutto questo ti piace capisci che San Francisco ha qualcosa di orientale perché ti ci vuole TEMPO, capisci? Per apprezzare. E allora ti accorgi che puoi stare qui ad aspettare di incontrare che so, un cittadino russo americano da tre generazioni che ti racconta il comunismo e la guerra e sa tutto della Siberia e... 

-Tess, sarebbe meglio... 

-Guarda! puoi vedere la luce cambiare a una tale velocità perché adesso è la città... guarda... si sta accendendo... e la luce della città dona al cielo la propria, colora il cielo fino al cielo, lo farà. E ci sarà un'alta nobile lotta in questo cielo tra le luci della città e le luci di dio; e quello sarà il momento dell'oro, del giallo e dell'oro, sì. Guarda... Berkeley si sta accendendo e quella è Emmeryville, la città del cazzo dove vivo. E là, in fondo, vedi più in là? se hai fortuna potrai vedere le luci di Sacramento e DA Sacramento, con l'accento sul da, si possono vedere le luci di questa nobile, amabile, decadente città nella quale tutti vengono e nessuno più se ne va. Così ci si viene a morire, a Santo Francesco. Amen.

-Tess... 

Ma non poteva stare zitta. 

-Guarda! Quello che voglio dire è che tu puoi essere arrivato da qualsiasi parte del mondo ma se sei qui sei arrivato, beached, capito? Vai a Seattle se vuoi un ponte con l'Oriente; vai a San Diego se vuoi un ponte col Mexico ma se pensi americano qui-è-la-fine-e questo-è-quanto, e allora ti accorgi che qui c'è un modo di ascoltare musica e di camminare per strada e di GUARDARE e cominci a farlo, fai questo guardare e ti accorgi che tutti i dettagli, i negozi le banche e i grattacieli tutto ma tutto è fatto di dettagli per gli occhi perché quando sei arrivato allora tutto è solo per i tuoi occhi! e una specie di sensualità speciale ti nasce dagli occhi e GUARDA! sono piccole isole di colore cangiante: è l'ora dei pastelli, adesso, prima era l'ora degli acquerelli e adesso è l'ora dei pastelli e poi verrà un'ora che la città sarà dipinta a olio, olio su legno. Ma non tutti la penserebbero a olio: Io la penso di MARMO! Perché la notte è il marmo! Marmo e luci arancioni sul marmo. Quelle nuvolette in cielo sono così sottili... 

-Tess io credo che sia meglio... 

-GUARDAGUARDAGUARDALOOK! stanno sparendo... e quando una nuvola scompare la gente pensa alla nuvola ma io dico: pensa al colore! è un colore che scompare, e non ce ne sarà mai un altro uguale, mai completamente uguale e questo è qualcosa per gli occhi, io ho sempre un pensiero per una nuvola che sparisce ma è un pensiero OTTICO, capisci? è la storia del quadro che ho fatto là sotto, sulle scale: ho girato San Francisco a piedi per tre anni per trovarlo, l'essenza della mia città. Sono così orgogliosa della mia città, è così bella e l'ho vista così dappertutto che è mia. 

-Tess cazzo noi, tu... 

-Guarda! Si sono accesi. I quartieri di Berkeley si sono accesi. Migliaia e migliaia di studenti bevono un drink insieme ai loro insegnanti, qualcuno farà l'amore e a qualcuno scoppierà il cervello questa notte, qualcuno scriverà il suo saggio su Goethe e qualcuno scoprirà una nuova galassia e tutto questo si svolge là, tra quei fuochi di colore. Sembrano fuochi. E una luce violetta e una luce azzurrognola là, si adagia lenta sopra Russian Hill e qualche giallo verso il Golden Gate e una nebbiolina verde sotto il ponte e il ponte adesso è d'oro, ecco perché si chiama così: per celebrare la mia ora, ed è a quest'ora che è stato battezzato. Vedi qui nessuno sa come si chiama il sindaco ma tutti sanno dove usciva a passeggiare Jack London, là respirava Stevenson, laggiù Mark Twain ha messo su casa e questo è quanto. E' quanto ma è ancora molto lontano da quel che voglio dire. Voglio dire... che adesso è notte... e nella notte... 

-BASTACAZZOBASTA! SHUT UP!

Silenzio cupo.

-Ma lo puoi capire? Lo puoi capire che è tutto il giorno che cerchi di dirigere i miei occhi? Non ne ho bisogno, HO i miei occhi! Non c'è proprio bisogno! Non c'è proprio bisogno di urlare guarda qui e guarda là perché bisogna rimanere liberi. Dare la libertà! Mi hai portato qui! Grazie! Ma adesso voglio farmi i cazzi di uno che guarda da me, non sono mica scemo OK?

Le aveva detto SHUT UP. Gliel'aveva detto. Senza sorridere.

Tess non poteva più differire ciò che a lungo aveva cercato di evitare.

Erano lì. C'erano. Eccoli lì. Arrivati al punto. Quello che lo sapevano. Che sarebbe arrivato. Ed era arrivato. Il punto. The turning point.

-Volevo darti la città. Regalartela, la mia città. Farti vedere la città con quattro occhi come mi scrivevi quando la tua vita era dicembre e dicevi: vorrei vedere il mondo con quattro occhi, per questo voglio stare con te. E tu anche con questi occhi volevi guardare non è vero? Perché io sono un modo di guardare, è la mia arte, volevo darti un modo di guardare... Comunque ti sei svegliato dal torpore amore... 

-Anch'io sono un modo di guardare! tutti! siamo un modo di guardare! e tutti siamo un unico disperato solitario modo di guardare e tutto quello che possiamo dividere è il panorama, la fonte, l'origine dei pensieri non lo sguardo non i pensieri Ok? Cazzo... Oh Cazzo... Ma perché ne stiamo parlando cazzo... 

-Ma ti rendi conto di quante volte dici cazzo?

-Dico cazzo. Dico cazzo, sì. Cazzo: il lamento della sconfitta. Il funerale di un sogno. In una sola parola. Quando uno non ha più altra energia se non quella di trasformare anche questo panorama in una cosa angosciosa comincia a valutare il modo più semplice diretto e Parsimonioso di esprimere uno stato d'animo. Per questo dico cazzo. Cazzo il semaforo rosso. Cazzo precipita la Borsa. Cazzo mi ha lasciato. Cazzo, non ho più tempo. Cazzo. Un cazzo pendulo e inutile. Come i nostri attuali discorsi.

-Io non ho le parole io ho solo gli occhi, tutto il mio fottuto modo di esistere è solo occhi.

-Ma PARLI! Eccome se PARLI! è tutta la sera che cerco di tirare fuori UNA frase.

-Stamattina ne avrai dette cinquemila... 

-Ma ho un pensiero solo. Ho un maledetto pensiero nella maledetta zucca e non riesco a dirtelo perché mi dici guardaquieguardalàaaa e guarda tu, allora! Guarda! Adesso Berkeley è azzurro e oro vuoi guardare?

-Oh mio dio stai provocando adesso... 

-Certo che sto provocando sto facendo quello che stai facendo da due ore! Provocando! Saltando addosso ai miei nervi! e mi fai sentire uno stronzo che cerca di dire un dannato semplice pensiero e non ci riesco perché tu dici guarda e guarda e guarda e guarda.

Avrebbe potuto strozzarla gridandole Guarda, lei aveva paura che la strozzasse dicendole Guarda.

-Puoi parlare e guardare dove ti dico di guardare? Puoi guardare e continuare a pensare?

-No! No no e no! Cazzo no! Non posso. 

-Possiamo uscire da questo imbroglio?

-Uscire da questo imbroglio? Uscire da questo imbroglio? A quest'ora tutta la polizia di San Francisco ci sta cercando e tu stai qui a dire guarda i colori! Questo è l'imbroglio!

-SSSSHHHH, shut up... .

La bambina li stava guardando e la mamma diceva 

-Carmen, vieni qui... e si girava per guardarli in viso... 

-Possiamo fare uno sforzo e uscire dico provare a uscire con buona volontà reciproca da questo maledetto imbroglio?

-Non Credo. Ho detto non credo e ho detto non credo perché Non Credo.

-Dammi una maledetta possibilità di uscire da questo maledetto imbroglio.

-Tess Non Credo.

Non la guardava, non riusciva a girare la faccia e guardarla negli occhi. Non ci riusciva. Era finalmente ridotto a un solo unico disgustoso gelatinoso blob di rabbia. 

-Perché?

Lenta, prostrata, volonterosa.

-Perché? Perché amore perché?

-Perché la verità è che io e te e tu e io non abbiamo potuto fare altro che fare quello che abbiamo fatto e venire qui. Qui è probabilmente il posto dove siamo venuti a concludere la nostra storia perché è una storia che si doveva concludere e siamo venuti qui perché prima o poi dovevamo venire a concludere questa storia qui. L'abbiamo fatto. Siamo qui. Potevamo venirci tempo fa o tra un anno ma ci siamo venuti oggi e ci siamo venuti oggi perché è successo quello che è successo e questa è la parte terminale della nostra storia. L'abbiamo recitata e adesso è tutto finito. Qui e adesso. Perché ci sono i colori del mondo e la baia immensa perduta nella nebbia e un milione non metaforico di macchine che lasciano la città facendo onde di luce rossa ondeggiante e un altro milione di luci che invece Vengono in città! facendo Onde di Luce Bianca e di Luce Rossa Ondeggiante. E questi fiumi di luce sono la cosa che entrambi amiamo e non possiamo far altro che urlare, cercare di imporre e litigare come due bastardi intorno alla questione dei nostri fottuti occhi.

E fu così che Tess fece un lungo dolorosissimo sospiro prima di dire finalmente

-C'è qualcosa che voglio dirti. Sei un pezzo di merda. Un fottutissimo pezzo di merda italiano. Sei l'uomo forte tu, vero? Il fottusissimo uomo forte italiano e non ti tocca che stiamo finendo in un guaio o se preferisci stiamo finendo nella merda o se preferisci siamo finiti nella merda o se preferisci sono finita nella merda per te... Per stare con te lurido pezzo di bastardo di merda italiano mi sono ficcata nella merda e adesso tu stai lì a guardarmi sprofondare nella merda e stai pensando ad andartene... Stai pensando a tornare da tuo figlio e chissà, magari ti sogni ancora di tua moglie e io sprofondo nella merda per te... per stare con te brutto figlio di puttana. 

Silenzio. Grande, teso, lungo, peso.

-Non ne usciamo vero? 

Silenzio.

-Non ce la facciamo proprio a cambiare panorama vero?

Silenzio.

-Ti prego, non riusciamo davvero a cambiare il panorama?

-E' questo. E' questo il panorama. L'unico panorama, Tess.

-Grazie per chiamarmi finalmente per nome. Grazie di farlo dopo aver gridato a tutto il mondo che probabilmente tutta la polizia di San Francisco ci sta cercando. Grazie davvero.

-Sei sbronza!

-Sono sbronza e ti amo, stronzo. Puoi baciarmi?

Silenzio.

-Puoi baciarmi?

-NO.

-Allora me ne vado. Pago il conto e me ne vado. Dimmi qualcosa di bello o me ne vado.

-Vai vai vai! Sempre lo stesso orribile ricatto! Dimmi qualcosa di bello o metto giù, dimmi qualcosa di bello o me ne vado. E io telefono da ventimila leghe e non posso richiamarti. E adesso o ti bacio o te ne vai perché improvvisamente non puoi stare qui se non ti bacio.

-Italiano... che cazzo di gioco stai giocando... 

Con la voce bassa, poi appena in crescendo, ma sempre giù, con la sua voce bassa di quando il dramma era il dramma. 

-Dico a te italiano... che cazzo di gioco stai giocando... Should I stay... ... ..or should I go... ... .

-Non è il mio problema ma quando bevi sei un'altra. E quanto spesso bevi... oh la tua faccia. Se tu potessi vederla adesso, la tua faccia. 

E allora Tess urlò. Urlò e urlò tutto il peggio che aveva in cuore secondo una tecnica imparata allo stesso corso che avevano seguito John e Yoko che aveva avuto nel loro caso come esito il lato B di Live in Toronto, là dove Yoko urla ed Eric Clapton si vergogna di aggiungere il suono della sua chitarra a quello strazio e John al piano si sta facendo i fatti suoi: inascoltabile, e in questo le cose andavano così. Che sul belvedere dell'hôtel più esclusivo di San Francisco alla presenza di una donna elegante e ostentatamente indifferente, a una bambina che occhieggiando chiedeva a mamma il significato di parole che né a casa né alla scuola wasp che frequentava aveva mai udito pronunciare, Tess Willer urlava come e più dei mendicanti che cento metri più sotto litigavano col passato rinfacciando a qualcuno, una moglie un'amante una crisi ciclica un governo ma quasi sempre un  padre, un fottuto padre bevitore cronico che gli ha lasciato in eredità soltanto il marchio, indelebile ereditario e cronico marchio del maledetto alcol bastardo, e mentre urlano pensano all'infanzia nella quale forse anche loro hanno sognato di essere almeno un Edgar Allen Poe ma è tardi per saperlo e per tutto. Intercalava le urla sul maschio italiano di qualche mezzo giudizio provocatorio sulla luce e protestava contro tutto il fottuto mondo dei maschi, lontana mille miglia dal giorno in cui gli aveva detto:

-You make me feel a woman... 

E lui aveva detto

-You make me feel a man... 

Non se ne ricordavano più, tutto troppo lontano, mille cornici fa, cento giorni pensando a come fare a saltare fuori dal fosso di pene quotidiane, e i suoi occhi non erano più i suoi occhi tagliati languidamente verso il basso dei quali si era innamorato per la luce che ne usciva quando lo guardava con dolcezza e luccicavano prima che parlasse. Solo ombre nere adesso, gonfi e suonati come quelli di milioni di uomini e donne che si sono fottuti, liberi di cadere americani in caduta libera e liberale. 

Stava piegata su se stessa rivolta ancora a lui, uno spasmo, un modo ormai incomprensibile d'amarlo mentre un terremoto la demoliva nei sogni e speranze che non erano mai diventati affermazioni, presente. Piangeva tenendosi il viso tra le mani, mentre il buio scendeva, non era giorno non era notte, era soltanto la sua ora preferita. Quando le luci raggiungono un perfetto stato di incertezza.

Richter stava pensando al lungo viaggio nella vita per trovarsi nella merda proprio qua con questa qua e non aveva pietà, pensava che fosse libera ormai di tornare da B.H. per finirlo, ma di lei e delle sue lacrime non aveva pietà. Non ne aveva nemmeno per se stesso. 

Tess finalmente si alzò e sparì e lui senza voltarsi la sentì sparire e si allungò nella sedia, e cominciò a guardare le luci della notte in libertà. Stette lì il tempo di una sigaretta, il tempo necessario a Tess per sparire davvero e perdersi per sempre o tornare. Raccolse le sigarette e s'incamminò verso l'ascensore pensando che non si sarebbe né voltato né fermato, qualunque cosa avesse visto avrebbe tirato dritto come uno stronzo che cambia strada quando vede un mendicante perché ha paura, paura blu. Tess stava seduta al buio al tavolo di fianco all'ascensore, aveva un altro chardonnay nelle mani e lo beveva avidamente, come una medicina. Incrociò i suoi occhi e gli ricordarono quelli dei matti del manicomio greco di Kerkira, oltre un cancello mani sudate si allungavano chiedendo avidamente sigarette, ouzo e metaxa. Li aveva visti. Le disse solo un

-Oh sei qui... 

Pieno di livida ironia. Non si fermò.

 

 

 

 

 

 

V

 

Who died and made 

US, 

GOD?

 

Scritto su una T-shirt di un uomo terribilmente grasso con una birra in mano seduto davanti a lui. Al Palladium. Stava seduto a un tavolo di fronte alla pista, una doppia porzione di Jack Daniels si era infilata nel suo stomaco e faceva male. Una ragazzetta thailandese ballava quasi senza muoversi un ritmo forsennato e senza fine con disperata eleganza, bella intoccabile, la Luna, stava seduto e gli muoveva i fianchi sulla faccia, ma aveva occhi solo per il suo viso delicato, nessuna yankee avrebbe potuto aspirare a tanta sobrietà, delicatezza, charme naturale. Una donna che in questa vita non avrebbe mai baciato. Mai.

Esce, il Tosca ha riaperto per la vigilia di natale. 

 

Corinne, la proprietaria del locale, aveva visto centinaia di scrittori al banco del suo bar. E quando entravano la prima volta lei si sedeva al banco dalla parte dei clienti e stava lì a guardarli scrivere. Ma più degli altri aveva amato i be-boppers come lei chiamava i beat, quelli che scrivono al ritmo della musica e acceleleravano con l'alcol fino a raggiungere con le dita la velocità di un pensiero. Non sapeva mai se fossero scrittori buoni o cattivi, scrivevano lasciando ondeggiare la testa come fosse uno strumento e stava lì a guardarli sorridendo. Era pieno di gente. 

Qualcuno mette un'aria della Tosca e dalla discoteca sotto il pavimento sale un sordo bumbum. E dopo mezzanotte era natale, la gente se ne andava verso le discoteche e resta il lungo banco vuoto con una fila di sgabelli di cuoio rosso e la barra d'ottone dove appoggiava i piedi, pieni di alcol. 

Due tipi a un tavolo stanno giocando a scacchi, uno gioca intellettuale, l'altro come non avesse tempo. Butta lì mosse come stesse sparecchiando piatti sporchi ma stava sparecchiando la scacchiera, perché vinceva. Vinceva la milionesima partita e poi svuotava il portafoglio al suo cliente, come ogni sera. L'altro diceva

-Vengo dall'India, che è un posto tranquillo dove la gente gioca per giocare, non per vincere, non per i soldi, solo per il piacere di giocare. E qui siete malati.

-What do you mean? Hey, anche a me Fisher ha svuotato il portafoglio quando mi insegnava, e adesso svuoto il portafoglio anche a Fisher, se gli va di giocare con me, che c'è di strano è la mia vita. Questo è il mio bar, è casa mia, chi viene al Tosca cerca di Me, viene per giocare con Me, gioco una decina di partite al giorno, mi guadagno da vivere, che c'è di male? Posso anche perdere, cazzo ti credi?

Corinne guarda Richter. Sta cercando di scrivere una lettera a sua figlio ma poi si mette a parlare con la moglie, righe di addio di perdono e di oblio. Tentenna.

Corinne si mette a ridere.

-Esattamente su questa sedia dove stai seduto ho visto, in ordine di comparizione: Domenico Modugno, John Lennon, Ray Charles, Lou Reed, Bob Dylan, William Burroughs, Joe Cocker, Brigitte Bardot, James Brown, Aretha Franklin, John Lee Hooker e Allen Ginsberg. Gregory Corso ci stava quasi tutti i giorni dalle sei alle otto e Kerouac ha smesso di venirci dopo un litigio per il conto, sai com'era lui, non ricordava mai quanto avesse bevuto... John Lennon ci si è seduto da giovane e ci si è seduto da vecchio, nella vecchiaia della sua breve vita. E tu chi sei?

-Nessuno di questi qui, disse, e mise la mano al portafoglio per pagare. Fu in quel momento che la scena del tram tornò in vita nello schermo della mente del Richter e rapide scorsero le scene ulteriori cariche di conseguenze nefaste per lo più. Flash. Era fottuto. Se centomila dollari erano sufficienti a cominciare, mille erano abbastanza per finire quasi subito. Tutto. 

Per una manifestazione ambigua della telepatia sopravvissuta a quello sfascio, in quel momento anche Tess, sola al negozio, mette ordine nella borsa cercando di capire cosa fare. Cercare di rabberciare qualcosa con B.H. visto che i soldi erano più che abbastanza per pagare i debiti e disintossicarsi insieme e poi restare lì, a fare cornici troppo eleganti per Emmeryville e troppo care per la City. O andarsene, lasciare sul banco un biglietto e una busta coi soldi per B.H e cercare di sparire verso Los Angeles oppure nel deserto, restare un anno là a urlare e stare zitta e scolpire finché il caso fosse stato archiviato. No, non li aveva visti nessuno, ne era certa. Erano usciti mano nella mano e non c'era un cliente, non una telecamera, nessuno aveva chiamato la polizia prima che loro fossero spariti, lasciato il quartiere, via, sul trolley per Nob Hill. Ci stava pensando. E lì le viene in mente, il PORTAFOGLIO. Cerca tra i soldi sparsi nella borsa. No, l'aveva messo in tasca. Molto grosso. Lo apre. 

E decide di rimanere lì. Ad aspettarlo. Perché sarebbe venuto. E forse le restava un'altra chance. 

Non bere, fumare poco, curarsi la pelle, aspettare.

 

Camminava Richter. Non avrebbe messo piede in nessun albergo quella notte, niente nome, niente tracce. Camminava e avrebbe continuato a camminare, confondersi nella folla, cominciava il giorno di natale, la folla si sfasciava e lentamente la strada restava in mano ai derelitti in libertà vigilata, nessuna polizia avrebbe rotto le palle più di tanto, era natale ed era Senfransiscoucalifonia. 

Parla con un messicano parla con una prostituta nera, tanto bella che parla che ti parla gli viene duro. Ma non c'è mai stato con una prostituta, né bianca né nera, mai. E poi c'è la storia dell'AIDS e si mettono a parlare di AIDS, che tutto è cambiato con la storia-AIDS, che la città è cambiata e le esigenze dei clienti: adesso in molti chiedono solo seghe, ma anche lì, c'è modo e modo, fa lei ridendo, fa hun hun hun hun he, quando ride: che bei denti che bei capelli, che begli occhi che belle mani, che bei fianchi, che bel seno, che bei piedi, sta lì a parlare con questa prostituta e si vergogna di fare pensieri, desiderarla, perché lei sta parlando con lui, gratis, e lui pensa a scopare, con tutto quello che è successo, poi. Sarà pure puttana ma ti sta parlando come una donna e tu pensi a scopare.

-Sai bisogna adeguarsi, se il mercato chiede seghe e pompini, ok, seghe e pompini! ti specializzi, impari a usare tutte le dita, impari a conoscere le palle, il glande, usi le labbra, usi la lingua, usi le unghie, usi i capelli, impari a sfiorare... 

-Aha... 

-E giorno dopo giorno la voce si sparge: quella è tra le meglio, dice la gente, i prezzi salgono alle stelle, e tu smetti di allargare le cosce, non tutto il male vien per nuocere, you know what I mean... 

-Aha... 

-Senti qui dietro c'è un bar, perché non mi offri qualcosa, dico un caffè, niente di più, fa freddo, è natale.

Vanno ancheggiando tra gente che si porta la bottiglia a mano, dentro sacchetti di carta, ha le palpebre truccate d'argento, le labbra rosso rosse, sa di nera, sa d'Africa, sa d'afrore.  

-Insomma mi sembri giù, mi sembri imbarazzato, mi sembri che non ci hai mai fatto due chiacchiere, con una prostituta. Ti imbarazza il colore? Ecco forse ti imbarazza il colore... .

 

Gli viene in mente, l'unica volta che ci ha parlato, con una prostituta, sul lungomare, a casa. Usciva da un locale e cercava di infilare la chiave nella macchina, lei batteva proprio lì, gli chiede un passaggio fino alla cabina, vuole telefonare. In macchina le chiede se è russa, perché fa lei, come lo hai capito? Dall'accento, fa lui. Poi fa solo un sospiro, niente di più. E lei gli chiede: 

-Prima volta con donna di strada? E lui si commuove, perché come aveva fatto a capirlo? e si domanda perché non c'era mai stato, con una prostituta. E si risponde: fermarsi, chiedere, trattare. Ma questa era già qui, saltate le trattative. Sta per dirle qualcosa, lei dice ecco, ferma, sono arrivata. Lui dice t'aspetto, poi ti riporto dove ti ho trovato e magari, non so... Nonono, fa lei, sono arrivata, grazie. E lui tornava a casa dicendo manco le prostitute.

 

... E adesso stava qui, un bar dove nessuno avrebbe biasimato, erano una prostituta e un cliente, in quel quartiere a quell'ora la cosa più normale, il resto è privacy, checchè.

Insomma finisce nel bagno degli uomini, si siede sul cesso e lei gli si inginocchia davanti e dal modo in cui comincia a lisciarlo capisce che potrebbe venirsene anche subito, se non pensa a qualcosa di distante, molto distante da qui, da questo cesso. 

E pensa allora, Richter, pensa a sua madre e gli viene in mente il giorno che stanno camminando e lui è poco più di un bambino, farà la quinta elementare, forse la prima media. E lei gli dice sono orgogliosa di te, ti stai impegnando, sì, vedo quanto ti impegni, quanto vuoi fare da solo, quanto ti sforzi di far bene, sei proprio bravo, sono contenta di te. E forse anche lei era contenta, allora, un periodo felice, forse un giorno, forse un giorno felice anche per lei. Sì, era stato un giorno davvero felice. E poi non si era ripetuto più, e lui forse era vissuto poi nella delusione che quel giorno felice non era successo mai più. Pensa alla moglie, allora, l'assolve, in pieno, se tu mi vedessi, adesso, qui, anche se in fondo non sto facendo nulla di male, sto scappando, da tutto, fino alla fine, scusa di tutto, scusa, anche se non me l'hai mai detto, sono orgogliosa di te. O forse una volta, sì, una volta mi hai detto sono orgogliosa di te. Ma poi non me l'hai detto più, e allora è stato tutta un'attesa, che me lo ridicessi, e invece non l'hai detto mai più. 

E il lavoro è finito, good job, cinquanta dollari, lei lo saluta, gli dice

-Buon natale, e arrivederci, e stammi su.

E lui sta lì seduto su questo cesso scagazzato davanti a un muro viola, umido, butterato di scritte, numeri di telefono, pubblicità, se vuoi un cazzo grosso così, se vuoi un culo stretto così, telefona qui, trovati lì, anche i muri ristagnano di odori, piscio merda sesso a pagamento, insulti, iperboli, bugie, schifo. Ritorna al tavolo, hanno lasciato lì i caffè,  adesso è quasi freddo, beve, fissa nel vuoto un nero enorme che lo sta guardando, lo fissa anche lui, perché mi stai guardando, pensa, sto solo bevendo il mio caffè, ma quello insiste gli si fa sotto e dice

-Che cazzo hai da guardare.

-Scusa, sto male, non sto guardando te.

Ma tira via, esce con il bicchiere in mano, si siede all'angolo, tira fuori la sua lettera d'addio, la cerca nella tasca della giacca, è lì. E' lì insieme a un'altra cosa, la guarda, ci mette un pò a capire, è un trafiletto di giornale.

 

Sieropositiva, sesso femminile, 37, cerca uomo sieropositivo, qualsiasi razza, per farsi compagnia e di più. Sono sana, lavoro, e mi piace divertirmi: film, musica, tenerezza. Dove sei? 

 

Per quanto a natale chissà, gli sembrava l'annuncio più dolce, democratico dimesso gioioso e disponibile che avesse mai letto. E le telefona.

E' in casa, sì, dice, sono qui, sono qui sola. 

-Sì me lo ricordo l'annuncio, è tanto tempo fa. Le cose cambiano in fretta...  No non cerco più un sieropositivo, al momento ho altro per la testa, ah tu non sei sieropositivo, ah telefoni solo perché ti ha incuriosito, ah interessante, italiano, umh, solo la notte di natale, uhm, beh certo anche questo è un bel guaio, sì, sulla trentina eh? diciamo trentacinque, Okkei.. chiaro avrai avuto una moglie, figli... un figlio, hum, io niente, non so, non è né meglio né peggio, è solo così. Beh non so che dirti, se vuoi, sì, perché no, fai un salto, anzi, esco io, ti raggiungo, aspettami in un bar, sei vicino al Vesuvio? sì, ok, è un pò fuori moda ma è OK. Tra mezz'ora, sì sì non devo nemmeno cambiarmi, venivo da una cena, ho i capelli neri e gli occhiali, porto gli occhiali, di giorno li porto sempre blu, lenti blu. Di notte basta un lieve azzurro, ho occhiali tondi con le lenti lievemente azzurre e i capelli neri, lisci, sì, non farai certo fatica... sono cinese. 

 

-Ma sono nata qui, disse.

Una mantella nera, gli occhi dolci-bellissimi, e le labbra, una specie di frutto, di fiore.

-E tu, sembri depresso, anche l'idea di telefonarmi... grazie, voglio dire, ma quell'annuncio non era esattamente l'invito al veglione di natale... 

Parlavano. Ma non del più e del meno. Parlavano. Dritti sull'obbiettivo.

-...  da bambino mi capitava spesso di essere triste, ma allora non capivo. Certo, avevo i miei motivi, ma da bambini non si capisce perché si sta male. Si sta male e basta, è una specie di depressione metafisica senza motivi, così tu ti metti sulle tracce dei motivi. Ed è inevitabile, li trovi. Li trovi perché cominci a fare cose, cazzate, insomma ti fai del male, ti tratti talmente male che alla fine hai infilato un tale numero di sciocchezze che alla fine la tua vita somiglia a quella cosa depressa che era la tua infanzia. E alla fine, la tua depressione ha finalmente poggiato, in tutto quello che sei, solide basi sulle quali spiegarsi. Voglio dire giustificarsi, legittimarsi. Poi ne fai una più grossa delle altre e tutto prende forma definitiva. Non ci sarà redenzione, non l'aspetterai. E tu?

Silenzio.

Poi alza lo sguardo, poggia i gomiti al tavolo, si libera un pò dello scialle, e comincia a parlare come stesse dettando le parole, e si accompagna con le mani, in modo molto cinese, molto elegante, molto cinese.

-Uno ad uno tutti dovremo morire. E tutti ci pensiamo. Ma venire a sapere che la morte è già dentro di te, che è lì anche se non è ancora esplosa, anche se può lasciarti in pace per anni senza esplodere. Però...   per quanto si sa...  prima o poi...  esplode. Può risparmiarti ancora oggi, ancora domani, ma forse il terzo giorno verrà.

Comincerai a vedere il tuo corpo morire e i tuoi pensieri si faranno così evanescenti che alla fine, quando il male ha preso i tuoi occhi. Quando non ci vedi più, poco prima di morire, sai solo che stai evaporando, finisci sciolto nell'aria, liquefatto nel mare, consumato in un'ampolla di formalina in una galleria d'arte. E a quel punto i tuoi pensieri, la coscienza che hai, non esistono più. Lo sai. Sai che sarà così. E cominci a riconoscere per strada persone che lo sanno e le riconosci dallo sguardo perché è lo stesso sguardo che ti porti in giro tu. Lo sai quando ti guardi allo specchio, lo sai quando incontri il tuo viso riflesso in una vetrina. Lo sai perché gli altri ti guardano e sentono che lo sai. 

Eppure, succede anche questa cosa strana. Perché sei ancora integro, ancora lì. E ti chiedi dove, cosa sta cambiando dentro di te, nella tua faccia. Cosa c'è di diverso tra te e le altre donne, se anche le altre donne moriranno; e magari qualcuna molto prima di te. Poi c'è un giorno che lo vedi: cominci a riconoscerlo. E' una lieve, piccola allucinazione nello sguardo, una paura sottile. E' sotto controllo, è tutto sotto controllo. Il medico ti dice che stai bene, ti dà una dieta, cerca di convincerti a riguardarti, dice che il sistema immunitario è OK, non ti prendi nemmeno l'influenza, sì, certo, Tutto Sotto Controllo. E' proprio questo che comincia a cambiarti. Il controllo costante, continuo, ossessivo che cominci ad avere su te stessa. 

Ti studi, ti spii, aspetti. 

Aspetti l'apparire di una macchiolina sulla pelle. 

E poi... sì, è stato in quel periodo che ho messo quell'annuncio. 

E' importante. 

Incontri persone come te, ti accorgi che sono estremamente disponibili. 

Qualcuno è disperato, qualcuno vuole scopare, ma incontri tanti amici, sì, fai un sacco di nuove amicizie. 

Comincia questa nuova vita nella comunità di allucinati. 

E ti accorgi che succede anche a loro. Vengono a casa tua, si fa una cena. Ti chiedono dov'è il bagno. E dopo un pò ti accorgi che stanno lì in silenzio. Chiusi nel bagno. Senza far niente, niente altro che guardarsi. 

Stanno a guardarsi allo specchio del tuo bagno esattamente come fai tu. 

-Hey Robert, stai bene? gli gridi allora dal soggiorno.

Silenzio. Poi vai in cucina. Prepari un soufflé, sai come farlo. E poi di nuovo

-Robert, sei sicuro di stare bene?

-Sìsìsìsì, sto bene, benissimo, ora arrivo. 

E ti accorgi che anche lui ti sta nascondendo tutto. 

E anche tu, gli stai nascondendo tutto. 

Sembra che ci lascino la loro immagine, appiccicata dentro lo specchio. E quando ci vai tu, a guardarti, vedi la loro immagine nella tua, lo stesso sguardo. Si diventa il proprio guardiano, la propria spia. Si esce da se stessi e si diventa spia e guardiano di se stessi. 

Io non voglio dirti come me lo sono preso io, è troppo personale. Però...  ci sono persone...  ci sono molte persone che se la sono presa da qualcuno che avevano amato. Qualcuno che avevano cercato di amare per tutta la vita...  E  cominci a dirti che in tutta questa storia c'è...  solo più radicale, più spietato...  c'è dentro la storia di amore e di morte che in troppi viviamo senza capire neanche più cosa stiamo vivendo. E allora la malattia diventa un'occasione per capirlo. 

E comincia una vita più cosciente, meditativa. Più filosofica. Sì. 

Per questo dico che è passato molto tempo dall'annuncio. 

Ho letto le cronache della peste in Europa, nel frattempo. Ti interessi a libri così: storia, filosofia, santi, preghiere. Noi americani la peste, il colera, sono cose che non abbiamo mai avuto. E in fondo neanche i santi. Mai avuto la guerra in casa, mai avuto i campi di sterminio, è finito lo schiavismo, i neri in un modo o nell'altro escono dal ghetto... e allora perché? E intorno a questo perché nascono nuovi sentimenti comuni, qualcosa che non si conosceva prima. La coscienza che anche l'America ha la sua maledizione religiosa, il suo peccato originale, la sua grande malattia bianca, bianca come il sangue bianco che ti resta. 

Sì per un pò quell'annuncio ha funzionato, ho incontrato persone che come me cercavano di sfuggire all'idea di avere chiuso con la vita. 

Avevamo coraggio, ridevamo, andavamo in barca e in montagna.

Ma dopo un pò abbiamo cominciato a capire che ci stavano chiudendo un'altra volta in un ghetto. E allora è cominciata a scendere questa desolazione serale, questa solitudine, questo appuntamento quotidiano con lo specchio. 

Poi...  sai, incontri qualcuno con cui cominci a fare l'amore, tanto, ce l'hai già.  E allora ti attacchi a questo escamotage, questo equilibrismo, questa piccola fregatura che tiri alla sorte, e per un pò pensi di fare la furba, e vengono fuori anche notti d'amore, notti che non molti provano, sai...  l'idea dell'amore disperato, e dio mio, godi, d'amore, d'amore vero.

Poi una notte ho sentito che continuare a fare l'amore aveva qualcosa di macabro. Sì, era come amare la morte. 

C'era un tipo... l'avevo incontrato con l'annuncio. Un uomo molto bello, un portoricano, ma proprio bellissimo. E ne avevamo avuto tutti e due una voglia pazza. Eravamo stati a un ristorante elegante, eravamo eleganti. Mi ero messa le cose migliori che ho. Lui portava un completo beige. Avresti dovuto vederlo: quella pelle olivastra su quel vestito, la camicia bianchissima, alto, il viso non grande, i piccoli ricci crespi umidi di gel, il suo profumo. Pfff. Sono contenta che sia andata così, l'ultima volta che ho fatto l'amore. 

Poi abbiamo smesso. 

Credo per sempre. 

Credo tutti e due. 

Suona il sax. E' un dio.

Ogni tanto vado a sentirlo suonare. E poi parliamo. Parliamo di cosa facciamo di come va e anche di questo, soprattutto di questo, sì, del tempo. Del fatto che il tempo per noi che abbiamo trent'anni non è come il tempo come se lo immagina una persona di trent'anni.  E' una cosa breve. E parliamo del fatto che stranamente, inspiegabilmente, tutto ci sembra più bello, più malinconico e più bello.

-Un campo, un albero, un fiume, diventano il campo, l'albero, il fiume... 

-Hey... sì, è proprio così...  sei bravo...  in una frase hai detto tutto quello che volevo dirti, come fai... 

-Ho anch'io i miei tarli, forse c'è una ragione se sono qui con te.

-Sai... ieri sera sono stata giù, alla marina, ho mangiato i granchi, ho bevuto un bicchiere di vino molto buono. Ho preso un ferry, sono andata fino a Sausalito; ho camminato su, per le strade, tra quelle ville, si sentiva gente ridere, chiacchierare e ridere. Sono tornata che era buio, ho preso un taxi, ho attraversato il Golden Gate. So che forse è l'ultima volta che ho fatto queste cose. Mi piacerebbe poterlo spiegare che sapore avessero i granchi, e il vino. Quanto era buono quel vino! e l'aria del mare, e che colore aveva il Golden Gate, e il calduccio del taxi. 

Mi chiedo se quando vedrò tutto blu, avrò ancora la facoltà di ricordare il colore del Golden Gate. O non ricorderò più niente e vedrò blu anche quello. E sarà tutto blu. Anche i ricordi.

Allora sì, la mia vita attuale è che leggo le Confessioni, Sant'Agostino, anche Petrarca ho letto, ho provato a leggerlo anche in italiano, ascoltavo la sua musica. E porto questi occhiali azzurri o blu, a seconda dell'ora del giorno, e mi preparo. Per il giorno del blu.

E piano piano l'ansia finisce, il pensiero dei soldi finisce, quello della felicità finisce, i desideri finiscono. Ho soltanto i pensieri, le cose che vedo, e nasce una specie di pace. Non avrò una famiglia, dei figli, molto presto non avrò più nemmeno degli amici, non mangerò più i granchi né berrò vino, né prenderò un ferry, né tornerò a casa nel caldo di un taxi. Che senso avrebbe andare a una festa con la speranza di incontrare un uomo interessante? Rifiutare un passaggio, dare un numero di telefono sbagliato... .Dover spiegare sarebbe peggio: vedere l'imbarazzo, o la pena. O il terrore sul viso di chi ti guarda e pensa di averla scampata bella, di avere sfiorato la morte con un dito. E io sarei quella. La morte. 

No. Tutto questo è senza dignità. E io voglio dignità, voglio silenzio. 

E adesso vorrei andare. 

Ma prima dimmi qualcosa di te, mi dicevi di tua moglie...  voglio saperlo, ho un pò il diritto di saperlo, e ricordarmi di te, delle ansie che ha la gente normale, scusa se dico normale, ma è così, fa parte del mio modo di esprimermi. Insomma, va meglio?

-Beh...  nell'ultimo anno ho cercato di rendermi conto del perché sia andata così. Ovviamente ho trovato un'infinità tale di risposte che è stato come non averne trovata nessuna. E alla fine quando pensi di  esserti reso conto di cosa deve voler dire, amare una donna, vorresti amare proprio lei. Perché alla fine a forza di pensarci, chiuso lì, l'hai anche capito, come volevi amarla e come non l'hai fatto. E il conto, lo vorresti chiudere positivo proprio con lei, capisci?

Io lo sapevo, che prima o poi anche lei si sarebbe calmata. E avrebbe cominciato a vivere con la propria vita, e a non sognare molto di più di quello che avrebbe avuto. Posso fumare? Pffff, grazie, la california sta andando in paranoia, su sta storia del fumo.

Ma allora come ti dicevo sentivo questa tensione, e giorno dopo giorno lei era sempre più convinta che io ero l'ostacolo, io ero il nemico dei suoi sogni. 

E ha convinto anche me. 

Dico convinto a comportarsi come un ostacolo alla realizzazione dei suoi sogni. Sapevo che per lei il cammino sarebbe stato lungo: avrebbe dovuto passare per tutta una serie di esperimenti, tra i quali quello di rompere un matrimonio... per capire che senso abbia un matrimonio forse si deve romperne uno... è anche giusto... 

-L'ami ancora... o non l'ami più? Dico... sei sicuro che sia amore? Dico una cosa possibile. Realizzabile. Facile. 

-Vorrei dire che quel viaggio per imparare ad amare l'ho fatto. E adesso l'amo, potrei dire così, sì, che adesso l'amo. L'amo davvero. Con tutta la sua storia. 

Ma abbiamo divorziato a settembre. 

Credo che sposerà l'uomo con cui vive. 

Quello che è buffo in tutta questa storia è che io volevo insegnarle l'amore coniugale, quella cosa che ti fa dire solo da vecchio, qual'è la donna che hai sposato. Perché ci hai passato la vita, ci hai costruito un giardino; e in quel giardino ogni ombra e ogni luce parlano di un giorno che hai passato insieme a questa donna. Finché le stai di fianco provando solo tenerezza per il suo corpo ormai vecchio, come il tuo. 

Lei rispondeva dicendo che poteva amare solo da una distanza.

Diceva proprio così: solo da una distanza. 

-Ma forse è questo che lei ti ha insegnato.

-Credo di sì. E' questo che è buffo. Io volevo insegnarle l'amore coniugale. Adesso lei ha una famiglia, ha la cosa che volevo io. Mentre io ho imparato da lei ad amarla a distanza. Così lei ha la sua famiglia. Mentre io... 

-Mentre tu?

-Posso dire che va bene così, ma è difficile. Ma forse tutto è difficile. 

-Dimmi una cosa molto ma molto difficile... 

-Accettare che questa specie di destino fosse già scritto nella mia infanzia, ad esempio... 

-Sarebbe?

-Avevo una sorella, ma non l'ho mai conosciuta. E' morta prima che nascessi. Però, mia madre me ne parlava, quando ero bambino. Ne parlava e piangeva. Così ho cominciato a parlare con lei, con questa sorella immaginaria, che non avevo mai visto. Giocavamo alla guerra. Ma era un modo strano di giocare alla guerra. Stavamo sotto le coperte e le coperte erano la nostra tenda. E dal cielo piovevano le bombe, e noi stavamo lì, stretti l'uno all'altra a farci forza. Ci amavamo. 

Naturalmente lei non c'era, stavo lì solo. Ma avevo tanta fantasia che la sentivo lì, sentivo il suo caldo e il suo respiro. E si parlava di tutto. Dell'infinito. Dell'eternità. Della vita dopo la morte, anche di dio. E se dio esiste la vita sarà per sempre, per sempre, per sempre... e se dio non esiste la morte sarà per sempre. Per sempre. Per sempre... 

Ma la cosa strana, era... che non era la morte, a fare paura. Era l'idea che se c'è l'eternità la vita sarà per sempre, per sempre, per sempre... Era quell'idea dell'infinito, dell'eterno, a confondere, a fare paura... E stavamo in paradiso. Era come stare in cima a una montagna, in cima a un pianeta molto piccolo. E guardavamo giù, molto lontano. Nello spazio... .

Così insomma tutto l'amore che un bambino può provare l'ho provato per lei, per un'immagine priva di esistenza. E adesso vivo un pò così l'amore che ho per questa donna. 

-E... lei?

Stava col viso appoggiata alle dita incrociate delle mani, i gomiti sul tavolo, protesa appena un pò in avanti, e lo guardava con una specie di dolcezza. 

-Non so, all'apparenza mi odia. Ma è un odio talmente forte che forse cerca disperatamente un modo anche lei, per... non so...  vivere con l'idea che faccio parte della sua vita. E so che se venissi a mancare per lei sarebbe un grande lutto.

-Una situazione petrarchesca... 

-Già. Petrarchesca. Senza le opere però... 

-Già, senza le opere... Non provi il senso di una libertà infinita?

Stavano lì in silenzio, la teiera era da tempo vuota.

Gli sarebbe stato difficile spiegarlo. 

Forse era stato Chet Baker, quell'aria di Tempo-fermatosi-ad Aspettare-solo-Lui affinché anche lui potesse entrarci. A tanti anni dalla morte quel tempo aveva fatto una sosta per caricarlo a bordo, e dalle casse discrete del Vesuvio uscivano le note di Let's get lost. O i loro visi riflessi nelle vetrate che ne facevano l'elegia di un quadro di Edward Hopper. O l'ebbrezza che gli dava stare in quella parte del mondo, come avesse raggiunto the edge, la soglia estrema, il confine, il limite oscuro della tabula rasa, lontano da tutto quello che era stata la sua vita. Seduto allo stesso tavolo dove s'era seduta la sua mitologia giovanile... 

Hei Jack... hallo William, hai visto Lawrence? è andato a trovare Greg. 

Capiva, che c'era un che di stupido. Ma forse era stato il calore del dialogo, quell'aria di sospensione che prende chi come loro ha perduto il mito del natale e lo rivive in una strana malinconia. E aveva detto la verità. Gli pareva di avere detto tutta la verità a una donna cino-americana di trentasette anni sieropositiva. 

Proprio a lei. 

Solo a lei. 

Perché lei è scesa dal treno. 

E guarda. 

Con lo sguardo benevolo di un dio. 

E anche se l'amava senza nemmeno sapere più chi fosse la donna che amava, lì aveva toccato qualcosa di simile a un'atarassia che il dio benevolo gli aveva regalato come un dono meritato. Anche tu. Te la sei guadagnata nel dolore. E ora la tranquillità raggiungeva le sue gambe. Gli si era rotta l'ansia e la tranquillità pervadeva tutto il suo corpo. E da lì, per un istante, indietro e indietro, anche la sua vita, tutta, gli era sembrato qualcosa che qualcuno aveva vissuto. Qualcosa che si può raccontare. Traducendo l'orrore in una forma sobria di distacco nel quale rileggersi come un affare legittimo, un patto perduto con onore. E uscire dal locale con il passo della dignità, un dollaro per la cameriera, because the last one is the next one, ma non stasera. Lei, lui, tutti, erano chiamati a gridarlo, prima o poi. Perdono, e pietà, e comprensione, e pace. Perchè eravamo questo. Cosa che piange la fine di un altro mondo, nel quale c'è la madre. 

 

(I cani. I cani che lo mordono e la madre che corre a perdifiato, con una gonna blu e una camicia di seta a fiori rossi e gialli e blu in campo bianco, ma arriva troppo tardi)

 

-Adesso vorrei andare... Comunque... mi ha fatto piacere, mi ha fatto piacere essere cercata da uno come te, dico... uno... beh... normale.

Vorrei dirti l'ultima cosa, visto che mi hai parlato. 

Non sono affatto disperata. 

E trovo tutto maledettamente bello. 

Anche questo incontro... ci penserò. 

Questi palpiti, questi sospiri. 

Disse le ultime parole in un soffio. E poi si alzò, gli strinse la mano con leggerezza, si tolse gli occhiali per mostrargli intero il suo sorriso. Sulla porta il vento fece agitare le grandi ali del suo mantello di seta nero, leggero. Attraversò la strada nella luce azzurrognola dell'alba con leggerezza, come le foglie che cadevano, come gli alberi, come la bandiera americana sul pennone più alto del Fairmont Hôtel, solo e solenne lassù in cima alla collina di Nob Hill. Come un enigma appena sussurrato, pallida, un'ofelia cinese. 

Avrebbe voluto poterle dare la vita. 

In fondo, per il momento, lei gliel'aveva salvata.

 

C'era un fotografo cubano, in giro per la città, tale Julio Almentera,  che ogni giorno lavorativo della sua vita, da un anno, fotografava gli obesi che entravano al negozio per obesi dimagriti che lui, insieme a una certa Tess Willer da Emmeryville, aveva rapinato. Stava piazzato lì, e per un'ora fotografava la gente che entrava e li fotografava quando usciva. Avrebbe fatto una mostra, centinaia di obesi felici nel loro abito nuovo, l'ultimo volto del sogno americano. 

E li aveva fotografati. 

E stava sviluppando le fotografie quando la radio dava la notizia della rapina a mano armata con delitto. E della sua efferatezza. E per avventura, per una di quelle coincidenze che fanno gridare che non era un caso, dal liquido dello sviluppo era venuta fuori l'immagine di una donna che conosceva bene. Molto bene. Perché quella, anche se gli anni erano passati e le avevano stirato il viso in un'espressione diabolica, era inequivocabilmente Tess Willer, la sua allieva al corso di fotografia al S.Francisco Art Institute,  dove faceva l'assistente, Julio, e dove Tess aveva passato gli anni più belli della vita. E adesso li stava cercando. 

Avrebbe voluto fottere lui, non lei. Lei era un'amica. Voleva fottere lui perché aveva una buona ragione per fottere lui. Ma avrebbe dovuto fotterli entrambi. Perché la sua buona ragione costava un sacco di soldi. Tutti i soldi che si erano rapinati.

 

 

 

 

 

 

 

VI

 

Cammina Richter, cammina da ore. Va giù alla Marina. Guarda le navi a vela. Vorrebbe salire su una di quelle navi a vela grandi, salirci da clandestino, svegliarsi nei mari del sud, mangiare frutta, arrostire il pesce sulla spiaggia, dormire lì, nella capanna, tra gli alberi di cocco. Cazzate. Solo cazzate. Risale per la Lombard, si fa tutta la Columbus Avenue, si trova a camminare in Market Street. Non era riuscito a uscire da quel triangolo lì, girava lì. E' la mattina di natale, è l'ora del pranzo. E' l'ora del pranzo per tutti, per gli italiani che mangiano capitone, abbacchio, per gli white anglo saxon protestant che mangiano tacchino, per le famiglie dei poveri che hanno tirato insieme il pranzo, e anche a Chinatown in qualche modo è natale, perché ci sono solo cinesi, oggi, a Chinatown: sembra una grande festa di famiglia. Così è natale anche per loro, i poveri della Market Street, i vagabondi, i barboni senza casa, tirano su le loro ossa dal selciato e vanno verso la Main, la Second, la Third, la Fourth, dove le chiese, le associazioni caritatevoli, si prendono cura della schiuma, la feccia, quelli che non hanno niente, neanche più i denti per mangiare, la gente consumata. Gli servono il pranzo di natale: e le file si snodano attorno ai caseggiati, senza mai confondersi una nell'altra, silenziosi, ordinati, e un vasto odore di cavolo sale al cielo come un'invocazione, una preghiera.

Trascinato dalla catena umana che esibisce l'ultimo vestito buono comprato chissà: due, cinque, dieci, quindici anni fa: vestiti buoni, vestiti da avvocato, impiegato di banca, operaio specializzato, fino la professione gli era rimasta addosso: a impolverarsi, macchiarsi, sciuparsi insieme al viso, le mani, gli occhi, la camminata. Che esibisce sguardi affaticati da un unico rovello, la sconfitta. 

Stavano lì, attenti a non perdere il posto e a non fregarlo, la legge dei mendicanti è legge americana, legge dura, e l'ultimo si metteva in coda aspettando che qualcun altro diventasse l'ultimo di questi qua che sembravano uguali e non erano uguali, uno è di origine irlandese, l'altro è nero, ma poi c'è quello che cambia monetine davanti ai distributori di biglietti e si tiene un dime per il servizio: bravo, furbo, utile, e c'è quello che ancora sa raccontare la sua storia ai banchieri di passaggio, e quello che ha fatto il Vietnam: alto, fiero, capelli lunghi, barba, pasticche, con il suo bravo cartello con su scritto Vietnam Vet, che grida a piena gola 

-Quarters please! Quarters please! orgoglioso, vendicatore, perché sulla strada così ci sta perché cazzo! dopo il Vietnam! e quello che non si alza dal marciapiedi nemmeno quando arriva l'ambulanza. Eppure oggi sono tutti lì, ce l'hanno fatta, la vecchia nera grassa è stata sorretta da due ragazzi saldi sulle ginocchia: una vecchia regina, è già seduta dentro, mica giusto però, dice qualcuno, oh stai un pò zitto, dice quell'altro. 

Li stava attraversando, li guardava in faccia, camminando a rovescio della loro fila indiana verso sud, poi verso est, poi verso nord, l'ingresso è a ovest, bisogna girare tutto il blocco per entrare, raggiungere l'ingresso, cazzi tuoi se ti sei alzato tardi, adesso fai la fila come gli altri. L'ultimo chiede una sigaretta, si ferma a farlo accendere, gli chiede di dov'è. E senza farci caso si trova a chiacchierare nell'ultimo contenitore, la fila per il pranzo di natale offerto dall'Associazione Smith and Wesson per l'Anestesìa Sociale. 

-E tu chi sei? 

Cosa avrebbe potuto dire? Giornalista italiano? Interessato a raccontare le storie di come si finisca a fare la coda per l'ultimo pasto alla ASWAS, perché venivano da tutte le stagioni e da tutte le razze, i lavori, le famiglie, i quartieri, dal molto democratico azzeramento delle possibilità di salvezza, e lui era venuto per raccontare quelle vie dei canti funebri, per celebrare un'altra storia americana: i pionieri della disfatta. Partecipare alla vita di un popolo che conosce solo la vittoria gli aveva tolto la fierezza di esistere. E non la sognavano più, l'America, avevano smesso di sognarla e si erano ridotti a viverla, dal lato di servizio, dal cortile sul retro, nel quartiere sbagliato, e gli afroamericani adesso sognavano l'Africa, gli indiani l'India, andare almeno in un paese dove sono poveri tutti, sentirsi a casa nella casa dei nati poveri e cresciuti in povertà e vissuti con la naturalezza dei poveri nel continente dei popoli poveri. Gente che ha amato la vita più degli altri, e poi si è avviata verso una saggezza vera, riconosciuta, quella del vecchio. Il vecchio povero. Non come qua, che qua ci stanno solo i poveri vecchi.

-Di dove sei? dice. 

Accento irlandese, camicia bianca, quasi pulita, stirata a mano. 

-'Na storia lunga. Adesso sono qui.

-Capisco che sei qui. Anch'io sono qui. Mi chiamo Finn, Sean Finn. 

Aveva un nome. E cominciava la sua Grande Inchiesta, il viaggio nel ventre degli States, la cloaca finale. Facile, farli parlare, hanno solo una storia in testa, quella del perché, e il perché è la loro vita. Stanno tutti lì a giustificarsi, come giustificarsi potesse assolverli, e assolversi cambiare un pò le cose, dargli una dignità, e allora stanno lì a fare questa lotta per l'identità e la dignità e a uscire dalla colpa, se non dal ghetto almeno dalla colpa.

-Lavoravo nella Compagnia Elettrica, a quel tempo, e poi c'è stata la crisi petrolifera, hanno fatto dei tagli... e vedi in quel tempo... beh mia moglie... con mia moglie insomma già le cose non erano proprio al meglio, non facevamo un passo in salita più da molto tempo, sempre quella vita insomma. Non troppe soddisfazioni, capisci? e lei beh lei era carina, era ancora molto carina e abitavamo in un quartiere carino, ben integrato, c'era ricchezza e povertà, spagnoli e portoricani e italiani e altri più su, più ricchi, quando sei ricco perdi anche la razza, non sei più vietnamita o cinese, sei ricco, partecipi a quel mondo lì, chi non ci vuole arrivare? è tutta lì la storia, e sai il denaro gira, gira di mano in mano in mano, un giorno è nella tua,  l'altro finisce nella mia. E insomma la ricchezza... beh la ricchezza è tanta, da queste parti, è tanta...  e non sapendo più dove stare agguanta i quartieri, uno dopo l'altro, e butta i rifiuti delle speculazioni immobiliari verso l'esterno, sempre più lontani e beh c'era un tale.

Un tipo più giovane, sì. 

Più giovane di me, intendo.

Uno che aveva avuto una buona idea e la stava sfruttando, stava cavandoci tutto il possibile, sì, perché poi la sua nuova idea sarebbe stata vecchia e qualcuno avrebbe avuto un'idea più nuova della sua e allora lui doveva darsi da fare, sistemare tutto nel giro di anni, capito? poteva andargli male da un momento all'altro, insomma...

Ma in quel periodo le cose gli giravano bene...  

E allora ecco lui passa davanti a casa nostra tutte le sere con macchine sempre più grandi, e a me sembra che studi gli orari di mia moglie. Non dico niente, non dico che lo faccia, non accuso nessuno, però a me  sembra che lo faccia. Cosa penseresti tu? Se hai una moglie carina e c'è un tale che passa e ogni volta che passa rallenta e guarda? Penseresti che lo sta facendo, no? Non lo dico, forse non lo fa, ma sembra che lo faccia. Giusto no? E' quella situazione lì, no? 

Finché un bel giorno si piazza lì con una Thunderbird nuova di pacca. 

Una Thunderbird, capisci? 

Uno scherzo di macchina. 

Si mette dall'altro lato della strada, piazza i piedi sul cruscotto, si arrotola le maniche della camicia e lavora lì, telefono e PC e guarda dal finestrino le gambe di mia moglie. 

E lei sai esce a prendere il latte, cura un pò il giardino, scende a ritirare la posta, firma qualcosa, insomma è carina, e si mette una gonna carina... e quello le sorride, e a me sembra che si tocchi le palle! lì dentro la sua Thunderbirb! sì, mi sembra che stia a TOCCARSI, dentro la sua Thunderbird! guardando le cosce di mia moglie! e poi mi sembra che anche LEI, la vedo come più distante, la vedo più eccitata. Più eccitata e distante. Rendo l'idea?

E poi io mi ammalo. 

Ecco, sì. Io mi ammalo. 

Fanculo. 

Enfisema polmonare.

Sì. 

E loro mandano il medico dell'assicurazione e il medico viene a sapere che ho questo cazzo di enfisema polmonare. E così pensano sia meglio che non si sappia in giro che a lavorare lì ci si becca questa cosa qui, tu mi segui, dico, mi capisci? Bene. Cioè bene, mica tanto. Mi arriva la lettera. Licenziamento. 

Io sto lì a letto con l'enfisema e la lettera e quelli cominciano a chiacchierare. 

Io mi insospettisco e le cose vanno anche peggio, chiaro. 

Un giorno li vedo sorridersi, io colgo al volo la faccenda, capisci quel che voglio dire? e due giorni dopo arriva la rata del mutuo. Sei giorni dopo l'assicurazione, e io, io... fuck, non ho i soldi per pagare. 

Nel quartiere gli affitti sono andati al rialzo e la proprietà non vede l'ora di farmi sloggiare, sai, hanno cinquecento appartamenti nel quartiere, e sanno fare i conti; loro. Così io penso che gente come quel tipo che sta dietro a mia moglie è venuto nel quartiere per far sloggiare gente come me, mi faccio una paranoia, capito? e comincio a bere. 

E così il tipo si prende la mia casa, mia moglie, tutto. 

Paga la rata del mutuo e si fa trovare a letto con lei. 

E questa è la mia storia del cazzo.

Questo è tutto. 

E tu? Chi sei?

Chi se la beve la storia del giornalista italiano? lo scrittore medico sociale ottocentesco? Non erano nemmeno un'etnia protetta erano un miscuglio umano, condividevano lo stesso sguardo, chi se li fila gente come loro, in Italia poi, mica se la bevono, 'sta storia che ha vissuto con gli homeless per un anno. Cestino. E poi figurati, anche a volerlo fare, questo discorso qui, non tutti i poveri si possono vendere, bisogna vendere i poveri giusti al momento giusto, e questi qua, adesso, poveri americani, non servivano a nessunoaniente. E c'ha la barba sfatta; la barba di tre giorni, è sporco, neanche qui la fa passare, quella del giornalista.

Così non ha una storia, e dice

-Beh, la mia storia non è troppo diversa dalla tua. 

E gli racconta l'Impiegato, la Moglie Scontenta, il Vicino coi Soldi, il Licenziamento, sorvola sul fatto di essere stato lui, a licenziarsi, perché scemo così non poteva essere stato. Insomma gli racconta tutto, una Fiumana, compresa la Casa Venduta, poi dice che i soldi li ha consegnati a un'altra donna, che lei li ha investiti in Azioni, e le Azioni Scendono, Rotolano proprio, anche adesso che stava lì, cazzo! Stava lì e le sentiva andare a picco! le sue azioni! 

Gli racconta questa cazzo di storia tutta piena di classici della sfiga, e il fatto strano è che crede di essersi inventato tutto per farsi accettare, per stare lì, giustificarsi. E non si rende conto di avergli detto tutta la sua verità, salvo i dettagli. 

E poi parlano, finisce che parlano di Musica, musica irlandese, musica Etnica, dice che a Napoli c'è, adesso, la Musica Etnica, e si trovano davanti alla porta che dà giù, nello scantinato dove c'è la mensa. 

E l'irlandese dice:

-Odore di cavolo, cazzo! Vuoi vedere che c'è zuppa di cavolo anche a natale, cazzo! Dev'essere dura per tutti, questo natale, zuppa di cavolo. Cazzo... dico... zuppa di cavolo...  Non entri?

E si guarda alle spalle e si vede sospinto dalla fiumana e guarda in alto, su verso il cielo, oggi è livido, freddo, nuvole di ghiaccio separano la città dal sole.

E nessuno gli chiede niente, nient'altro che entrare. 

Entra e nessuno gli chiede come mai sei qui o cosa ci fai tu qui, non è mica una mensa per turisti qui. No, niente di tutto questo, solo una suora con un sorriso mite, grassa, con una veste grigia e un grembiule bianco, gli pulisce il tavolo con una pezza di gomma gialla e un'altra, nera, più grassa della prima, gli serve la zuppa di cavolo bollente e lo informa che ci sono ketchup, olio, formaggio e pepe e sale sul bancone giù in fondo, se voleva.

-Avete mezz'ora, dice, ci sono anche gli altri. 

-Sai una cosa? dice Richter con l'aria di chi ha ancora lo scatto per una battuta spiritosa. 

-Lo diceva sempre anche mia madre.

-Che?

-Che ci sono anche gli altri.

-Ce l'abbiamo avuta tutti una mamma, figliolo.

Rimesso con ferma gentilezza al posto suo. Infilò le posate nella zuppa mentre saliva alto il brusio di cucchiai succhiati rumorosamente, sua madre gli tirava schiaffi sulla bocca, quando faceva così, e a lui adesso faceva schifo, quel rumore di succhiabrodo che saliva come la musica fosse quella lì, ma aveva fame. Su, in alto, verso il soffitto finestre inaccessibili mostravano ombre di gambe nel lento movimento dell'attesa. Un ragazzo tra i venticinque e i settantanni entra di corsa e si ferma davanti alla suora magra, vecchia, ossuta, il naso adunco, rigida nel servizio, inflessibile sulla regola di dio: servire, non compiangere, servire. La minaccia con una spada insanguinata, una siringa usata. L'agita davanti ai suoi occhi, duellante senza duello, in cerca di compagnia per il viaggio verso la morte, niente duello, nessun savoir faire, durante il viaggio, più che la spada offende la paura, paura degli occhi. Silenzio. Si è fatto silenzio. Anche la luce spiove sulla sua ombra, illumina la suora in viso, carica di vassoi vuoti. Sono tossico, sono positivo, la malattia è esplosa. Ce l'ho ce l'ho ce l'ho e te la dò! 

La suora lo guarda negli occhi fredda, l'indifferenza vira in severità. Servire, non commiserare. Servire. 

-Guarda che non si passa così. Il virus muore nel giro di pochi secondi. A contatto con l'aria. Idioti.

Si gira, riprende a pulire vassoi. Gli ha voltato le spalle. 

Anche l'ultimo anello della comunicazione, il dito teso prima del buco nero. Gli ha voltato le spalle. Come un ritorno di fiamma dalla siringa stretta in una mano colpita da paralisi, su su fino al cervello, gli si iniettano gli occhi di sangue. Vaso dilatato. Nemmeno l'ultimo investimento gli è andato bene, feccia della feccia, riccioli appiccicati alla fronte pustolosa, bagnasciuga rancido di schiuma di un sistema cerebrale a corto circuito, eroina scimmia soldi tempo dolore piacere, quintessenza del pensiero estremo di un qualsiasi distretto finanziario, il ventre gonficcio sotto le costole sulle quali la pelle si è raggrinzita e palpita come ce l'avesse tutto nelle viscere, il cuore. Non riesce a guardare negli occhi nessuno, resta l'ansimare contratto mentre le orbite oculari circolano nell'underground sospinte da chissà quale miscuglio, drugs, medicine, mani scoppiate come vesciche nelle quali i capillari hanno formato una melassa purulenta. 

-In che posso aiutarti. Fa la suora lasciando cadere una ventina di vassoi in cima ad altri cento, senza girarsi, di fianco ad altri duecento, una risposta implicita, mettiti in coda in una fila di duecento per cento. Duemila in che posso aiutarti. Capito bene? In che posso aiutarti. E lo guardano, i più raffinati si costringono in quella forma pseudo-intellettuale del pensiero dei perduti che è il melodramma. Cioè a dire che ciò che fa più male, non sei tanto tu, quanto pensare a tua madre. Se ti ha amato. E se non ti ha amato. Fine della mezzora, Richter.

E quindi uscì, a riguardarsi il cielo.

 

-Well, ognuno torna alla sua vita, amico mio.

-Già, zuppa di cavolo.

E riprende a camminare. Compra una bottiglia di brandy perché ha ancora qualche soldo e oggi è natale, beve il suo brandy dal sacchetto come gli altri e si sente molto meglio perché si sente come gli altri, su e giù per la Market, c'erano corsie per gli autobus e corsie per i taxi e corsie per auto e corsie per biciclette e corsie per gli umani e corsie per i poveri e corsie per i senza casa che ci dormivano, nelle corsie. E parlavano, come ogni sera parlano con il sacchetto in mano agitando la mano libera parlavano, chi con se stesso e chi con dio ma i più col padre, o con la moglie, parlavano con un bicchiere di coca vuoto in mano facendoci agitare qualche quarter e tintinnare qualche dime e ciondolare qualche cent e nessuno oggi dava loro niente perché oggi c'erano solo loro, e cominciò a schivare aggredire scansare evitare gli schiavi liberati finiti lì, bagging around, e più in là di sanfransisco c'era solo il mare, il grande mare l'oceano e loro non sapevano neanche nuotare. 

E allora si danno alle allucinazioni.

Pensano di essere qualcuno di importante. Si intervistano.

Si fanno le domande e si rispondono.

Si dicono che è solo per una sporca inversione del destino, che invece di sedere al venticinquesimo piano di un grattacielo della Marquet Street dietro a una scrivania di mogano stannoggiù, nella Marquet Street, mentre sono Loro, che stanno su, e si dicono che in fondo, se stanno giù, è solo perché non sono riusciti a essere né grandi davvero, né cattivi, né buoni con nessuno in particolare. E si sono maltrattati per evitare agli altri quel che fu fatto ammè.

E hanno cercato di seguire l'ombra. 

La propria ombra del cazzo in questo mondo. 

 

Così cheffà, Richter? Fa come loro. Si mette a litigare con sua moglie.

Le grida che ha sentito dire che lei avrebbe detto che lui vorrebbe tornare con lei. Gliel'ha detto la signora cinese sieropositiva, che lei va in giro a dire così. E lei pensa davvero che potrebbe volere una cosa simile? Dico una cosa simile? E grida ad alta voce e nessuno lo guarda, solo un taxista, fermo al semaforo mentre lui passa a piedi col rosso, 'na roba pericolosa. Perché è italiano, il taxista, e lui sta gridando in italiano su e giù per la Marquet, su e giù per il Distretto Finanziario. 

Questo fa. 

E poi raggranella monetine con un bicchiere di plastica e poi pensa che il giorno di natale vorrebbe telefonare a suo figlio, adesso saranno... adesso che ore saranno, a casa? Casa quale? E infila le monete nella cabina telefonica, tutte, quelle che ci stanno le infila tutte, tutte quelle che ha, e poi fa il numero e forse qualcuno dall'altra parte tira su e butta giù, sono le tre, cazzo, e la linea cade e tutte le monete cadono nel cassetto del resto ed è talmente pieno di monetine quel cassetto che non si apre più. Caduta la linea e perse le monetine. E non ce la fa più. Piange. E una donna bionda gli butta un dime nel bicchiere di coca vuoto e lui ci telefona a Serghej, con il dime, e il telefono di Serghej è sempre occupato. 

E decide che ci va, da Serghej.

 

E non c'è, Serghej.

E senza Serghej la casa di Serghej ritorna ad essere la casa all'asta, quella della coppia scoppiata, gli anziani che vogliono vendere, dividere e andar via, confondersi, divenire altra gente. 

Entra in cucina e cerca una bottiglia di brandy.

Suona il telefono.

Tess.

-Così sei vivo?

-Non capisco come avrei potuto morire.

-OK sei vivo. Beh...  Buon natale.

-Buon natale anche a te,Tess.

-Raccontami. Che hai fatto?

-Sono stato al pranzo della Smith and Wesson, insieme a tutti gli altri homeless.

-Amazing... 

-Amazing, sì.

-Forse ti sarai accorto che... 

-Hai tutti i miei soldi.

-E' strano come la cosa più banale del mondo, voglio dire che si potrebbe risolvere vedendoci stasera a cena, una cosa normale, possa diventare in una situazione come questa una cosa maledettamente complicata...  

-Mi sento come uno che improvvisamente non cammina più. Uno che pensava, che so, di invecchiare facendo lunghe passeggiate e invece, improvvisamente, si trova su una sedia a rotelle e sa che non riuscirà a muoversi di lì. Come sta B.H?

-Non mi molla un secondo. Non crede a niente di quello che gli ho detto. Invece di trovare il coraggio di chiarire tutto mi spia.

-So quello che fa. So anche come sta, se è per quello. Sta talmente di merda che ha una dannata paura che quando avrà chiarito starà molto peggio. Per molti anni. E ha paura, chiaro che ce l'ha. In realtà sta cercando di convincere se stesso che è tutto falso, ma ormai sa che è tutto vero. E in queste cose, tutto-vero è un vero inferno. Una cosa che vai a cercare nel passato, in tutto il tuo passato, ma non ti basta, e allora ti metti in testa che è stato in un'altra vita, che devi avere fatto qualcosa che deve avere fatto incazzare dio ma tanto che... . 

-Non voglio sentire queste cose, non voglio parlare di questo. Possiamo vederci?

-No... .

-Ci sto riprovando, possiamo vederci?

-No Tess, no.

-Ce la fai a dirmi perchè?

-Tess...  E' dal giorno dell'orgia, che è tutto finito. 

-What?

-E lo sai. 

-What?

-Tess. Quel giorno non solo io ti ho tradito, ma l'ho fatto davanti ai tuoi occhi. E non basta. Perchè quel giorno io ti ho tradito con Jude. E ogni volta che faccio l'amore, tutte le maledette volte che faccio l'amore, non riesco a non pensare a lei. Mi salta addosso come la paura, Tess. 

-... E tutte le lettere?

-Io non lo so. Io ci ho provato. 

-No non sto parlando delle TUE lettere, che ci stavi mettendo l'anima per provarci lo capivo anch'io. Non c'era bisogno ma ho apprezzato lo sforzo. Grazie. E' delle MIE lettere che sto parlando. Cosa ti credi? Che se avessi avuto il problema di perdonarti non te l'avrei detto? Eh? E se avessi avuto il problema di non riuscire a perdonarti, pensi che ti avrei scritto? Eh? Cosa ti credi, anch'io ti ho tradito quella notte. Ho fatto a Trevor cose che non avevo mai fatto. 

Le ho fatte a Jude e le ho fatte a te. 

-Non sono geloso di Trevor, non sono geloso di te, Tess. E' anche questo il punto.

-It was a weird night! That's it! Qui si va avanti amico. Qui si va avanti con la rabbia e col perdono. 

-Non sto parlando del tuo perdono. Sto parlando della mia colpa. 

Silenzio.

Silenzio.

-E tutto questo me lo dici adesso?

-Dimmelo tu quando avrei potuto dirtelo, se non adesso. 

-Sta venendo B.H.! Devo mettere giù.

Sta venendo B.H. Deve mettere giù. Fanculo B.H. E fanculo devo mettere giù. E fanculo anche ai soldi, fanculo.

Apre un armadio, una bottiglia di brandy, il telefono staccato che fa UUUUUUUUUH. 

Riattacca. 

Riattacca anche col brandy, c'è una mezza bottiglia. 

Fa due colpi di tosse, starnuta. 

Si ingozza di colpi di tosse. 

Fanculo, la notte fuori al freddo, bere senza dormire, e stare in coda, e giù nello scantinato, tutto un volo di germi, sciami di germi con le ali che facevano

VVVVVVUUUUUHHHH... .

neanche quello gli aveva fatto bene. Va in bagno. 

C'è un flacone, l'etichetta si legge male, comunque è uno sciroppo per la tosse, sì, c'è scritto 

 

WARNING

 

ma poi non si legge, a cosa bisogna stare attenti. 

-Warning, checcazzo, warning! warning di che, ma vafanculo! sempre a stare attenti, sempre a spiegare tutto, leggere attentamente le istruzioni! Ma vafanculo alle istruzioni, è sciroppo per la tosse, checcazzo!!

Ingolla. 

Fa GLUGLUGLUGLUGLU. 

Mezza bottiglia. 

Ha un sapore dolciastro, torna in cucina. 

Il brandy. 

E fa GLUGLUGLUGLU.

Un'altra volta.

Glu Glu. 

E Glu. 

E vola per terra. 

Perché bisogna stare attenti a mischiare sciroppo e alcol, lo sanno tutti, c'è scritto su tutte le bottiglie di sciroppo americane, anche su quelle italiane, c'è scritto. C'è scritto pure sulle bocce di brandy, che bisogna stare attenti allo sciroppo alla tosse e alla salute. Se ci si vuol bene. E lui? Si vuole bene lui? 

Telefonare a un medico neanche ci pensa, non ha assicurazione, non ha soldi, lo faranno morire o lo salveranno per farlo morire in una strada, o in una cella americana, non molto divertente. Ma non è divertente neanche vederlo lì, il cuore a mille, il cervello che schizza, la paranoia che sale. Cerca di vomitare: niente, lo stomaco si è chiuso, come una cassa da morto gli si è chiuso.

E dopo quattro ore di rantoli e di guarda in che cazzo di situazione mi sono messo, dio, dio, mi sai spiegare perché? dio? Comincia a camminare, cammina cammina cammina in questa cazzo di cucina di legno di sequoia e dice Ma-guarda-quanto cazzo-sono-grandi-queste-tavole-di-sequoia, saranno larghe due metri, due e venti, e allora si distende a misurarle, le tavole di sequoia. Buone, le tavole di sequoia. Si mette a leccarle, e lecca lecca gli si infila una scheggia nella lingua e gli si gonfia la lingua. Neanche tanto, un pò, ma a lui sembra che gli si sia gonfiata da pazzi e pensa adesso Muoio Soffocato e allora si mette la mano in tasca e trova un foglietto con gli indirizzi dell'America-nel-caso-avessi-bisogno-d'aiuto. 

E telefona a Jude.

A quel popò di angelo biondo telefona: salvami tu, salvami che stai dall'altra parte della baia, ce l'avrai un medico, Jude, fai qualcosa per me, se io ho fatto qualcosa per te quella notte italiana Salvami, Salvami anche se non ti ho fatto niente e salvami anche se ti ho fatto del male, Jude.

E Jude dice che non dev'essere niente di particolarmente grave, telefona a Trevor, e poi lo richiama lì e dice che anche Trevor dice che non dev'essere particolarmente grave, e se lo dice Trevor, che si fa le canne d'erba senza tabacco, se ne fa venti al giorno ma senza tabacco perché quello fa male, allora se lo dice lui che posso stare tranquillo Posso-Stare-Tranquillo! 

-Però perché non vieni qui, dai vieni qui... Stasera viene Trevor e magari invitiamo a cena Jane, sua sorella, studia medicina, è al terzo anno... 

Medicina, terza anno. Jane. Jude. E Trevor.

-Jude?

-Sìììì?

-Jude io non so se arrivo fin lì. Non ci sto con la testa, col cuore, senti qua, batte che sembra Max Roach, ma in un periodo molto free, però... 

-Trova il modo, non posso muovermi di qui, Adam ha la febbre, sta male. Forse è la stessa influenza che ti sei beccato tu. 

Don't worry! 

I mean... 

-Jude... Scusa, Jude... 

-For what?

-Per quella notte a Firenze, scusa.

-Oh come on. It was a weird night! It was fun! But it's gone now. Vieni stasera. Stasera è un altro giorno... .

Richter, love... it's all gone... sweetheart... 

-OK Jude, it's gone... 

Va in fondo al giardino. La Chevrolet 56 rossa e beige è lì morta con la sua targa del New Jersey. La chiave è lì, prova ad accenderla, niente, apre il cofano, la batteria suda schiuma di acido, verderame, brucia a toccarla. Nel giardino c'è tutto, anche una batteria, anche le chiavi inglesi. 

Prende la batteria, sostituisce, sale, gira la chiave, il motore fa hehehehehehehehehehe. 

Poi un'altra volta heheheheheheh, poi dà un colpo di vita, poi hehehehe e poi hehehehehvroum... e vroum, e vroum, gli sale il sangue al cervello dall'emozione a sentirlo fare vroum, così parte per il grande viaggio verso il sud, passa la Juncion, si infila nelle strade di Sausalito, passa il ponte che sta scendendo la notte, sale per la Van Ness, prende la Lombard again, si infila nella 101 e quando la 101 s'impenna e diventa una freeway, sale anche lui, s'impenna, ingrana la quarta, segue le indicazioni quando la 101 diventa l'80, è sul Bay Bridge quando 

-CAZZO DELIRO O COSA? 

Il Bay Bridge si mette a frustare che neanche Dio fosse Zorro. E davanti a lui le macchine dalla sesta corsia si ritrovano in prima e dalla prima in sesta, e dietro di lui non è sicuro ma gli sembra che sia Crollato Il Ponte, o solo un pezzo, MaMMinchia! anche diciamo ne fossero crollati dieci metri! dieci metri di ponte crollati tra lui e il passato più recente e anche quello lontano! tanto per dargli l'idea di cosa SIA successo nella recente vita ma mica ne viene fuori una frustata di quelle proporzioni e poi non basta! colonne di fumo s'innalzano dai grattacieli per dire che un pezzo di ponte crollato non basta a fare tutto quel casino e infatti non basta! perché è il TERREMOTO quello che l'ha buttato da un guard rail all'altro mentre lui tirava dritto, s'è fatta una frustata da sei corsie d'escursione ed è tornato lì, il Ponte, salvo quel pezzo che affonda lento circondato da tutti i pesci della baia. 

E lui tira diritto senza aspettare la seconda scossa, col cuore al cervello che in gola ce l'aveva già da tempo e schiaccia, flippato di paura schiaccia a tavoletta e legge i nomi delle colline e dei villaggi, e il fumo sale dalle colline, e dai villaggi i pompieri e le auto della polizia filano a manetta e lui dietro, a debita distanza ma dietro, sono tutti impazziti e cercano di telefonare a casa e all'ospedale e saltano anche i centralini più potenti di California  e saltano in aria CASE, una via l'altra bum bum bum, sempre più vicine, saltano e fanno bum come in Zabrinsky point, scena finale, anche al quartiere di Jude fanno Bum! anche la casa vicina a quella di Jude, fa Bum! perché il terremoto ha fatto saltare il gasometro e la via del gas, il grande gasdotto che accende e scalda le buone case dei buoni cittadini americani che fanno Bum con la loro benedetta casa, una dopo l'altra, è un domino, l'Apocalisse Americana, e Jude corre in giardino e prende Adam per un braccio e mette in macchina Adam che grida 

-Prendi le Tartarughe, Mamma! le Tartarughe! 

E Jude torna in giardino a cercare le Tartarughe e prende le Tartarughe e torna dentro, raccatta qualcosa per coprirsi e i soldi e i documenti e la videocamera e una valigia piena di vestiti da  lavare e un libro di favole e vorrebbe salire su ma dalla finestra vede il fuoco salire, tagliare ponti e strade, boschi, colline, aveva già bruciato diecimila ville e allora si attacca al telefono, cercando di trovare un'assicurazione disposta ad accettare di venire pagata subito, fare un contratto telefonico adesso e pagare carta di credito, come non fosse successo niente, come non si vedesse niente, come ci fosse un'assicuratore al lavoro il giorno di natale giusto perché poi viene il terremoto e chissà che qualcuno non si voglia assicurare la casa prima che salti in aria col gas.

-Mamma! fa Adam dalla macchina, sta bruciando anche Sam.

E infatti Sam sta bruciando, Sam il vicino di casa, corre senza un lamento per la strada finché si affloscia come un pallone gonfiato a elio che perde elio e si accascia per terra, un odore acre di carne arrosto, ecco chi è Sam. E allora Jude con una tristezza che non sconfina per il momento nella disperazione nera molla il telefono e piange e sale in macchina e grida omaigad, omaigad! E passa sopra il corpo abbrustolito di Sam mentre il fuoco sulla collina saliva, bruciava anche la filiale della sua banca e bruciava i cavi del telefono e i terminali e tutti i computer interfacciati e centinaia di provider e a alla Rete gli s'era fatto un buco grande così nella rete, il terremoto era come uno squalo che fa buchi terribili e scappa e terrorizza i bambini ma lui non doveva avere paura e tutto sarebbe andato bene e schiaccia l'acceleratore e va sulla collina di fronte, quella brulla dei froci e prostitute e finalmente salvi prendeva Adam per mano e stavano lì, a guardare la casa bruciare con Adam che diceva

-Quale, Mamma? Quella lassù? 

-No Adam, più giù, vicino a quell'altra che brucia. 

-Quale mamma? Mamma qui tutto brucia. Tutto. 

-Quella Adam, quella che si è accesa adesso, quella che salta in aria, la vedi? quella. Quella era la nostra casa.

 

Tutto. Tutta la casa e le sue cose e non aveva più niente, Jude, ma la prendeva come può prenderla un americano: le cose vanno e vengono, non c'è niente di antico né di veramente proprio, stiamo andando, ci portiamo dietro i denti e il culo, e questo è quanto.

Mentre Richter finalmente Giunto davanti alla casa bruciata di Jude si pietrificava come un paradosso e paradossalmente si calmava, si sgonfiava come un enigma sciolto e cadeva sul sedile della Chevrolet 56. 

Pieno di sogno o son desto, sogno o son desto, sogno o son desto. 

E di povera Jude. 

Se è viva o morta. 

Ma la Honda nera non c'è. 

Nera c'è la notte nera, e la sfiga nera, e la paura, nera. E Tess. Nera.

 

 

La mattina seguente, sopravvissuta Emmeryville allo sconquasso meglio degli altri (case basse di legno, falda di roccia scivolosa sopra falda di fango e merda) Tess Willer, chiusa e sola nel negozio, stava scrivendo una lettera. 

 

Cara signora, ho trovato il suo